Il Futuro delle Diocesi Italiane: Rinnovamento Episcopale e Rimodulazione Territoriale

Il panorama ecclesiale italiano è in costante evoluzione, caratterizzato da un dinamico processo di rinnovo della guida pastorale e da una riflessione approfondita sulla riorganizzazione territoriale delle diocesi. Il 2026, in particolare, si preannuncia come un anno significativo per il rinnovo della guida pastorale in diverse diocesi italiane, con numerosi vescovi che raggiungeranno il limite canonico dei 75 anni e saranno chiamati a rimettere il loro mandato nelle mani del Pontefice, in un quadro segnato anche dal possibile proseguimento degli accorpamenti diocesani.

Il Processo di Rinnovamento Episcopale

Il Santo Padre accetta regolarmente la rinuncia al governo pastorale di diverse diocesi. Questo avviene in varie circostanze, come il raggiungimento dell'età pensionabile o altre motivazioni. Ad esempio, il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale delle diocesi di Pescia e di Pistoia, unite in persona Episcopi. Allo stesso modo, è stata accettata la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Faenza - Modigliana, con la successiva nomina del Rev.do Mons. come nuovo Vescovo. Ulteriori esempi includono l'accettazione della rinuncia per le diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e Foligno, anch'esse unite in persona Episcopi, e per la diocesi di Molfetta - Ruvo - Giovinazzo - Terlizzi, seguite dalle relative nomine episcopali.

Il Limite Canonico dei 75 Anni e le Indicazioni del Pontefice

Nel corso del 2026, diversi vescovi italiani compiranno 75 anni e, come previsto dal diritto canonico, dovranno presentare al Papa la rinuncia al loro ufficio. A ricordarlo è stato il Pontefice, intervenendo lo scorso novembre ad Assisi durante l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana.

Nel discorso pronunciato presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, il Pontefice ha sottolineato: «È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni».

Foto di un vescovo anziano che si congeda dalla sua diocesi, in segno di passaggio generazionale

Vescovi che compiranno 75 anni nel 2026

Il rinnovamento interesserà diverse regioni italiane:

  • Nel Nord Italia raggiungeranno il limite di età nel corso del 2026:
    • Mario Enrico Delpini, Arcivescovo metropolita di Milano, figura di rilievo dell’episcopato italiano, che guida la diocesi più grande d’Europa: compirà 75 anni il 29 luglio.
    • Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo dal 2009, il 6 agosto.
  • Nel Centro Italia compiranno 75 anni:
    • Fausto Tardelli, Vescovo di Pistoia e anche di Pescia, il 5 gennaio.
    • Carlo Ciattini, pastore della diocesi toscana di Massa Marittima-Piombino, il 20 marzo.
    • Francesco Manenti, Vescovo di Senigallia nelle Marche, il 26 giugno.
  • Nel Mezzogiorno compiranno 75 anni:
    • Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace, diocesi calabrese segnata da forti sfide sociali, il 14 gennaio.
    • Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, il 1° maggio.
    • Giuseppe Giuliano, alla guida della diocesi di Lucera-Troia, il 28 giugno.
    • Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù in Sicilia, il 16 luglio.
    • Giovanni Accolla, Arcivescovo metropolita di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, il 29 agosto.

Sono inoltre ancora in carica, nonostante abbiano già superato i 75 anni, alcuni vescovi la cui rinuncia non è stata ancora accolta o è stata prorogata.

Accorpamenti Diocesani e Rimodulazione Territoriale

Il tema degli accorpamenti diocesani è strettamente legato al rinnovamento pastorale. Nello stesso intervento, il Pontefice ha ribadito la volontà di proseguire, ove necessario, nel processo di accorpamento di alcune diocesi. «Le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni - demografici, culturali ed ecclesiali - ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi», ha affermato il Pontefice, invitando a superare confini territoriali ormai inadeguati e a ripensare insieme l’azione pastorale.

La Realtà delle Diocesi Unite "In Persona Episcopi"

Un aspetto importante del riordino è l'unione di diocesi "in persona episcopi". Si tratta di un’espressione latina usata dalla Santa Sede per indicare l’unione di due o più Diocesi, con la quale si lasciano inalterate le strutture di ciascuna (seminario, cattedrali, uffici di curia, organismi) ad eccezione del ministero episcopale, che è esercitato da un unico vescovo.

Attualmente, diverse diocesi italiane sono unite in persona episcopi. Le ultime, in ordine di tempo, in Italia, includono quelle di Pozzuoli e Ischia (maggio 2021); Teano-Calvi e Alife-Caiazzo (2021); Modena-Nonantola e Carpi (2020); Camerino-San Severino Marche e Fabriano-Matelica (2020); Nuoro e Lanusei (2020); Tivoli e sede suburbicaria di Palestrina (2019). Per quanto riguarda le due Diocesi maremmane, esse furono già unite in persona episcopi fra il 1924 e il 1932 con il vescovo Gustavo Matteoni. Nel 1970, mons. Primo Gasbarri fu nominato Amministratore apostolico sede plena di Grosseto e del Tratto toscano dell’Abbazia delle Tre Fontane, e Amministratore apostolico sede vacante della Diocesi di Sovana-Pitigliano.

Sono 41 le diocesi italiane unite “in persona episcopi che nel prossimo futuro sono chiamate a fondersi. Erano 43 fino a giugno scorso, quando è nata la diocesi Cuneo-Fossano.

La Storia del Riordinamento Diocesano in Italia

La questione del riordinamento delle diocesi italiane è un tema di lunga data, con più di un secolo di storia. Giuseppe Brunetta ha ricostruito la variazione dei numeri delle diocesi in Italia a partire dal 1863 (272). In seguito i numeri hanno mostrato fluttuazioni significative: 291 nel 1888, 278 nel 1901, 284 nel 1924, 348 nel 1946, 292 nel 1951, 272 nel 1966, 349 nel 1973, 326 nel 1986. Questa questione riemerse dopo il Concordato del 1929 che prevedeva una revisione della circoscrizione delle diocesi per renderle corrispondenti alle province.

Tutto cambiò con il Concilio Vaticano II e con l’indicazione di Paolo VI nel 1966, il quale diede mandato alla neonata Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di progettare una riforma che prevedesse anche la fusione di molte diocesi. Gli accordi, liberando la Chiesa da ogni impegno con lo Stato in materia, posero le premesse per il più importante riordinamento delle diocesi che l’Italia abbia conosciuto. A settembre del 1986, la Congregazione dei Vescovi ridusse le diocesi da 325 a 228 (39 metropolie, 21 arcivescovati, 156 vescovati, 8 tra prelature e abbazie territoriali, 3 sedi orientali e l’ordinariato militare).

Per chiarire le ragioni, si torna al 1964, quando Paolo VI accennò all’eccessivo numero delle diocesi e, due anni dopo, parlò del «grave tema della revisione delle diocesi» in sintonia con le attese ecclesiali, rimettendo il problema alla Conferenza Episcopale. Il riferimento era al decreto conciliare Christus Dominus (nn. 22-24), mentre il Codice di Diritto Canonico sviluppa il tema delle diocesi ai cann. 368-374 e successivi, fino al can. 411 sui vescovi. Sulla spinta del Papa, la CEI costituì una commissione, detta dei “Quaranta”, che elaborò un progetto consegnato nel 1968 alla Congregazione per i Vescovi. Il progetto venne votato dai vescovi (169 a favore, 51 con riserva, 70 contrari), ma le resistenze furono troppo forti e non se ne fece nulla. Soltanto dopo due decenni, all’indicazione di Paolo VI venne dato seguito da Giovanni Paolo II con il nuovo Concordato del 1984, tradotto dalla legge n. 222/1985, che all’articolo 29 prevedeva la revisione delle diocesi, per opera dell’autorità ecclesiastica, entro il 30 settembre 1986. La CEI, in seguito alla decisione della Congregazione dei Vescovi, fornì l’elenco aggiornato l’8 ottobre 1986. Non fu un passaggio indolore, e le ferite rimangono ancora aperte.

Fin dal primo incontro con la CEI (2013), Papa Francesco ha chiesto di provvedere alla riduzione delle diocesi. Diversi vescovi italiani, durante la visita ad limina (gennaio-maggio 2024), avrebbero difeso la tradizione specifica delle piccole diocesi, ma l’indirizzo della nunziatura non è cambiato.

The Vatican Insider - Il Denaro In Nome Di Dio - Current Italia (Versione integrale)

Le Ragioni Pastorali e Sociali degli Accorpamenti

In vista delle necessarie decisioni da adottare, le ragioni pastorali dovranno avere, a nostro avviso, la prevalenza su ogni altra considerazione, anche riferita a una pur nobile tradizione. È tuttavia opportuno tenere conto anche delle trasformazioni della società italiana, quelle già presenti oggi e ancor più quelle ipotizzabili in un non lontano futuro, facendo riferimento ai dati della demografia.

Cambiamenti Demografici e Sociali

Attualmente la popolazione delle diocesi viene calcolata sulla base del numero degli abitanti: criterio questo decisamente accettabile in passato in un Paese, come l’Italia, rimasto a lungo omogeneamente cattolico, nel quale i non battezzati rappresentavano una ridottissima minoranza. Oggi non vi è più questa stretta corrispondenza. Da una parte cresce il numero dei cristiani non cattolici (soprattutto provenienti dal mondo dell’ortodossia), dall’altra aumenta sensibilmente, fra gli emigrati, il numero dei credenti in altre religioni (islam, buddhismo, animismo, ecc.). Vi sono diocesi che ormai contano percentuali superiori al 10 per cento di non cristiani provenienti da paesi esteri, senza contare i “non battezzati” per effetto di un fenomeno che si sta diffondendo. Se si considera questo fattore, i dati relativi alle diocesi, soprattutto a quelle medie e piccole, diventano ancor più allarmanti. Sarebbe auspicabile, sotto questo profilo, nei futuri annuari della CEI indicare il numero complessivo degli abitanti, quello dei cattolici e quello, almeno presuntivo, dei credenti in altre religioni.

Occorre altresì tenere conto dei mutamenti profondi intervenuti nelle comunicazioni e nei trasporti. Aree che in passato erano emarginate - e per le quali la presenza di un vescovo residenziale era necessaria per mantenere i contatti con i fedeli - sono oggi, quasi ovunque, facilmente e rapidamente raggiungibili.

Le Sfide delle Piccole Diocesi

Va infine tenuto presente il fatto che, per effetto sia della forte riduzione del numero dei presbiteri e dei religiosi, sia delle problematiche relative alla loro specifica qualificazione, sarà sempre più difficile, nelle piccole diocesi, dotarsi di un corpo, oggi ormai necessario in vista della stessa formazione dei fedeli e dell’evangelizzazione, di biblisti, di catechisti specializzati, di esperti in dottrina sociale della Chiesa, e così via.

Sotto il profilo pastorale, che è e deve essere il fondamentale elemento di giudizio circa il futuro assetto delle diocesi italiane, il problema che si pone è la necessità di strutture sempre più articolate. La pastorale di oggi, e ancor più quella di domani, esige la costituzione di una equipe di specialisti (dai teologi agli esperti di ecumenismo) non oberati da compiti parrocchiali. Non minori difficoltà si registrano per quanto riguarda l’efficacia e la vitalità dei consigli pastorali e presbiterali e, in generale, delle varie consulte, da quelle sull’apostolato dei laici a quella sulla pastorale sociale. Lacune particolarmente gravi si riscontrano negli ambiti della pastorale giovanile e, forse, soprattutto in quello della famiglia, "luogo" fondamentale dell’evangelizzazione e struttura portante di una comunità che si apra al futuro. Sono pochi i presbiteri in grado di seguire gruppi-famiglia, di guidare "corsi per fidanzati" che non siano astratte lezioni dottrinali, di accompagnare personalmente i genitori nel cammino verso il battesimo dei figli.

In presenza di questa drammatica sproporzione fra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che effettivamente si può fare, non stupisce oltre misura che diocesi di limitata estensione (ma il fenomeno si estende anche alle medie e talora alle grandi) possano dedicare limitata attenzione alla evangelizzazione dei lontani, nel duplice senso di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa e di quanti giungono in Italia, come emigranti, da remoti paesi. Inevitabile, in presenza di una forte disponibilità di risorse umane, rischia di diventare l'autoreferenzialità: la cura del superstite “gregge” basta, e sopravanza, rispetto al compito propriamente missionario.

Anche il sistema delle comunicazioni, oggi di fondamentale importanza, ne trarrebbe giovamento: diocesi accorpate e con una popolazione più ampia, potrebbero dar vita, più facilmente che non piccole diocesi, ad un settimanale, una radio, eventualmente una piccola televisione locale.

Infografica sulle sfide pastorali attuali: calo dei presbiteri, necessità di specializzazione, evangelizzazione

Perplessità e Criticità

Nonostante le evidenti ragioni pastorali, il dibattito sul riordino diocesano non è privo di complessità. Il cardinale Bagnasco, presidente della CEI, in relazione alla domanda di un giornalista, ha affermato: «Abbiamo pensato di chiedere alle regioni ecclesiastiche di avviare una riflessione serena, a seconda delle necessità, e di fare ipotesi a partire da situazioni concrete». Ha altresì aggiunto che l’Italia ha, rispetto ad altri paesi, particolari tradizioni che meritano di essere salvaguardate e una specifica configurazione territoriale. «Lo Stato - ha aggiunto ancora Bagnasco, con evidente riferimento alle ragioni che fino a ora hanno sconsigliato la riduzione del numero delle diocesi - tende a razionalizzare, a togliere scuole, uffici postali, province, qualche volta il comune, la comunità montana… tutti quei gangli che formano reti di sostegno del tessuto sociale. E molti dicono: “Ci abbandonate anche voi?”».

Rimangono aperte domande cruciali: come cambierà il ruolo del vescovo? È davvero utile accorpare due diocesi piccole dove si sommano le fragilità più che le forze? Come gestire le eventuali resistenze del clero e del laicato? Come affrontare le spese per la re-intestazione delle proprietà?

Il Rapporto tra Territorio e Fede

Il rapporto del territorio con la fede cristiana-cattolica è particolarmente complesso. Anzitutto non rappresenta un tratto decisivo per la fede, come ricorda la Lettera a Diogneto: «I cristiani infatti non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per lingua o abiti». E tuttavia il legame della comunità con il territorio è rilevante perché testimonia dell’universale accessibilità della fede, ovvero: basta abitare in un luogo per avere accesso alla celebrazione e alla proposta cristiana. L’universalismo della fede cristiana si riflette anche nel territorio in cui uno nasce e vive.

A questo si aggiunge il profondo cambiamento in atto nel rapporto fra persona e appartenenza territoriale, persona e città. Il territorio si è ormai assimilato allo stile cittadino: da più di un decennio la maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città. Ma la città è cambiata. Non è più guidata dalle logiche dei luoghi e delle appartenenze, ma dai flussi e dalle funzioni. Non si sostiene da sola senza essere in rete, senza intercettare le grandi correnti di flusso, senza fare i conti con la mescolanza delle popolazioni. Le città si attraversano, non si vivono. Con la conseguenza che la socialità non cresce “spontanea” e la solidarietà si consuma. La solidarietà non la si trova, la si deve perseguire. Non si eredita, la si costruisce.

Il nuovo contesto fa emergere la minor “presa” delle parrocchie sui residenti, la pluralità delle proposte confessionali e religiose, l’emergere di un analfabetismo religioso assai diffuso. Rimane l’universalismo della fede, ma collassa il “mondo cattolico”.

Foto di una chiesa antica immersa in un moderno contesto urbano e multiculturale, simbolo della trasformazione del territorio

Verso Nuovi Modelli e una Pastorale Rinnovata

Ci sono elementi funzionali evidenti nella scelta di ridefinire i confini delle diocesi. Ma limitarsi all’efficienza e alla funzionalità significa non cogliere fino in fondo la scommessa. C’è, anzitutto, la domanda cruciale: quali sono i segni di vitalità di una Chiesa? Vi sono alcuni indici significativi come la frequenza ai riti cristiani, il numero dei presbiteri e la loro relazione con i laici, l’efficace presenza sul territorio (associazioni, istituzioni, figure) ecc. Sarebbe importante nel contesto di una riformulazione istituzionale identificare le priorità come, ad esempio: la ministerialità e i carismi nei laici, la corresponsabilità missionaria, la questione educativa e giovanile.

L’attuale spinta sinodale, sia a livello universale che italiano, suggerisce altri pensieri e altre prassi. Un accorpamento ecclesiale richiede oggi di generare una novità, una sorpresa, una sorta di ri-creazione. Non la semplice sommatoria di forze, istituti, patrimonio immobiliare ecc. ma piuttosto la coltivazione di un sogno ecclesiale. La composizione degli uffici diocesani, la distribuzione degli incarichi di vertice, non significherebbero molto senza una rigenerazione complessiva dei due popoli cristiani. La sfida è passare da un corpo istituzionale competente a un corpo animato dallo Spirito. Partire cioè non da un bisogno, ma da un sogno, avviare un percorso di discernimento sul futuro delle comunità cristiane, unire elementi di discontinuità con quelli trasformativi, lasciarsi definire e correggere nel “farsi” della decisione.

Proposte per la Riorganizzazione

Restando aperto il problema della denominazione (perché non ipotizzare una arcidiocesi della Tuscia o dell’Irpinia, per fare soltanto alcuni esempi?), si potrebbe ipotizzare la creazione di arcidiocesi all’interno delle quali vi siano un vescovo presidente, tendenzialmente quello della sede più antica o più popolosa, e vescovi vicepresidenti, corrispondenti alle diocesi che si vorrebbero unificare, costituendo così una sorta di “direzione collegiale” del nuovo e più ampio territorio.

Progressivamente, nel corso del tempo, a mano a mano che i vicepresidenti vescovi abbandonano l’incarico, essi dovrebbero essere sostituiti da vescovi ausiliari con specifica responsabilità su ciascuna delle diocesi soppresse nella titolarità della loro autonomia, ma sempre presenti di fatto. In tal modo la popolazione della ex diocesi avrebbe sempre un vescovo residente; ma nello stesso tempo dovrebbe essere assicurata l’unità diocesana con unici consigli presbiterale e pastorale, un solo (eventuale) istituto di scienze religiose, unici, almeno per le competenze più importanti, uffici pastorali, unico (eventuale) settimanale, e così via. Adeguatamente preparati al cambiamento, e garantiti circa la continuazione della permanenza del vescovo nel territorio (sia pure in stretto collegamento con il centro-diocesi), i fedeli non dovrebbero opporsi a tale innovazione.

Il Primato della Pastoralità e la Trasparenza

Quali che siano i prossimi orientamenti della Conferenza Episcopale Italiana riguardo al riordino delle diocesi, sembra che non possa essere messo in dubbio il primato della pastoralità. Ciò che importa non sono le attese dei diocesani, le tradizioni del passato, le legittime aspettative degli attuali e futuri titolari delle diocesi. È a partire da questo primato che si dovrà serenamente, ma seriamente, valutare il da farsi, tenendo presente il necessario rapporto fra pastorale parrocchiale e pastorale di ambiente, dato che quest’ultima rischia di essere gravemente trascurata laddove prevale l’attenzione quasi esclusiva al territorio.

È auspicabile, infine, che non si agisca nel segreto degli ambienti curiali ma si affrontino i problemi a viso aperto e si mettano in evidenza anche i limiti delle piccole diocesi, pur difendendone in quanto possibile l’identità, ad esempio adottando criteri suggeriti per gli accorpamenti. Vi sarà sempre uno “zoccolo duro” di tradizionalisti e di conservatori, ma vi è anche una nuova generazione di uomini e di donne che, pur nel riconoscimento del passato, guardano anche al futuro.

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