La figura del migrante e del profugo ha cambiato peso e ruolo nel tempo, evolvendosi da fenomeno circoscritto a problema globale. Nonostante le trasformazioni storiche, il Magistero della Chiesa ha sempre mantenuto una costante attenzione verso coloro che, per cause quali fame o guerra, sono costretti a fuggire dal proprio Paese. Ogni epoca della storia umana testimonia drammatiche epopee di migrazioni, e la Chiesa ha risposto con sollecitudine pastorale e documenti specifici.
Le Prime Intervenzioni Pontificie e l'Evoluzione Storica (dal secondo dopoguerra al nuovo millennio)
Pio XII: Tra "Sfollati" e la Costituzione Apostolica Exsul Familia
Durante la Seconda Guerra Mondiale, in un'epoca di grande desolazione, la Chiesa fu un punto di riferimento per i "sfollati". A Roma, città aperta, Papa Pio XII accolse numerosi rifugiati il 12 marzo 1944. In tale occasione, il Pontefice rivolse parole di benedizione e conforto a quanti erano stati privati della felicità domestica, dispersi, raminghi e spesso ignari della sorte dei propri familiari.

L’orizzonte di Papa Pio XII, che invano aveva tentato di scongiurare il conflitto, era per il momento proprio entro le mura della capitale. "In quest’ora particolarmente grave per la tanto martoriata Città di Roma, dilacerata nelle vive carni dei suoi abitanti orribilmente uccisi, mutilati o feriti, e ove più acute si sono moltiplicate le sofferenze e più impellenti e quotidiani i bisogni, Noi preghiamo di nuovo, supplichiamo, scongiuriamo quanti posseggono mezzi per venire in aiuto, sia con offerte materiali, che col lavoro e con la prestazione dell’opera, di non negare il loro efficace contributo e concorso a così urgente e caritatevole azione".
Dopo la guerra, con la necessità di ricostruire, il profugo e il migrante cambiarono volto. Non era più lo sfollato da città bombardate, ma il padre di famiglia il cui Paese aveva perso la guerra, che cercava sostentamento spesso oltre oceano, verso le Americhe, o verso i Paesi europei vincitori, o verso aree più ricche della sua stessa nazione. Lo stesso Pio XII ebbe ben presente il fenomeno, tanto da promulgare, nell’agosto del 1952, la Costituzione apostolica Exsul Familia sugli aspetti pastorali e religiosi dell’emigrazione, un documento fondamentale che stabilì le nuove norme relative all’assistenza spirituale degli emigranti e confermò che questa competeva alla Concistoriale.
Giovanni XXIII e le Migrazioni Interne
Papa Giovanni XXIII, in occasione del decennale della pubblicazione di Exsul Familia (5 agosto 1962), riprese il tema, sottolineando l'importanza del documento del suo predecessore: "Di fronte all'accentuato nomadismo dei popoli, e ai nuovi bisogni spirituali da esso causati, il Nostro Predecessore di v. m. Pio XII volle dare stabile e compiuta organizzazione all'assistenza degli emigranti, sia lungo le vie di terra e di mare, sia nei luoghi di destinazione". Due anni prima, il regista Luchino Visconti aveva già portato sul grande schermo il dramma della migrazione dal sud al nord Italia con il suo capolavoro Rocco e i suoi fratelli, un segno della crescente rilevanza delle migrazioni interne.
Papa Giovanni XXIII non mancò di evidenziare anche questo aspetto: "Ancora una parola. Essa vuol toccare il delicato problema delle migrazioni interne, che va assumendo proporzioni sempre maggiori. La diversità di risorse e di condizioni economiche tra zona e zona di uno stesso paese, tra città e città, ha causato un flusso costante, che presenta innegabili vantaggi e difficoltà".
Paolo VI: Profondità delle Conseguenze Umane
La lungimiranza di Papa Paolo VI, attento a tutti i fenomeni della modernità, non ignorò le molteplici conseguenze, spesso di segno opposto, delle migrazioni forzate. Il Pontefice rilevò: "Questi spostamenti di popolazioni, resi facili e rapidi dai mezzi moderni di comunicazione, hanno incidenze d’ogni genere sulla nostra società; e se una è positiva, quella economica, molte altre sono, almeno al principio del fenomeno emigratorio, negative, specialmente per quanto riguarda gli animi degli Emigranti, avulsi dai loro ambienti, e non ancora assorbiti organicamente e spiritualmente negli ambienti nei quali sono arrivati".

Paolo VI evidenziò il "trauma spirituale e morale" che turba ogni giudizio interiore, scuotendo i principi su cui si fonda l'onestà e la normalità della psicologia dei migranti. Il suo motu proprio Pastoralis Migratorum Cura del 1969 approfondì le problematiche migratorie e i processi di integrazione, insistendo sui diritti della persona umana, pur se le migrazioni riguardavano sempre meno la popolazione italiana.
Il Contesto della Globalizzazione e Giovanni Paolo II
Negli opulenti anni ottanta, il fenomeno migratorio globale non era ancora esploso in tutta la sua drammaticità, ma a fine decennio, dopo la caduta del muro di Berlino, iniziarono timidamente i primi movimenti di persone in cerca di migliori condizioni di vita verso l’occidente liberale. La Chiesa si preoccupò affinché nei paesi di destinazione i migranti non si trovassero spaesati e demotivati. La Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti del 26 ottobre 1989 sottolineò l'importanza di una pastorale specifica:
- "I migranti cattolici, che confluiscono da ogni dove in una determinata Chiesa particolare, non devono ritrovarsi abbandonati a se stessi."
- Essi "entrano a far parte della Chiesa “impiantata” in quel territorio in cui sono giunti. Devono perciò essere assistiti con una pastorale specifica e adatta per loro."
- "Ogni Chiesa particolare, pertanto, dovrà sentirsi impegnata a coltivare la pedagogia dell’accoglienza e ad esercitare la solidarietà verso i migranti."
Il documento evidenziò inoltre che la pastorale specifica per i migranti, per evitare il rischio di ridursi a pastorale per emarginati, "deve favorire il costituirsi di vere comunità etniche, in cui la fede possa essere vissuta, espressa e trasmessa; è al loro interno, infatti, che essa trova la sua più valida difesa contro l’invadenza del proselitismo religioso. Tali comunità etniche appartengono a pieno titolo al tessuto ecclesiale e contribuiscono, assieme alle altre, alla costruzione del Regno di Dio".
Benedetto XVI: La Drammaticità del Fenomeno Globale nel Terzo Millennio
È solo con il terzo millennio, con il dilagare della globalizzazione, che il migrante cambia volto e il problema si impone in tutta la sua drammaticità a livello mondiale, coinvolgendo stati e determinando le stesse politiche nazionali e internazionali. Ne è testimone Papa Benedetto XVI, come espresso nel suo Discorso ai partecipanti al VI Congresso mondiale per la pastorale dei migranti e dei rifugiati:

"Se il fenomeno migratorio è antico quanto la storia dell’umanità, esso non aveva mai assunto un rilievo così grande per consistenza e per complessità di problematiche, come al giorno d’oggi. Interessa ormai quasi tutti i Paesi del mondo e si inserisce nel vasto processo della globalizzazione. Donne, uomini, bambini, giovani e anziani, a milioni affrontano i drammi dell’emigrazione talvolta per sopravvivere, più che per cercare migliorate condizioni di vita per sé e per i loro familiari. Si va infatti allargando sempre più il divario economico fra Paesi poveri e quelli industrializzati. La crisi economica mondiale, con l’enorme crescita della disoccupazione, riduce le possibilità di impiego e aumenta il numero di coloro che non riescono a trovare neppure un lavoro del tutto precario. Tanti si vedono allora costretti ad abbandonare le proprie terre e le loro comunità di origine; sono disposti ad accettare lavori in condizioni per nulla consone alla dignità umana con un inserimento faticoso nelle società di accoglienza a causa della diversità di lingua, di cultura e degli ordinamenti sociali".
Le Faine - Documentario sull'immigrazione
L'Istituzione e lo Sviluppo delle Strutture Curiali per i Migranti
L'Impegno Post-1870 e i Nuovi Istituti
La situazione post-1870 vide la Chiesa continuare quanto impostato nei decenni precedenti, promuovendo l’apertura ai fedeli, ma anche ai protestanti insediati in Italia. Parallelamente, si impegnò per mantenere il controllo degli emigrati italiani e usarli come ponte nella conquista di paesi anticlericali o protestanti. A tale scopo, ricorse all’apporto dei nuovi istituti di vita consacrata che sopperivano alle difficoltà del clero diocesano. È il caso dei salesiani di don Giovanni Bosco, che, su richiesta di Pio IX, intervennero fra gli italiani di Buenos Aires.
Le Parrocchie Nazionali e l'Opera di Scalabrini
Nel 1887, Propaganda Fide autorizzò le parrocchie nazionali (anche dette personali o linguistiche) negli Stati Uniti, con giurisdizione su una comunità immigrata anziché su un quartiere. Le autorità vaticane si resero conto della mancanza di strutture simili per gli italiani, riflettendosi nell’incapacità di avere edifici di culto e d’incontro, e nella scarsità di sacerdoti qualificati. La soluzione fu affidare a Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, l’istituzione di una congregazione di religiosi per assistere gli italiani nelle Americhe e gestire un collegio per la formazione di missionari. Leone XIII approvò il progetto con un breve del 25 novembre 1887 e lo presentò ai vescovi d’oltreoceano con l'enciclica Quam aerumnosa del 1888. Scalabrini ottenne buoni risultati grazie all’impegno dei suoi missionari e all'aiuto delle congregazioni femminili, lasciando alla sua morte nel 1905 quaranta case in America, con annesse chiese e scuole, e un orfanotrofio a San Paolo.
Scalabrini divenne consapevole della difficoltà di bilanciare appartenenza nazionale e religiosa e, prima di morire, propose alla Santa Sede di istituire un dicastero, o una commissione, pro Emigratis Catholicis.
L'Opera di Bonomelli e il Coordinamento
Nel nuovo secolo, l’attenzione cattolica alle questioni migratorie non decresce. L’istituto scalabriniano rimaneva focalizzato sulle Americhe, mentre del Vecchio Mondo si occupò Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, che nel 1900 fondò l’Opera di assistenza agli operai italiani emigrati in Europa e nel Levante. Per un maggiore coordinamento, nel 1909 fu fondata l’Italica Gens, che federava congregazioni religiose e associazioni laiche. Nel 1912, Pio X istituì il primo ufficio della curia romana per l’emigrazione, una sezione speciale della Concistoriale, con competenza sull’orbe cattolico e rispondente al suggerimento di Scalabrini di badare a tutti i migranti. Nel 1914, fu decisa la fondazione a Roma del Pontificio Collegio per l’emigrazione italiana, aperto effettivamente nel 1920, per formare il clero diocesano.
Tra le Guerre e il Secondo Dopoguerra
Fra le due guerre, l’emigrazione cambiò direzione a causa della chiusura degli sbocchi americani e della diaspora antifascista verso la Francia. Il regime fascista entrò in conflitto con le organizzazioni cattoliche, obbligandole a mantenersi defilate. L’assistenza agli emigrati ricadde così sulle chiese locali. Nel 1944, Pio XII istituì la Pontificia Commissione Assistenza Profughi (poi Pontificia Commissione Assistenza e infine Pontificia Opera Assistenza), che tra il 1945 e il 1948 soccorse quasi mezzo milione di italiani e stranieri. Nel 1949, il Pontificio Collegio per l’emigrazione fu riaperto e affidato agli scalabriniani. Nel 1951, furono fondate a Roma la Giunta Cattolica per l’emigrazione e a Ginevra la Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni.
La Riforma Post-Conciliare e il Dicastero Attuale
Nel complesso, il magistero di Pio XII e Giovanni XXIII portò a un maggior rispetto dell’identità dei migranti e aprì la strada alle riflessioni di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Le strutture curiali si evolsero: la Concistoriale divenne nel 1967 la Congregazione dei Vescovi, mentre nel 1970 fu creata al suo interno la Pontificia commissione per la cura spirituale dei migranti e degli itineranti, resa autonoma dal 1988 come Pontificio Consiglio. Quest'ultimo divenne sempre più attento all’assistenza dell’immigrazione in Italia, spesso tramite parrocchie nazionali. Negli anni successivi, l’attenzione si spostò ulteriormente, concentrandosi sul fenomeno dei rifugiati.
Per un quinquennio, le competenze in materia di migranti, profughi e vittime della tratta sono state affidate ad una Sezione posta ad tempus sotto la guida del Sommo Pontefice, coadiuvato da due Sotto-Segretari. Secondo la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, l'attuale Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha "il compito di promuovere la persona umana e la sua dignità donatale da Dio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la pace”; si interessa “alle questioni relative all’economia e al lavoro, alla cura del creato e della terra come «casa comune», alle migrazioni e alle emergenze umanitarie”; approfondisce e diffonde la dottrina sociale della Chiesa sullo sviluppo umano integrale (P.E., Art. 163). Il Dicastero è inoltre chiamato a servire “le Chiese particolari, le Conferenze episcopali, le loro Unioni regionali e continentali e le Strutture gerarchiche orientali”, collaborando con esse nel campo della promozione umana integrale. Il Dicastero è altresì competente nei confronti della Fondazioni Giovanni Paolo II per il Sahel e della Fondazione Van Thuan.
La Pastorale Specifica per i Migranti: Fondamenti e Principi
I Fondamentali Documenti di Riferimento
La pastorale dei migranti si basa su un corpus di documenti ecclesiastici, nati principalmente in riferimento alla Chiesa cattolica di rito latino, sebbene esistano anche per le Chiese di rito orientale. I principali sono:
- La costituzione apostolica Exsul Familia Nazarethana di Pio XII.
- Il decreto conciliare Christus Dominus, n. 18.
- Il motu proprio Pastoralis Migratorum Cura di Paolo VI (1969).
- L’istruzione De Pastorali Migratorum Cura della Congregazione Concistoriale.
- Le disposizioni del Codice di Diritto Canonico del 1983, che ha inserito per la prima volta la legislazione sulla cura pastorale dei migranti nell’ordinamento canonico.
- I numerosi discorsi e messaggi annuali dei Sommi Pontefici, in particolare in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
La "pastorale" è l’arte con cui la Chiesa si edifica nel mondo in vista della realizzazione del Regno di Dio, secondo la sua natura di sacramento di salvezza e con i mezzi che le sono propri (parola, sacramenti, sacerdozio). È un’attività tipica dei Pastori (Vescovi, sacerdoti, diaconi), ma che coinvolge tutto il Popolo di Dio.
Il Concetto Pastorale di “Migrante”
Il fenomeno della mobilità umana è molto variegato. Da un punto di vista pastorale, i documenti della Chiesa dividono la mobilità in diverse categorie, tra cui emigranti, marittimi, aeronaviganti, nomadi e turisti. Tuttavia, il campo per cui è stata maggiormente accentuata la necessità di una pastorale specifica è quello dei migranti, categoria che spesso include esuli e profughi.
Il n. 15 dell'Istruzione De Pastorali Migratorum Cura rileva che i migranti, "pur costituendo categorie umane non poco diverse tra loro, hanno in comune condizioni di vita del tutto particolari, che differiscono molto da quelle a cui erano assuefatti in patria, al punto da non poter far capo, per aiuto spirituale, ai parroci del luogo. Per questo la Chiesa si preoccupa con materna sollecitudine di prestare ad essi un'opportuna assistenza pastorale". Ne deriva la seguente nozione pastorale del migrante: “perciò, da un punto di vista pastorale si devono considerare migranti tutti coloro che per qualsiasi motivo si trovano a vivere fuori della propria patria o della propria comunità etnica e hanno bisogno, per vere necessità, di una cura particolare specifica”.
La Necessità di una Cura Pastorale Specifica
La situazione particolare del migrante, che vive fuori dalla propria patria o comunità etnica, rende generalmente insufficiente o impossibile usufruire della pastorale ordinaria, offerta dalla Chiesa ai fedeli attraverso il ministero del parroco su base territoriale. Il decreto Christus Dominus, n. 18, ha raccomandato: “Si abbia una particolare sollecitudine per i fedeli che, per la loro condizione di vita non possono avvalersi sufficientemente della comune pastorale ordinaria dei parroci o ne mancano del tutto, come sono moltissimi migranti, esuli e profughi, marittimi e aeronaviganti, nomadi e altre categorie simili”.
Il Codice di Diritto Canonico raccomanda al Vescovo (can. 383, § 1) una particolare attenzione per coloro che "non sono in grado di avvalersi di una cura pastorale ordinaria" e al parroco (can. 529, § 1) una particolare diligenza per gli esuli dalla patria. Impone, poi, che si costituiscano, in quanto è possibile, dei cappellani "per coloro che, per la loro condizione di vita non possono usufruire della cura ordinaria dei parroci" (can. 568). Ai pastori, in particolare, viene raccomandato che venga annunciata la parola di Dio a quei fedeli "che per la loro condizione di vita non sono in grado di avvalersi sufficientemente della comune e ordinaria azione pastorale o ne sono privi del tutto" (can. 771, § 1). La pastorale di cui hanno bisogno i migranti sarà dunque straordinaria e specifica.
La Specificità dell'Azione Pastorale
Il principio generale che guida la pastorale specifica per i migranti è espresso nella Exsul Familia: “Agli emigrati va assicurata un'assistenza spirituale non diversa né minore di quella di cui godono gli altri fedeli nelle diocesi”. Laddove la pastorale ordinaria è insufficiente, si dovrà provvedere con una pastorale specifica e straordinaria, che richieda la presenza di un sacerdote in grado di venire incontro alle esigenze dei migranti.
La Chiesa raccomanda che il sacerdote sia, per quanto possibile, della stessa lingua e dello stesso gruppo etnico del migrante. Tale ministero, infatti, viene svolto, finché è necessario, da un sacerdote con potestà personale e cumulativa con quella del parroco territoriale. Questa "anomalia" è imposta dalla realtà oggettiva e richiesta dal bene delle anime. La duplice appartenenza alla comunità etnica e a quella territoriale che la Chiesa prevede per i migranti significa rispetto per il migrante e per il suo patrimonio spirituale, garantendo la sua libertà di appartenenza e, al contempo, invitandolo a un graduale inserimento nella comunità parrocchiale territoriale.
Giustificazione della Pastorale Specifica
La persona che si trova fuori dalla propria patria e della propria comunità etnica è come disorientata, con ripercussioni sulla fede e sulla pratica religiosa. Il migrante, spesso senza conoscenza sufficiente della lingua del paese ospitante e fuori dal contesto culturale, trova difficile o impossibile il rapporto con il parroco del luogo e con la comunità cristiana. Per una comunità numerosa, è indispensabile una pastorale specifica con mezzi straordinari.
Pio XII diceva ai missionari per i migranti: “Fate comprendere agli immigrati italiani che la vostra è un'assistenza spirituale straordinaria, la quale deve offrire loro, tra l'altro, l'opportunità di confessarsi nella lingua materna, quando ciò non è possibile presso i sacerdoti indigeni, ma che frattanto essi debbono studiarsi nei giorni festivi di frequentare gli uffici divini insieme con i fedeli del Paese. Incoraggiateli ad accostumarsi alla vita religiosa del luogo...”.
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