Alberto Ravagnani, sacerdote classe 1993, è diventato una figura nota nel panorama digitale italiano come "prete influencer", capace di raggiungere un vasto pubblico, in particolare tra i giovani, attraverso i social media. Dopo sette anni di sacerdozio, la sua decisione di dismettere gli abiti talari ha scatenato un ampio dibattito nel mondo cattolico e non solo, trasformandolo in uno dei personaggi più discussi in Italia. La sua storia è un percorso di vocazione, evoluzione, critiche all'istituzione ecclesiastica e ricerca di una nuova identità.

Dalla Vocazione Giovanile al Sacerdozio
Le Origini e la Scoperta della Fede
Il percorso di Alberto Ravagnani verso il sacerdozio affonda le radici nella sua infanzia e adolescenza. "Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto." Egli racconta di essere stato ipersensibile e di aver scelto di eccellere per emanciparsi dai forti contrasti familiari a cui assisteva, sentendo profondamente le "urla di papà". Questa sofferenza lo portava a cercare rifugio in oratorio durante l'estate, dove faceva l'animatore per i bambini. Nonostante apparisse "il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici", dentro di sé "qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato".
Un momento cruciale fu una vacanza parrocchiale, dove trovò "un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti". La sua "ferita si aprì", sgorgando "sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava". Dopo una confessione che descrive come "incredibile", si scoprì "libero di vivere", e il suo cuore si "spalancò". Questa esperienza lo portò a riflettere su "cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio?". Una notte, gli giunse l'illuminazione: "Ma se da grande facessi il prete?". Sebbene ammetta che non fu facile, comprese che era la sua "chiamata", e l'amore di Dio gli permise di scoprire il suo ruolo nel mondo. Ravagnani è stato poi ordinato prete nel 2018.
Il Ministero e l'Impegno con i Giovani
Dopo l'ordinazione, Ravagnani è rimasto per cinque anni come responsabile dell’oratorio San Filippo della parrocchia di San Michele, per poi spostarsi nella parrocchia di San Gottardo al Corso a Milano. Qui si è dedicato ai ragazzi, trovando un profondo senso nel loro fiorire: "Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante."
Don Alberto, il Prete Influencer
L'Esordio sui Social e l'Innovazione
Durante la pandemia di Covid-19, don Alberto ha iniziato a fare video su YouTube, diventando rapidamente un "prete influencer". Il suo intento era, come per molti altri preti online, di accorciare le distanze tra un'istituzione percepita come sempre più distante dalle persone e il mondo moderno. L'ha fatto parlando di argomenti spesso tabù, partecipando a podcast come "Muschio Selvaggio" e programmi TV, e creando una comunità online e offline.
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L'Evoluzione del Messaggio e le Prime Critiche
La sua attività online ha portato a un'evoluzione personale graduale. «Da quando ho iniziato la mia attività sui social, di fatto io mi sono smontato e poi ricostruito», ha raccontato, «non perché lo volessi, ma perché la realtà mi ha contaminato, stare in mezzo ai ragazzi, uscire dalla bolla del mio oratorio e anche dall'immagine stereotipata del mio ruolo, un po' alla volta mi ha permesso di riappropriarmi di tante cose che all'inizio invece spingevo in maniera spiritualeggiante e forse anche un po' ideologica».
Con il tempo, ha iniziato a mettere in dubbio gli stereotipi sull'essere preti e il loro stile di vita, affrontando temi come la palestra, l'abbigliamento, il colletto bianco e le feste. Ha dichiarato di aver trovato nell'ambiente della palestra "persone che grazie allo sport hanno saputo sviluppare parti della loro umanità, virtù umane, qualità esistenziali che poi possono essere usate anche per la vita spirituale". Per Ravagnani, «il messaggio di Gesù nel suo insieme non chiede alle persone di sacrificarsi o di rinunciare a se stessi o di eliminare parti della vita. Innanzitutto bisogna amare, trovare i modi migliori che possiamo avere per amare. Poi l'amore a volte chiede sacrificio, però innanzitutto bisogna concentrarsi su questo, sul dare, più che sul togliere».
Questa esposizione mediatica ha generato discussioni. Mentre alcuni lo consideravano un rivoluzionario, altri lo accusavano di narcisismo, insinuando che fosse diventato prete per un "ricco stipendio". Ravagnani ha risposto a queste critiche rivendicando il suo diritto di lavorare e guadagnare: "Anche Gesù lavorava. È come se un prete non potesse fare delle cose per sé... ma io le attività di evangelizzazione extraparrocchiali sto provando a svolgerle senza pesare sul contributo che l'8 per mille mi dà."
La Crisi e l'Abbandono del Ministero Presbiterale
Tensioni con l'Istituzione Ecclesiastica
Le perplessità e le tensioni con la Chiesa non sono mancate, e si sono acuite in particolare per via di una sponsorizzata su degli integratori. Questo episodio, ha spiegato Ravagnani, «ha scatenato, per così dire, il ‘sistema immunitario’ della Chiesa. Di fronte al mio modo di esprimermi, forse anche discutibile e criticabile, mi sono ritrovato bloccato su molti fronti.» Gli sono state rivolte accuse severe, anche "da quelli alti", di essere "contrario al Vangelo" o "dalla parte del diavolo", e di offendere il lavoro dei preti che operano in silenzio. Tali parole, ha aggiunto, sono state le più dure e cattive mai sentite nella sua vita.
Quell'episodio ha rappresentato il sintomo di una situazione che poteva diventare molto più complicata. «Non potevo più rilasciare interviste, non potevo più partecipare liberamente ai podcast: in sostanza, veniva messa in discussione la mia libertà. Ho pensato che il rischio fosse chiaro: continuare così avrebbe solo peggiorato le cose.» Ha sottolineato di non aver mai litigato o protestato con il suo vescovo, ma la tensione è diventata esasperante. «L'ascolto e la fiducia sono diventati difficili, e alcuni provvedimenti, alcune prese di posizione un po’ dure, mi hanno fatto capire che forse non c’era troppo spazio per me.»
L'Annuncio Ufficiale e le Reazioni
Il 32enne Alberto Ravagnani ha comunicato all'arcivescovo la sua decisione di sospendere il ministero presbiterale, notizia poi ufficializzata dal Vicario generale dell'Arcidiocesi di Milano con una nota. Questa decisione ha implicato la cessazione immediata del suo compito di Vicario Parrocchiale e Collaboratore della Pastorale Giovanile diocesana. La comunicazione ha espresso la sofferenza che tale scelta provoca, invitando alla preghiera e all'accompagnamento della comunità. La Parrocchia di San Gottardo, tuttavia, continuerà con l'adorazione eucaristica del giovedì sera, un appuntamento prezioso per i giovani.
Nel comunicare il suo cambio di vita, l'ex Don ha assicurato: «Il mio cuore sarà sempre lo stesso, anzi adesso forse persino più libero...e più vero», una dichiarazione che ha suscitato scalpore, polemiche e commenti d'odio, ma anche analisi disparate. La sua scelta ha diviso il mondo cattolico, con alcuni che lo vedono come una Cassandra, altri come un "giovanotto" più interessato alla rete che al pulpito. C'è chi lo difende per la sua capacità di attrarre i giovani e annunciare il Vangelo con un linguaggio fresco, e chi lo attacca, considerandolo immaturo.
Le Riflessioni Critiche sul Sacerdozio e la Chiesa
La Visione del Seminario e della Formazione
Ravagnani ha espresso critiche significative riguardo al percorso formativo dei sacerdoti. Il "problema del seminario", a suo dire, «è che ti separa dalla realtà e ti porta in un contesto artefatto dove vieni formato a una vita che non è la tua e dove la tua soggettività non viene adeguatamente valorizzata. Spesso la propria personalità viene vista come un ostacolo, una minaccia alla forma del prete che si suppone essere già definita da certi canoni ai quali tu devi semplicemente aderire».
Ha spiegato che i temi caldi sul sacerdozio, enumerati citando saggi come La casta dei casti di Marco Marzano, non sono tanto la genesi della sua scelta, quanto piuttosto "istruzioni per una via di fuga da un ambiente vissuto in prima persona con limiti e contraddizioni fin dal seminario". La ricerca di "surrogati paterni" e il rischio di "abuso di potere" nelle realtà comunitarie sono per lui "l’altro nome di un’alienazione" che, in un sistema gerarchico e patriarcale come quello sacerdotale, può diventare il destino del prete. Nel suo libro, scrive: «Ci avevo messo sei anni di seminario per diventare don Alberto, quindi non ero disposto a rinunciare a quel prefisso. Non per orgoglio, ma per principio».
Il Celibato, le Donne e il Clericalismo
Don Alberto Ravagnani ha parlato lucidamente delle posizioni della Chiesa nell'epoca contemporanea, toccando il potere derivante dal sacerdozio, i pericoli di un ruolo assunto senza adeguata preparazione, le difficoltà del celibato e il ruolo marginale delle donne nella Chiesa. Per lui, è fondamentale "eliminare il celibato" e "riconsiderare il ruolo della donna".
Afferma che «c’è chi ha relazioni stabili, chi rapporti occasionali, chi vive dipendenze legate alla sessualità. Le forme possono essere diverse, però non me la sento di colpevolizzare nessuno.» Ha evidenziato come «un prete finisce quasi per essere costretto all’ipocrisia», non potendo riconoscere limiti e fragilità. Ciò che riguarda l'affettività sembra poter esistere solo nella forma della trasgressione, aprendo la porta a "doppie vite". Queste non significano necessariamente una famiglia parallela, ma la contraddizione tra ciò che si predica dal pulpito e ciò che si vive privatamente, a causa di tensioni, frustrazioni e bisogni non corrisposti. Il problema si manifesta quando queste doppie vite "emergono, quando fanno scandalo o finiscono per danneggiare gli altri".
«Io non so la Chiesa come cambierà, però so che inevitabilmente cambierà», spiega, «non dico 'deve cambiare', dico 'cambierà' perché è sempre cambiata nel corso di secoli, anche adesso, soprattutto adesso che il mondo è diverso.» Sottolinea un "clericalismo imbarazzante" che fa ruotare tutta la vita della Chiesa attorno ai preti: «Se continuiamo a rappresentare i preti come gli uomini del sacro, legati per forza al celibato per poter vivere il ministero, e se attorno ai preti maschi si concentra tutto il potere della vita della Chiesa, allora penso che concretamente la Chiesa non cambierà. E, di conseguenza, neanche il cristianesimo riuscirà a evolversi in una fase nuova, più adeguata a questa epoca storica.» Nonostante le critiche, si sente parte della Chiesa e non intende lasciarla, credendo che "il cristianesimo e la Chiesa stiano attraversando una fase di cambiamento e debbano ripensarsi."

La Messa e l'Interpretazione Teologica
Ravagnani ha dichiarato di aver sentito, a un certo punto, la Messa come un rito estraneo o lontano. Tuttavia, precisa che la sua non è una crisi nei confronti della Parola di Dio o del rito in sé, ma piuttosto "un disagio per il modo in cui, a volte, la Parola viene proposta, in maniera poco intelligente". Ha notato come la lettura di brani difficilmente comprensibili dell'Antico Testamento o delle Lettere di San Paolo, se non spiegati adeguatamente, possano veicolare messaggi fuorvianti, persino non allineati con il messaggio di Cristo.
In particolare, critica una certa idea della Messa che "insiste molto sul sacrificio. Un Gesù che si sacrifica per i nostri peccati, una vittima che si immola per noi; l’idea che siamo tutti una massa di perduti che devono riconoscere continuamente i propri peccati." Fa notare come nel Rito Ambrosiano il "Kyrie eleison" ritorni di continuo, e questa "insistenza sul peccato dell’uomo, sulla dannazione e su una salvezza legata soprattutto al sacrificio di Gesù", secondo lui, "oggi molte persone non sono più disposte ad accettarla."
Un esempio significativo per lui è il momento della consacrazione del pane, dove il prete dice: "Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi". Ravagnani osserva che quella parola, "sacrificio", non è presente nella versione latina del Messale, che recita semplicemente: "Questo è il mio corpo che è dato per voi". La sua tesi è che l'aggiunta di "offerto in sacrificio" sia frutto di una scelta interna alla riforma liturgica, non un dettaglio neutro, poiché "le parole plasmano l’immaginario e, alla lunga, la teologia vissuta." La differenza, a suo avviso, è tra "un dono, una consegna d’amore" e "una logica sacrificale" che può alimentare "sensi di colpa e dinamiche di sottomissione".
Verso una Nuova Identità e Missione
La Ridefinizione di Sé Stesso
Con il suo "cambio di vita", la trasformazione di Alberto è evidente: nuovi vestiti, nuovi occhiali, nuove tipologie di video. Parla di dover imparare "come flirtare con le ragazze", e in questo momento dichiara: «Non voglio usare definizioni. Voglio liberarmi da ogni etichetta.» Assicura di essere stato "autentico" nel suo percorso.
Riflettendo sul mondo online, sottolinea che "non conta tanto la coerenza, ma il modo in cui racconti l'evoluzione". Ritiene che la vita stessa sia una "performance", anche la religione, e che tutti "vogliamo mettere noi stessi al centro, ci mostriamo e curiamo il nostro personal branding". Lui, ora, sembra aver scelto di "performare in un nuovo modo", definendolo non una rivoluzione, ma un "adattamento a nuovi codici". Dalle sue parole emerge una maggiore vulnerabilità, un non avere idea di dove si stia andando, il desiderio di fare qualcosa di sé stessi, il bisogno di attenzioni: la "trappola della continua costruzione dell’identità", ossessione dei tempi moderni. Oggi è impossibile dire se Ravagnani diventerà un "guru della mindfulness", un "mental coach", un "predicatore laico" o un "gymbro che pubblicizza integratori". È un nuovo inizio, e questo, forse, è ciò che più affascina: "vedere come si riempie la pagina bianca."
«Io ho fatto la mia parte in tanti modi», afferma senza rinnegare nulla del suo percorso, «facendo i video, creando una community, buttandomi nel mondo, quello di oggi, quello scolarizzato, e anche facendo promozioni di integratori. Bisognerà fare dell'altro? Sicuramente sì». Si propone di essere un prete che "non fa il prete secondo i canoni tradizionali, un missionario del Vangelo di Gesù che vive tutto questo secondo forme, schemi e modalità nuove", pur non sapendo esattamente cosa gli toccherà. Fa riferimento ai missionari che andavano in terre straniere o agli apostoli come San Paolo, che "lavoravano, avevano famiglia, creavano comunità attorno al messaggio di Gesù, non attorno a riti e tradizioni".
Il Futuro della Comunità "Fraternità"
Nel 2020, durante la pandemia, Alberto Ravagnani ha "fondato" Fraternità, una community trasversale di giovani che si ritrova ogni settimana in varie città per l'adorazione eucaristica. Ritiene che questa esperienza "andrà avanti con le sue gambe", poiché "è giusto che siano i giovani a portarla avanti, a decidere loro forma e modalità". La vede come "un’esperienza di Chiesa ‘sulla soglia’: una Chiesa dove dentro ci sono l’adorazione, i preti che ti ascoltano, ma anche uno sguardo verso chi è fuori. Un’esperienza di Chiesa non cringe, dove se un ragazzo normale entra e fa anche un’esperienza tradizionale come l’adorazione dice ‘è bello, mi ritrovo’, allora funziona." Auspica che la Chiesa prenda sul serio questa esperienza, al di là della sua scelta, e che preti, parroci o vescovi non pensino di non dare credito ai ragazzi o alle opere fatte grazie a Fraternità.
Riconosce che per molti la sua scelta è stata "un colpo che richiede tempo per essere elaborato", e che il rapporto con loro era molto forte. Tuttavia, crede che "col tempo, non verrà percepito davvero come un tradimento, ma piuttosto come una delusione, un passaggio doloroso che può essere superato." Sottolinea la sua fede nella Croce: "quando Gesù è morto i discepoli sono scappati via delusi. Eppure poi è accaduto qualcosa che li ha rimessi in cammino."

Il Dibattito Pubblico e le Contraddizioni
A leggere i numerosi commenti e articoli, si percepisce un'onda di discussioni intorno a Don Alberto, con video che affrontano le sue difficoltà, le nuove sfide, l'odio ricevuto e il suo libro sulle scelte di vita. Egli è "il prete (o ex) più chiacchierato d’Italia", la cui scelta ha generato un ampio dibattito sui social, con visioni contrastanti che lo dipingono come "Cassandra" o un "giovanotto" più concentrato sulla rete che sul pulpito.
Il mondo dei media italiano, con un rapporto "di attrazione e repulsione ai limiti del freudiano" con la Chiesa, lo ha facilmente collocato come "il contenuto perfetto per chi vive nell’idea che il prete sia una maschera di Fleabag, un it-priest con sotto la talare qualcosa di ancora pruriginoso". Questa percezione è stata alimentata anche dalla "lunga lista di scandali e abusi di cui la Chiesa cattolica si macchia da tempo immemore".
Ciò che "stona", per alcuni critici, è il passaggio da una fase di dogmatismo a una di scetticismo "senza il momento di rottura, quel silenzio consapevole che anticipa ogni resurrezione". Vengono sollevate contraddizioni, come quando, pur parlando di "corpo, benessere e palestra", in passato affermava sulla libertà delle donne di abortire: «Il corpo non è nostro, il corpo non è un oggetto di cui noi possiamo disporre come e quando vogliamo». Allo stesso modo, viene criticato il suo modo di ridurre tutto, persino la vocazione, a una "performance", e la fede "alla stregua di un prodotto che segue i suoi trend".
La questione della teodicea emerge in alcune discussioni, come quando in un'intervista con Alessandro Sortino de Le Iene, alla domanda se anche Hitler potesse andare in Paradiso o se il male fosse una performance a punti, Alberto ha risposto opponendo un "Dio primitivo, ancestrale, dispensatore di affanni, elargitore di benedizioni". Questa risposta ha turbato alcuni osservatori. Si evidenzia una difficoltà a conciliare il "prete osannato nel 2020 da L’Osservatore Romano" con colui che "nel 2026 parla dei preti con una veemenza per nulla presente nei suoi reel dello scorso dicembre". Il suo processo di "autoassoluzione" viene criticato per non includere mai delle scuse, anche quando si contraddice, come nel caso di un reel virale sulla partecipazione di un prete al Gay Pride, usato per "mettere lì delle domande, quelle a cui non diamo risposta", quasi che l'empatia si imparasse nei corsi di marketing.
In questo percorso, si è passati da un "don che ripeteva il compendio del Catechismo della Chiesa cattolica e parlava di dottrina" a un Alberto Ravagnani che "entra in contraddizione con quel prete che si sistema il collarino e fingeva che andasse tutto bene quando ora scopriamo che bene per lui non stava andando". Come scrive l'antropologo Arnold Van Gennep ne I riti di passaggio, "tra il mondo sacro e il mondo profano c’è un’incompatibilità tale che il passaggio dall’uno all’altro non può avvenire senza uno stadio intermedio". In questo limbo, Alberto ha scelto di separarsi dal "don" e dall'idea di ministero come paradigma di quel mondo, una scelta che, a posteriori, sembra maturare da un problema di fondo preesistente: "il bravo bambino che era entrato in seminario e si era cristallizzato nel prete perfetto".
Il suo libro La scelta (edizioni SEM), pubblicato nel 2026, si pone come una narrazione autobiografica della sua vita al "giro di boa". In esso ricorre spesso la parola "bisogno", a differenza di Papa Francesco che, nei suoi dodici anni di pontificato, parlava invece di "sogno". Alcuni si interrogano se ai seminaristi i formatori chiedano "cosa sogni?". Come scrive Ravagnani: «Non ci ho mai provato con una ragazza, ma con Dio sì. E con lui ce l’ho fatta. Non gli ho chiesto di uscire, gli ho chiesto di entrare in seminario», una frase che per alcuni è "un’ammissione più vicina all’idea di inferno."