Don Camillo e il Crocifisso: Un Dialogo tra Fede e Umanità

Il Cristianesimo, nella sua essenza, ha portato la buona notizia di un Eterno che è diventato uno di noi. Non c’è nulla di più umanistico e umano del Dio di Gesù Cristo, che ha dato del "tu" alle donne e agli uomini, e ci ha insegnato come dare del "tu" a Dio. Eppure, lo stesso Cristianesimo ha presto disimparato questa vicinanza assoluta e ha applicato alla divinità gli stessi privilegi (amplificati) dei re, dei potenti, dei grandi, facendo di Dio "il Re dei re", l’Altissimo sopra tutti i sovrani. Lo abbiamo così immaginato talmente lontano nell’alto dei cieli che per raggiungerlo ci voleva l’intercessione dei santi e della Madonna, perché loro sì erano vicini e ci capivano, come se il Dio cristiano non fosse più vicino di tutti i santi e le sante messi insieme.

illustrazione di Don Camillo che parla con il Crocifisso

La Rivoluzione Spirituale di Don Camillo

Questo era anche il mondo religioso di Guareschi, che invece si inventò e ci donò un Don Camillo che parlava tutti i giorni con Dio come si parla con un amico. Come Mosè, che, ci dice la Bibbia, è stato il solo uomo a parlare con Dio faccia-a-faccia, «come un uomo parla con un altro uomo» (Es 33,11). L’unico uomo, Mosè, insieme a don Camillo, il prete di Guareschi, dà spesso del "tu" al suo Dio (e anche quando con Gesù usa il "voi", è sempre un tu). Questo tu-a-tu lo conoscevano anche i poveri che, non possedendo abbastanza sintassi per i “lei” e i “voi”, erano e sono costretti a usare l’unico pronome veramente cristiano della preghiera: il “tu”.

Per i nostri nonni e genitori cattolici, Gesù, tra le molte divinità cui veniva accostato, aveva uno statuto speciale. Gesù era considerato un essere divino, “ma Dio no: Dio è un’altra cosa”, dicevano. Il centro della pietas della gente non era certo la teologia trinitaria né la cristologia, faccende troppo lontane dal grano e dall’acqua, poco chiare persino ai parroci di campagna. Ma in quell’olimpio di esseri divini Gesù e la Madonna erano comunque diversi e molto amati, soprattutto per i loro “grandi dolori”. Gesù poi stava quasi sempre in croce, nelle chiese, nelle edicole e nelle case.

Non solo per la bizzarra teologia dolorista della Controriforma, ma anche perché i contadini e il popolo si identificavano molto più facilmente con un Crocifisso che con un Risorto, in una esistenza che ricordava molto più il venerdì santo che la domenica di risurrezione. Le pietre dei sepolcri non rotolavano per porre termine alla sofferenza e alla miseria. I figli non tornavano dalle guerre, i bambini morivano, la fame non finiva. E per questo abbiamo molto amato il crocifisso, lo abbiamo riempito di parole, di carezze e di lacrime, fino a ieri. Non ci stupiamo, allora, se anche Don Camillo parla con il suo Gesù crocifisso, non con il Risorto. E anche se il contesto dei racconti è allegro e spesso umoristico, i dialoghi tra Don Camillo e Gesù crocifisso sono molto seri, a volte anche drammatici, quasi sempre bellissimi, come quelli dell’episodio della Via Crucis.

Don Camillo e il suo gregge di Giovannino Guareschi | Audiolibro ITA

L'Esilio a Monterana e il Crocifisso Dimenticato

Don Camillo aveva combinato dei pasticci in paese con un certo Marasca, con cui erano venuti alle mani: «Ne scaturì un tal can can che il vecchio vescovo mandò a chiamare don Camillo e gli disse: “Monterana è senza parroco: parti per Monterana e vieni giù quando torna il parroco vecchio”. Don Camillo balbettò: “Ma il parroco di Monterana è morto”. “Appunto” replicò il vescovo» (G. Guareschi, Don Camillo e il suo gregge, 1953, p. 229).

Monterana era un paesino sperduto tra le montagne, «il paese più disgraziato dell’universo». Don Camillo vi arrivò prima in corriera poi a piedi, su per un canalone sassoso: «Entrò in canonica e parve che gli mancasse il respiro». Entrò poi anche in chiesa, si inginocchiò sul gradino dell’altare e «levò gli occhi verso il crocifisso: “Gesù” disse. Poi gli mancarono le parole: il Crocifisso dell’altar maggiore era una croce nera, di legno screpolato, nuda e cruda. Del Cristo di gesso rimanevano soltanto le mani e i piedi trafitti dai grossi chiodi. Ne ebbe quasi paura». E gli nacque questa preghiera semplice: «Gesù, cosa ne è della mia fede se io oggi mi sento solo?» (p. 230).

È la solitudine di Don Camillo, che è anche quella di molti parroci di campagna dei secoli scorsi. Una vita trascorsa in mezzo alla gente ma, in fondo, da soli, perché la compagnia sociologica della missione non riusciva quasi mai a colmare la solitudine esistenziale della casa e della notte. Ma, come ci svela Guareschi, quei parroci spesso avevano nel dialogo con Gesù una compagnia diversa e vera. Don Camillo è immagine di quegli antichi parroci, che magari non erano sempre profeti o specchi di virtù, ma erano amici di Gesù, e quasi sempre dei poveri e della gente.

Dopo queste parole, Don Camillo tornò in canonica, e trovò «su un tovagliolo un pezzo di pane e un pezzettino di formaggio». E chiese: «Di dove viene questa roba?». La vecchia, la governante del parroco morto, gli portò una brocca d’acqua, allargò le braccia, non lo sapeva neanche lei: «Per anni e annorum era sempre stato così col prete vecchio. Adesso il miracolo continuava col prete nuovo». Il Signore rifà il letto al malato, recita il Salmo (41,4). La prima esperienza che fa Don Camillo, confinato e solo in una Barbiana diversa, è l’abbandono da parte del suo Dio; ma, subito dopo, sperimenta la sua provvidenza. Il mondo è pieno di donne e uomini che, mentre vivono ogni forma di abbandono, di solitudine e di depressione spirituale, sono raggiunti da una misteriosa ma reale provvidenza, che diventa quel tozzo di pane e bicchiere d’acqua che ti fa sentire amato e capace di continuare il cammino.

Il Viaggio per "Il Suo Gesù"

Ma è qui che in Don Camillo si insinua un pensiero. Passa alcuni giorni a letto con la febbre, una mattina si alza e, nonostante il divieto del vescovo («non ti muovere per nessuna ragione»), scende dalla montagna, sale sulla corriera e torna nel suo paese (Ponteratto, o Brescello nei film), precisamente nel cortile della casa di Peppone. Gli chiede il suo camion per un servizio urgente, e nel pieno della notte partono. Prima si fermano nella chiesa del paese. Peppone resta alla guida, e Don Camillo fa il suo lavoro. Percorrono una trentina di chilometri, giunti al bivio per Monterana Don Camillo scende, prende il suo carico, «e quando Peppone lo vede apparire sotto la luce dei fari, sbarrò gli occhi. Il Cristo crocifisso».

Don Camillo era sceso dalla montagna per riprendersi il suo Gesù. «“Posso darvi una mano, reverendo?”, esclamò Peppone. “Non toccare! Vattene”. “Buon viaggio”, rispose Peppone. E, nella notte incominciò la via crucis di don Camillo» (p. 234). Il crocifisso era enorme: «Il Cristo scolpito in legno duro e massiccio. La mulattiera era ripida e i grossi sassi bagnati e scivolosi». Cadde su una pietra appuntita, «sentì il sangue colargli dal ginocchio, e non si fermò. Un ramo gli portò via il cappello, e gli ferì la fronte, e non si fermò... E il suo viso sfiorava il viso del Cristo crocifisso». Dopo quattro ore, «ormai non aveva più forze ed era soltanto la sua disperazione a tenerlo su. Quella disperazione che viene dalla speranza» (p. 235). Qui Guareschi ha forse messo in questa via crucis gli anni trascorsi nei campi di prigionia durante la guerra, dove, come tutti i prigionieri, per non morire aveva dovuto scoprire una misteriosa speranza disperata - anche questa speranza paradossale è provvidenza per i poveri, la manna quotidiana nei deserti. Fu «una lotta da gigante ma, alla fine, il Cristo Crocifisso era lassù» (p. 235).

Don Camillo voleva il suo Gesù. Non gli bastava un Gesù qualsiasi, voleva il suo. A dirci, forse, qualcosa di importante: la fede non è generica, non è un astratto credere a Dio o a verità teologiche e dogmi. No: la fede è un incontro, è un rapporto, quindi è dialogo. Non è invocare l’Altissimo ma dare del "tu" a una presenza personale, vicina e amica, misteriosissima eppure di casa. Ecco perché quando la fede si perde, o sentiamo che si può perdere, si torna nei luoghi dove abbiamo incontrato e dialogato col nostro Gesù, col nostro Dio. Ogni fede è così, ma quella cristiana lo è in modo tutto speciale, perché quel logos divenuto carne, dentro quella carne divenne dia-logos. Gesù era un profeta-maestro dialogante, un dialogo così importante che i Vangeli ce lo mostrano in dialogo con uomini persino sulla croce.

In chiesa c’erano due persone soltanto, e una era Peppone, che non era andato via («vattene»), e «pur non avendo sulle spalle la croce, aveva partecipato a quella immane fatica come se il peso fosse stato anche sulle sue spalle» (p.235). Peppone era diventato un altro Cireneo. Per quella pietas, ancora viva in quella generazione di italiani e di cristiani, che oltre o prima delle lotte politiche e ideologiche sapevano riconoscere nel volto di ogni uomo, persino in quelli dei soldati degli eserciti nemici, il volto di un fratello, di un cristiano. E così, quando l’avversario si imbatteva nella sventura, si deponevano le armi e si apparecchiava per lui la tavola di casa, gli si offriva un pasto, lo si accompagnava, magari in silenzio, nelle sue vie crucis. Nel giorno, sempre, a cercare un pane per chi ha fame, a portare lume, nella notte a tutta la città.

fotografia d'epoca di Guareschi

Le Frasi Celebri: I Dialoghi con il Cristo Crocifisso

I dialoghi tra Don Camillo e il Cristo Crocifisso sono il cuore della narrazione di Guareschi, rivelando profondità spirituali e acute osservazioni sulla condizione umana.

Il Pessimismo di Don Camillo e la Speranza del Cristo

In uno dei dialoghi più toccanti e pertinenti, Don Camillo esprime la sua preoccupazione per il mondo moderno, ricevendo risposte cariche di speranza e saggezza dal Crocifisso:

  • «“Don Camillo” rispose con voce pacata il Cristo “Non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio ha bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. “Signore: perché quella ragazza si comporta così? “Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura d’essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti.»
  • «“Signore, cos’è questo vento di pazzia? “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? “No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che, in migliaia di secoli, aveva accumulato. Un giorno non lontano si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne.»
  • «“Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all’uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l’uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere.»

Salvare il Seme: Un Messaggio di Resilienza

Il dialogo prosegue con una metafora potente sulla necessità di preservare la fede, anche di fronte alla distruzione:

  • «“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. “Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. “Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. “Don Camillo!” lo rimproverò sorridendo il Cristo.»

Questo scambio, pubblicato su Oggi n. 45 del 10 novembre 1966 e successivamente incluso in Don Camillo e don Chichì (già Don Camillo e i giovani d’oggi) ed. BUR Rizzoli, 1996, pgg. 134-137, risuona ancora oggi per la sua attualità e la profondità delle denunce e delle proposte. Un altro passaggio simile riprende il tema:

  • ««Signore, cos'è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?». Dalla croce Gesù risponde: «Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?». «No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. (…) Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell'uomo sarà quello del bruto delle caverne. Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?». «Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l'asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza.»»

Attraverso questi dialoghi, Guareschi non solo ci offre momenti di umorismo e profonda riflessione, ma ci invita anche a considerare la natura della fede personale e la costante presenza divina nella vita quotidiana, anche nei momenti più bui.

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