Il movimento Fidei Donum, attivo nella Chiesa italiana dal 1957, ha manifestato sin dalla partenza i caratteri propri di un dono di Chiesa. Questa esperienza ecclesiale, fortemente voluta da Papa Pio XII e definita da San Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio come «profetica», ha avuto un bilancio certamente positivo, pur registrando limiti e fatiche. L'esperienza in atto nella Chiesa italiana di sacerdoti fidei donum nasce con l'omonima enciclica e ha manifestato sin dall'inizio i caratteri propri del "dono tra Chiese".
Origini e Fondamenti dell'Impegno Missionario
L'Enciclica "Fidei Donum" di Papa Pio XII
Il 21 aprile 1957, Papa Pio XII pubblicò la Lettera enciclica Fidei Donum, nella quale rilanciava l’urgenza dell’attività missionaria ad gentes. Di fronte alle urgenze che si trovavano a fronteggiare le giovani Chiese dell’Africa, papa Pacelli chiedeva ai Vescovi delle diocesi più antiche di inviare a sostegno di quelle comunità ecclesiali sacerdoti e laici missionari come “dono della fede”. Nell'enciclica, il Papa rifletteva sulle missioni in Africa, dove 40-50 missionari dovevano spesso annunciare il Vangelo a uno o due milioni di abitanti, di cui solo alcune migliaia convertiti. Per queste ragioni, il Papa si rivolgeva ai suoi confratelli Vescovi affermando: "Esistono, grazie a Dio, numerose diocesi così largamente provviste di sacerdoti da consentire senza loro rischio il sacrificio di alcune vocazioni."

Le Prime Generazioni: L'Epoca dei "Pionieri"
Il primo effetto dell'enciclica fu che i preti che volevano svolgere un servizio missionario trovarono disponibilità da parte dei loro Vescovi. La prima generazione di fidei donum partì a titolo individuale, realizzando spesso un sogno accarezzato da anni. Questo fenomeno si verificò fino al Concilio Vaticano II ed è l'epoca dei "pionieri". Riascoltando le parole di monsignor Montini nel Duomo di Milano il 6 gennaio 1963, in cui parlava del suo viaggio in Africa e del lavoro di tre sacerdoti, due dei quali della diocesi di Lodi, si può entrare nel clima psicologico e spirituale nel quale i primi fidei donum partirono per la missione. Parole affettuose e ricche di speranza manifestano bene i sentimenti dei cattolici di quegli anni, ammirati del lavoro apostolico in Africa e in America Latina.
L'Evoluzione Post-Conciliare e le Nuove Prospettive
Il Concilio Vaticano II e la Missionarietà del Popolo di Dio
La celebrazione del Concilio Vaticano II apportò idee nuove: la missionarietà non era più pensabile come cosa dei singoli, ma come opera della stessa Chiesa nel suo complesso. Si entrò così nella seconda fase: il riconoscimento della missionarietà di tutto il popolo di Dio. Nei 50 anni passati da quell’inizio, i fidei donum hanno partecipato alla crescita di molte Chiese locali.
Le Convenzioni tra Diocesi e l'Integrazione dei Laici
È altresì diventata comune la prassi di stipulare una convenzione tra le due Chiese, specificando l'impegno reciproco. Tale convenzione ha normalmente durata triennale rinnovabile ed è firmata dai Vescovi delle due diocesi e dai missionari. In questa prospettiva, i fidei donum sono al servizio della Chiesa locale. A partire dalla fine degli anni '90, si è cominciato a integrare anche i laici accanto ai preti fidei donum, riconoscendo un contributo significativo nell’evangelizzazione dei popoli in Africa e in altre parti del mondo anche da parte di questi ultimi. Si tratta in sostanza di personale missionario chiamato ad operare nell'ambito di quelle diocesi in cui l'evangelizzazione esige ancora oggi un rinnovato vigore per la povertà di mezzi e di personale.
La "Missione Inversa" e le Nuove Frontiere Geografiche
Negli ultimi decenni, si è assistito all'invio di missionari fidei donum anche da parte delle giovani Chiese, verso Chiese sorelle del medesimo continente. Tale pratica è comune in Africa ed è ai suoi inizi in America Latina. Nell’Istruzione sull’invio e la permanenza all’estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione, emanata nel 2001, si legge che «Questo dono missionario ha portato a sperimentare pure lo scambio di sacerdoti diocesani tra le Chiese degli stessi territori di missione, sia nel medesimo Paese, verso zone e regioni meno evangelizzate, sia verso Paesi più bisognosi di personale apostolico dello stesso continente o addirittura di altri continenti, sempre in ambito missionario. Tale scambio è certamente da promuovere e alimentare, tenuto conto della diminuzione dei missionari a vita provenienti dalle Chiese di antica fondazione». Un punto dibattuto riguarda l'opportunità che l'invio sia a una Chiesa occidentale (Europa e America del Nord).

I Numeri e la Situazione Attuale in Italia
Declino delle Vocazioni e Distribuzione Geografica
I numeri attuali dei fidei donum italiani scandiscono un calo inesorabile. Sebbene il numero dei preti fidei donum italiani fosse di 1052 nel 1999, e circa 600 negli anni Novanta, il calo è continuato anno per anno dopo il Duemila. Oggi, stando ai dati forniti dalla fondazione Missio della Conferenza Episcopale Italiana, su un totale di circa 31mila preti incardinati in Italia, 227 sacerdoti stanno offrendo il loro ministero sacerdotale all’estero come missionari fidei donum. A questi si aggiungono 199 laici.
La distribuzione geografica dei 227 sacerdoti fidei donum partiti dall’Italia è la seguente:
- 64 operano in Africa
- 139 in America
- 16 in Asia
- 8 in Europa
Le regioni più piccole italiane, come Valle D’Aosta, Basilicata e Molise, non hanno, al momento, sacerdoti in missione, mentre Lombardia e Triveneto hanno il maggior numero di presenze. La maggior parte dei sacerdoti fidei donum provenienti dall’Italia appartengono infatti alle diocesi della Lombardia e dalle regioni del Triveneto. Tredici sono i sacerdoti veronesi fidei donum: uno in Guinea Bissau, quattro in Mozambico, due in Argentina, uno in Brasile, quattro a Cuba e uno in Italia.

La Diocesi di Verona e l'Appello per la Missione
In occasione del 69° anniversario dell’enciclica, il vescovo Domenico Pompili ha inviato una lettera ai preti diocesani, richiamando come l’appello di Pio XII “non ha perso di attualità anche per la chiesa di Verona che, dopo la stagione di san Daniele Comboni, ha vissuto a partire dal Seminario per l’America Latina con mons.” Il Vescovo lancia un appello: “Fino a qualche anno fa qui a Verona, all’atto dell’ordinazione, si segnalava al vescovo la propria disponibilità a partire. È tempo di innovare questa prassi. Penso arrivato il momento per cui, magari qualche anno dopo essere diventati preti, si possa esprimere la propria disponibilità a vivere l’esperienza del fidei donum. Basterà manifestare il desiderio, salvo poi insieme valutare se, come e quando dar seguito a questa chiamata.”
Sfide e Prospettive Future
Le Cause del Calo e il Fenomeno della "Fuga" dall'Africa
Si parte di meno oggi: forse meno sollecitazioni dei vescovi che incoraggino a partire, la passione per la missione che non è più trasmessa come un tempo, più fatica a trovare chi sostituisce i parroci, e si necessita anche di un periodo previo intensivo per imparare la lingua. A distanza oramai di quasi 70 anni dall’enciclica, l’esperienza fidei donum potrebbe avere ancora molto da dire alle comunità diocesane, ma i numeri delle presenze indicano quasi il contrario.
Di converso, è interessante rilevare che sono circa 400 i fidei donum africani presenti in Italia e impegnati in attività pastorali. Tuttavia, già nel 2018, monsignor Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo metropolita di Korhogo e presidente della Conferenza episcopale ivoriana, affermò che, per la Costa d’Avorio, questa «fuga» significava la perdita di un terzo dei suoi preti. La stessa preoccupazione venne sollevata da padre Donald Zagore, della Società delle Missioni africane (Sma), che affermò: «Andare in Europa, vivere in Europa, abbandonare l’Africa è diventata un’ideologia molto pericolosa che distrugge gli spiriti, dai più fragili ai più solidi come quelli dei religiosi. È triste, ma è importante riconoscere che il fenomeno dell’immigrazione in Europa riguarda non solo le nostre società civili africane, ma anche le nostre numerose diocesi e comunità religiose. Ci sono molti sacerdoti e religiosi che abbandonano il continente africano per servire nei Paesi europei e americani.»
Se, dunque, da una parte la loro presenza rappresenta in molti casi un innegabile apporto spirituale dalle periferie del mondo, dall’altra è sempre più evidente la necessità di riflettere sulle motivazioni che spingono un presbitero africano a rimanere in Europa. Padre Zagore è convinto che «nelle nostre diocesi, nelle nostre comunità religiose, urgono azioni concrete per arginare questa emigrazione del personale ecclesiastico. Anzitutto è necessaria una consapevolezza collettiva del pericolo rappresentato. In secondo luogo, le autorità della Chiesa devono vagliare attentamente le motivazioni che spingono a scegliere la vita sacerdotale o religiosa».
Fuga dei cervelli - Re Strat 23/01/2023
Ripensare la Cooperazione Missionaria: Dalla Solidarietà allo Scambio Circolare
La posta in gioco è alta perché tenendo conto dei cambiamenti in atto nella società a livello planetario, occorre certamente ripensare con coraggio forme adeguate di collaborazione missionaria tra le Chiese. Non v’è dubbio che s’impone l’esigenza di andare al di là del pur necessario aiuto solidale, dichiarando la circolarità dello scambio, superando «la forma ristretta di un rapporto a due, ad esempio tra una Chiesa africana e una italiana», come scriveva don Franco Marton, compianto teologo della missione e grande promotore dei fidei donum. Queste comunità ecclesiali non potranno infatti fermarsi allo scambio reciproco dei doni perché ambedue sono responsabili della missione universale della Chiesa nel mondo contemporaneo.
L’esperienza maturata in questi anni dalla Chiesa italiana ha dimostrato ampiamente che la caratteristica ad tempus del servizio missionario dei presbiteri e dei laici diocesani deve essere costantemente aperta a forme nuove di cooperazione missionaria tali da favorire al meglio lo scambio tra le Chiese. Dunque, guardando al futuro, il cammino che si profila - per coloro i quali credono e vivono la missione, unitamente alle loro Chiese locali - è certamente impegnativo e non potrà prescindere dall’illuminato magistero di Papa Francesco, vale a dire: fare dell’umanità un’intera e unica famiglia. Si tratta di un orientamento che esige una decisa assunzione di responsabilità da parte di ogni comunità cristiana, particolarmente dalla Chiesa di Roma.
Un "Erasmus" per Seminaristi e Nuovi Sguardi Pastorali
A rappresentare la circolarità dell’esperienza di missione nella Chiesa è stata la recente testimonianza di don Federico Tartaglia, missionario fidei donum, per 9 anni in Malawi e direttore del Centro missionario diocesano di Porto Santa Ruffina. In occasione di un convegno, don Tartaglia ha affermato che «quando si dice che “la missione è qui” si relativizza il nostro mondo, perché la missione è quella sognata da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium, è un’energia da donare e non un’implementazione di progetti missionari o di analisi. Andare in un mondo sconosciuto significa cambiare e sconvolgerti, uscendo dalla comfort-zone della fede per ricevere anche una testimonianza dai poveri del Vangelo, dei quali il missionario è “ostaggio”, e così entrare in nuove storie, decentrandoci dalla nostra». Del resto, se i fidei donum in attività o rientrati, dopo aver favorito l’invio diocesano dei laici, favorissero anche nuove forme di scambio, ciò gioverebbe non poco alle giovani generazioni. A questo proposito, don Tartaglia ha auspicato la creazione di una sorta di “Erasmus” per i seminaristi, con l’intento di favorire, ancor prima dell’ordinazione, lo scambio tra le Chiese, anche sotto il profilo accademico, ma non solo. In effetti, la vera sfida missionaria, alla luce dell’illuminato magistero di Papa Francesco, consiste nell’aprire il cuore e la mente delle future generazioni all’universalità della missione.
La nuova Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis per l’Italia, entrata in vigore ad experimentum per tre anni dal gennaio dell’anno scorso, propone un tempo di formazione fuori dal seminario, attraverso una conoscenza diretta e immediata della comunità cristiana. Nell’anno trascorso, una decina di seminaristi sono partiti dall’Italia, accompagnati dai fidei donum presenti già sul posto, e hanno così vissuto l’esperienza di formazione missionaria. Non hanno costruito chiese, né ospedali, ma hanno vissuto con la comunità locale dove si sono ritrovati. Ed è lì che è avvenuto l’incontro con l’altro: un altro con fatiche completamente diverse, un altro che vive la fede dell’oggi.
L'Impatto e il Valore del Servizio Fidei Donum
Crescita Personale e Rinnovamento Pastorale
Chi ha vissuto questa esperienza racconta che ha coinciso con una crescita personale che ha rinnovato il suo essere prete, è stato un modo per restituire quanto ricevuto nella vita e nel ministero, regalando alcuni degli anni più belli per il servizio in una Chiesa che ne ha bisogno. Chi è tornato dalla missione dice che all’inizio ci si sente stranieri e occorre ‘togliersi i sandali’, entrando in terra d’altri. Si tratta, infatti, di vivere in modo rinnovato e in prima persona la dimensione dell’incarnazione: una nuova lingua, una cultura differente, la convinzione che il Signore ci precede e ci conduce, imparando a farsi accogliere ed aiutare.
In seguito, la vita in missione significa arricchirsi di nuovi sguardi pastorali, di una differente esperienza e visione di Chiesa, della ricchezza che la Chiesa locale e la collaborazione con ministri da differenti Paesi portano nel lavoro di équipe. Il contributo dei sacerdoti fidei donum ha consentito di mostrare la figura del sacerdote diocesano all’opera nella pastorale. Infatti, la quasi totalità delle giovani Chiese sono state fondate e formate da sacerdoti religiosi. Non è raro poi il caso di sacerdoti fidei donum cui il Vescovo locale richiede di svolgere impegni pastorali specifici, si tratta di avviare strutture più complesse per aiutare la gestione della diocesi nei campi dell’apostolato, della liturgia, dell’economia.

Il Contributo alle Chiese Locali Italiane
È interessante da ultimo considerare qual è l’esperienza che i preti fidei donum portano nelle nostre Chiese quando si attua il ritorno in Italia. Anzitutto vi è un cambiamento che riguarda loro stessi. L’esperienza in missione aiuta a interiorizzare in maniera personale e spiritualmente più viva il tema della testimonianza. Spesso per noi italiani la pastorale è cura e approfondimento della fede di chi già è battezzato. Chi torna dalla missione ha vissuto in giovani Chiese nelle quali il Vangelo si è impiantato assumendo la positività di quella cultura, gli aspetti umanizzanti delle tradizioni là presenti.
Le caratteristiche del territorio e la condizione numerica di relativa minoranza che si incontra nelle giovani Chiese richiedono uno stile di lavoro pastorale che metta a frutto i mezzi scarsi e valorizzi la collaborazione tra pastori. In quelle Chiese più facilmente si offre ai credenti l’invito a vivere una maggiore corresponsabilità nella vita della Chiesa. Il racconto di tante “meraviglie di Dio” raccolte sulle frontiere della missione potrebbe essere lo strumento per creare uno spirito di comunione universale tra Chiese, uno spirito che chiama tutti indistintamente.
La presenza di chi è in missione aiuta le comunità locali a sentirsi parte di una Chiesa più grande, superando confini geografici e culturali, stimola l’essere ponti tra Chiese, promuove la giustizia sociale, incoraggia una attiva partecipazione. I missionari spesso sono portavoce delle esigenze delle popolazioni più fragili; le loro testimonianze sono di una Chiesa che vive e incarna la speranza del vangelo laddove manca l’essenziale. Oggi i nuovi fidei donum sanno di giungere nelle giovani Chiese come collaboratori in comunità che poco alla volta realizzano la loro esperienza di vivere il Vangelo tra quelle genti e con i doni di quelle culture.