Don Alberto Ravagnani: Il Sacerdote dei Social tra Innovazione, Polemiche e la Scelta di una Nuova Via

Don Alberto Ravagnani, classe 1993 e originario della Brianza, è stato uno dei primi sacerdoti a utilizzare i social media non solo come spazio privato, ma come un autentico luogo di evangelizzazione. Ha aperto il suo profilo Instagram durante i primi, difficili tempi del Covid, raccogliendo da allora un vastissimo seguito di follower.

Ritratto di Don Alberto Ravagnani con smartphone, sullo sfondo icone di social media

L'Approccio Innovativo all'Evangelizzazione Digitale

Ravagnani ha proposto un modo di essere sacerdote diverso da quello tradizionale, caratterizzato non solo da video di divulgazione e dibattito su temi religiosi, ma anche da momenti di festa, sport e viaggi condivisi con i ragazzi dell'oratorio. Con oltre mezzo milione di follower, Ravagnani è diventato un volto familiare su Instagram e YouTube, capace di parlare ai giovani con il linguaggio dei reel, dei ganci narrativi e di una comunicazione diretta, spesso distante dai codici tradizionali del clero.

È stato ordinato prete nel 2018 e per cinque anni è stato responsabile dell’oratorio San Filippo della parrocchia di San Michele, per poi spostarsi nel 2023 nella parrocchia di San Gottardo al Corso a Milano. Ha cercato di accorciare le distanze tra un'istituzione religiosa talvolta percepita come distante e il mondo moderno, affrontando argomenti spesso considerati tabù, partecipando a podcast e programmi televisivi, e creando una comunità sia online che offline.

Le Polemiche sui Contenuti Sponsorizzati

Qualche tempo fa, un suo reel pubblicato su Instagram ha scatenato polemiche, venendo giudicato da molti come eccessivamente moderno. Nel video in questione, don Alberto ha sponsorizzato un brand di integratori, parlando della sua vita e della sua missione, con lo slogan: "Santo sì, ma anche sano". Questo contenuto, accompagnato da un'emoji con occhiolino, non è bastato a convincere gli utenti, che non hanno gradito la sponsorizzazione. "Stai oltrepassando il limite Don, un sacerdote deve fare altro", scriveva un utente nei commenti.

Screenshot di un reel di Don Alberto Ravagnani con in evidenza un prodotto di integratori e lo slogan

Il Contesto delle Sponsorizzazioni e la Percezione del Sacerdote

Non era la prima volta che don Alberto realizzava contenuti sponsorizzati; aveva già collaborato con un'azienda di articoli religiosi e con una casa editrice per un libro a tema religioso. Interrogato sul motivo per cui proprio gli integratori avessero scatenato la polemica, Ravagnani ha spiegato che questi riguardano qualcosa che non attiene direttamente a ciò che tradizionalmente si associa al mondo della religione.

Questo episodio ha sollevato due temi principali:

  • L'idea che le persone hanno della figura del prete: molti sono ancora legati a una visione sacrale del prete, che in questa prospettiva è autorizzato a parlare soltanto di preghiera, vita spirituale e celebrazione delle liturgie.
  • Il pregiudizio nel mondo cattolico rispetto al corpo: tutto ciò che ha a che fare con il corpo viene spesso dopo ciò che riguarda l'anima e lo spirito, come se l'essere umano non fosse anche corpo e non dovesse prendersene cura, quasi come se fosse un peso. Ravagnani sottolinea che questa è un'eredità pesante per la Chiesa, nonostante l'Incarnazione sia uno dei dogmi fondamentali della fede cristiana.

La Questione Economica e la Missione Online

Anche il tema dei soldi è stato al centro delle discussioni. Ravagnani si è chiesto da dove nascesse la polemica, ricordando che il denaro è sempre entrato nelle chiese e nelle diocesi, dove i preti lo gestiscono per attività pastorali, parrocchiali o per grandi opere. La differenza nel suo caso è che la sua missione di evangelizzazione avviene online, sui social, e richiede strumenti tecnologici e attrezzature costose, per i quali i guadagni dai contenuti sponsorizzati sono essenziali. Non potendo contare su una comunità parrocchiale territoriale per raccolte fondi tradizionali, queste sponsorizzazioni finanziano le sue attività di evangelizzazione digitale.

In risposta alle critiche che lo accusavano di narcisismo e di essere diventato prete per un "ricco stipendio", Ravagnani aveva rivendicato il suo diritto di lavorare e guadagnare: "Anche Gesù lavorava. È come se un prete non potesse fare delle cose per sé. Poi è pieno di preti che hanno la bella macchina e il bel telefono. E con quali soldi li prendono? Con quelli dell'8 per mille", aveva detto, aggiungendo che le sue attività di evangelizzazione extraparrocchiali cercavano di non pesare sul contributo dell'8 per mille. Ha sempre sostenuto che finché i soldi sono finalizzati alla missione, all'evangelizzazione, non rappresentano il male; il problema sorge quando diventano il fine e non più il mezzo.

La Chiesa e le Nuove Frontiere Digitali

Riguardo a possibili regole sui contenuti sponsorizzati per sacerdoti attivi sui social, Ravagnani ha evidenziato che non esistono indicazioni particolarmente stringenti da parte del Dicastero della Comunicazione della Chiesa, trattandosi di un mondo completamente nuovo. Pur dovendo seguire i criteri pastorali come tutti i sacerdoti, non esiste una regolamentazione netta. Ha notato che, mentre nei contesti tradizionali la missione si tramanda per esperienza, nella missione online non c'è una tradizione; è un campo che si sta scoprendo per tentativi, senza una prassi sistematica.

Nonostante la polemica sui social, don Alberto non ha subito conseguenze interne alla Chiesa. Anzi, il numero dei suoi follower è cresciuto. Le critiche, secondo lui, provenivano da chi aveva una visione tradizionalista della Chiesa, mentre per i giovani e coloro che si aspettano una Chiesa più aperta, non c'era nulla di strano nel vedere un sacerdote sponsorizzare prodotti. Tuttavia, è arrivato anche un richiamo informale della Curia riguardo al reel degli integratori, e l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, aveva espresso perplessità sull’uso sempre più dilagante dei social da parte dei preti.

La Decisione di Abbandonare il Sacerdozio

Sabato, la notizia della decisione di don Alberto Ravagnani di lasciare il ministero sacerdotale è stata ufficializzata dal vicario generale della diocesi ambrosiana, monsignor Franco Agnesi. Il comunicato annunciava che "Don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale". Questo significava che "Con oggi non svolge più il compito di Vicario Parrocchiale e di Collaboratore della Pastorale Giovanile diocesana". La notizia è stata poi confermata da Ravagnani stesso attraverso un video su Instagram, nel quale ha dichiarato: "Ho scelto di lasciare il ministero sacerdotale".

Nel video, l'allora 32enne prete milanese ha spiegato che "Le ragioni della mia scelta sono tante e complesse", aggiungendo di essere "molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto, mi sono confrontato tanto". Pur non sapendo esattamente cosa succederà, si è detto sereno, affermando: "continuerò a vivere la mia missione, a seguire la mia vocazione, a fare del bene. Non indosserò il colletto, non celebrerò la Messa, ma il mio cuore sarà sempre lo stesso. Anzi, adesso forse persino più libero e più vero".

La diocesi ha invitato i fedeli a vivere questo passaggio come un momento di riflessione e accompagnamento, assicurando che la parrocchia di San Gottardo al Corso, dove Ravagnani era stato assegnato, continuerà a proporre l'adorazione eucaristica del giovedì sera, un appuntamento prezioso per molti giovani.

Il Percorso Personale e le Motivazioni della "Scelta"

Alberto Ravagnani è stato battezzato a Crespino, in provincia di Rovigo, prima che la sua famiglia si trasferisse a Milano negli anni Settanta. Ha raccontato di provenire da una famiglia "piuttosto distaccata rispetto alla fede", e i suoi genitori rimasero "malissimo" alla sua decisione di entrare in seminario. Da bambino ipersensibile, segnato dai contrasti familiari, aveva trovato rifugio e un senso di aiuto nell'oratorio, dove faceva l'animatore.

Nonostante la facciata del "bravo ragazzo" e del "leader", interiormente si sentiva "inceppato". La sua vita cambiò durante una vacanza parrocchiale, quando incontrò un "Amico vero", Andrea, che aprì i suoi orizzonti. Dopo una confessione che lo fece sentire "libero di vivere", iniziò a riflettere sulle cose eterne e una notte gli arrivò l'illuminazione: "Ma se da grande facessi il prete?".

Ravagnani ha sempre visto la sua missione nell'occuparsi dei giovani e della loro crescita, riattivando la fede nei loro cuori. Ha raccontato che la sua attività sui social lo ha "smontato e poi ricostruito", permettendogli di riappropriarsi di parti della sua umanità che inizialmente spingeva "in maniera spiritualeggiante e forse anche un po' ideologica". Con il tempo, ha iniziato a mettere in discussione gli stereotipi sull'essere preti e il loro stile di vita, incluso l'abbigliamento e il colletto bianco, trovando nella palestra, ad esempio, un ambiente dove le persone sviluppano virtù umane utili anche per la vita spirituale. Ha chiarito che il messaggio di Gesù non chiede alle persone di sacrificarsi o rinunciare a se stessi, ma di amare.

Riguardo alle posizioni della Chiesa nell'epoca contemporanea, Ravagnani ha parlato lucidamente del potere legato al sacerdozio, delle difficoltà del celibato e del ruolo marginale delle donne, affermando che la Chiesa "inevitabilmente cambierà" perché è sempre cambiata nel corso dei secoli. Ha rivendicato il suo percorso, anche online, dicendo: "Ho fatto la mia parte in tanti modi...anche facendo promozioni di integratori. Bisognerà fare dell'altro? Sicuramente sì". Tuttavia, non sono mancate le contraddizioni, come la sua posizione sulla libertà di abortire, dove sosteneva: "Il corpo non è nostro, il corpo non è un oggetto di cui noi possiamo disporre come e quando vogliamo", in contrasto con le sue riflessioni sul corpo in altri contesti.

La tempistica dell'abbandono del sacerdozio non sembra casuale, in quanto coincide con la promozione del suo ultimo libro, "La scelta", in uscita il 10 febbraio, il cui titolo richiama il percorso intrapreso dall'autore stesso.

Le Reazioni e la Nuova Identità di Alberto Ravagnani

"Il mio cuore sarà sempre lo stesso, anzi adesso forse persino più libero...e più vero", ha assicurato l'ex Don, annunciando un cambio di vita che ha suscitato scalpore, polemiche, commenti d'odio e analisi disparate. La sua trasformazione è evidente: nuovi vestiti, nuovi occhiali, nuove tipologie di video. Sui profili social, pur comparendo ancora talvolta con il colletto bianco da prete, dal nome è scomparso il suffisso "Don".

Foto di Alberto Ravagnani in abiti civili, con un look moderno e occhiali

Le accuse e le reazioni alla sua decisione sono state varie. C'è chi ha evocato il male o il diavolo come causa della sua scelta, chi ha messo in discussione l'autenticità del suo percorso sacerdotale o lo ha accusato di non essere sufficientemente preparato teologicamente. Altri hanno attribuito la sua decisione all'esposizione sui social e alla notorietà mediatica, insultandolo con "espressioni da bar o talvolta travestendole di teologia". Ravagnani ha commentato: "Il gioco è questo: delegittimiamo don Alberto, così buttiamo polvere sulle sue istanze. O, in altre parole: buttiamogli merda addosso, così non vediamo le questione che prova a sollevare". Ha poi provocato: "Se un non credente, una persona poco credente...guardasse da fuori tutto quello che si sta dicendo sul mio conto...che cosa penserebbe? Deciderebbe di entrare nella Chiesa? Desidererebbe far parte di questa comunità? Che razza di religione abbiamo costruito?".

Alberto Ravagnani continua a sentirsi "prete" anche dopo aver cambiato strada, confessando a "PoretCast" di Giacomo Poretti di aver ricevuto una "chiamata" dei social più forte di quella di Dio. Anche Fiorello, nel suo programma "La pennicanza", ha commentato la scelta in modo irriverente: "Ai fedeli ha preferito i follower. Il demonio ci ha provato e ci è riuscito".

A oggi, è impossibile dire se Ravagnani diventerà un guru della mindfulness, un mental coach, un predicatore laico o un "gymbro" che pubblicizza integratori. Questo è un nuovo inizio, un "riempire la pagina bianca". Nel mondo online, la coerenza conta meno del modo in cui si racconta l'evoluzione. Ravagnani stesso sostiene che "la Chiesa ha sempre fatto marketing attraverso la spiritualità" e che la fede è stata spesso trattata come un prodotto. La sua trasformazione non è una rivoluzione, ma un adattamento a nuovi codici, mostrando una maggiore vulnerabilità e un desiderio di costruire continuamente la propria identità, che riflette l'ossessione dei nostri tempi.

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