La Sicilia, isola ricca di storia e cultura, custodisce un patrimonio artistico eccezionale, dove la rappresentazione del Crocifisso assume forme e significati profondi. Dai preziosi affreschi ritrovati durante i restauri a Palermo e Lentini, alle tele uniche di Scicli, fino alle imponenti sculture lignee di Mazara del Vallo e Mazzarino, queste opere non sono solo espressioni artistiche, ma veri e propri documenti che riflettono l'evoluzione teologica e devozionale attraverso i secoli.
Affreschi Ritrovati a Palermo: Il Crocifisso di Porta dei Greci
Durante i lavori di restauro condotti da Ance Palermo sotto Palazzo Forcella De Seta, sono emerse tracce di un dipinto del tardo Cinquecento, attribuito al pittore spagnolo Bartolomeo Navarrete. Nel volume “Il tesoro nascosto di Porta dei Greci”, voluto da Ance Palermo ed edito da 40due edizioni, viene raccontato da Vesco l’interno di Porta dei Greci, così come si presentava a quel tempo, e viene riportata l'esistenza di "dipinta a fresco l’Immagine del SS. Crocifisso”.
Ciò che rimane oggi sono solo alcuni tratti, ma il grande Cristo in croce era dipinto ad affresco a coprire quasi per intero la parete maggiore perimetrale del piccolo vano all’interno della Porta. “L’affresco è, dunque, da datare all’anno 1580 - si legge nel libro - nel pieno del governo di uno dei più celebri fra i viceré di Sicilia, il duca di Paliano e di Tagliacozzo Marco Antonio Colonna. Il legame tra l’opera e il condottiero-statista romano trova, in qualche modo, conferma ancora nella narrazione di Mongitore.
Il presidente di Ance Palermo, Giuseppe Puccio, ha spiegato che “il restauro di questi spazi all’interno di Porta dei Greci è un piccolo ulteriore passo avanti nell’ormai ultradecennale percorso di recupero di Palazzo Forcella De Seta”. Si tratta di uno spazio completamente dimenticato che al momento dell’acquisto del Palazzo da parte di Ance Palermo era addirittura murato. Oggi viene riportato alla luce e, sotto uno strato di fuliggine, rivela la sorpresa di un importante affresco. Ance Palermo ha voluto collegare questi ambienti ristrutturati agli uffici, completando così il recupero, anche funzionale, della parte basamentale del bastione e del piano terra di Palazzo De Seta, come contributo alla riqualificazione del quartiere della Kalsa e, in generale, del centro storico.

Il Cristo di Burgos a Scicli: Un'Iconografia Inusuale
Tra le storie sconosciute della nostra Italia, spicca la scoperta di una tela particolare a Scicli, paesino situato sulla punta più a sud dell’isola di Sicilia, nella provincia di Ragusa. Questa tela, mai citata nelle cronache storiche, è unica e quasi inverosimile nella sua particolarità, tanto da suscitare stupore e curiosità.
La tela viene detta Il Cristo di Burgos. Rappresenta il Cristo Crocifisso dipinto su fondo nero, nudo fino alla vita, e poi, una veste quasi sacerdotale copre interamente le gambe. La veste è bianca, con pieghe verticali, bordata da una fascia di merletto. Il tutto è dipinto in maniera talmente vivida e certosina da sembrare vero tessuto. Questo è un aspetto quasi incredibile, dato che siamo da sempre abituati a vedere Cristo sulla Croce ricoperto da un perizoma o da un panno che gli cinge i fianchi.
Questa tela, unica in Italia, ha parecchie riproduzioni in molte parti della Spagna. L'origine di tali icone si rifà ad una statua lignea del 1300 che rappresenta Cristo Crocifisso, conservata nella chiesa di Santa Maria di Burgos, in Spagna. Il Cristo appare rivestito di pelle umana, tutto snodabile, con unghie e capelli veri, e indossa proprio una veste sacerdotale riccamente decorata. La leggenda narra che sia stato Nicodemo a realizzare la prodigiosa statua. Il Cristo sembra vivo, schiacciato dal dolore ma non vinto! La Veste è davvero superba, in velluto verde ricamato. Alcune fotografie sul web mostrano addirittura i ricambi, perfino una versione rosso e oro per le feste solenni.

Altre Rappresentazioni del Crocifisso e Opere Sacre in Sicilia
Il Signore dell’Olmo a Mazzarino
Suggestivo e imponente è anche il Signore dell’Olmo venerato a Mazzarino. Si tratta di un Cristo Morto rivestito di pelle, posto in una bara di circa 14 quintali e portata in processione da circa 100 uomini a piedi nudi in tunica bianca, la seconda domenica di maggio. Questa rappresentazione del Crocifisso è scolpita su croce bizantina con ai lati la Vergine e San Giuseppe. L'oggetto è ingegnosamente dipinto a tempera rossa e verde con bordi rialzati, decorato in oro e con globi a contorno. Il predellino dove poggiano i piedi risulta spostato lateralmente ed i piedi con le gambe, notevolmente inclinati lateralmente per consentire una inusuale torsione del Cristo morto. Questo crocifisso, in splendido stato di conservazione, è databile tra gli ultimi anni del XIV secolo e la prima metà del XV secolo, ed è da ritenere di manifattura siciliana.
Il Cristo Pantocratore nella Chiesa Rupestre di Lentini
A Lentini (Siracusa) è stato completato il restauro del prezioso affresco del Cristo Pantocratore tra angeli, un'opera del XIII secolo che decora l'abside della chiesa rupestre del Crocifisso, una grotta di notevole interesse situata nel territorio di Carlentini. La Chiesa del Crocifisso a Lentini fa parte di un grande e complesso apparato di insediamenti rupestri, consistenti in grotte prevalentemente artificiali, utilizzate nel corso dei secoli sia come abitazioni che come luoghi di culto. Gli affreschi contenuti al suo interno, creati tra il XII e il XVII secolo, nonostante la loro rarità e il considerevole valore, sono stati a lungo trascurati. Il loro precario stato di conservazione ha spinto i cittadini a mobilitarsi dal 2016 per salvaguardare il bene, portando la chiesa rupestre a ricevere 3.831 voti nell'ottava edizione de "I Luoghi del Cuore".

Il Crocifisso Ligneo di Mazara del Vallo: Arte, Teologia e Iconografia
A Mazara del Vallo si conserva un prezioso Crocifisso ligneo quattrocentesco presso il Monastero benedettino di San Michele Arcangelo. Quest'opera, da diversi secoli, si trova presso l’importante monastero femminile, fondato dai Normanni all’inizio del XII secolo nel cuore della città, fra la Sinagoga e il Ghetto. L’opera (m 2,10 x 2,30; medaglioni capicroce ø m 0,30), sicuramente di artista siciliano, è databile alla fine del XV secolo. Le coordinate artistiche e tipologiche che la caratterizzano, sono di indubbia originalità e richiamano chiaramente la tipologia del Christus dolens, peculiare dell’espressione tardogotica. La scultura del Crocifisso è in mistura. La croce di supporto è dipinta e rappresenta, sugli eleganti capicroce circolari, alcuni personaggi che, nel racconto evangelico, erano presenti sul Golgota al momento della Crocifissione di Cristo: lateralmente, la Madonna e san Giovanni Evangelista; in basso, la Maddalena è rappresentata - con una penetrante devozione - in ginocchio con le mani giunte; nel capocroce in alto.

L'Analisi di Heinrich Pfeiffer: Iconografia e Teologia
Un convegno organizzato dal Museo Diocesano di Mazara del Vallo, in occasione del restauro e dell’esposizione di questo Crocifisso ligneo, ha offerto l'occasione per dibattere sull’importante tema del Crocifisso tra arte e teologia, e di come, nella raffigurazione dei crocifissi, gli artisti, in epoca medievale, abbiano saputo riflettere sull’evolversi della teologia della Croce, conciliando lo scandalo di un orribile supplizio con la salvifica figura di Cristo. L’incontro ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi, tra cui Heinrich Pfeiffer S.J., che ha analizzato il crocifisso quattrocentesco sviluppando il proprio discorso su un duplice registro, iconografico e iconologico, oltre che teologico.
L'Immagine di Cristo tra Oriente e Occidente
Nell’economia di una lettura diacronica del Crocifisso che stiamo esaminando, il gesuita osserva che il supporto dipinto ha quattro cerchi dipinti (nei capicroce) che interpretano qualcosa. I cerchi indicano con certezza l’origine rinascimentale dell’opera. Il Rinascimento, nella rappresentazione artistica delle proprie concezioni, cerca sempre la forma più perfetta. La storia dell’arte cristiana è, soprattutto, una complessa indagine dell’icona di Cristo, del suo mistero e del suo volto, che ne è l’essenza più profonda.
Per la Chiesa orientale, le icone sono delle vere e proprie immagini di Dio, delle finestre che si aprono dall’aldilà verso di noi. Noi le guardiamo, ma, allo stesso tempo, ci sentiamo guardati da loro: «In noi il velo del visibile, per un istante, si squarcia, e attraverso di esso, mentre ancora si avverte lo squarcio, ecco, invisibile, soffia un alito che non è di quaggiù». Per Pfeiffer, quest’«assumere l’icona» è un modo per concepire l’immagine trasfigurata che non potrà mai essere la materia che fa ombra, in quanto, per la Chiesa orientale, la materia che fa ombra è come l’immagine del peccato. In un suo recente scritto, lo studioso tedesco indaga il rapporto Parola/immagine, sottolineando come, sin dalla tradizione veterotestamentaria, ogni parola per essere concepita e compresa debba richiamare alla mente un’immagine corrispondente. L’opera d’arte, in fondo, non può che essere concepita se non come la proiezione sulla materia di un’immagine che si crea nell’intimo dell’uomo. In Oriente, l’icona di Cristo viene considerata la vera e propria immagine di Dio. L’artista deve sempre seguire i prototipi, cioè le immagini non fatte con mani umane, che la tradizione lega direttamente a Cristo, quasi autoritratti di lui. L’artista deve rinunciare quasi del tutto alla sua fantasia figurativa e seguire sempre i modelli divini.
Nell’Occidente troviamo invece un ricco sviluppo che passa attraverso diverse tappe. La prima è ancora quella comune con l’Oriente: il Cristo Pantocrator. Esso, nell’Oriente bizantino, esprime la ricerca dell’equilibrio tra la natura umana e quella divina in Cristo, che si manifesta nell’equilibrio tra l’espressione della giustizia e quella della misericordia, sul suo volto. Forse, il migliore esempio di questa rappresentazione è il Pantocrator di Cefalù, in Sicilia. In Occidente, l’espressione della divinità di Cristo viene affidata, durante questa prima tappa, alla stabilizzazione delle forme corporali: le linee seguono un ritmo proprio e così non descrivono solo le forme corporali, ma rimandano alla natura divina. Successivamente, sotto l’influsso della spiritualità di san Bernardo di Chiaravalle e della devozione delle reliquie della passione, giunte in Occidente in seguito alle crociate, l’immagine di Cristo diventa più umana.

Interpretazione Simbolica del Crocifisso di Mazara
Nel suo esame iconologico dell’opera, Pfeiffer interpreta teologicamente la posizione del Crocifisso, denotando lo specifico significato dell’inclinazione di Cristo verso la destra. Questo oggi viene ignorato, anche perché la nostra epoca ha fondamentalmente perso quella linfa simbolica che, soprattutto in ambito cultuale, ha alimentato, nei secoli, il linguaggio artistico. Il Cristo della Croce di Mazara è inclinato verso destra perché lì sta la Madonna, che simboleggia la Chiesa: questa connotazione iconica è la cifra del rapporto matrimoniale tra Cristo e la Chiesa.
Poi abbiamo il perizoma. Pfeiffer ha verificato che è dipinto dorato, e la presenza (simbolica) dell’oro indica sempre la natura divina di Cristo. Allora, la natura umana ne è l’annullamento. A noi è dato raggiungere Dio solo attraverso il totale annullamento «e questo totale annullamento l’ha fatto Cristo per noi, prima, sulla croce. Ognuno di noi è assoluto annullamento. Tutto ciò che noi siamo è mistero e prestito. Il problema teologico dell’“annientamento” riguarda il Crocifisso come oggetto di culto, sì, ma anche come luogo fondativo di un discorso che, teologicamente, possiamo inquadrare in una dimensione spirituale e mistica. Il Crocifisso va guardato, quindi, come la kenosi di Dio, «e noi, davanti ad ogni legno cruciforme, e ad ogni effige del Crocifisso, adoriamo il mistero del Dio fatto uomo che con la sua morte annullò la nostra. Così l’effige che sul legno si pone, icona o scultura che sia, è strumento anamnetico di simbolizzante consapevolezza di fede, non reificazione idolica di religiose intuizioni o di percezioni inconsce del mondo divino».
Osserviamo, adesso, le piaghe del Crocifisso, e proviamo ad analizzare la presenza dei tre chiodi sulla statua: i due laterali per le mani; il terzo, in basso, ferma i due piedi sovrapposti. Questa rappresentazione - a detta di Pfeiffer - fa riferimento alla Santa Sindone di Torino, nella quale un piede appare meno lungo dell’altro, una gamba meno lunga dell’altra. Ed è proprio in un costante rimando alla Sindone che, verso la fine del XII secolo, si è creata la nuova iconografia dei “tre chiodi”. Questi tre chiodi sono stati interpretati per la prima volta da san Francesco per i tre voti. Il chiodo della mano destra rappresenta la povertà, quello della mano sinistra la castità (ma anche la preghiera); le due mani sono simbolicamente in tensione; il terzo chiodo è l’ubbidienza (non c’è ubbidienza senza un suddito e un superiore). Questo è un “textus” che, senz’altro, alimenta un discorso profondamente spirituale. Tutto è tensione. E quello del Crocifisso è un respiro dolorosissimo. L’uomo non può, d’altronde, né darsi, né togliersi il respiro, non avendo strumenti per farlo. Il dono del respiro arriva da Dio. Pfeiffer lamenta il fatto che, al giorno d’oggi, nessuno si occupa più di queste cose. L’Occidente, se rapportato all’Oriente, è privo della fondamentale “cultura del respiro”, che è l’inizio di ogni vera cultura. Dobbiamo - nota il gesuita - guardare verso i buddisti e verso gli induisti. Loro pregano nella maniera giusta.
Le braccia del Crocifisso mazarese sono fini, delicatissime, quasi femminili, non virili. Questa è un’altra derivazione iconografica della Sindone. L’immagine della Sindone si presenta come una perfetta proiezione di un corpo tridimensionale nella bidimensionalità, e non solo come una semplice impronta di un corpo umano nel telo. Diversi segni della Sindone si trovano sui crocifissi e, in Occidente, diversi crocifissi iconograficamente dipendono dalla Sindone.
La Sindone: vedere e credere (cfr. Gv 20, 8)
Confronti Stilistici e Origini
Facendo un breve excursus per delle comparazioni, Pfeiffer cerca di dimostrare quanto è stato sostenuto sopra a partire dall’analisi stilistica del Crocifisso giottesco che si conserva nel Tempio Malatestiano di Rimini. Anche questo Crocifisso ha braccia quasi femminee. Notiamo, in generale, le forme quadrate, sulla croce, indicanti che siamo ancora sulla terra; però ha il volto del divino, e la cornice è d’oro. La comparazione prosegue con la considerazione di un altro crocifisso anteriore (1321-1325), quello di Simone Martini, che si conserva a San Casciano Val di Pesa, dove abbiamo lo stesso perizoma del crocifisso di Mazara. Un crocifisso che per lo studioso tedesco precede il nostro per una particolare similitudine stilistica è quello di Hubert van Eyck, databile al 1430 circa. Proprio in riferimento a questo crocifisso dipinto, si può riscontrare una “similarità francescana” con il Crocifisso siciliano. Leggendo l’opera, che si conserva agli Staatliche Museen di Berlino, osserviamo che, sullo sfondo, il mondo stesso diventa una scala per arrivare a Dio. Ogni cosa ha un significato. Quando, in un crocifisso dipinto, si vede sullo sfondo un albero senza fronde, questo ha un rapporto diretto con la croce. Nell’opera di van Eyck, vediamo raffigurato un ceppo. Un ceppo, secondo la tradizione, era il legno della croce; nell’antichità, lo si usava perché questo era considerato il meno marcescibile. Poi, v’è anche un rapporto con lo Spirito Santo.

Il Volto Santo di Manoppello e la Vera Immagine di Cristo
In chiusura alla sua articolata e intensa lectio magistralis, lo storico dell’arte dell’Università Gregoriana ci interroga sulle reali origini, sulla provenienza del nostro Crocifisso. Da una parte - afferma icasticamente - abbiamo una morte. Dall’altra, tutte le fattezze mostrano una pace enorme, qualcosa di innocente. Il richiamo sotteso del discorso di Pfeiffer, tocca un tema iconografico che gli sta molto a cuore: quello del Volto Santo - una volta venerato a Roma - che, oggi, si conserva in un piccolo santuario abruzzese, a Manoppello. Questa è l’immagine che ha creato la leggenda della Veronica. Pfeiffer, nel corso della sua lunga attività di ricerca e di studio, ha decisamente maturato la convinzione che questo sia, insieme alla Sindone, il vero modello dell’immagine di Cristo. L’immagine di Cristo come l’immagine di Dio è veramente la chiave di volta della teologia cristiana. Finora, questa constatazione valeva solo per i teologi delle chiese ortodosse, ma è auspicabile che il dialogo ecumenico tra le due chiese sorelle, l’ortodossa e la cattolica, conduca quest’ultima a una nuova valutazione della vera immagine di Cristo. Quello della Veronica di Manoppello non è, certo, il Cristo morto, ma il Cristo nel primo momento della resurrezione: la nuova vita, la speranza.

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