Il volume intitolato "Dizionario storico delle Diocesi: Campania" si presenta in formato 8° (cm 24 x 15), consta di 704 pagine e include 704 illustrazioni a colori. È stato pubblicato a Palermo da l'Epos nel 2010.
Un'Opera Fondamentale per la Storia Ecclesiastica Campana
Quest'opera fa parte della collana "Dizionario storico delle Diocesi", diretta da Sergio Tanzarella, Professore ordinario di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi) e invitato presso la Pontificia Università Gregoriana.

Il Progetto Editoriale e la Direzione Scientifica
Il Dizionario storico delle diocesi: Campania, promosso dall'Istituto di storia del cristianesimo "Cataldo Naro - vescovo e storico della Chiesa" della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi), raccoglie per la prima volta i contributi di quaranta studiosi delle università e dei centri di ricerca ecclesiali e civili della Campania. Si tratta di uno strumento di consultazione e di studio che, oltre alle vicende storico-istituzionali, religiose e pastorali delle attuali ventidue diocesi, due abbazie territoriali e una prelatura pontificia, presenta la storia delle tantissime altre diocesi scomparse, soppresse e unite, oltre quelle la cui esistenza appare incerta o leggendaria.
Contributi e Rigore Scientifico
Nelle singole voci vengono affrontati con rigore scientifico sia i problemi ancora aperti della fondazione delle diocesi e delle cronotassi dei vescovi sia le storie delle diocesi non solo nella dimensione ecclesiastica ma nella incidenza che esse hanno avuto nella cultura, nell'economia, nell'arte e nella società dell'area campana, con particolare riferimento alla religiosità popolare, alle forme di culto e ai santuari. La realizzazione del volume ha visto la collaborazione di:
- Anna Carfora, Professore incaricato di Storia della Chiesa presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi).
- Carlo Galiano, Professore a contratto di Storia medievale presso l'Università di Napoli "Federico II" e invitato di Storia della Chiesa medievale presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi).
- Antonio Ianniello, Professore invitato di Storia della Chiesa moderna presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi) e Direttore dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Capua "San Roberto Bellarmino".
- Giovanni Liccardo, Professore invitato di Archeologia cristiana presso la Scuola di Alta Formazione di Arte e Teologia della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. san Luigi).
Panoramica dei Contenuti: Dalle Diocesi Attuali a Quelle Scomparse
Il volume parte dalla nascita delle prime diocesi, quella di Capua si fa risalire al I secolo e quelle di Napoli, Nola e Benevento al III secolo, per arrivare alle più recenti. Complessivamente, sono 73 le entità ecclesiastiche sparse sul territorio campano analizzate, incluse le 22 diocesi attuali, 2 abbazie, l’unica prelatura pontificia di Pompei e altre diocesi scomparse, soppresse e unificate.
Le Origini e l'Evoluzione del Cristianesimo in Campania
Le Sfide nella Datazione delle Prime Diocesi
Definire le fasi originarie delle diocesi della Campania, che in età romana non costituì mai una realtà politicamente omogenea e i cui limiti geografici furono a lungo indeterminati, risulta assai problematico, poiché le testimonianze sono insufficienti o di dubbia attendibilità. La discussione sull’antichità delle diverse Chiese sembra aver definitivamente escluso le indicazioni di quanti, soprattutto nel XVII, XVIII e XIX secolo, diedero rilievo alle storie e alle cronotassi locali, in gran parte rapsodiche e incomplete, che facevano risalire la fondazione delle circoscrizioni all’età apostolica.
È acclarato, come già indicò Filippo Lanzoni, che gran parte di quelle traditiones furono prodotse dal tentativo di dare prestigio alle sedi episcopali per potenziare la funzione carismatica (e quindi dottrinale) dei vescovi. Pertanto, i dati cronologici e biografici di alcuni presunti «primi» vescovi, che sarebbero stati incaricati nelle singole città direttamente da Pietro, o più raramente da Paolo, nella maggior parte dei casi si devono considerare poco sicuri, se non addirittura leggendari.
Vescovi Leggendari e Controversie Storiografiche
In questa rubrica rientrano, a titolo esemplare, Aspren di Napoli, Fotino di Benevento, Prisco di Nocera (o di Capua), Simisio di Sessa Aurunca. Tra le controversie storiografiche più significative vi è la pretesa presenza cristiana nelle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Le conoscenze odierne non consentono una risposta definitiva e qualsiasi soluzione si dia alla vexata quaestio, negativa o positiva, include tutta una sequenza di temi e di sviluppi assai complessi.
Ha ottenuto solo una debole eco l’ipotesi di coloro che nel nome Béryllos, graffito in greco sopra una parete della villa di Poppea ad Oplontis (Torre Annunziata), scorgevano il monogramma di Cristo. Ugualmente, una delle prove ritenuta tra le più significative a risolvere il quesito in senso affermativo, la cosiddetta «Croce» di Ercolano, è stata smentita dal ritrovamento, in una villa rustica di Boscoreale del I secolo a.C.-I secolo d.C., di mensole lignee il cui distacco dalle pareti ha evidenziato un segno cruciforme affine a quello della casa del «Bicentenario», quindi del tutto estraneo al simbolo cristiano. Irrisolte sono anche le dispute sulla paternità cristiana del cosiddetto «quadrato magico», l’iscrizione bustrofedica trovata su una parete della grande palestra a Pompei, che conterrebbe l’anagramma del Pater, e dell’epigrafe rinvenuta nel 1862, sempre a Pompei, sulla parete dell’atrio del presunto «Albergo dei Cristiani», la quale presenterebbe la parola christianos.

Diffusione del Cristianesimo e Radicamento della Fede
Al di là delle incertezze documentarie, le vie per le quali il cristianesimo si diffuse nelle città campane non furono diverse da quelle comuni alle altre regioni del bacino del Mediterraneo: i porti, le stationes delle strade consolari, i suburbi provinciali, i centri residenziali. Nondimeno, a dispetto di certe congetture esaltatorie del passato, il radicamento della fede cristiana in Campania fu lungo e difficile, anche se costante. In realtà, non dovette essere troppo agevole imporre il nuovo «culto» e sostituire l’antica radicata religiosità fondata su divinità tipicamente italiche mescolate a dei locali, greci e latini, soprattutto nelle zone montane e pedemontane della regione (per esempio in quelle della provincia di Benevento o della piana pestana) dove sono state trovate tracce sicure della lunga sopravvivenza di tradizioni pagane o paganeggianti.
Favorevole humus per la propaganda cristiana rappresentò, ovviamente, la presenza di numerose e dinamiche comunità di ebrei della diaspora, che nella regione furono particolarmente attive, per esempio, a Pozzuoli, a Pompei, a Napoli, a Capua, a Sessa Aurunca e a Salerno: giudeo-cristiani erano quei «fratelli» che Paolo incontrò a Puteoli e presso i quali si trattenne una settimana (At 28,13-15). Appunto le diocesi di Puteoli e di quelle città situate lungo le direttrici principali della regione (Cumae, Misenum, Neapolis, Capua, Nola, Suessa, Sinuessa, Forum Popilii) sono da ritenere le più antiche e attendibili, dal momento che, nonostante le fonti letterarie siano parziali e leggendarie, le origini delle diocesi sono documentate anche da obiettive testimonianze monumentali.
Consolidamento e Organizzazione Ecclesiastica
Il Punto di Svolta tra III e IV Secolo
Il periodo compreso tra la fine del III secolo e la prima metà del IV rappresenta, come prova una documentazione più consistente e attendibile, il punto di svolta della storia non solo religiosa, ma anche civile per molti centri. Le varie Chiese, comprese quelle situate nelle località rurali, si organizzano e si strutturano via via in comunità gerarchiche sotto la guida di vescovi e di presbiteri. La loro azione, agevolata poi dalla «rivoluzione» costantiniana, preconizza nelle città maggiori la definitiva decadenza del paganesimo e l'irreversibile affermazione del cristianesimo. Al riguardo, sono esemplificativi gli episcopati di Fortunato (332-353) e Severo (364-410) a Napoli, e Proterio (304-326?) e Vincenzo (336?-365) a Capua.

La Struttura del Cristianesimo nel V Secolo
Dal V secolo il cristianesimo, cultura a questo punto dominante in gran parte della regione, risulta dotato di una inconfondibile e forte struttura organizzativa, caratterizzata dall’esistenza di un organico presbyterii ordo, la cui funzione e posizione giuridica sono confermate, per esempio, dalle molte fondazioni religiose, che finirono per sostituire in molti casi strade e edifici classici. I chierici committenti poterono a loro piacimento inserirsi in strutture pubbliche e stravolgerne, almeno in parte, la funzionalità, mentre le città finivano per accentrarsi intorno alle insulae episcopali, convertite ormai in nuclei del potere ecclesiastico. L’interprete assoluto di questa fase fu il vescovo Paolino di Nola; a favore delle folle di pellegrini che accorrevano da ogni parte al santuario di Cimitile, vicino a Nola, egli fece lastricare strade e costruire ospizi, oltre che ampliare e rinnovare con opere colossali il complesso basilicale.
Crisi, Riorganizzazione e l'Età Medievale
Le Devastazioni e le Trasformazioni Sociali
Una così articolata organizzazione, tuttavia, subì di lì a poco inevitabilmente i contraccolpi delle devastazioni causate dalle occupazioni e dalle guerre, nonché delle cicliche endemie che si ripeterono anche nella maggior parte delle regioni italiane con esiti disastrosi e deprimenti non solo nell’ambito civile, ma anche in quello religioso: clero vessato o ridotto all’esilio, edifici di culto abbandonati, sedi diocesane talvolta vacanti. Vistosi furono i fenomeni di crisi della vita e delle strutture cittadine - soprattutto in termini di contrazione demografica e di ridistribuzione delle popolazioni fra territori urbani e rurali - che, dal V secolo, investirono in misura rilevante le chiese presenti nell’area dell’attuale Campania. Processi dei quali oggi si conoscono meglio le dimensioni di medio-lungo periodo, e che perciò - diversamente da quanto affermato tradizionalmente dalla storiografia - non possono più ricondursi in modo esclusivo o prevalente agli sconvolgimenti prodotti dalle guerre e dalle migrazioni di Goti e Longobardi.
Nell’insieme, infatti, risultano sparizioni, spostamenti o soppressioni e incorporazioni di sedi episcopali quali Aeclanum, Telese, Forum Popilii, Abellinum, Caudium, Teano e Calvi, tutte durevolmente non più attestate già nella documentazione successiva alla fine del V secolo. Ed è noto, inoltre, il venir meno di Suessa (Sessa Aurunca), Vicus Feniculensis, Liternum-Patria, Suessula, Cubulteria, Marcellianum-Consilinum, Velia e Nocera, scomparse a lungo o mai più documentate dopo il VI secolo, ma in qualche caso ancor prima degli stanziamenti longobardi. Né, del resto, le eclissi diocesane posteriori alla metà del VII secolo (Atella, Bussento-Policastro) possono spiegarsi con i soli effetti della conflittualità longobardo-bizantina, via via attenuatasi, in realtà, nel corso dei decenni. Qualche parziale eccezione, invece, è possibile registrare limitatamente ad aree subregionali quali il cosiddetto «triangolo» Formia-Capua-Napoli, dove più densa e stabile appare la presenza di centri urbani, o come i territori della costa rimasti, formalmente, ducati bizantini. Napoli, fra l’altro, si segnala nel VI-VII secolo, rispetto alla crisi contemporanea del cenobitismo pre-benedettino, pure per il numero e la pronunciata varietà di esperienze, ordinamenti e insediamenti monastici attivi al suo interno o nelle zone vicine - volta a volta di tipo eremitico-ascetico, lavriotico o ancora cenobitico -, in cui svolgono ruoli di primo piano le componenti linguistiche, liturgiche e più generalmente culturali di matrice orientale.
La Cura d'Anime nelle Campagne e il Fenomeno delle "Eigenkirchen"
Anche in Campania la cristianizzazione e l’organizzazione della cura d’anime nelle campagne rappresentarono, per tutto l’alto Medioevo, nodi problematici fondamentali, in quanto processi di non facile controllo gerarchico-istituzionale e sacramentale. Ne scaturivano, in realtà, forme del tutto particolaristiche e private di autorità sulle chiese (le cosiddette Eigenkirchen) e nel clero, da parte di principi, aristocratici e proprietari di terre ai più diversi livelli. Infatti, qui come altrove nel Mezzogiorno, «le maglie assai larghe della distrettuazione diocesana dei secoli VII-IX, rendendo quanto mai evanescente la presenza del vescovo soprattutto nelle zone più periferiche, aprivano ampi spazi a iniziative che, sebbene volte a soddisfare i bisogni religiosi delle popolazioni rurali, si muovevano nondimeno al di fuori del quadro canonico fissato dai pontefici dei secoli V-VI» (Vitolo).
Precisamente papa Gelasio I (492-496), nel tentativo esplicito di adeguare l’articolazione diocesana alla mutata realtà sociale ed ecclesiale, aveva appunto affermato i princìpi di una concezione non più territoriale bensì personale della diocesi (Epp., framm. 19: «illud debet summa intentione disquisiri, quis […] baptizaverit incolas, aut ad cuius consignationem sub annua devotione convenerint. Non enim terminis aut locis aliquibus convenit definiri, sed illud facere dioecesim quod superius continetur, ut constet commanentes a quo fuerint lavacri regeneratione purgati»). D’altra parte, egli aveva anche ripetutamente sancito limiti rigorosi alle celebrazioni sacramentali nei luoghi di culto fondati dai privati e alla loro potestà su di essi, generalmente circoscritta - ma non sempre - al semplice diritto d’ingresso (per es. ivi, framm. 34: «praeter processionis aditum, qui omni Christiano debetur, nihil ibidem se proprii iuris habiturum»).
Fu tale definita tradizione che, più tardi - nel concilio Romano dell’anno 826, e poi nei sinodi diocesani campani svoltisi l’uno probabilmente a Capua verso la metà del IX secolo, e l’altro a Benevento-Siponto qualche decennio dopo - indusse i vescovi lì riuniti, a loro volta, a stabilire una regolamentazione della vita e delle istituzioni ecclesiali locali incentrata su un organico sistema di chiese battesimali (plebes/pievi), nel quale organizzare il territorio delle diocesi posto sotto il governo dell’ordinario, assoggettandovi anche tutti gli oratori pur di privata proprietà laicale. Obiettivi di un compiuto ordinamento plebano, questi, che però - almeno fino al declinare dell’XI secolo - non risulta abbiano trovato riscontro nella realtà effettuale della Campania, se solo si sposta l’osservazione dalle fonti di tipo normativo, oppure di produzione vescovile, a quelle documentarie prese nel loro insieme. In verità, nelle aree rurali (e talvolta non solo in esse), la creazione, l’attività e il possesso laicali di chiese collocate al di fuori del controllo episcopale vennero piuttosto a moltiplicarsi, per ragioni riconducibili, in primo luogo, ad aspettative e orizzonti propriamente religiosi e devozionali, ma alle quali spesso si sovrapponevano le esigenze di unità del patrimonio e di continuità dello status familiare e sociale dei fondatori legato alla terra, come pure le necessità di stabilizzazione e di organizzazione ecclesiale delle popolazioni contadine ivi residenti.
Il dilatarsi del fenomeno dell'Eigenkirche, quindi, lungo i decenni - 21 fondazioni diverse, ad esempio, finora note nella sola e circoscritta area di Amalfi, tra fine X e metà XII secolo - implicò però anche la perdita di consapevolezza della specificità della pieve, quale chiesa battesimale di pertinenza vescovile: omologata com'era quest’ultima di fatto, pressoché in ogni aspetto, agli altri minori luoghi di culto, e identificandosi essa pure (conformemente al principio enunciato nel V secolo) non col territorio bensì con la «collectio hominum», cioè con la comunità dei fedeli che vi facevano riferimento per la propria vita religiosa (così la plebs, ad esempio, secondo il glossatore canonista Uguccione da Pisa).
Il Ruolo di Roma e delle Fondazioni Monastiche
A controbilanciare tale centrifuga frammentazione delle strutture ecclesiali e dell’organizzazione della cura d’anime, con i rischi di mondanizzazione che inevitabilmente vi erano connessi, provvide a più riprese - in Campania come nel resto del Mezzogiorno - l’iniziativa sacramentale e giurisdizionale diretta della chiesa di Roma (fino al X secolo, in realtà, unica sede metropolitana occidentale in cui fossero incardinati gli episcopati dell’Italia suburbicaria), giovandosi essa di volta in volta, oltre che della rete delle diocesi - e, anzi, non di rado in misura maggiore che di quelle -, delle fondazioni monastiche più attive presenti sul territorio. Fin dall’alto Medioevo, infatti, queste erano spesso anche le sole istituzioni capaci di assolvere funzioni sia di guida spirituale che di aggregazione sociale delle popolazioni rurali: ciò che, a cominciare dall’VIII secolo, notoriamente venne a realizzarsi in modo significativo specialmente con la ricostruzione di Montecassino (dopo la distruzione longobarda del 580), nonché, parimenti, con la nascita di San Vincenzo al Volturno.
L'Introduzione delle Metropolie Meridionali e la Riforma Gregoriana
Pure l’introduzione pontificia delle metropolie meridionali, appunto dalla seconda metà del X secolo, con la congiunta prima ristrutturazione delle sedi diocesane che ne risultò - e iniziando proprio dai nuovi arcivescovadi campani:
- Capua (966)
- Benevento (969)
- Napoli (969?)
- Salerno (fra 974 e 981)
- Amalfi (987)
- Sorrento (1005)
Se, da un lato, veniva incontro originariamente alle strategie della politica del duca di Spoleto e principe beneventano e capuano Pandolfo Capodiferro, dall’altro, però, rappresentava un accorgimento indispensabile ad arrestare il dilatarsi giurisdizionale del patriarcato di Costantinopoli sugli episcopati delle aree bizantine del Sud Italia; giungendo invece il papato, nel lungo periodo, a consolidare i vincoli fra Roma e le chiese del Mezzogiorno, attraverso l’istituto delle province, con efficacia molto maggiore che per il passato. Ma fu soprattutto in virtù dei mutamenti e degli ideali affermati a partire dalla cosiddetta «riforma gregoriana» che le istanze di primato pontificio, ormai estese a ogni livello della cristianità universale, giunsero a dispiegarsi compiutamente anche sul governo delle Chiese del nuovo Regnum Siciliae unificato dai Normanni, e pervenuto formalmente nel vassallaggio del papa.