L'espressione "dolce caro amico evangelico" racchiude un profondo significato all'interno della tradizione cristiana, evocando concetti di amicizia spirituale, amore fraterno e il cammino di fede condiviso. Si tratta di un'espressione che va oltre il semplice affetto personale, assumendo una dimensione teologica e comunitaria. L'amicizia, in questo contesto, è vista come un principio del Vangelo, essenziale per il benessere emotivo e spirituale.
L'amicizia spirituale: un tesoro prezioso
L'amicizia spirituale è considerata un tesoro di grande valore. "Chi lo trova, trova un tesoro," e "c'è peso per il suo valore" sottolineano la profondità e l'importanza di tale legame. A differenza dell'indifferenza o dell'odio, che non possono esistere tra amici, l'amicizia è caratterizzata dalla disponibilità a "dare la vita per i propri amici". Questo concetto trova eco nelle parole di Gesù: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la vita per i suoi amici" (Giovanni 15:12-13).
Questa visione dell'amicizia non è solo un ideale, ma un percorso che alcuni hanno vissuto intensamente. Ci sono stati uomini e donne che "hanno vissuto questa esperienza umano-divina dell’amicizia" e sono stati riconosciuti "dalla Chiesa come santi o beati, cioè, modelli sicuri". L'amicizia è "un continuo DONO di noi stessi" e l'esempio più sublime è naturalmente Gesù stesso.
Aelredo di Rievaulx e l'amicizia spirituale

Un esempio storico significativo di questa comprensione dell'amicizia spirituale si trova nella figura del beato Aelredo di Rievaulx, abate cistercense, nato nel 1110 da una famiglia di preti cattolici. Fin dalla giovinezza, Aelredo dimostrò una propensione per le relazioni profonde, come evidenziato dai suoi studi di latino e dalle prime amicizie. Dopo una brillante carriera alla corte del re David I di Scozia, dove a soli ventiquattro anni era già economo generale e amico dei figli del re, scelse di ritirarsi nell'abbazia cistercense di Rievaulx.
Lì, Aelredo intrecciò "le prime amicizie monastiche (Simone, Ugo, Gualtiero)", che furono fondamentali per la stesura della sua opera più celebre, "L'amicizia spirituale", la cui forma definitiva fu completata dopo vent'anni. Questo testo cerca di "dare un’impostazione teologica all’amicizia umana" e fu largamente imitato, copiato e riassunto da autori medioevali. L'opera di Aelredo riflette anche il suo impegno con la Chiesa e la società del suo tempo, mostrando l'amicizia come un "gradino all’amore e alla conoscenza di Dio".
Principi dell'amicizia secondo Aelredo
Aelredo, nella sua "Amicizia spirituale", propone una visione dell'amicizia che si distingue chiaramente dalla carità, pur essendo ad essa strettamente collegata. L'amicizia, per Aelredo, è una relazione "spirituale, cioè, quella che ha luogo tra i buoni", caratterizzata da "accordo nelle cose divine e umane con benevolenza e carità". Non si tratta di un amore qualsiasi, ma di un legame che si eleva e trova in Cristo il suo fine e la sua perfezione. L'amore viene comunicato a noi dallo Spirito Santo (cf. 4), ma non tutte le amicizie umane sono vere amicizie, in quanto non tutte hanno conosciuto Cristo.
Aelredo esplora l'amicizia attraverso tre dialoghi o libri, nei quali discute concetti come la bellezza della relazione e la sua capacità di rendere la vita piacevole. Egli sottolinea l'importanza di un amico con cui "parlare come a te stesso", al quale "puoi affidare tutti i segreti del cuore e scoprirne i progetti", senza "temere violenza, senza sospetti". Cita il Sapiente (Sir 6, 16) affermando che "L'amico è una medicina di vita", un vero toccasana in ogni sventura e un compagno nei successi.
Il monaco cistercense descrive l'amicizia come la "forza dei sani, la forza dei deboli e il premio dei robusti", sottolineando il valore della condivisione del peso delle difficoltà. L'amicizia, pur non identificandosi con la carità che si rivolge a tutti, si manifesta attraverso benevolenza e beneficenza. Il culmine dell'amicizia è raggiungere l'unità di "un solo cuore e una sola anima" (cf. At 4, 32), un'esperienza in cui gli amici credono di essere "quasi un'anima sola in diversi corpi".
Aelredo pone un limite negativo all'amicizia: "mai peccare per compiacere l’amico", poiché il confine è tra il bene e il male, non tra amici. La pedagogia dell'amicizia, secondo lui, prevede quattro gradini, partendo dalla "prova" degli amici per assicurarsi che i difetti non rendano difficile la relazione. Una volta stabilita l'amicizia, i difetti vanno tollerati e rimproverati con giustizia e senza adulazione. Raccomanda la fiducia, la lealtà e la capacità di perdonare. Bisogna evitare chiacchieroni e incorreggibili, e quando sorgono offese, affrontarle pian piano. Anche se un'amicizia si rompe, "va mantenuta ad ogni modo la carità" verso l'ex-amico. Gli amici devono guardarsi dal sospetto, essere amabili e sereni, mantenendo l'uguaglianza anche se uno è superiore all'altro in qualcosa. Devono sostenersi a vicenda, soffrire e gioire l'uno per l'altro.
"Dolce caro amico" nel Cantico dei Cantici

Il Cantico dei Cantici (Ct) offre una prospettiva affascinante sull'amore umano, che, se colto nella sua "letteralità" e "materialità", può rivelare anche la sua valenza simbolica e spirituale. L'amore tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza, è il fulcro del Ct, e in esso non si deve cercare di sostituire Dio all'amante o pensare che il partner maschile sia divinizzato. Ciò che è divino, nel Ct, è ciò che intercorre fra gli amanti, è la loro relazione, in quel "fuoco" in cui si situano abita il Dio che è un fuoco divorante.
Il Ct celebra la potenza dell'attrazione e la bellezza del corpo. Il desiderio spinge gli amanti a cercarsi, a incontrarsi per stringersi e abbracciarsi: "Trovai l’amore dell’anima mia, lo strinsi forte e non lo lascerò finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito" (Ct 3,4). I due corpi si uniscono a formare un unico corpo, operando una metamorfosi. L'innamoramento e l'incontro amoroso portano con sé doni: si diventa più belli, gli occhi risplendono di una felicità indicibile, i sogni si realizzano, il lavoro migliora, le difficoltà si affrontano con serenità, il mondo acquista senso e diventa vivibile. "L’innamoramento ci apre futuro, dà senso all’oggi e ci pacifica con il passato."
Il Ct è un canto dei sensi: gusto, olfatto, udito, tatto e vista. I baci sono paragonati al bere vino inebriante (1,2.4), e l'atto d'amore è espresso con metafore gastronomiche ("Ho mangiato il mio favo e il mio miele, ho bevuto il mio vino e il mio latte": 5,1). I profumi inebriano ("i tuoi profumi sono buoni all’odore": 1,3), e la voce dell'amato è riconoscibile ("Una voce, il mio amato": 2,8). Il tatto è fondamentale nell'abbraccio e nelle carezze, che sono "più inebrianti del vino" (4,10). La vista, infine, agisce come uno sguardo innamorato, intelligente, profondo e stupito, capace di rapire il cuore ("Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo": 4,9).
In Ct 5,1, un passaggio chiave recita: "Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, ho raccolto la mia mirra e il mio balsamo, ho mangiato il mio favo e il mio miele, ho bevuto il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, inebriatevi, o cari." Questo invito rivolto a "amici" e "cari" suggerisce un contesto di festa nuziale, dove il piacere e la gioia dell'amore sono estesi agli invitati. Il consumo dell'amore e del cibo si intrecciano, evidenziando la totalità sensoriale dell'esperienza.
L'amico nel Cristianesimo delle origini

Nel Cristianesimo delle origini, l'espressione "caro amico" o "cari amici" aveva un significato profondo e multidimensionale. Era un appellativo di affetto e fiducia, usato per rivolgersi all'uditorio, creando un senso di comunità e condivisione. Questo appellativo sottolineava l'importanza del messaggio trasmesso, incoraggiando la riflessione e l'azione, spesso con Cristo come guida.
L'amicizia, nel contesto evangelico, è vista come la base su cui si dovrebbe costruire il corteggiamento e il matrimonio. L'esempio di Isacco e Rebecca, in un'interpretazione moderna, mostra come la bontà intrinseca e la gentilezza siano qualità determinanti, capaci di superare le sfide della vita. L'amicizia sincera, fondata sulla carità, il "puro amore di Cristo", guida le coppie a desiderare il meglio l'uno per l'altro. La comunicazione onesta e spontanea è vista come il fondamento di un rapporto solido e duraturo. "L'amore è una lunga conversazione", un dialogo continuo che rafforza il legame.
Giovanni, il discepolo amato
Giovanni, uno dei Dodici Apostoli, è spesso identificato come il "discepolo amato" di Gesù, una figura che incarna la vicinanza personale al Signore. Giovanni 13:23 lo descrive "inclinato sul seno di Gesù", un'immagine che l'arte cristiana ha spesso riprodotto, rappresentandolo come un ragazzo riposante tra le braccia del Salvatore. Il suo nome ebraico, Yohanan, significa "Dio è stato generoso".
Giovanni, insieme al fratello Giacomo, fu chiamato da Gesù "Boanerges", ovvero "figli del tuono", un appellativo che poteva indicare un carattere impetuoso o la previsione del loro futuro come "testimoni possenti". Negli scritti a lui attribuiti, Giovanni emerge come un potente testimone della divinità del suo maestro e amico, Gesù Cristo. Sebbene il suo nome non sia mai esplicitamente menzionato nel Vangelo a lui tradizionalmente attribuito, la sua figura come "amico intimo e personale del Signore" è chiaramente delineata. Questa scelta di rimanere senza nome potrebbe essere stata un modo per rendere la sua esperienza simbolica per i credenti e i discepoli di ogni epoca.
La missione di Giovanni, come rivelato nel libro dell'Apocalisse, include il raduno di Israele e continua anche dopo la sua traslazione, come confermato da Joseph Smith. La sua vita e il suo ministero lo rendono un modello per tutti nel discepolato, insegnandoci che, come seguaci di Gesù Cristo, possiamo "riposare tra le braccia del Suo amore", realizzare pienamente questo amore attraverso le ordinanze e attestare che Gesù è morto per noi e vive.
L'importanza dell'amicizia nella fede cristiana
L'amicizia è un "principio del Vangelo" e "necessaria per il nostro benessere emotivo e spirituale". È la base su cui si costruiscono le relazioni più significative, dal corteggiamento al matrimonio, e persino il rapporto con Dio. Sentirsi soli e senza amici è "tristissimo", poiché l'amicizia non è solo bella ma "necessaria". I profeti hanno insegnato che l'amicizia è parte integrante dell'osservanza delle alleanze. L'esempio del popolo di Alma, che si unì nell'amore e fece il patto di agire da amici, ne è una testimonianza. Gesù Cristo stesso è "l'esempio più grande di amicizia", definendo i suoi discepoli "amici".
Come Santi degli Ultimi Giorni, si crede che l'esaltazione comporti il privilegio di trascorrere l'eternità con il Salvatore, il nostro vero Amico, e con coloro che sono diventati come Lui. Questo sottolinea la dimensione eterna e sacra dell'amicizia nel contesto cristiano. I "cari amici" sono coloro che trasformano le difficoltà in opportunità per rafforzare la fede in Dio, aprendo la strada a una speranza più luminosa. Essi sono un "aiuto che gli sia convenevole", come Eva per Adamo, un "aiuto adatto, degno o simile a lui".
L'amicizia, dunque, è un dono reciproco, un continuo donarsi di noi stessi, che si manifesta nel saper soffrire e gioire per e con l'altro, con tanto amore nel cuore. Le amicizie profonde si costruiscono sui principi cristiani, determinando una solida base per il corteggiamento e, infine, intensificando il rapporto fisico sacro nell'ambito del matrimonio. Questi sentimenti di amicizia profonda, rispetto e cura reciproca sono il cuore dell'espressione "dolce caro amico evangelico".
tags: #dolce #caro #amico #evangelico