La Resurrezione in Cristo: Una Nuova Comprensione della Vita e della Morte

Le riflessioni di Don Alberto Maggi sulla resurrezione di Lazzaro offrono una prospettiva profonda e spesso sorprendente sul concetto cristiano di vita e morte, distinguendosi radicalmente dall'interpretazione tradizionale e giudaica. Il biblista sottolinea come il messaggio di Gesù non sia quello di un Dio che resuscita i morti alla fine dei tempi, ma di un Dio che non fa morire e che comunica una vita di qualità eterna, indistruttibile, già nel presente.

Gesù e Lazzaro, affresco antico o icona

La Novità Cristiana sulla Morte e la Vita

Il sapere della tradizione religiosa giudaica era basato sull'idea di un Dio che avrebbe resuscitato i morti alla fine dei tempi. Gesù, invece, porta una novità che, come osserva Don Maggi, forse è ancora oggi una novità non pienamente compresa da molti cristiani, che continuano a pensare alla maniera ebraica. Questo pensiero giudaico concepiva la resurrezione come un evento futuro, in un giorno finale ipotetico, dove i giusti sarebbero risorti.

Gesù è venuto a presentare il Dio che non fa morire, colui che è venuto a ritrasmettere una vita di una qualità tale che si chiama eterna, non per la durata, ma per la sua qualità indistruttibile. L'evangelista, infatti, vuole introdurre un cambiamento radicale nel modo di concepire la morte e la vita. Dire a una persona che è nel dolore per la morte di un caro: "consolati che resusciterà alla fine dei tempi" non solo non conforta, ma la getta nella disperazione, perché la mancanza e la sofferenza sono percepite "adesso".

"Io Sono la Risurrezione e la Vita": La Rivelazione di Gesù

Nel dialogo con Marta, Gesù dichiara: "Tuo fratello resusciterà" (Gv 11,23). Marta, che si aspettava un intervento diretto ("io resusciterò tuo fratello"), risponde stizzita, ancorata alla sua conoscenza tradizionale: "So che risusciterà nell’ultimo giorno" (Gv 11,24). Questa era la credenza farisaica della resurrezione.

La rivelazione di Gesù cambia completamente il concetto di vita, morte e resurrezione. Gesù le disse: "Io sono - ed è importante, "Io sono" è il nome di Dio, Gesù conferma la sua condizione divina - la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai" (Gv 11,25-26). Con queste parole, Gesù rivendica la pienezza della condizione divina: lui non "sarà" la resurrezione e la vita, ma "è" già. La sua presenza comporta la resurrezione perché lui è la vita stessa.

Questo messaggio si articola in due affermazioni cruciali:

  1. Rivolta alla comunità che piange un defunto: "Chi crede in me, anche se muore, vivrà". Se la persona che piangete ha dato adesione a Gesù, continua a vivere. Dare adesione a Gesù significa dare adesione alla vita, rispondere alle esigenze che essa porta.
  2. Rivolta a chi è vivo e crede: "Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". Coloro che sono vivi e danno adesione a Gesù non faranno esperienza della morte. Gesù garantisce che chi osserva la sua parola non vedrà mai la morte.

I primi cristiani non credevano che sarebbero risorti in futuro, ma che erano già risorti. San Paolo scrive nella lettera agli Efesini: "Con lui ci ha anche resuscitati", e ai Colossesi: "Se dunque siete resuscitati in Cristo". La credenza dei primi cristiani era che, per aver dato adesione a Gesù, avevano già ricevuto una vita di una qualità tale da superare il momento della morte.

Un vangelo apocrifo, il vangelo di Filippo, afferma: "Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia. Se non si risuscita prima mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più". Questo evidenzia come la resurrezione sia una condizione presente, una qualità di vita indistruttibile che proviene da Dio.

La "Seconda Morte": Oltre la Dimensione Biologica

Sorge naturalmente l'obiezione: come possiamo dire che non moriamo, quando vediamo che la gente muore? Nei vangeli e nel Nuovo Testamento si parla di "morte seconda", ed è a questa che Gesù si riferisce. Non si tratta di liberarci dalla morte biologica, che è irrimediabile, ma dalla morte definitiva, quella che impedisce la crescita della vita interiore.

La nostra esistenza è caratterizzata da un inizio, una crescita nella vita fisica fino alla pienezza, seguita da un inevitabile declino fisico fino alla dissoluzione totale. Questo è il destino di tutti. Tuttavia, l'uomo non è fatto solo di "ciccia"; c'è una vita interiore, quella della persona, che non necessariamente segue la stessa parabola di declino. L'uomo interiore può continuare a crescere e rafforzarsi anche mentre l'uomo esteriore decade, come scrive Paolo in una delle sue lettere: "Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno" (2 Cor 4,16).

La "morte seconda" è il rischio che, al momento della morte fisica, non ci sia più nulla di questa vita interiore. Il messaggio di Gesù è comunicare ai vivi una vita di una qualità tale da superare la morte, una vita che, essendo radicata in lui, non farà esperienza di questa morte definitiva. La morte alla quale il credente non andrà incontro è questa mancanza di vita interiore, una vera e propria "dissoluzione dell'essere" (morte del sé e della Parola divina).

L'Episodio di Lazzaro: Una Rilettura Teologica

L'episodio di Lazzaro nel Vangelo di Giovanni (capitolo 11) è un testo chiave per comprendere questa nuova prospettiva. "Lazzaro di Betània" è l'unico infermo nominato in questo vangelo, e il suo nome significa "Dio che aiuta". Il "villaggio" in cui vive, Betània, è un luogo di incomprensione e attaccamento alla tradizione, che fatica ad accogliere la novità portata da Gesù. L'evangelista, presentando Lazzaro, Maria e Marta, delinea una comunità che, pur avendo dato adesione a Gesù, è ancora legata alle categorie religiose dell'Antico Testamento.

Quando Gesù arriva, scopre che Lazzaro è nel sepolcro da quattro giorni. Questo dettaglio è significativo: per la credenza dell'epoca, dopo tre giorni lo spirito si allontanava definitivamente dal cadavere, indicando una morte completa e irreversibile. Gesù non entra nel villaggio, il luogo della tradizione e della morte; per incontrarlo, occorre uscire da essa, come fa Marta andandogli incontro.

Marta investe Gesù con un rimprovero: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". La sua frase rivela una fede in potenza, ma anche una delusione per l'apparente assenza di Gesù nel momento del bisogno. La sua risposta successiva, "So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno", mostra la sua dipendenza dalla "conoscenza" tradizionale più che dalla "fede" nella presenza divina attuale di Gesù.

Il pianto di Gesù davanti al sepolcro è anch'esso significativo. L'evangelista usa il verbo "lacrimare" per Gesù, distinto dal "piangere" (esprimente disperazione) di Marta, Maria e dei Giudei. Gesù "fremette" (sbuffò), turbato da una comunità che piange ancora alla maniera della tradizione, senza comprendere la vita che lui porta.

Rappresentazione della scena di Gesù che piange davanti al sepolcro di Lazzaro

I Tre Comandi Imperativi di Gesù al Sepolcro

Il sepolcro, descritto come una grotta con una pietra posta contro, ha un forte valore simbolico. La "grotta" richiama le sepolture dei patriarchi, legando Lazzaro alla tradizione giudaica della morte. La "pietra", menzionata tre volte (simbolo di completezza), rappresenta la chiusura definitiva, la fine di ogni speranza e di ogni comunicazione tra i vivi e i morti, da cui deriva l'espressione popolare "metterci una pietra sopra".

Gesù impartisce tre ordini imperativi, che non riguardano un'azione miracolosa su Lazzaro, ma un cambiamento di mentalità per la comunità:

1. "Togliete la pietra!" (Gv 11,39)

Questo primo comando è rivolto alla comunità: "Siete voi che dovete togliere la pietra". La pietra, simbolo della separazione definitiva tra il mondo dei viventi e quello dei morti, è stata posta dagli uomini. Togliendola, la comunità è invitata ad eliminare la frontiera e ad aprirsi alla vita. La fede di Marta vacilla di fronte alla realtà del cattivo odore ("Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni"). A questo, Gesù risponde con la chiave di volta dell'episodio: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?" (Gv 11,40). Non è un vedere per credere, ma un credere per vedere. La gloria di Dio si manifesta nella vita indistruttibile, e solo la fede permette di riconoscerla.

2. "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43)

Gesù chiama Lazzaro, ma "Il morto uscì". L'evangelista, con questa ambiguità, vuole indicare che Lazzaro, avendo creduto in Gesù, era già nella pienezza dell'amore del Padre. Ciò che deve "uscire" è la concezione di Lazzaro come "morto", per permettere alla comunità di cambiare la propria mentalità riguardo alla morte. Il morto uscì con "i piedi e le mani legati con bende", una pratica non comune tra i Giudei per la sepoltura, ma simbolo biblico della prigionia della morte ("Mi stringevano funi di morte", Sal 116,3).

3. "Liberàtelo e lasciàtelo andare!" (Gv 11,44)

Questo comando è rivelatore. "Liberàtelo" significa sciogliere il morto dalle bende che lo imprigionano, ma anche liberare la comunità dalla paura della morte e dalle concezioni limitanti. L'ultimo comando, "lasciàtelo andare", è sorprendente. Contro ogni aspettativa di accoglienza e festa per il redivivo, Gesù invita a lasciarlo andare. Questo "andare" è lo stesso verbo usato per l'itinerario di Gesù verso il Padre. La morte di un discepolo di Gesù non interrompe la sua vita, ma lo introduce in una dimensione nuova, piena e definitiva dell'esistenza. La comunità deve lasciare andare il defunto nel suo cammino verso la pienezza divina, senza trattenerlo come un morto nel ricordo e nel dolore.

La Morte come Trasformazione e Nuova Nascita

La comprensione cristiana della morte è profondamente diversa dalla visione comune di perdita e assenza. Per i primi credenti, il giorno della morte era chiamato "dies natalis", il giorno della nascita, poiché erano certi che non si moriva mai, ma si nasceva due volte, e la seconda volta era per sempre. La vita non è tolta, ma trasformata, in una dinamica esistenziale che Paolo descrive come "trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria" (2 Cor 4,16).

La morte non è un castigo, ma un dono prezioso, un inizio anziché una fine. Non si "perde" la persona, ma cambia il modo di relazionarsi con essa, poiché le modalità del suo esistere si sono modificate. L'individuo, attraverso il morire, passa da un corpo fisico a un "corpo spirituale" (1 Cor 15,44). Non si tratta di un'anima disincarnata, ma di una presenza reale, potenziata e arricchita dalla sua dimensione spirituale, non più legata a spazio e tempo. Questo permette ai defunti di trasformarsi in "qualsiasi forma vorranno, di bellezza in grazia, di luce in splendore di gloria", come si legge nell'Apocalisse siriaca di Baruc (LI,10).

La vita intera è un continuo processo di trasformazione, dove si "muore" a ciò che si è per far posto a ciò che vuole nascere. Non si "perde" il bambino o l'adolescente, ma si sviluppa un nuovo tipo di relazione. Allo stesso modo, con la morte, si sviluppa una nuova relazione con il caro defunto, che è più efficace e profondamente presente, come il Cristo risorto che non abbandonò i suoi discepoli.

Metafora del seme che muore per dare frutto

Il Seme che Muore per Dare Frutto

L'immagine del seme che, caduto in terra, muore per portare molto frutto (Gv 12,24) è una potente metafora della resurrezione. La morte è il processo necessario affinché l'energia vitale che l'uomo contiene possa liberarsi e sprigionarsi nella sua pienezza. È come un chicco di grano che si trasforma in spiga, o un seme di girasole che, cadendo in terra, sprigiona tutta la sua energia vitale, rendendo la pianta estremamente bella. La morte non distrugge l'individuo, ma lo potenzia, conducendolo a una condizione di splendore e pienezza che ha già inizio in questa esistenza terrena, una continua metamorfosi che si comprende appieno solo con la crescita della fede.

Maria, Modello di Fede

La madre di Gesù, Maria, è presentata come un modello di comprensione di questa nuova realtà. Presente presso la croce del figlio (Gv 19,25), non si reca al sepolcro con le altre donne (Mc 16,1) e non piange davanti alla tomba vuota (Gv 20,11-18). A Maria, "grande nella fede", non è rivolto il rimprovero: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto" (Lc 24,5-6). Lei lo sa. Lei continua a seguire il Vivente, comprendendo che la presenza di Gesù non è limitata al corpo fisico o a un luogo specifico, ma è una realtà spirituale eterna.

La Vita Eterna: Una Qualità Indistruttibile nel Presente

La vita eterna, nel messaggio di Gesù, non è una promessa per un aldilà futuro, ma una condizione presente. Quando Gesù parla di Vita eterna, non adopera mai i verbi al futuro. "Io sono la vita definitiva" (zoé). Questa vita definitiva, per crescere, deve nutrirsi di condivisione e amore, come la celebrazione eucaristica, dove il "farsi pane per gli altri" permette alle persone di avere una vita capace di superare la morte. Chi si assimila a Gesù e vive di Lui ha già la vita eterna. Questo amore, che si irradia da ogni persona che diventa "santuario" dello Spirito Santo, permette di essere profondamente e totalmente umani, in una "casa" indistruttibile.

La comunità cristiana è invitata a cambiare mentalità, a non cercare Gesù nei luoghi sbagliati (come il cimitero o "nei cieli"), ma a sperimentare la presenza dei defunti come vivi in Dio, una presenza non assente ma potenziata, non separata ma vicina, all'interno di noi. La nostra fede deve attingere alla rivelazione, al Vangelo, evitando interpretazioni che deviano da questo genuino messaggio di vita e trasformazione.

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