Nel suo coraggioso “avanzare di ritorno”, il Concilio Ecumenico Vaticano II ha riconsegnato alla Chiesa la centralità del Battesimo, del nostro venire immersi attraverso di esso nella Pasqua del Signore. Essere fratelli in Cristo, morti con lui e risorti con lui. Indetto da Papa Giovanni XXIII nel 1962, il Concilio già intuiva i tempi di difficoltà e confusione che avremmo conosciuto. E tornava indietro, ai primi secoli, quando il racconto glorioso dei Vangeli correva in un campo minato di persecuzioni e torture, ma con il fuoco di amore che ardeva nei cuori di chi aveva ricevuto la grazia del Battesimo. Non c’erano Bibbie tascabili e neppure tecnologie smart: le parole che dicevano la vittoria della vita sulla morte abitavano l’anima dei cristiani, e così era possibile lavorare e pregare, camminare e pregare, svolgere qualunque attività e pregare.

Davanti alla stanchezza, all’orrore della violenza, alle ostilità, alle calunnie, ai supplizi, ai denti dei leoni e delle tigri nel Colosseo, alla solitudine, alla malattia, ai lutti, l’annuncio del gaudio pasquale era l’urgenza vera: trasmetterlo ai figli, ai parenti, ai vicini, a ogni fratello. La Chiesa dei primi secoli è stupefatta, rapita, e i missionari corrono: non li fermano le tempeste, gli agguati, il carcere, la fame, la sete, la povertà. Il Concilio Vaticano II dice ai figli della Chiesa: dentro di voi deve battere il cuore del vostro Battesimo, che è la Pasqua del Signore. Siete morti con il Salvatore nell’acqua che è scesa sulla vostra testa a seppellirvi e siete nati a vita nuova con lui. In voi c’è il trionfo della vita e del Signore della vita, l’unica vittoria che non può essere superata e smentita. Con la riforma della Liturgia, il Concilio Vaticano II ha voluto restituire alla Chiesa l’ardore delle origini.
Il Contesto e gli Obiettivi della Riforma Liturgica
Il Discorso di Papa Giovanni XXIII per la solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l'11 ottobre 1962, ha chiarito l'orientamento della Chiesa:
«Il nostro lavoro non consiste […] nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato […]. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame […], occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo […], occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale» (Discorso del Papa Giovanni XXIII per la solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II - 11 ottobre 1962, n. 4).
La Costituzione sulla Sacra Liturgia: Sacrosanctum Concilium
Il primo documento messo a punto dal Concilio è stata la costituzione sulla sacra Liturgia: la Sacrosanctum Concilium. Fin dall’incipit emerge il suo afflato pastorale:
«Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, n. 1).
La riforma liturgica non era quindi un semplice “aggiornamento” o la sostituzione della lingua latina con le lingue nazionali, ma la consapevolezza della necessità di celebrare il dono di Dio attraverso la ricchezza antropologica dei linguaggi dell’uomo, dei segni simbolici, delle arti e della bellezza. Così la riforma dei testi e dei riti, in nome di una partecipazione più ampia del popolo cristiano alla Liturgia, ha interessato diversi livelli, a cominciare dai libri liturgici.
La Presenza di Cristo nella Liturgia: Il Primato del suo Agire
La *Sacrosanctum Concilium* evidenzia con forza la presenza costante e operante di Cristo nelle azioni liturgiche. Il paragrafo 7 è un testo chiave:
«Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra» (Sacrosanctum Concilium, n. 7).
3MC 38 - Cos’è l’Eucaristia?
Questo importantissimo paragrafo chiede anzitutto di riconoscere che a Cristo crocifisso e risorto va il primato assoluto dell’agire liturgico, mostrando, nei testi delle preghiere e nei riti, che il compito fondamentale della Chiesa, mentre celebra i divini Misteri, è cogliere in essi la presenza dell’opera salvifica del suo Signore.
Le Radici Teologiche: Il Movimento Liturgico e la Mediator Dei
Questa intuizione è debitrice alla teologia del Movimento Liturgico che, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ha visto numerosi ricercatori coltivare studi approfonditi sul rito cristiano, riaccendendo intuizioni dell’epoca patristica. Da quel patrimonio di riscoperte, tra cui il canto gregoriano e le catechesi mistagogiche arcaiche, Pio XII ha tratto spunto per la prima enciclica della storia dedicata interamente alla Liturgia, la Mediator Dei, pubblicata nel 1947, in un contesto di grandi tensioni tra conservatori e progressisti.
Il titolo dell’enciclica evoca un passaggio della Lettera agli Ebrei. Mentre nell’antica alleanza c’erano il sacerdozio del Tempio e il ripetersi dei sacrifici animali, la Lettera agli Ebrei fa riferimento a un’immolazione che non viene dall’uomo: è Dio stesso che, attraverso Cristo, si offre. L’atto dell’offerta personale ed esistenziale del Signore Gesù non è assimilabile al culto giudaico. Egli entra nel regno del Padre “ephapax”, “una volta per tutte”, morendo sull’altare della Croce. La salvezza che la Pasqua rivela e realizza dipende dal fatto che la Carità di Dio non è una qualità accessoria, ma il totale sacrificio di sé.
Dio irrompe nella vicenda del mondo con una dinamica che non lo blocca in un determinato momento, perché le sue azioni e le sue parole trascendono spazio e tempo. Paolo, nella Lettera ai Galati (4,4), legge l’incarnazione, l’evento con cui il Verbo entra nella storia, come la pienezza del tempo: il tempo raggiunge il suo fine e la vicenda degli uomini un compimento ineguagliabile, che ha nella Pasqua il culmine. Essa è il mistero di salvezza che il Signore realizza come “ricapitolatore” (cfr. Ef 1,10) della storia.
L’enciclica di Pio XII voleva spostare l’attenzione da un’idea di culto inteso come azioni cerimoniali che la Chiesa compie verso Dio - opera degli uomini - a una Liturgia dove ciò che si realizza è Cristo a compierlo - opera di Dio. Nelle azioni liturgiche è come se il cielo sopra di noi si aprisse: diventiamo partecipi dell’evento pasquale e siamo compresi in esso. Il rito cristiano non è un discorso su Gesù, ma un’azione del Salvatore del mondo che noi accogliamo nella fede. Per i Padri conciliari è addirittura la più grande azione della vita della Chiesa.
La Liturgia come Opera Trinitaria e le Sue Due Dimensioni
La Liturgia è intrinsecamente trinitaria e pneumatica: dov’è il Figlio, lì opera anche lo Spirito. L’Ordinamento delle letture della Messa (reperibile sul Lezionario domenicale-festivo) lo ha ben presente mentre ricorda quanto il Soffio divino soccorra continuamente il nostro fare e il nostro dire:
«L’azione dello stesso Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l’azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio vien detto per l’intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l’unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione» (n. 9).

Le parole e le azioni rituali sono il compiersi della salvezza, non un estrinseco “cerimoniale”. Poiché il primo soggetto è Cristo, il mistero che è in opera nel nostro celebrare è duplice: temporale-incarnato (storico-rituale) e celeste-trascendente (divino-invisibile). Come nell’unità della Persona divina del Verbo sussistono due nature, quella umana e quella divina, distinte ma mai separabili, la Liturgia vive contemporaneamente di due dimensioni: una incarnata, storica e rituale, e un’altra celeste, divina e spirituale.
Il Ruolo della Chiesa e la Partecipazione dei Fedeli
Mentre celebra il culto, fermo restando che il primo soggetto è il Signore, la Chiesa diventa il soggetto derivato. Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale «morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita».
Pertanto, come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l’opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica. Non siamo noi che nelle azioni liturgiche rendiamo Cristo presente nell’oggi, ma è Cristo che si rende presente alla sua Chiesa, che partecipa come a una epifania di sé stessa, perché il Signore, associando a sé il suo corpo mistico, la mostra quale “ekklesia”, la comunità dei chiamati. Il volto della Chiesa è rivelato mentre “si riunisce in assemblea” e quando una Chiesa locale celebra la Liturgia con il proprio Vescovo, lì si manifesta l’invisibile mistero della Chiesa universale.
A coloro che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, Cristo concede anche di aver parte al suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, in vista della glorificazione di Dio e della salvezza degli uomini. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre frutti dello Spirito sempre più abbondanti. Tutte le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell’Eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore.
La Liturgia non è opera “a porte chiuse”: dona ai fedeli l’Amore divino che sono mandati a portare ai popoli di ogni lingua, popolo e nazione.
La Celebrazione della Parola di Dio e gli Spazi Liturgici
Vi sono molte forme di ascolto della Scrittura, con le quali può essere interiorizzata, spiegata, analizzata, ma la Parola di Dio, nella Liturgia, non si legge e non basta dire che si proclama: essa viene celebrata. Celebrare la Parola di Dio è tutt’altro che impegnarsi in una pomposa declamazione.

Nel testo di Giovanni, il termine greco “mnemeion”, tradotto in italiano con “sepolcro” e nella Vulgata di Girolamo con “monumentum”, rimanda a un orizzonte di significati complesso. L’altare veniva collocato sull’asse ponente/oriente. L’ambone sull’asse meridione/settentrione. Il significato di una simile edificazione monumentale si comprende - come ha magistralmente suggerito Crispino Valenziano - solo riconoscendo in essa quel monumentum.
Il termine “ambon” probabilmente deriva dal verbo greco “anabaino”, “salire”, e designa un luogo elevato, dove è possibile per i lettori e i diaconi dare lettura dei testi sacri. L’attuale “ambone” delle nostre chiese viene spesso posto lungo la corda di recita, delimitando l’azione, ma ciò snatura completamente il suo senso. Dovrebbe stare nell’aula, ecclesialmente, non sul santuario-presbiterio, clericalmente. Non è un “leggio” inserito per dare lettura di un libro davanti a un pubblico. È piuttosto, come scriveva Germano di Costantinopoli (634-733), “l’icona del Santo Sepolcro”. È il contesto ambientale in cui vengono celebrate le Parole della Scrittura.