La questione della revisione della mappa delle diocesi italiane è un tema di grande attualità e rilevanza, su cui è necessaria una riflessione meditata, saggia, aperta e ben motivata. Già oltre trent'anni fa, riviste specializzate aiutavano a riflettere sull'aggregazione delle parrocchie, allora chiamate unità pastorali. La stessa logica, seppur più complessa, si applica oggi al modo di aggregare le diocesi.
Il Dibattito sulla Riorganizzazione delle Diocesi Italiane
La Riflessione Storica e l'Appello di Papa Francesco
Il dibattito sulla riduzione delle diocesi si è riaperto dopo un lungo silenzio e il reiterato fallimento delle iniziative passate, affrontate, a quanto sembra, con scarsa convinzione. In base a un antico principio che vale sia nella società civile sia nella Chiesa, «ciò che tutti interessa da tutti deve essere approvato» o, almeno, «esaminato». Pertanto, è opportuno svolgere alcune riflessioni al riguardo. Il neoeletto papa Francesco si presentò ai vescovi italiani con tre richieste: la convocazione di un Sinodo nazionale, l’elezione diretta del presidente della CEI e la riduzione del numero delle diocesi. Quest’ultimo tema, in agenda sin dai tempi di Paolo VI, ebbe una prima parziale attuazione negli anni Ottanta.

Le Posizioni della CEI e le Tradizioni Locali
Al Papa ha risposto il card. Bagnasco, presidente della CEI, affermando: «Abbiamo pensato di chiedere alle regioni ecclesiastiche di avviare una riflessione serena, a seconda delle necessità, e di fare ipotesi a partire da situazioni concrete». Il cardinale ha altresì aggiunto, in relazione alle perplessità espresse dal Pontefice circa il numero e la funzionalità delle diocesi italiane, che l'Italia ha, rispetto ad altri paesi, particolari tradizioni che meritano di essere salvaguardate e una specifica configurazione territoriale. «Lo Stato - ha aggiunto Bagnasco, con evidente riferimento alle ragioni che fino a ora hanno sconsigliato la riduzione del numero delle diocesi - tende a razionalizzare, a togliere scuole, uffici postali, province, qualche volta il comune, la comunità montana… tutti quei gangli che formano reti di sostegno del tessuto sociale. E molti dicono: “Ci abbandonate anche voi?”».
È pur vero che ai vescovi o cardinali presidenti delle regioni ecclesiastiche si è chiesto già da parecchi anni una progettualità a livello regionale, ma nessuno, a quanto sembra, l’ha mai fatta. Tuttavia, in vista delle necessarie decisioni da adottare, le ragioni pastorali dovranno avere, a nostro avviso, la prevalenza su ogni altra considerazione, anche riferita a una pur nobile «tradizione».
Fattori che Incidono sulla Riorganizzazione
Trasformazioni Demografiche e Cambiamenti Sociali
È opportuno tenere conto delle trasformazioni della società italiana, quelle già presenti oggi e ancor più quelle ipotizzabili in un non lontano futuro, con particolare riferimento ai dati della demografia. Attualmente la popolazione delle diocesi viene calcolata sulla base del numero degli abitanti, un criterio decisamente accettabile in passato in un Paese, come l’Italia, rimasto a lungo omogeneamente «cattolico», nel quale i non battezzati rappresentavano una ridottissima minoranza. Oggi non vi è più questa stretta corrispondenza.
Da una parte cresce il numero dei cristiani non cattolici (soprattutto provenienti dal mondo dell’ortodossia), dall’altra aumenta sensibilmente, fra gli emigrati, il numero dei credenti in altre religioni (islam, buddhismo, animismo, ecc.). Vi sono diocesi che ormai contano percentuali superiori al 10 per cento di non cristiani provenienti da paesi esteri (senza contare i «non battezzati», per effetto di un fenomeno che esso pure si sta diffondendo). Se si considera questo fattore, i dati relativi alle diocesi, soprattutto a quelle medie e piccole, diventano ancor più allarmanti.
Sarebbe auspicabile, sotto questo profilo - anche se si tratta di impresa difficile, data la non corrispondenza fra territori diocesani e territori provinciali - nei futuri annuari della CEI indicare il numero complessivo degli abitanti, quello dei cattolici e quello, almeno presuntivo, dei credenti in altre religioni.
Evoluzione delle Comunicazioni e dei Trasporti
Occorre altresì tenere conto dei mutamenti profondi intervenuti nelle comunicazioni e nei trasporti. Aree che in passato erano emarginate - e per le quali la presenza di un vescovo residenziale era necessaria per mantenere i contatti con i fedeli - sono oggi, quasi ovunque, facilmente e rapidamente raggiungibili.
Criticità Pastorali e Risorse del Clero
Va infine tenuto presente il fatto che - per effetto sia della forte riduzione del numero dei presbiteri e dei religiosi, sia delle problematiche relative alla loro specifica qualificazione - sarà sempre più difficile, nelle piccole diocesi, dotarsi di un corpo (oggi ormai necessario, in vista della stessa formazione dei fedeli e dell’evangelizzazione) di biblisti, di catechisti specializzati, di esperti in dottrina sociale della Chiesa, e così via. Si tratta di notazioni da tenere presente, anche se non decisive.
Necessità di Specializzazione e Funzionalità Pastorale
Sotto il profilo pastorale - che è e deve essere il fondamentale elemento di giudizio circa il futuro assetto delle diocesi italiane - il problema che si pone è che la pastorale di oggi, e ancor più quella di domani, esige una serie di strutture sempre più articolate, alle quali corrispondono, nelle piccole diocesi, presenze presbiterali sempre più ridotte e avanzate negli anni. Senza indulgere eccessivamente a quello che potrebbe diventare un «mito», appunto la «specializzazione», non vi è dubbio che operare nei vari ambiti della pastorale potendo avere una relativa disponibilità di tempo esige, a livello diocesano, la costituzione di una equipe di specialisti (dai teologi agli esperti di ecumenismo) non oberati da compiti parrocchiali.
Non minori difficoltà si registrano per quanto riguarda l’efficacia e la vitalità dei consigli pastorali e presbiterali e, in generale, delle varie consulte, da quelle sull’apostolato dei laici a quella sulla pastorale sociale. Lacune particolarmente gravi si riscontrano negli ambiti della pastorale giovanile (quanti giovani preti in una piccola diocesi?) e, forse, soprattutto in quello della famiglia, «luogo» fondamentale dell’evangelizzazione e struttura portante di una comunità che si apra al futuro. Quanti presbiteri sono in grado di seguire gruppi-famiglia, di guidare «corsi per fidanzati» che non siano astratte lezioni dottrinali, di accompagnare personalmente i genitori nel cammino verso il battesimo dei figli?
L'Evangelizzazione dei Lontani e l'Autoreferenzialità
In presenza di questa drammatica sproporzione fra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che effettivamente si può fare, non stupisce oltre misura che diocesi di limitata estensione (ma il fenomeno si estende anche alle medie e talora alle grandi) possano dedicare limitata attenzione alla evangelizzazione dei lontani, nel duplice senso di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa e di quanti giungono in Italia, come emigranti, da remoti paesi. Inevitabile, in presenza di una forte disponibilità di risorse umane, rischia di diventare la autoreferenzialità: la cura del superstite «gregge» basta, e sopravanza, rispetto al compito propriamente missionario.
Il Ruolo dei Religiosi e delle Religiose
È ben vero che a questo insieme di problemi le piccole diocesi potrebbero far fronte con una maggiore valorizzazione dei religiosi e soprattutto delle religiose (che dovrebbero essere invitate a operare più intensamente sul piano pastorale, rinunziando, se necessario, a opere e a istituzioni che ormai possono essere lasciate a una società civile in crescita). Di per sé la permanenza delle piccole diocesi non dovrebbe impedire questo reciproco scambio di risorse.
Il Vantaggio delle Comunicazioni Diocesane
Anche il sistema delle comunicazioni - oggi di fondamentale importanza - ne trarrebbe giovamento: diocesi accorpate e con una popolazione più ampia, potrebbero dar vita, più facilmente che non piccole diocesi, ad un settimanale, una radio, eventualmente una piccola televisione locale.
Proposte e Modelli di Accorpamento
Il Modello dell'Arcidiocesi con Vescovi Ausiliari
Restando aperto il problema della denominazione (perché non ipotizzare una arcidiocesi della Tuscia o dell’Irpinia, per fare soltanto alcuni esempi?), si potrebbe ipotizzare la creazione di arcidiocesi all’interno delle quali vi siano un vescovo presidente, tendenzialmente quello della sede più antica o più popolosa, e vescovi vicepresidenti, corrispondenti alle diocesi che si vorrebbero unificare, costituendo così una sorta di «direzione collegiale» del nuovo e più ampio territorio.
Progressivamente, nel corso del tempo, a mano a mano che i vicepresidenti vescovi abbandonano l’incarico, essi dovrebbero essere sostituiti da vescovi ausiliari con specifica responsabilità su ciascuna delle diocesi soppresse nella titolarità della loro autonomia, ma sempre presenti di fatto. In tal modo la popolazione della ex diocesi avrebbe sempre un vescovo residente; ma nello stesso tempo dovrebbe essere assicurata l’unità diocesana con unici consigli presbiterale e pastorale, un solo (eventuale) istituto di scienze religiose, unici - almeno per le competenze più importanti - uffici pastorali, unico (eventuale) settimanale, e così via.
Adeguatamente preparati al cambiamento, e garantiti circa la continuazione della permanenza del vescovo nel territorio (sia pure in stretto collegamento con il centro-diocesi), i fedeli non dovrebbero opporsi a tale innovazione.
Il Processo di Accorpamento "in persona Episcopi"
Oggi, per adempiere alla richiesta di Papa Francesco, gli organi competenti (Dicastero per i vescovi e nunziatura apostolica, con la CEI a prestare la propria collaborazione) hanno intrapreso la stessa via già percorsa negli anni Ottanta: quella dell’accorpamento in persona Episcopi. Una piccola diocesi, quando rimane vacante, viene accorpata a una vicina mantenendole distinte ma affidandole alla guida del medesimo vescovo.

La Resistenza e le Proteste Locali
Questo processo ha incontrato inizialmente una certa resistenza da parte dei vescovi italiani, anche per il timore di impoverire ulteriormente piccoli territori dell’entroterra della Penisola che vedono man mano ridursi altri presidi come l’ospedale, lo sportello bancario, la scuola ecc. Molte e anche vivaci proteste si sono levate nel corso del tempo.
I Ritmi Attuali e gli Obiettivi Futuri
L’avvio è comunque stato dato e, a partire appunto dal 2019, si è proceduto a ritmo crescente, fino ad arrivare alle 6 diocesi accorpate nel 2023. Se si procederà con questo ritmo, per dimezzare le 223 diocesi italiane - quello che pare l’obiettivo finale - saranno necessari circa 15 anni.
Il Primato della Pastoralità e la Trasparenza
Quali che siano i prossimi orientamenti della Conferenza Episcopale Italiana riguardo al riordino delle diocesi, sembra che non possa essere messo in dubbio il primato della pastoralità. Ciò che importa non sono le attese dei diocesani, le tradizioni del passato, le legittime aspettative degli attuali e futuri titolari delle diocesi. È a partire da questo primato che si dovrà serenamente, ma seriamente, valutare il da farsi, tenendo presente il necessario rapporto fra pastorale parrocchiale e pastorale di ambiente, dato che quest’ultima rischia di essere gravemente trascurata laddove prevale l’attenzione quasi esclusiva al territorio.
Sia infine consentita un’ultima raccomandazione, fatta in nome del rispetto dovuto al «popolo di Dio» presente nelle varie diocesi: non si agisca nel segreto degli ambienti curiali ma si affrontino i problemi a viso aperto e si mettano in evidenza anche i limiti delle piccole diocesi, pur difendendone in quanto possibile l’identità (ad esempio adottando i criteri suggeriti per gli accorpamenti). Vi sarà sempre uno «zoccolo duro» di tradizionalisti e di conservatori, ma vi è anche una nuova generazione di uomini e di donne che, pur nel riconoscimento del passato, guardano anche al futuro.
Le Dimissioni dei Vescovi e le Diocesi Vacanti nel 2026
Il 2026 si preannuncia come un anno significativo per il rinnovamento della guida pastorale in diverse diocesi italiane. Numerosi vescovi, raggiungendo il limite canonico dei 75 anni, saranno chiamati a rimettere il loro mandato nelle mani del Pontefice, in un quadro segnato anche dal possibile proseguimento degli accorpamenti diocesani.
Il Ricordo di Papa Leone XIV e il Limite dei 75 Anni
Nel corso del 2026 diversi vescovi italiani compiranno 75 anni e, come previsto dal diritto canonico, dovranno presentare al Papa la rinuncia al loro ufficio. A ricordarlo è stato lo stesso Papa Leone XIV, intervenendo lo scorso novembre ad Assisi durante l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Nel discorso pronunciato presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, il Pontefice ha sottolineato: «È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni».
Nello stesso intervento, Papa Leone XIV ha ribadito anche la volontà di proseguire, ove necessario, nel processo di accorpamento di alcune diocesi. «Le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni - demografici, culturali ed ecclesiali - ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi», ha affermato il Pontefice, invitando a superare confini territoriali ormai inadeguati e a ripensare insieme l’azione pastorale.
I Vescovi Interessati nel Nord Italia
Nel Nord Italia raggiungeranno il limite di età nel corso del 2026:
- Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano, il 29 luglio.
- Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo dal 2009, il 6 agosto.
I Vescovi Interessati nel Centro Italia
Nel Centro Italia compiranno 75 anni:
- Fausto Tardelli, Vescovo di Pistoia e anche di Pescia, il 5 gennaio.
- Carlo Ciattini, pastore della diocesi toscana di Massa Marittima-Piombino, il 20 marzo.
- Francesco Manenti, Vescovo di Senigallia nelle Marche, il 26 giugno.
Il Quadro nel Sud Italia
Nel Mezzogiorno compiranno 75 anni:
- Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace, il 14 gennaio.
- Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, il 1° maggio.
- Giuseppe Giuliano, alla guida della diocesi di Lucera-Troia, il 28 giugno.
- Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù in Sicilia, il 16 luglio.
- Giovanni Accolla, Arcivescovo metropolita di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, il 29 agosto.
Vescovi oltre i 75 anni ancora in carica
Sono inoltre ancora in carica, nonostante abbiano già superato i 75 anni, alcuni vescovi la cui rinuncia non è stata ancora accolta o è stata prorogata.
Recenti Accettazioni di Rinuncia e Nomine
Il Santo Padre ha accettato le seguenti rinunce e ha proceduto a nuove nomine:
- Ha accettato la rinuncia al governo pastorale delle diocesi di Pescia e di Pistoia, unite in persona Episcopi.
- Ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Faenza - Modigliana e ha nominato Vescovo della medesima diocesi il Rev.do Mons. [Nome Vescovo].
- Ha accettato la rinuncia al governo pastorale delle diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e Foligno, unite in persona Episcopi, e ha nominato Vescovo delle medesime diocesi S.E.R. Mons. [Nome Vescovo].
- Ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Molfetta - Ruvo - Giovinazzo - Terlizzi e ha nominato Vescovo della medesima diocesi Mons. [Nome Vescovo].
- Ha nominato Nunzio Apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino S.E.R. Mons. [Nome Nunzio].
- Ha nominato Arcivescovo Metropolita di Sassari S.E.R. Mons. [Nome Arcivescovo].
- Ha nominato Esarca Apostolico dell’Abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata S.E.R. Mons. [Nome Esarca].
- Ha nominato Segretario del Dicastero per il Clero S.E.R. Mons. [Nome Segretario].