La Domenica delle Palme segna l'inizio della Settimana Santa, un periodo liturgico di profonda importanza per la Chiesa Cristiana. A Nardò, questa festività assume un valore particolare, intrecciando antiche tradizioni locali con il ricco simbolismo della fede.
La Domenica delle Palme: Un Giorno di Fede e Simbolismo
La Domenica delle Palme rappresenta quasi il punto d’arrivo della quaresima, dei quaranta giorni nei quali i fedeli si sono impegnati ad ascoltare la parola di Dio, a fare qualche rinuncia e ad essere anche più solidali con i poveri. È un’eucaristia dunque un po’ particolare, che si arricchisce anche di due segni per sottolinearne l’importanza: anzitutto l’ulivo e il profumo di nardo.
L'Ulivo: Un Simbolo Antico di Pace
La benedizione dell’ulivo avviene in ricordo dell’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, quando la gente lo aveva acclamato e accolto come messia agitando rami d’ulivo. L’ulivo è simbolo di pace: fin dai tempi di Noè il ramoscello che la colomba riportò al patriarca fu segno che dopo tanta distruzione era scesa la pace. Il nome stesso, Messia (Cristo in greco), letteralmente significa «l’Unto», perché ha ricevuto su di sé l’unzione con l’olio, con la spremitura del frutto della pianta d’ulivo, per indicare la sua missione, descritta da Isaia nella prima lettura: Dio stesso nel Figlio si fa carico del dolore dell’uomo e del peccato del mondo.
Quando i discepoli e la folla accompagnano l’ingresso di Gesù in Gerusalemme con rami di palma e di ulivo, lo accolgono come il tanto atteso re di pace. Il rametto d’ulivo che i fedeli portano a casa, come ad augurarsi la benedizione del Signore sulle proprie famiglie, come segno di pace tra le mura e tra i cuori, rimanda anche a quella sera, quando Gesù si è ritirato con i suoi a pregare nel giardino degli Ulivi, alle porte di Gerusalemme. Una notte di angoscia e di solitudine, perché i discepoli dormono e non si rendono conto di cosa si stia preparando o non vogliono rendersene conto.

Il Profumo di Nardo: L'Economia del Dono
Un altro segno consegnato dal Vangelo è il profumo di nardo. Giovanni precisa «di puro nardo» in quantità davvero importante, trecento grammi, «assai prezioso», nel senso di costoso. Ancora oggi questo unguento viene estratto dalla radice della pianta di nardo che cresce oltre i cinquemila metri sulla catena himalaiana, ed è utilizzato per curare i piedi.
Marta e Maria, dopo essersi lamentate perché Gesù era arrivato in ritardo, quando ha restituito alla vita Lazzaro non sapevano più come ringraziarlo. Marta, da brava cuoca, prepara una cena per Gesù. Il protagonista del brano potremmo dire è proprio il profumo, che per sua natura si dona, non può non donarsi. È un’immagine che racconta di Gesù: Gesù non può non donarsi, Dio non può che donarsi. Così l’amore, il dono di Dio tutti lo possono percepire, lo si può sentire anche se si è al buio, e la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Questa scena, molto bella e delicatissima, mostra una casa che era abitata dall’odore della morte, ora piena di profumo, indicando che nella casa, che è la chiesa e il mondo, c’è il profumo della vita quando c’è l’amore, il dono.
Tuttavia, anche nel vangelo, c’è sempre un però: a Giuda Iscariota, uno dei Dodici, questa storia del profumo proprio non piace. Non perché non gradisca l’odore, piuttosto la sua logica è stringente. Non ragiona male Giuda: il suo è un buon ragionamento, e da lui veniamo a sapere che il valore commerciale di quei 300 grammi di nardo corrisponde a un anno di stipendio di un operaio! Con una cifra così si potevano fare tante cose per i poveri… anche se questo era solo un pretesto, in realtà a Giuda dei poveri gliene importava ben poco. Ecco, anche di fronte al profumo di Dio, ci sono due logiche, due economie: da una parte l’economia rappresentata da Giuda, l’economia del prendere, del guadagnare. Dall’altra parte l’economia rappresentata da Maria, sorella di Lazzaro, l’economia del dono, di chi come lei dona in modo riconoscente e generoso. Non capire questo spreco vuol dire non capire Dio, vuol dire non capire l’uomo, perché l’unica misura dell’amore è il non avere misura.
I due segni dell’ulivo e del profumo di nardo ci aiutano a vivere questa settimana come una settimana santa, una settimana che in ambrosiano viene detta «autentica», nel senso che è una settimana di verità per la storia umana, per la società in cui viviamo, per il mondo che può sembrarci indifferente al Vangelo. Perché Gesù muore e risorge per tutti, anche per chi non crede, anche per chi lo bestemmia e lo ignora. Passeremo dal Cenacolo al Golgota fino al sepolcro vuoto, ripercorrendo gli ambiti che sono anche quelli della nostra vita: la città, il giardino, i palazzi del potere e del culto, del lavoro e del commercio; incontreremo la gente comune e le persone che hanno responsabilità, i soldati e le donne, i Cirenei di ieri e di oggi e i sacerdoti.
Le Antiche Tradizioni della Domenica delle Palme a Nardò
A Nardò, la pratica dei fedeli di intrecciare le foglie di palma e di tagliare rami di ulivo è strettamente legata alle celebrazioni ufficiali e memoriali della Chiesa cristiana. I rituali cerimoniali traggono spunto da un passo del Vangelo di Giovanni (Gv. 12, 12-16), nel quale si narra dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla grande folla che, in segno di festa, agitava tra le mani rami di palma.
Dalla Campagna alla Processione: L'Ulivo Benedetto
Nel passato a Nardò, nei giorni precedenti la Domenica delle Palme, i contadini tornavano dalla campagna con i rami di ulivo. Nel giorno della suddetta festività, dopo la messa, i fedeli, portando in mano i ramoscelli di ulivo, partecipavano alla processione, che partiva dalla Chiesa Madre e si dirigeva verso “Lu Sannà” (il Tempietto dell'Osanna) dove si svolgeva il rito della benedizione. Poi portavano i rami benedetti nelle loro case e li collocavano alla cornice del quadro di un Santo o della Madonna, alla porta d’ingresso, al capezzale del letto, sulla sommità del camino o fra la biancheria, auspicando l’aiuto divino e chiedendo una particolare benedizione per sé e per la propria famiglia.
I rametti benedetti in eccesso erano poi bruciati e le ceneri erano utilizzate nelle celebrazioni del Mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo. Anche i ramoscelli tenuti in casa per un anno intero, non si buttavano, ma venivano bruciati. I rametti tornavano nei campi, negli orti, nelle vigne, tra i prati, dove i contadini, fissandoli su una canna, li sistemavano al centro del podere. Questo rito aveva la funzione di rendere fertile il terreno e di propiziare un buon raccolto.
Il Tempietto dell’Osanna: Fulcro della Celebrazione
Il Tempietto dell’Osanna è un prezioso esempio di costruzione in pietra leccese posta alle porte dell’abitato cittadino. Essa si può datare intorno al XVI secolo ed era il luogo dove un tempo il Vescovo (accompagnato dai cittadini) si recava in processione da e verso le campagne. Ancora oggi, esso funge da edicola votiva la Domenica delle Palme e durante la festa del Santo Patrono San Gregorio Armeno, che cade il 20 febbraio. È una edicola a pianta ottagonale posta su bassi gradini e sostenuta da colonnine che si chiudono ad arco e coperto da una cupola.

L'Arte degli Intrecciatori: Croci e "Campanari" in Piazza Salandra
A Nardò, in Piazza Salandra, la Domenica delle Palme era anche giorno di mercato di croci e di “campanari”. Gli intrecciatori di palme stazionavano sotto la “Culonna ti mienzu la chiazza” (la Guglia dell’Immacolata) e sotto la ex Pretura. Essi realizzavano i “campanari” e le croci con foglie di palma legate in un fascio una decina di giorni prima e sepolte nel tufo o nella terra umida per renderle bianche e flessibili. Dalle loro abili mani uscivano “campanari” di forme e grandezze diverse.
Le figure rappresentate in questi intrecci erano: la Croce, il pesce simbolo di Gesù Salvatore dell’uomo, la pigna segno di abbondanza che simboleggia la tunica di Gesù che i soldati tirarono a sorte ai piedi della croce e la spiga che rappresenta il pane spezzato dell’ultima cena. I giovani fidanzati usavano scambiarsi i “campanari” come dono di pace. Le nuore portavano la palma alle suocere e ricevevano in cambio un piccolo dono.

Usanze e Aneddoti Neretini
Un vecchio adagio neretino recita: «CI HA CCAMBARATU SCAMBARA, CA NARDÓ PARMISCIA». Si racconta che nel passato, il giorno delle Palme, un abitante di Galatone era venuto a Nardò mentre i galatonesi festeggiavano erroneamente la Santa Pasqua. Il galatonese, vedendo la processione, il Vescovo, le palme e i rami di ulivo ovunque, ritornò di corsa a Galatone esclamando: “Ci ha ncambaratu scambara ca Nardò parmiscia!!”
Nardò: Tra Storia e Architettura Legata alle Celebrazioni
Origini e Evoluzione Storica
Nardò vanta una storia millenaria: un primo centro abitato risale al VII secolo a.C. ad opera di popolazioni messianiche, anche se nella zona sono stati scoperti insediamenti umani risalenti al paleolitico. Quasi sempre sotto controllo bizantino nell’alto medioevo, nel 1055 venne conquistata dai Normanni; da allora seguì le vicende del meridione d’Italia. Fu feudo dei Del Balzo e, dal 1497, degli Acquaviva. Un rappresentante di questi ultimi, il conte Conversano Acquaviva, soffocò nel sangue la rivolta popolare che si registrò ai tempi di Masaniello (1647).
Il Centro Storico e i suoi Monumenti Principali
Ci addentriamo nel centro storico che conserva numerose chiese ed abitazioni in stile barocco, alcune parzialmente riutilizzate come l’ex Convento dei Carmelitani che si sviluppa intorno ad un chiostro quadrangolare. Attigua è la Chiesa della Beata Vergine Maria del Carmelo, che presenta un bel portale scolpito in pietra leccese.
La Cattedrale di Nardò presenta una facciata con caratteristiche del periodo romanico, diversamente da altri edifici. Il portale d’ingresso è affiancato da due leoni in posa aggressiva; un archivolto centrale e decorato accoglie un protiro con timpano triangolare, al cui interno si trova un rilievo rappresentante l’Eterno Padre, circondato da testine d’angelo. L’interno della Cattedrale è a tre navate, quella di destra romanica, quella di sinistra più tarda. I pilastri inglobano due colonne sulle quali sono tracce di finestre antiche (XIII-XV secolo). I soffitti hanno capriate lignee, quello centrale molto più alto di quelli laterali.
Lasciato sulla sinistra l’edificio del teatro in forme neoclassiche, si giunge alla centrale Piazza Salandra. Qui insistono diverse costruzioni ed edifici, sia pubblici che privati, con facciate decorate in stile barocco e rococò. Leggermente decentrata, nella piazza si impone alla vista l’alta (19 metri) Guglia dell’Immacolata. Realizzata nel 1769 è in pietra locale, ha base ottagonale, forma piramidale e scandito in cinque livelli culminanti con un globo sormontato dalla statua della Vergine.
Sulla sinistra della piazza è la fiancata sinistra della Chiesa di San Domenico. La facciata della chiesa, nella parte inferiore, è affollata di figure umane e cariatidi, la parte superiore più semplice e liscia. L’interno è a navata unica, con tre cappelle per lato e corti bracci nel transetto.
Raggiungiamo infine il Castello. Da notare le cinquanta due maschere apotropaiche che sono poste sotto il cornicione che precede la merlatura superiore.

Profumo di Nardo e la Storia della Conversione di Santa Chiara d'Assisi
La Domenica delle Palme, con tutta la sua ricca e intensa liturgia, è un giorno particolarmente importante per chi ama Santa Chiara d'Assisi e soprattutto per le sue figlie che ancora oggi ne mantengono vivo il carisma nella Chiesa. È, infatti, il giorno considerato fondativo dell'Ordine delle Clarisse, nato nella settimana di Passione, proprio al suo inizio, nel giorno in cui Gesù fa il suo ingresso in Gerusalemme: questo giorno Chiara compie il gesto definitivo che la porrà alla sequela del Signore per tutta la vita.
La "Domenica delle Palme" di Santa Chiara
Era prossimo il giorno solenne delle Palme, quando la giovane Chiara si recò dall’uomo di Dio, San Francesco, per chiedergli della sua conversione, quando e in che modo dovesse agire. Padre Francesco ordina che nel giorno della festa, elegante e ornata, si rechi alle Palme in mezzo alla folla del popolo, e poi la notte seguente, uscendo fuori dalla città, converta la gioia mondana nel lutto della domenica di Passione. Giunto dunque il giorno di domenica, in mezzo alle altre dame, la giovane, splendente di luce festiva, entra con le altre in chiesa. Qui, con degno presagio, avvenne che, mentre gli altri correvano a ricevere le palme, Chiara, per verecondia, rimase immobile e allora il pontefice, scendendo i gradini, giunse fino a lei e pose la palma nelle sue mani.
La notte seguente, preparandosi ad eseguire il comando del santo, intraprese la fuga desiderata con un’onesta compagnia. Siccome non volle uscire per la porta consueta, riuscì ad aprire con le proprie mani, con una forza che a lei stessa parve straordinaria, un’altra porta, che era ostruita da legni e pietre pesanti. Quindi, abbandonati la casa, la città e i parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano pregando nella piccola cappella, accolsero la giovane Chiara con lumi accesi. Subito, lasciate lì le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo il libello di ripudio; qui, per mano dei frati, depose i suoi capelli e abbandonò i suoi abiti variegati.
Chiara, pianticella di Francesco, come lei stessa ama definirsi, si lascia guidare dalla sapienza del santo, che colloca la sua fuga dalla casa paterna dentro una vera e propria liturgia. È la notte delle Palme del 1211 o 1212. Chiara ha ricevuto la palma dalle mani stesse del Vescovo, segno di una silenziosa preghiera e benedizione, ma poi è Francesco a riceverla nella notte alla Porziuncola, insieme ai frati della prima fraternità. Trascorsa la domenica, infatti, quando nella casa e in città tutti si sono ritirati, Chiara fugge. Sono le ore che introducono nel Lunedì Santo, giorno nel quale la Liturgia prevede il Vangelo dell’unzione di Betania (Gv 12,1-8), dove Maria cosparge i piedi di Gesù con profumo di puro nardo.
Il Gesto Simbolico del Nardo e il Taglio dei Capelli
Il brano evangelico del nardo, bellissimo e denso di significato, verrà riutilizzato da Papa Innocenzo IV nella bolla di canonizzazione di Santa Chiara per dire ciò che fu la vita di questa donna: «Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara, infatti, si nascondeva, ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava. Si teneva nascosta nella sua cella, eppure nelle città lei era conosciuta. Nulla di strano in questo: perché non poteva avvenire che una lampada tanto vivida, tanto splendente, rimanesse occulta senza diffondere luce ed emanare chiaro lume nella casa del Signore; né poteva rimanere nascosto un vaso con tanti aromi, senza emanare fragranza e cospargere di soave profumo la casa del Signore. Ché anzi, spezzando duramente nell’angusta solitudine della sua cella l’alabastro del suo corpo, riempiva degli aromi della sua santità l’intero edificio della Chiesa».
All’inizio e alla fine della vita di Chiara ritroviamo questo brano, che diventa la chiave di lettura di tutta la sua esistenza, da quella notte della Domenica delle Palme, all’undici agosto 1253. Francesco sceglie per Chiara questo giorno e questo tempo, significativo della conversione di questa giovane donna che fin dall’infanzia è caratterizzata da un’indole sensibile alla fede, all’attenzione ai poveri, alla preghiera. Incontrando Francesco, Chiara scopre un modo nuovo di amare Gesù, e soprattutto scopre la profondità del Suo amore per lei: un amore che si è dato fino in fondo, che ha abbracciato la povertà della condizione umana, non si è tirato indietro di fronte a nessuna fatica, sofferenza, pur di manifestare all’uomo il suo immenso valore. Chiara scopre in modo nuovo l’Amore Crocifisso, Gesù povero e crocifisso, e ne è a tal punto conquistata che decide di seguirlo senza riserve, senza agiatezze, senza alcun altro privilegio che la sua stessa povertà. È una donna concreta, e sa che l’amore non è fatto di parole, ma di fatti, di decisioni, di vita.
Un atto di fede enorme quello che compie quella notte. Fugge da una porta di servizio, pesante, che difficilmente una donna poteva aprire se non sostenuta da una forza non sua, da una motivazione che non permetteva rimandi. Accolta alla Porziuncola, le vengono tagliati i suoi capelli, un gesto molto significativo, che si ipotizza sia stato compiuto dallo stesso San Francesco. Questo gesto, denso di significato, non è tanto una consacrazione, quanto piuttosto l’ingresso di Chiara nella vita di penitenza, cioè nella vita di perenne conversione, nel cammino radicale della fede cristiana. Chiara entra a far parte di questa fraternità, abbandona i suoi abiti per indossare l’abito della penitenza.

Un Modello di Vita nel Dono Incondizionato
Un cambiamento radicale esteriore che attesta e manifesta quanto avvenuto nel suo intimo durante il tempo che ha preceduto e preparato questa notte. Le parole udite su quanto Francesco stava compiendo, il desiderio di parlargli, i colloqui con lui: così il Signore, piano piano, è entrato in profondità nel suo cuore assetato, inquieto, in ricerca di quell’amore vero che la conquisterà interamente, e la renderà una donna forte, capace di affrontare le difficoltà non solo degli inizi incerti ma soprattutto della crescita della sua famiglia religiosa, della lotta per la povertà evangelica vissuta senza sconti, con la mano tesa a ricevere la Provvidenza del Padre delle misericordie, ma anche pronta a donare, a condividere quanto ricevuto dal suo amore, dalla sua cura. Solerte nel lavoro, anche durante la lunga malattia, ma soprattutto nella preghiera, spazio di incontro con il suo Sposo, di intercessione per le sue figlie e sorelle, per quanti bussavano alla porta di S. Damiano, per la città di Assisi, per la Chiesa e il mondo, che vedeva come un campo nel quale è racchiuso un tesoro, così come ogni cuore umano è scrigno ripieno di tesori.
È un grande inizio, piccolo ma denso di promessa, così come ogni inizio che avviene nel segno della benedizione di Dio. Ciascuno di noi ha la sua “domenica delle Palme”, dove è chiamato a scegliere e a mettere in gioco la sua vita su qualcosa di grande, a dire il proprio “sì” al Signore non con le parole, ma con i fatti. Chiediamo a Santa Chiara di darci la sua stessa determinazione ma forse, ancor più, il suo amore per il Signore Gesù, perché possiamo seguirlo come ha fatto lei, seguendo le orme che lui chiama a ricalcare, per la strada che lui ha pensato per ciascuno di noi.
Aspetti Liturgici e Adempimenti Speciali
Indicazioni per le Celebrazioni Locali
In alcuni periodi, le celebrazioni possono essere soggette a particolari adempimenti o restrizioni. Facendo seguito a note delle autorità ecclesiastiche, come quelle della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, i fedeli si procureranno da sé i rami d’ulivo da benedire.
Ad esempio, in un contesto di misure sanitarie eccezionali, come l'istituzione della zona rossa in Puglia dal 15 marzo al 6 aprile 2021, la Messa Crismale è stata costretta a essere rimandata e a svolgersi in modalità ristrette. Tale celebrazione ha avuto luogo in Cattedrale, con la partecipazione unicamente di presbiteri, diaconi, seminaristi e religiosi. I sacerdoti hanno indossato i paramenti sacri direttamente in Cattedrale, trovando la casula depositata presso il luogo in cui avrebbero preso posto. I Vicari foranei hanno depositato in sacrestia i vasi degli oli, che al termine della Messa sono stati consegnati solo verbalmente e non materialmente. In tali circostanze, è stato anche ritenuto prudente astenersi dal fissare le date per la celebrazione delle Messe di Prima Comunione e di Cresima, attendendo gli sviluppi della pandemia, e prevedendo un eventuale periodo estivo, quando l’innalzamento delle temperature avrebbe potuto ridurre sensibilmente il rischio della diffusione del contagio.