La figura degli Apostoli riveste un'importanza fondamentale nella Chiesa, non solo come pilastri della fede cristiana ma anche come modelli di vita e testimonianza. Attraverso le loro storie, le loro sfide e la loro dedizione, essi continuano a ispirare milioni di fedeli. Questo articolo esplora le vicende di alcuni tra gli apostoli più significativi, con un focus particolare su San Mattia, e i Santi Pietro e Paolo, celebrati con solennità nel calendario liturgico.
San Mattia: L'Elezione del Dodicesimo Apostolo
La Necessità di un Sostituto
Nel libro degli Atti degli Apostoli (1,15-26) si narra che, nei giorni seguenti l’ascensione di Gesù, l’apostolo Pietro propose all’assemblea dei fratelli, il cui numero era di circa centoventi, di scegliere uno tra loro per prendere il posto del traditore Giuda Iscariota nel collegio apostolico. Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse: “Fratelli, era necessario che si compisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù. Egli infatti era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero.” Giuda dunque comprò un campo con il prezzo del suo delitto e poi, precipitando, si squarciò e si sparsero tutte le sue viscere. La cosa è divenuta nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e così quel campo, nella loro lingua, è stato chiamato Akeldamà, cioè “Campo del sangue”.
Il Processo di Scelta
Ne furono proposti due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava.”

Il Commento di San Giovanni Crisostomo
Dalle «Omelie sugli Atti degli Apostoli» di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 3, 1. 2), apprendiamo che Pietro, in quanto il più zelante e colui cui era stato affidato da Cristo il gregge, e primo nell’assemblea, per primo prende la parola. Lasciò ai presenti il giudizio, stimando degni d’ogni fiducia coloro che sarebbero stati scelti e infine garantendosi contro ogni odiosità che poteva sorgere, poiché decisioni così importanti sono spesso origine di numerosi contrasti. San Giovanni Crisostomo si chiede se Pietro non potesse presentare lui stesso i candidati, e risponde che «Certo che poteva, ma se ne astiene per non sembrare di fare parzialità. D’altra parte non aveva ancora ricevuto lo Spirito Santo.» Non li presentò lui, ma tutti. Lui motivò la scelta, dimostrando che non era sua, ma già contemplata dalla profezia. La scelta doveva avvenire tra «uomini che sono radunati con noi [...] che sono stati con noi tutto il tempo che visse tra noi il Signore Gesù, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui (Gesù) è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga insieme a noi testimone della sua risurrezione». Era infatti più credibile uno che affermasse: «Colui che mangiava, beveva e fu crocifisso, è proprio lo stesso che è risuscitato.» Perciò non era necessario che fosse testimone del passato né del tempo successivo e neppure dei miracoli, ma solo della risurrezione. E pregavano insieme dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra… Tu, non noi.» Molto giustamente lo invocano come colui che conosce i cuori: da lui, infatti, dev’essere fatta l’elezione, non da altri. Pregavano con tanta confidenza, perché era proprio necessario che uno fosse eletto. Non chiesero: «Scegli», ma: «mostra l’eletto, «colui che hai eletto»», ben sapendo che tutto è già stabilito da Dio. «E li tirano a sorte». La sorte cadde su Mattia, che fu così annoverato tra gli undici apostoli.
La Missione e le Reliquie di San Mattia
Si tramanda che Mattia predicò il Vangelo all’interno dell’Etiopia, «dove è porto sul mare di Hyssus ed il fiume Phasis, agli uomini barbari e carnivori.» È stato detto che sant’Elena imperatrice portò le reliquie di san Mattia a Roma, e che una parte di esse furono presso Treviri. La Chiesa, nella sua liturgia, così invoca: «O Dio, che hai voluto aggregare san Mattia al collegio degli Apostoli, per sua intercessione concedi a noi, che abbiamo ricevuto in sorte la tua amicizia, di essere contati nel numero degli eletti.»
I Santi Pietro e Paolo: Pilastri della Chiesa
La Solennità del 29 Giugno
La solennità dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno, è testimoniata da fonti letterarie e archeologiche fin dalla metà del III secolo. Fino al 1977 era giorno festivo anche per il calendario civile in Italia, ma la legge che ha tolto alcune festività infrasettimanali ha segnato anche questo giorno. Da allora, l’appuntamento annuale dedicato a questi santi ha avuto rilevanza solo nel calendario religioso, e purtroppo l'attenzione da parte dei fedeli è molto diminuita.
Papa Damaso pose l’accento sull’itinerario dei due apostoli, che giunsero a Roma dall’Oriente, riconoscendo che «Questi apostoli ce li mandò l’Oriente [...] ma in seguito al martirio e seguendo l’esempio di Cristo, giunsero sino alle stelle, nelle regioni celesti e nel regno dei giusti. Roma li rivendicò come suoi cittadini». Il riferimento sulla loro rivendicazione come cittadini romani è una circostanza importante, perché elegge Roma, allora centro del mondo, anche centro del Cristianesimo.

La tradizione che li accomuna nell’anno e nel giorno del loro martirio non ha certezza storica. Il 29 giugno dell’anno 67 d.C. è diventata data simbolo di un martirio che i due Apostoli hanno subito nel periodo delle persecuzioni di Nerone contro i cristiani. Tale data, documentata dalla Depositio martyrum (336), è rimasta fissa fino ad oggi. Sono note le modalità di questo martirio: crocifissione con la croce capovolta per Pietro; decapitazione per Paolo, in quanto cittadino romano. È probabile che la scelta della data del 29 giugno fosse in sostituzione di qualche solenne celebrazione pagana, come il ricordo di Romolo e Remo, fondatori di Roma.
Due Apostoli, Un'Unità Indissolubile
I due apostoli sono sempre ricordati indivisibili, eppure furono due uomini profondamente dissimili. Le diversità tra i due santi sono note: origine, cultura, carattere, storia personale, impegno apostolico li presentano come due uomini e due apostoli diversissimi. Il temperamento di Pietro era istintivo, pieno di passione, di slanci, di stupori. Quello di Paolo più rigoroso, metodico. Pietro ebbe dei cedimenti: fu il primo a riconoscere in Gesù Cristo il Messia (cfr Mt 11,3), ma poi lo rinnegò per tre volte (Lc 22,55-60; Mt 26,74). Paolo all’inizio fu spietato e risoluto nel perseguitare i cristiani, ma, una volta abbracciata la fede, non ebbe dubbi.
L’associare Pietro e Paolo riassume simbolicamente significati basilari e complementari come quelli di fede e dottrina, scienza e potenza e rappresenta l'unità della Chiesa. Anche i loro tratti somatici sono rappresentati in modo differente: Pietro presenta folti capelli ricciuti, la fronte bassa, un impianto massiccio del volto e una barba fluente; Paolo ha il volto simile ai ritratti dei filosofi greci: fronte alta accentuata dalla stempiatura e barba tagliata a punta.
Una sintesi di questa diversità è fatta dal prefazio che la Chiesa proclama nel giorno della festa: «…Oggi ci dai la gioia di celebrare i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la chiesa delle origini con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti.» La definizione loro data di «baluardi della fede e simboli della Chiesa cattolica nelle sue origini, nella sua storia, nella sua diversificata composizione» è una buona sintesi.
Riflessioni Papali sulla Fraternità e la Misericordia
Benedetto XVI osserva come “La tradizione cristiana da sempre considera san Pietro e san Paolo inseparabili: in effetti, insieme, essi rappresentano tutto il Vangelo di Cristo. A Roma, poi, il loro legame come fratelli nella fede ha acquistato un significato particolare. Infatti, la comunità cristiana di questa Città li considerò come una specie di contraltare dei mitici Romolo e Remo, la coppia di fratelli, a cui si faceva risalire la fondazione di Roma. Si potrebbe pensare anche a un altro parallelismo oppositivo, sempre sul tema della fraternità: mentre, cioè, la prima coppia biblica di fratelli ci mostra l’effetto del peccato, per cui Caino uccide Abele, Pietro e Paolo, benché assai differenti umanamente l’uno dall’altro e malgrado nel loro rapporto non siano mancati conflitti, hanno realizzato un modo nuovo di essere fratelli, vissuto secondo il Vangelo, un modo autentico reso possibile proprio dalla grazia del Vangelo di Cristo operante in loro. Solo la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità” (Santa Messa e imposizione del pallio ai nuovi metropoliti, 29 giugno 2012).
Papa Francesco ha detto che “le loro vite non sono state pulite e lineari. Entrambi erano di indole molto religiosa: Pietro discepolo della prima ora (cfr Gv 1,41), Paolo persino ‘accanito nel sostenere le tradizioni dei padri’ (Gal 1,14). Ma fecero sbagli enormi: Pietro arrivò a rinnegare il Signore, Paolo a perseguitare la Chiesa di Dio. Tutti e due furono messi a nudo dalle domande di Gesù: ‘Simone, figlio di Giovanni, mi ami?’ (Gv 21,15); ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’ (At 9,4). Pietro rimase addolorato dalle domande di Gesù, Paolo accecato dalle sue parole. Gesù li chiamò per nome e cambiò la loro vita. E dopo tutte queste avventure si fidò di loro, di due peccatori pentiti... C’è un grande insegnamento in questo: il punto di partenza della vita cristiana non è l’essere degni; con quelli che si credevano bravi il Signore ha potuto fare ben poco. Quando ci riteniamo migliori degli altri è l’inizio della fine. Il Signore non compie prodigi con chi si crede giusto, ma con chi sa di essere bisognoso. Non è attratto dalla nostra bravura, non è per questo che ci ama. L’esempio di Pietro e Paolo aiuta a riconciliarci con noi stessi, con il prossimo e con Dio, a sentire che essere perdonati è sempre possibile, che Gesù Cristo ci attende sempre e ci chiama per nome, uno ad uno, come con Pietro e Paolo.”
Papa Francesco continua nella stessa omelia: “Nelle loro cadute hanno scoperto la potenza della misericordia del Signore, che li ha rigenerati. Nel suo perdono hanno trovato una pace e una gioia insopprimibili. Con quello che avevano combinato avrebbero potuto vivere di sensi di colpa: quante volte Pietro avrà ripensato al suo rinnegamento! Quanti scrupoli per Paolo, che aveva fatto del male a tanti innocenti! Umanamente avevano fallito. Ma hanno incontrato un amore più grande dei loro fallimenti, un perdono così forte da guarire anche i loro sensi di colpa. Solo quando sperimentiamo il perdono di Dio rinasciamo davvero. Da lì si riparte, dal perdono; lì ritroviamo noi stessi: nella confessione dei nostri peccati.”
“Pietro e Paolo - afferma Papa Francesco - sono soprattutto testimoni di Gesù. Egli nel Vangelo di oggi domanda: ‘La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?’… Gesù non è il passato, ma il presente e il futuro. Non è un personaggio lontano da ricordare, ma Colui al quale Pietro dà del tu: ‘Tu sei il Cristo’. Per il testimone, più che un personaggio della storia, Gesù è la persona della vita: è il nuovo, non il già visto; la novità del futuro, non un ricordo del passato. Dunque, testimone non è chi conosce la storia di Gesù, ma chi vive una storia di amore con Gesù. Perché il testimone, in fondo, questo solo annuncia: che Gesù è vivo ed è il segreto della vita. Vediamo infatti Pietro che, dopo aver detto: ‘Tu sei il Cristo’, aggiunge: ‘il Figlio del Dio vivente’ (v. 16). La testimonianza nasce dall’incontro con Gesù vivo. Anche al centro della vita di Paolo troviamo la stessa parola che trabocca dal cuore di Pietro: Cristo. Paolo ripete questo nome in continuazione, quasi quattrocento volte nelle sue lettere! Per Lui Cristo non è solo il modello, l’esempio, il punto di riferimento: è la vita. Scrive: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21).”
La "Concordia Apostolorum"
Una delle iconografie più diffuse e toccanti di Pietro e Paolo è la cosiddetta concordia apostolorum, la concordia degli apostoli. Gli apostoli sono raffigurati mentre si abbracciano, alle porte di Roma, poco prima di seguire ciascuno il proprio destino di martirio, avvenuto intorno al 96 d. C., come ricordato in una lettera apocrifa a Timoteo (Pseudo Dionigi Areopagita, Epistula Apostolorum Petri et Pauli ad Thymoteum). Un’iconografia che si trova a partire dagli inizi del IV secolo su mosaici, avorio, vetro dorato, affresco e pietra. Una delle immagini che più colpiscono per l’impianto figurativo incredibilmente moderno è il rilievo proveniente dai dintorni della chiesa di San Felice ad Aquileia e ora conservato nel Museo Paleocristiano, databile alla fine del IV secolo. I busti di profilo degli apostoli riempiono tutto lo spazio della lastra, i volti sono vicinissimi, faccia a faccia, occhi negli occhi. Una mano spunta dal mantello chiuso in modo schematico, eppure così struggente nel renderci la stretta dell’abbraccio. La caratterizzazione precisa dei volti intende rappresentare la diversità degli apostoli. È la diversità che crea l’unità, come ribadisce Papa Francesco quando ha affermato che “La festa dei Santi Pietro e Paolo, che ricorre nello stesso giorno nei calendari liturgici d’Oriente e d’Occidente, ci invita a rinnovare la carità che genera unità” (Alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, 28 giugno 2019). Questa diversità di temperamenti pone Pietro e Paolo in una dimensione profondamente umana, che ce li fa amare e comprendere. Attraverso questi due modelli, essere veramente cristiani, seguire una vita di fede sembra possibile. Il loro esempio è testimonianza di vita che ci consola.

Letture Bibliche e la Vita Cristiana
La Vite e i Tralci (Giovanni 15)
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo porta perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.»

Il Signore non nasconde ai discepoli i pericoli e le difficoltà che dovranno affrontare nel futuro: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Però loro non devono abbattersi né demoralizzarsi di fronte all’odio del mondo: Gesù rinnova la promessa dell’invio del Difensore, garantisce loro l’assistenza in tutto ciò che chiedano e, finalmente, il Signore prega al Padre per loro - per tutti noi - durante la sua preghiera sacerdotale. Il nostro pericolo non viene dall’esterno: la peggior minaccia può sorgere da noi stessi al venir meno l’amore fraterno fra i membri del Corpo Mistico di Cristo e all’unità con la Testa di questo Corpo. La raccomandazione è chiara: «Io sono la vite, voi i tralci.» Le prime generazioni di cristiani conservarono una coscienza molto fervente alla necessità di rimanere uniti per la carità. Ne è testimonianza un Padre della Chiesa, sant’Ignazio di Antiochia: «Correte tutti insieme verso un solo tempio di Dio, come a un solo altare, a un solo Cristo che procede da un solo Padre.» Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 787) afferma: «Fin dall'inizio Gesù ha associato i suoi discepoli alla sua vita; ha loro rivelato il mistero del Regno; li ha resi partecipi della sua missione, della sua gioia e delle sue sofferenze. Gesù parla di una comunione ancora più intima tra sé e coloro che lo seguiranno: ‘Rimanete in me e io in voi. [...] Io sono la vite, voi i tralci’ (Gv 15,4-5). Annunzia inoltre una comunione misteriosa e reale tra il suo proprio corpo e il nostro.»
La Questione della Circoncisione (Atti 15)
In quei giorni, alcuni, venuti ad Antiochia dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati.» Essi dunque, provveduti del necessario dalla Chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè.» Questo episodio dimostra le sfide iniziali della Chiesa nella definizione della dottrina e della pratica, sottolineando l'importanza dell'unità e del discernimento. I cristiani fondano la loro vita sulla fede trasmessa dagli apostoli, i testimoni oculari che condivisero la vita di Gesù, dal suo battesimo fino all’ascensione.
Altri Testimoni dell'Apostolato
San Simone il Cananeo e San Giuda Taddeo
Simone fu soprannominato cananeo o zelota, due termini che esprimono lo stesso significato, cioè “zelante”. Secondo la tradizione del II secolo, riportata da Egisippo, sarebbe succeduto a san Giacomo il Minore dal 62 al 107, data del suo martirio sotto Traiano, nel governo della comunità di Gerusalemme. Il suo martirio sarebbe avvenuto a Pella. Giuda fu soprannominato Taddeo, per distinguerlo dall’altro Giuda; il suo appellativo significa “magnanimo”. La lettera di Giuda che troviamo nel Nuovo Testamento non è ritenuta dagli studiosi del nostro apostolo. È invece proprio Giuda Taddeo che nel vangelo di Giovanni (14,22-23) rivolge domande a Gesù. Lo storico Niceforo Callisto riporta una tradizione secondo la quale Giuda evangelizzò la Palestina, la Siria e la Mesopotamia. Morì martire a Edessa.
L'Eredità Apostolica nella Chiesa di Oggi: L'Esempio di Tecla Merlo
Una Vita di Fede e Apostolato
L'eredità degli apostoli non si limita al passato, ma continua a vivere attraverso figure che ne seguono l'esempio. Era il 1960 quando Tecla Merlo, cofondatrice delle Figlie di San Paolo, visitò il Brasile per l’ultima volta. Il suo scopo era quello di incoraggiare e animare le sue figlie nel seguire Gesù, il Divino Maestro, Via, Verità e Vita, sulle orme dell’Apostolo Paolo, per comunicare il Vangelo attraverso i mezzi di comunicazione. All’epoca, il mondo della comunicazione si stava evolvendo rapidamente, e lei seguiva fedelmente le indicazioni del “Signor Teologo”, il beato Giacomo Alberione. All’epoca, una testimone di 14 anni, appena entrata in Congregazione nella casa di Porto Alegre (RS, Brasile), aspettava con trepidazione l’arrivo di sr Tecla Merlo, che veniva da Roma per visitare e sostenere le 120 adolescenti e giovani donne desiderose di consacrarsi a Dio. L’attesa fu un’autentica festa, un momento che la testimone ricorda ancora con emozione. Nel cortile della casa era stata collocata una sedia dove sr Tecla Merlo sedeva per accogliere una a una le aspiranti e tracciava sulla fronte di ciascuna il segno della croce. Da bambina, la testimone non comprendeva appieno il significato di quel gesto, ma ciò che rimase impresso nel suo cuore fu l’unzione di un incontro con una donna di Dio.

L'Impatto Spirituale e l'Esempio di Santità
La santità di sr Tecla Merlo, compresa pienamente solo con il tempo, si costruiva giorno dopo giorno, nella semplicità di una vita interamente aperta all’azione della Trinità. La sua fedeltà al Vangelo era totale: si lasciava trasformare quotidianamente da Gesù, il Maestro Via, Verità e Vita. Secondo le parole del fondatore, sr Tecla viveva due segreti dei santi e degli apostoli: l’umiltà e la fede. L’umiltà la rendeva docile alla volontà di Dio, mentre la fede la spingeva alla preghiera incessante. Pur essendo fragile nel corpo, era forte nello spirito, tenace e obbediente fino al sacrificio. Camminava e viveva come se vedesse l’invisibile, come dice una canzone di una delle sue figlie, sr M. Luiza Ricciardi. In quegli anni, il mondo della comunicazione era ancora agli albori e tutto appariva nuovo e complesso. Forse sr Tecla non conosceva nei dettagli le tecniche necessarie per avviare una piccola tipografia, ma aveva una fede incrollabile. Obbediva con fiducia e infondeva nelle suore di tutto il mondo l’amore per l’apostolato, incoraggiandole ad essere creative e a esplorare nuovi metodi offerti dalla scienza della comunicazione. Diceva spesso: «Abbiamo un cuore solo, un’anima sola tra le varie comunità… Vi porto tutte nel mio cuore». E don Alberione parlava di lei con parole profonde: «La Prima Maestra non è una persona assente. È sempre presente.» Tecla Merlo ha saputo essere per le sue figlie un esempio vivente di santità quotidiana, unendo azione e contemplazione. Ha testimoniato che l’efficacia dell’apostolato dipende dalla qualità della vita spirituale, nutrita dall’Eucaristia e dalla Parola di Dio. Solo così le attività apostoliche possono essere piene di Spirito Santo e trasformare le persone che ricevono i messaggi diffusi dalle Figlie di San Paolo. Per molte suore, sr Tecla Merlo è una santa, e lo è davvero.
La Devozione Popolare e Diocesana
Nomi di Parrocchie e Chiese
La devozione ai Santi Pietro e Paolo ha caratterizzato anche le comunità cristiane di diverse Diocesi. Il nome dato ad alcune parrocchie, l’intitolazione delle chiese parrocchiali o frazionali, e la collocazione di dipinti che raffigurano i due santi ne sono, ancora oggi, testimonianza viva e abbondante. Tra le parrocchie che portano il nome di questi santi si ricordano: Arabba (Pietro e Paolo), Aune, Bolzano (Pietro e Paolo), Facen, Feltre concattedrale, Foen, Lamon, San Pietro di Cadore, Sargnano, Soranzen, Sospirolo (Pietro e Paolo). Tra le chiese intitolate a san Pietro ricordiamo: la concattedrale di Feltre; le parrocchiali di Arabba, Aune, Bolzano Bellunese, Facen, Foen, San Pietro di Cadore, Sargnano, Soranzen, Sospirolo; la chiesa di Lamon e di San Pietro in Belluno. Ad Agordo si celebra la festa patronale in loro onore.
Manifestazioni Popolari
Alcune manifestazioni popolari in onore dei due Santi (Pietro in particolare) non hanno dimenticato l’origine religiosa dell’evento. Talora, purtroppo, è rimasto solo il nome, come semplice richiamo a un percorso storico dimenticato nel suo principale contenuto. I testi biblici giunti fino a noi e utilizzati nella celebrazione liturgica - sia della Messa che della Liturgia delle Ore - ci presentano sufficienti elementi per dare spessore teologico alla venerazione di questi due Santi. La testimonianza dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, insieme ai testi autobiografici delle lettere, danno abbondanza di elementi certi sulle loro vicende sia umane che apostoliche. Anche se a qualcuno piacerebbe qualche dettaglio storico, forse per rispondere a curiosità, come è nello stile dei rendiconti giornalistici dei nostri giorni, questo non ci è dato, e sicuramente non è essenziale per cogliere lo spessore della figura apostolica di Pietro e Paolo. La celebrazione liturgica della Messa presenta due formulari per questa solennità.
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