Introduzione alla Diocesi di Adria-Rovigo
La Diocesi di Adria-Rovigo (in latino Dioecesis Adriensis-Rhodigiensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea del patriarcato di Venezia e appartiene alla regione ecclesiastica Triveneto. Nel 2022 contava 190.000 battezzati su 193.890 abitanti. La sede vescovile è la città di Rovigo, dove si trova la concattedrale di Santo Stefano papa.

Le Origini e i Primi Secoli
Non è possibile determinare con precisione la data di fondazione della diocesi di Adria. La tradizione pone come fondatore sant'Apollinare, vescovo di Ravenna alla fine del II secolo. Sebbene l'influenza dell'esarcato di Ravenna sulla diocesi di Adria sia certa, nessun documento storico conferma questa tradizione. Lungamente si prestò fede al privilegio di Valentiniano III (419-455) che, dichiarando Metropolita di Ravenna il leggendario Giovanni Angeloptes, gli concedeva la giurisdizione su 14 chiese suffraganee, tra le quali Adria.
Il primo documento certo in cui si parla della diocesi di Adria è costituito dagli atti del Concilio Lateranense tenuto sotto il Pontificato di Martino I dal 5 al 30 ottobre 649. A questo concilio parteciparono e si sottoscrissero 105 vescovi, tra cui Gallionistus, o Gallinostius, Hadrianensis Episcopus.
Il terzo vescovo noto è Bono: il suo nome si legge nell’iscrizione del fonte battesimale di Santa Maria della Tomba ad Adria. Il tipo di scrittura, a caratteri latini e greci frammisti, fa risalire l'iscrizione al VII-VIII secolo. Pure alla stessa epoca, e per gli stessi motivi, viene collocato il quarto vescovo, Giovanni I: il suo nome si legge nell’antichissima iscrizione del battistero di San Giovanni, attualmente murata nell’architrave della porta sinistra della facciata della Chiesa di Santa Maria della Tomba. Da questo momento, la Chiesa Adriese entra nella storia appoggiata a documenti criticamente sicuri, con i suoi vescovi presenti ai Sinodi ravennati in maniera eminente e vivace.

Il Feudo Vescovile e il Dualismo della Sede
Con il diploma di Papa Nicolò III del 14 marzo 863 al Vescovo Leone, ebbe inizio quello che alcuni storici chiamano il Feudo vescovile: alla giurisdizione spirituale si aggiunse il potere temporale. Questo periodo iniziò con la concessione della Contea di Gavello e proseguì con l’acquisizione di altri beni, terre e diritti.
Con la Bolla dell’11 giugno 920 di Papa Giovanni X, Rovigo fece la sua comparsa nella storia diocesana. Il Vescovo Paolo, profugo da Adria forse per la paura dei barbari che premevano sul Brenta e per le ricorrenti alluvioni che ne avevano diroccato la chiesa, ricevette dal papa in feudo la "Curtem Bonevigo quae vocatur Rodige" e l’autorizzazione a costruire un castello di difesa. Per quasi dieci secoli si è discusso su questo documento, che di sicuro non trasferisce la sede vescovile a Rovigo, ma ne indica l'importanza crescente.
Sin dalla fine del primo millennio, la Diocesi è stata caratterizzata da un dualismo di sede. Se la sede ufficiale rimaneva in Adria, i vescovi avevano però la residenza a Rovigo, considerata una città più salubre e più sicura. Il potere temporale dei vescovi fu progressivamente eroso dai potenti vicini e cessò attorno al 1200 con l’avvento degli Estensi, periodo in cui la diocesi perse i suoi ultimi possedimenti temporali.

Ristrutturazioni Territoriali tra XVIII e XIX Secolo
A livello territoriale, nel corso dei secoli la diocesi ha subito notevoli variazioni dei suoi confini. Con un decreto del Senato veneto del 7 settembre 1792, in seguito alla soppressione dell'Abbazia di Santa Maria della Vangadizza, dodici parrocchie soggette alla giurisdizione abbaziale furono aggregate alla Diocesi di Adria. Queste includevano le località di Badia (S. Giovanni Battista), Baruchella, Salvaterra, Crocetta, Villafora, Rasa, Barbuglio, Saguedo, Cavazzana e altre.
Successivamente, con le Bolle di Papa Pio VII De salute dominici gregis (1º maggio 1818) e Cum nos gravibus (9 marzo 1819), ci fu il definitivo riassetto dei confini diocesani. Le parrocchie di Crespino e Sant'Apollinare passarono dalla giurisdizione di Ravenna a quella di Adria. Al contempo, le parrocchie dell’oltre Po (Cornacervina, Rero con Finale, Guarda Ferrarese, Ro, Ruina, Zocca, Serravalle e Mesola), che anticamente dipendevano da Adria, confluirono nella Diocesi di Ferrara. Barbona, oltre l’Adige, fu aggregata alla diocesi di Padova. Dalla giurisdizione vescovile di Ferrara confluirono nella Diocesi di Adria le località di Melara, Bergantino, Bariano con San Pietro (oggi Castelnovo Bariano e San Pietro Polesine), Massa (oggi Castelmassa), Ceneselli, Calto, Ficarolo, Gaiba, Stienta, Gurzone, Santa Maria Maddalena, Canaro, Fiesso, Trecenta, Pissatola, Sariano, Salara, Bagnolo, Zelo (Giacciano con Baruchella) e Occhiobello. I confini con la diocesi di Chioggia rimasero invariati, come lo sono ancora oggi.

L'Azione Cattolica nella Diocesi di Adria-Rovigo: Un Secolo di Impegno Laicale
Come tutte le operazioni umane, anche le vicende dell’Azione Cattolica si calano nella storia contingente dei luoghi e dell’epoca in cui si verificano. L’associazione nacque come risposta alla situazione politica e culturale dell’Italia del XIX secolo, all’inizio ancora divisa in Stati ma protesa alla creazione dello Stato unitario. A partire dal 1848, le iniziative politiche e militari del Piemonte governato dai Savoia avviarono un processo che si attuò sopprimendo anche lo Stato della Chiesa, seguendo un programma anche antireligioso, culminato nella conquista di Roma nel 1870. Il modo in cui tutto ciò avvenne fu ritenuto offensivo da Papa Pio IX che, viste inutili le sue proteste, interruppe i rapporti con il governo italiano e si ritenne prigioniero, chiudendosi nel Vaticano. Ai cattolici fu esclusa la partecipazione alla vita politica del Regno d’Italia per non legittimarne l’esistenza.
Questa situazione suggerì a diversi laici cattolici di ampliare il loro modo di associarsi: fino ad allora nelle confraternite i laici si dedicavano ad opere di spiritualità e di carità, ma ora bisognava ampliare il campo per confrontarsi con una società in cui si diffondevano idee contrarie alla religione. La Società della Gioventù Cattolica Italiana riuscì a superare le difficoltà che avevano spento altre iniziative. Annunciata nel 1867 da Mario Fani e Giovanni Acquaderni, e approvata dal papa nel 1868, la Società avviò un’esperienza che avrebbe contribuito non poco a riscoprire il senso del laicato nella Chiesa.
La storia dell’Azione Cattolica nella diocesi di Adria-Rovigo inizia poco dopo, nel 1869, quando il giovane don Giacomo Sichirollo, docente nel seminario di Rovigo, riunì un gruppo di giovani della parrocchia dei Ss. Francesco e Giustina e fondò il primo circolo della Gioventù Cattolica della diocesi. L’anno successivo aderirà alla Società della Gioventù Cattolica Italiana, risultando il 15° in ordine di adesione, ma era stato il quarto in Italia in ordine di fondazione. Il secondo circolo della diocesi nascerà nel 1872 a Villadose e verrà iscritto alla Società nel 1873, risultando il 65° aderente.
Confrontandosi con la realtà concreta dell’Italia dell’epoca, la Società della Gioventù Cattolica avvertì l’esigenza di studiarne le caratteristiche per orientare il proprio modo di essere presente fra gli uomini: nacque così, nel 1875, l’Opera dei Congressi, aperta anche ai non giovani, che svolse un importante lavoro di studio e di preparazione. Il Comitato diocesano dell’Opera venne istituito anche nella diocesi, nel 1876, ma senza produrre nell’immediato veri risultati.
Bisogna però tener presente la condizione della popolazione del Polesine: i ceti benestanti, che vivevano nelle città e avevano una sufficiente preparazione culturale, in buona parte condividevano la mentalità liberale e anticlericale o addirittura massonica; nei paesi, sostanzialmente isolati, vivevano i lavoratori agricoli, e fra loro la miseria materiale e l’analfabetismo erano le caratteristiche prevalenti. Avvenimenti come la rotta dell’Adige nel 1882, il primo grande sciopero agrario al grido di “la boje!” nel 1884, e l’inizio della grande emigrazione verso il Brasile nel 1889, durata dieci anni, dipingono un quadro di difficoltà. I parroci lamentavano di avere a che fare con gente che pensava la fede cristiana con mentalità pagana e superstiziosa, e che si lasciava attrarre dalla propaganda socialista.
Tuttavia, anche i cattolici si confrontarono con la realtà sociale del Polesine. Da una parte, pur fra molte difficoltà economiche, si dotarono di strumenti per il miglioramento culturale: nel 1885 nacque il “Bollettino della Santa Lega” per diffondere le “buone letture”, con l’impegno anche del tipografo lendinarese Giovanni Battista Buffetti; nel 1901, per incitamento di mons. Sichirollo, nacque “La Settimana”, il periodico diocesano diretto da mons. Ettore Bonincontro. Dall’altra parte, si ebbero iniziative pratiche, prima di tutte la creazione di Casse Rurali per consentire ai lavoratori agricoli di ottenere piccoli prestiti: la prima Cassa sorse a Molinella di Lendinara nel 1893, e tre anni dopo le Casse Rurali erano già 41. In questo campo, a fianco dei parroci erano attivi molti laici, come Lorenzo Lorenzoni, anch'egli lendinarese.

Come spesso succede, anche nell’Opera dei Congressi cominciarono ad emergere interpretazioni contrastanti che si tradussero in conflitti interni al movimento cattolico. Questi furono risolti drasticamente da Pio X che nel 1904 sciolse l’Opera. Il provvedimento, però, non riguardò la diocesi di Adria, dove mons. Sichirollo svolgeva un prezioso ruolo equilibratore. Il papa curò di non disperdere l’esperienza acquisita dalle organizzazioni laicali e diede loro una nuova configurazione in quattro associazioni aventi finalità distinte ma complementari: oltre alla Società della Gioventù Cattolica si ebbero tre cosiddette Unioni con il compito di studiare la formazione personale, la realtà socio-economica e la situazione politica. Fino ai primi anni del Novecento le associazioni laicali erano tutte maschili: l’associazione femminile nacque solo nel 1908, e in diocesi si sviluppò soprattutto per merito di Luisa Bianchini.
La Prima Guerra Mondiale vide i cattolici inizialmente in posizione contraria, ma una volta che l’Italia entrò nel conflitto, ritennero che l’andare al fronte fosse un dovere di lealtà verso la patria. In tal modo, il movimento laicale diocesano fu privato di molte forze trainanti. Finita la guerra, il mondo cattolico fu vivacizzato dalla nascita del Partito Popolare, fra i cui fondatori figuravano due allievi di Sichirollo, già impegnati nelle organizzazioni di Chiesa: Umberto Merlin e Carlo Belloni. A questi si affiancò presto Carlo Cibotto, dirigente prima dei giovani e poi degli uomini di Azione Cattolica, ma assai attivo anche nel campo sociale e politico. Nel periodo a cavallo della guerra, i pontefici continuarono a migliorare l’organizzazione delle associazioni laicali: nel 1915 papa Benedetto XV aveva creato la Giunta direttiva a livello nazionale e diocesano, per dare un coordinamento alle cinque associazioni (le quattro maschili e quella femminile) che saranno comprese nell’unico nome di Azione Cattolica; nel 1923, Pio XI - che definì l’Azione Cattolica come “collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa” - ripensò lo statuto prevedendo quattro associazioni (Unione Uomini, Gioventù Cattolica, Universitari e Unione Femminile, a sua volta divisa in tre associazioni: Donne, Giovani e Universitarie).
L’affermazione del Fascismo trovò favore e opposizione anche nel mondo cattolico polesano. Dopo l’8 settembre 1943, molti parroci svolsero, con chiaro rischio, un ruolo non trascurabile nella protezione di militanti antifascisti. Fra i laici è emblematica la figura di Torquato Fraccon, nato a Pontecchio e formatosi nell’Azione Cattolica di Rovigo. Antifascista convinto, si spese per proteggere ebrei e soldati inglesi rimasti isolati; il 25 ottobre 1944 fu arrestato insieme al figlio Franco, ventenne: entrambi deportati a Mauthausen, vi morirono dopo sette mesi.
Cessata la guerra, nell’Azione Cattolica della diocesi si ebbe una positiva fioritura di partecipazione, sotto la guida di personalità significative, come Agnese Simoni, che spese la sua breve vita nella dedizione agli altri, o Mario Vittorio Rossi, presidente diocesano della Giac, poi divenuto presidente nazionale nel 1952. Sostenitore della scelta religiosa dell’Azione Cattolica e quindi contrario alla contaminazione con la politica, Rossi fu costretto a dimettersi nel 1954 di fronte al rischio dell’affermazione di partiti materialisti. Il Concilio Vaticano II ribadirà l’importanza della scelta religiosa.
Il Concilio Vaticano II, avviato l’11 ottobre 1962, aprì nuovi orizzonti alla Chiesa, ma creò anche sconcerto in chi vedeva rivoluzionato il proprio modo abituale di pensare la fede. Comunque sia, la partecipazione dei laici all’apostolato della Chiesa venne ripensata, e l’Azione Cattolica ne trasse la nuova organizzazione unitaria e soprattutto la riaffermazione della sua scelta religiosa. In diocesi di Adria, l’assistente diocesano dell’epoca, mons. Fausto Andretto, svolse importanti riflessioni sul ruolo dei laici. Nel 1969 entrò in vigore il nuovo statuto, e la presidenza diocesana fu confermata a Livio Crepaldi. Si tennero incontri per spiegare lo spirito del Concilio, ai quali parteciparono centinaia di dirigenti parrocchiali; si manifestò un notevole fervore, specialmente da parte dei giovani, ma poi non si videro grandi frutti. Ancora nel 1971, sul periodico diocesano, un parroco si domandava: “I laici dove sono?”.
I laici c’erano, in diocesi, e i talenti non mancavano, se Maria Rossatti, vicepresidente diocesana delle donne, fu invitata a Roma nel 1971 a collaborare con il Centro Nazionale; se nell’aprile 1972 don Paolo Milan, assistente diocesano, fu chiamato a Roma come assistente collaboratore per la catechesi degli adulti; se nel 1973 Livio Crepaldi venne eletto vicepresidente nazionale per gli uomini. I laici, con i loro talenti, dunque, c’erano, ma in diocesi faticarono a trovare un terreno disposto a lasciarsi lavorare.
Nel 1963 l’Azione Cattolica era presente in quasi tutte le parrocchie della diocesi, con complessivi quasi 20.000 iscritti; oggi è presente in una trentina di parrocchie, e gli iscritti non arrivano a 1.000, prevalentemente anziani. La ventata di libertà fatta intravedere dal Concilio aveva portato alla nascita di nuove associazioni ecclesiali che offrirono un’alternativa all’Azione Cattolica per chi vedeva nell’organizzazione parrocchiale e nella collaborazione con la gerarchia un limite alla libertà personale. Successivamente, ha cominciato a verificarsi il progressivo svuotamento di tutti gli organismi di partecipazione democratica - ecclesiali e civili - in relazione all’affermarsi di una tendenza al disimpegno e alla chiusura nell’individualismo: fenomeno che costituisce oggi un problema gravoso per la comunità civile non meno che per quella ecclesiale.

Figure e Istituzioni Notevoli
Il Capitolo e la Mensa Vescovile
L’origine del Capitolo è antica, anche se non sono rimasti documenti che attestino una data precisa. Si sa che nel 1488 erano già presenti statuti che ne regolavano l’attività. Con la denominazione “Mensa Vescovile” il diritto indica il complesso dei beni appartenenti a una sede vescovile, nella persona del vescovo, e destinati al mantenimento suo e delle persone che sono al suo servizio.
Il Cardinale Pietro Silvestri
Il Cardinale Pietro Silvestri, ultimo discendente di un'antica famiglia nobile rodigina, nacque a Rovigo il 13 febbraio 1803 dal conte Carlo Silvestri e dalla contessa Antonia Dottori Sanson. Il dato acquisito storiograficamente su de Silvestri, spesso obliterato anche da un’autorevole letteratura, riposava sulla dicotomia tra il papa pastore e il cardinale politico. La narrazione tradizionale opponeva papa Pio IX Mastai-Ferretti al de Silvestri, visto come mero opportunista politico e sostanzialmente disinteressato al grande problema ecclesiologico che la Chiesa latina si trascinava da prima del concilio di Basilea - essenzialmente il rapporto tra il centro-Roma e la periferica cristianità occidentale. La storia, tuttavia, dà ragione a una visione quale fu quella del Silvestri, che potremmo definire, piuttosto, di Realpolitik: con i piemontesi alle porte, la vicenda del potere temporale della Chiesa aveva i giorni contati, si stava per voltare pagina ed entrare in una nuova era, con le proprie leggi e i propri modelli.

Il Tempio della Beata Vergine del Soccorso (La Rotonda)
Accanto alle statue degli Apostoli e dei Santi protettori della Città, all’interno del Tempio della Beata Vergine del Soccorso (comunemente noto come La Rotonda) sono presenti, nella fascia intermedia, venti dipinti che raccontano gli interventi straordinari di Maria in “soccorso” dei fedeli che l’avevano invocata. Realizzate tra il 1638 e il 1639 dal pittore Giambattista Pellizzari, queste opere nascono dall’incontro tra memoria popolare e tradizione scritta: da un lato le tavolette votive conservate nel Tempio, dall’altro il volume Miracoli e gratie della B. V..

L'Evoluzione del Nome Diocesano
In seguito ad un riassetto delle diocesi italiane, il nome venne mutato nel 1986 in quello di Adria-Rovigo, riconoscendo la città capoluogo di provincia e ormai sede abituale del Vescovo.