Il Disegno del Monaco Eremita Camaldolese e la Tradizione Ascetica

Il soggetto di un disegno entro cornice di legno scura raffigura un religioso appartenente all'Ordine degli Eremiti camaldolesi di Monte Corona, noti come Coronesi. Il monaco è rappresentato frontalmente, con la mano sinistra che indica la destra aperta di lato, e indossa una lunga tunica bianca dalle larghe maniche con sopra un lungo mantello bianco con cappuccio. Questo disegno fa parte di una serie di opere grafiche raffiguranti monaci di vari ordini, come indicato dalla scritta posta sotto la figura.

Disegno di un monaco eremita camaldolese con lanterna

La rappresentazione semplice, priva di sfondo, rende difficile la datazione precisa, ma secondo alcuni esperti potrebbe essere anteriore al 1656, anno in cui uno degli ordini raffigurati, quello dei "Cruciferi d'Italia", fu soppresso. È probabile che l'autore, forse un monaco stesso, abbia realizzato questo e altri figurini di "moda ecclesiastica" come un prontuario per i monaci della Badia, al fine di riconoscere i numerosi frati che viaggiavano per la città. Questi disegni rivestono una notevole importanza documentaria.

L'Eremita e la Devozione: Origini e Diffusione dell'Ascesi

Il concetto di eremita o della sua immagine come oggetto di culto e venerazione ha radici profonde. Alla Docciolina, ad esempio, si trova l'albero, il sasso e la fonte, e "Il Sasso" viene da alcuni definito come "immagine di un eremita". La spiegazione di tale devozione risiede nella mutazione della sua natura, avvenuta quando la costante minaccia di persecuzione dei primi cristiani diminuì e infine scomparve.

Già all'inizio del III secolo, Clemente di Alessandria fu il primo tra i Padri della Chiesa a porre sullo stesso piano il martire e l'asceta. Durante le due generazioni comprese tra il 260 e il 324, l'ascesi si diffuse come modo prevalente di esprimere la pietà cristiana. Nel terzo secolo già esistevano tra i cristiani "famiglie" o congregazioni di asceti formate da uomini o donne celibi. Panfilo di Cesarea, ad esempio, presiedeva una confraternita di celibi dediti all'apprendimento delle cose sacre; queste "famiglie" di celibi erano numerose in tutta l'Anatolia. Nel Simposio di Metodio, modellato sull'opera di Platone, undici donne si unirono in conversazioni che esaltavano la castità, con l'intento di fornire una "regola" o manuale di dottrina per comunità di ascete.

Mappa della diffusione del monachesimo nel mondo antico

Radici Orientali e Sviluppo del Monachesimo

Il monachesimo più antico ha le sue radici in quello ebraico, la cui tradizione, conservatasi per secoli in Mesopotamia, fu reintrodotta in Siria, Palestina ed Egitto da missionari manichei (McNeill, W.H. 1963). Questo monachesimo rappresenta la diretta continuità di quello ebraico dei cosiddetti "Therapeutae" del I secolo, i cui aderenti erano considerati cristiani dai cristiani stessi. Sant'Agostino, lui stesso un ex-manicheo, nella sua "Regola" porta con sé evidenti tracce di una lontana provenienza: il monachesimo buddista. L'ascesi è infatti di origine induista, e fino al XVI secolo inoltrato gli Indù erano ritenuti cristiani, come si apprende persino dagli scritti di Vasco da Gama e di altri viaggiatori portoghesi dell'epoca. Dal monaco palestinese Pseudo Palladio (343-430) abbiamo resoconti di prima mano concernenti i contatti fra il Levante e il Gange. Su tutta questa immensa regione si parlava l'aramaico dal III secolo a.C., mentre il greco vi era conosciuto fin dal IV secolo.

Nel Casentino, in particolare, occorre ricordare Illaro, nato in questa valle verso il 476, che lasciò memoria di sé a Sant'Ellero di Reggello, castello Guidigno. Dal IV secolo d.C. in poi, si registrò una consistente immigrazione di Levantini (ebrei, siriaci, armeni, egizi, greci e iranici) in particolar modo verso Ravenna e la Romagna. Molti ebrei divennero contadini dell'esarcato e sono antenati dei romagnoli di oggi (A. Pertusi, 1963).

L'Ordine Camaldolese: Eremitismo e Arte

La parola monaco deriva dal greco antico mònos, che significa "solo". Infatti, il monaco era colui che si isolava dal mondo per compiere un cammino di ricerca spirituale, attraverso la rinuncia e la preghiera. I religiosi del monastero di San Nicola, per esempio, appartenevano alla congregazione dei Camaldolesi, fondata da San Romualdo. Il monaco camaldolese, pur rispettando la regola di San Benedetto ("Ora et labora"), non disdegnava la vita contemplativa in solitudine e poteva scegliere se vivere come un eremita oppure in comunità con gli altri confratelli; trascorreva il tempo per lo più nel chiostro, leggendo, meditando o semplicemente svolgendo le "faccende quotidiane" del monastero.

Monaci Artisti a Camaldoli

A Camaldoli, da ricognizioni e analisi recenti, emergono nuovi dati documentari che, abbinati a quelli già pubblicati e facendo riferimento a inventari e guide storiche, evidenziano l'attività di artisti, anche poco noti ma interessanti, accanto a figure di spicco. Questo testimonia la committenza e il collezionismo dei monaci camaldolesi in un arco di tempo molto ampio, dalla fondazione ai giorni nostri. In molti casi si tratta di monaci pittori o di loro parenti, in linea con un'antica tradizione.

  • Lorenzo Monaco (ca. 1370-1422): Celebre pittore operante a Firenze tra il Trecento e il XV secolo, entrò nel monastero camaldolese fiorentino di Santa Maria degli Angeli nel 1391.
  • Venanzio l'Eremita (documentato dal 1618 al 1655): Un caso singolare del Seicento, risolto da Lucilla Conigliello nel 1995. Si rivelò una figura particolarmente significativa per la Congregazione eremitica, sia come religioso che come pittore di stampo caravaggesco. Ripetutamente eletto priore nelle principali case camaldolesi, fu un "uomo di governo" e "personaggio chiave" anche per la sua attività in Polonia, negli eremi di Monte Argentino presso Cracovia e di Selva Aurea.
  • Raffaello Soldaini (attivo nei primi decenni del XIX secolo): Figura fino ad oggi passata inosservata e riscoperta nel recentissimo volume su Camaldoli edito da Mandragora nel dicembre 2024. Monaco operante a Camaldoli, fu allievo del grande Pietro Benvenuti e molte volte nominato nelle fonti. Monumentale è la tela, rintracciata nei depositi della Soprintendenza, che raffigura la Vergine, San Giovanni Evangelista, Santa Maria Maddalena e Nicodemo che "dopo avere assistito alla Crocifissione di Gesù tornano dal Calvario". La tela fu eseguita nel 1827 per volere del Padre Angelo Farferi, priore del monastero.
  • Adolfo Ugo Rollo (1898-1985): Artista pugliese più volte attivo a Camaldoli, non era monaco, ma nel 1967 decise di trasferirsi nel convento dei Cappuccini di Giovinazzo dove rimase fino alla morte. Nella Cronaca del monastero all'anno 1931 si legge che il 25 ottobre, giorno di grande solennità all'Eremo, fu dedicata al Sacro Cuore la nuova cappella del Capitolo e in questa circostanza fu collocata sull'altare maggiore l'opera omologa di Rollo.
  • Augusto Mussini (1870-1918): Detto fra' Paolo, nato a Reggio Emilia, fu una figura singolare di frate-pittore errante e si dice "eccessivamente nervoso". La sua scelta di avvicinarsi ai conventi cappuccini fu in parte una conseguenza di un duello fatto a Firenze. Giunse a Camaldoli nell'agosto del 1914 chiedendo di ritirarsi in loco per qualche tempo, dopo un periodo di forte tensione e un soggiorno a Buenos Aires. Nell'aula capitolare dell'Eremo è ancora visibile il suo grandioso quadro con la Visione di San Romualdo. Scrisse anche la sua biografia nell'Eremo di Camaldoli, ma egli stesso la diede alle fiamme.
  • Paolo Tarcisio Generali: L'ultimo di una lunga serie di monaci artisti che hanno contribuito ad arricchire il patrimonio monastico ed eremitico.
Dettaglio di un'opera d'arte di Augusto Mussini,

Le visioni di Peregrino Eremita (ca. 1278-1292) sono un altro esempio della ricca tradizione artistica e spirituale legata al monachesimo.

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