Suor Carolina Iavazzo, figura instancabile e dedicata, continua il suo impegno per garantire a bambini e adolescenti una vita dignitosa. Sebbene la sua data di nascita esatta, con giorno e mese, non sia specificata nel testo fornito, è possibile dedurre il suo anno di nascita attorno al 1951/1952, poiché viene menzionato che "Oggi, a 72 anni, suor Carolina continua a impegnarsi". Originaria di Aversa, ha dedicato la sua esistenza all'educazione e alla lotta contro la criminalità organizzata, seguendo le orme del beato Don Pino Puglisi.

Le Origini, la Vocazione e la Formazione
Nata ad Aversa, in una famiglia numerosa con un padre panettiere e una madre determinata a garantire l'istruzione a tutti i suoi sei figli, suor Carolina scoprì la sua vocazione a Roma. Questo avvenne nel convento di suore dove si era recata per frequentare l’istituto magistrale. Racconta: «Ero sempre stata inquieta; nel convento rimasi estasiata dal silenzio, dalla solitudine. Capii che consacrandomi a Dio avrei trovato pace».
Laureata in Pedagogia, suor Carolina scelse di dedicarsi all’educazione dei giovani, una scelta che avrebbe plasmato il suo futuro ministero.
L'Incontro con Don Pino Puglisi e il Centro Padre Nostro a Brancaccio
Nel 1991, suor Carolina venne inviata a Palermo con l'incarico di insegnare in una scuola media e di supportare don Pino Puglisi, che stava fondando il Centro Padre Nostro. Questo centro, situato nel quartiere palermitano di Brancaccio, divenne il fulcro del tentativo di riscatto per i cittadini, specialmente per i bambini e i ragazzi, che Don Puglisi mirava a strappare al reclutamento e alla servitù di Cosa Nostra. Suor Carolina ha lavorato a Brancaccio come responsabile di questo centro, il cuore del tentativo di riscatto dei cittadini.

Al fianco di don Pino, beatificato dalla Chiesa come primo martire della mafia, suor Carolina ha avuto il privilegio di collaborare con «un uomo di Dio» che «infondeva pace, serenità», un ottimista che coltivava «una fiducia illimitata nella Provvidenza» e che amava «vedere il futuro», lavorando senza sosta per farlo accadere. Insieme a Don Pino e ad altre persone, Suor Carolina ha contribuito a fondare il Centro “Padre Nostro” in cui si cercava di insegnare ai ragazzini che esisteva un’alternativa alla vita mafiosa dei loro genitori; qui i bambini potevano riunirsi, giocare, divertirsi in modo “normale”, lontano dai pericoli.
Il Martirio di Don Pino Puglisi e il Profondo Dolore
Due anni dopo, il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, Don Pino Puglisi fu brutalmente ucciso dai sicari di Cosa Nostra. Suor Carolina si trovò davanti al cadavere di quel sacerdote coraggioso, e nel ripensarci, «ancora oggi si commuove». Lei e i bambini lo stavano aspettando al Centro per festeggiare con una torta, quando seppero che era stato assassinato con un colpo di pistola e che nessuno lo aveva soccorso per omertà. Profondamente colpisce il racconto di suor Carolina sul coraggio di Don Puglisi che, di fronte ai suoi assassini, «non ha reagito, ha sorriso e ha detto “Vi aspettavo”».
Don Pino, infatti, aveva ricevuto molte intimidazioni ed era consapevole di ciò che sarebbe successo; nonostante ciò, continuava la sua opera, tenendo nascosta la paura. Suor Carolina riflette: «Padre Pino sicuramente ha fatto più da morto che da vivo, perché senza il martirio l’avremmo conosciuto solo noi di Brancaccio o di Palermo. Invece ora è conosciutissimo in tutto il mondo. Il sangue dei martiri semina sempre».
A seguito dell'omicidio di Padre Puglisi, per volere della Chiesa palermitana, le suore dovettero lasciare il centro che, dal 1994, è gestito da laici.
L'Impegno in Calabria: Nascita del Centro "Padre Pino Puglisi" a Bovalino
Dopo l'esperienza di Palermo, suor Carolina si trasferì a Vittoria, nel sud-est della Sicilia. Tuttavia, come racconta lei stessa, «lì andava tutto “troppo bene”». Pensava a don Puglisi e alla sua fatica: «Mi mancava la strada».
Chiese consiglio a monsignor Giancarlo Bregantini, allora vescovo della diocesi di Locri, che le suggerì di «soffrire e riflettere». Due anni dopo, la chiamò nella Locride, per insegnare religione nelle scuole di San Luca. Nel 2005, ha fondato un centro dedicato a Don Pino Puglisi a Bovalino, in Calabria, nella Locride, dove la ’Ndrangheta, organizzazione criminale ricca e potente, detta legge sulla vita e sulle coscienze.

A Bovalino, nel Bosco di Sant’Ippolito, con l’aiuto di due suore - una delle quali, suor Francesca, è ancora con lei - suor Carolina ha fondato un’associazione dedicata a don Puglisi. Fidando nella Provvidenza, e venendone sempre ricompensata, ha costruito un centro che, in vent’anni, ha visto passare almeno 400-500 ragazzi e ragazze. Questo centro è stato letteralmente visto nascere da suor Carolina e suor Francesca: per otto anni hanno abitato in un container collocato su un terreno incolto, mentre l'edificio prendeva forma. Oggi è un bellissimo complesso con falegnameria, locali per il decoupage, i computer, giochi, tapis roulant e un grande salone decorato con nature morte dipinte dai ragazzi e coppe vinte nelle competizioni sportive.
All’ingresso, una cappella custodisce una reliquia di don Pino, e nel salone un grande pannello narra la storia di don Puglisi e la sua massima: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto». Il centro di Bovalino organizza laboratori per bambini e corsi per ragazzi, offrendo spazi di incontro e svago che altrimenti non troverebbero.
La Filosofia Educativa e la Lotta alla Criminalità Organizzata
Suor Carolina, impegnata in prima linea nei luoghi di disagio sociale, sottolinea una differenza fondamentale tra Brancaccio e la Locride: «Qui - dice - non c’è la miseria di Brancaccio, ma una grande povertà educativa».
La missione del Centro Padre Pino Puglisi in Calabria è impedire che i giovani siano attratti dalle logiche mafiose e criminali, cercando di costruire un percorso di legalità, socialità e un nuovo rapporto con le istituzioni. Questo avviene attraverso attività ludico-sportive e di recupero scolastico. Suor Carolina ha tratto forza ed energia dagli insegnamenti di Don Pino Puglisi, sostenendo: «Bisogna scegliere la strada della legalità, bisogna parlare alle coscienze». Per lei, la scuola e i giovani sono il punto di partenza per combattere la mentalità mafiosa, il vero male.
Suor Carolina critica la latitanza dello Stato in alcune aree: «La presenza dello Stato sul territorio è fondamentale. La cultura mafiosa, le mafie, prosperano quando lo Stato è latitante, non crea servizi, opportunità di lavoro. In mancanza di questo le mafie ne approfittano, offrono lavoro, soldi, macchine, spingendo, in cambio, i giovani a delinquere».
Don Pino Puglisi, come ricorda suor Carolina, «è stato ucciso perché non ha cercato il compromesso, ha detto no alla mafia, aveva scelto da che parte stare, quella dei valori evangelici, pur sapendo che andava incontro alla morte».
Suor Carolina è convinta che di fronte a situazioni di degrado educativo, Don Pino «farebbe soprattutto, ma direbbe anche. Di darci da fare, di smuovere i quartieri. Ci vogliono più educatori», non punizioni più forti per i minori. «Faceva l’esatto contrario, apriva le sue porte a tutti. Cercava di lavorare sul territorio, con le famiglie, per accogliere i ragazzi, parlare loro, offrire alternative. Anche ai più difficili. Se non hanno un luogo dove incontrarsi, passare del tempo bello, è gravissimo. Don Pino creava alternative».
Suor Carolina respinge l’etichetta di “prete antimafia” per Don Puglisi, preferendo definirlo «un prete di strada che ha dato tutto a Dio, ma nella misura in cui ha dato tutto a Dio ha dato tutto all’uomo. E in questo binomio “Dio-uomo” è rimasto fedele a Dio e fedele all’uomo».

L'Eredità Viva di Don Pino Puglisi e il Ruolo di Suor Carolina
Suor Carolina, principale collaboratrice di padre Puglisi nelle attività del Centro Padre Nostro, desidera ricordarlo così: «Ogni uomo porta con sé dei sogni più o meno belli, più o meno personali o comunitari, a volte individuali, a volte universali. Padre Puglisi, un giorno, ha fatto un bellissimo sogno: portare il sole nel quartiere Brancaccio. Il sole della solidarietà, del riscatto morale e civile, il sole della promozione umana e spirituale, il sole della pulizia di ogni ordine, il sole della bontà, della libertà, del sorriso e dell'Amore».
Un sogno che non voleva realizzare da solo, innescando un «sistema infallibile del contagio, del coinvolgimento, della corresponsabilità». Aveva diffuso la voglia di cambiare il quartiere attraverso piccoli movimenti, semplici gesti, iniziative capillari che raggiungevano il cuore delle persone, a partire dai bambini e dai giovani, facendosi aiutare dalle suore e dal Comitato Intercondominiale, oltre che da numerosi volontari.
Padre Puglisi «stava per completare il suo puzzle, quando qualcuno, la mafia, ha spento per sempre questo sogno meraviglioso». Suor Carolina si interroga: «Perché nessuno ha raccolto l'eredità di questo sogno per essere il prolungamento di padre Puglisi? Perché tutto è finito a Brancaccio ed è ritornato il grigiore della malavita, dell'appiattimento sociale e spirituale? Perché le energie più belle si sono disperse?» Tuttavia, ribadisce: «Padre Puglisi, il tuo sogno non è morto, è una consegna a tutti gli uomini di buona volontà. Rimarrà per sempre nell'anima di tutti coloro che ti hanno voluto bene e hanno sognato con te, fosse anche per l'ultima volta».
Don Pino era un educatore dei piccoli passi: «far dire “grazie”, “chiedere scusa”, o domandare “per favore” erano i suoi primi grandi risultati laddove, nel contesto mafioso, non è concepibile il significato sotteso a queste espressioni, al punto che i ragazzi cresciuti nel rispetto di tale codice, si disabituano a pensarle e si vergognano a dirle».
Don Pino era «sempre solare, amava scherzare, nonostante i numerosi impegni», e la sua gioia è ciò che manca a molti oggi: «i problemi restano, tanto vale trovare il modo di affrontarli con un atteggiamento positivo».
Il giornalista Francesco Deliziosi, allievo e poi aiutante di Padre Puglisi, ha sottolineato la sua capacità di creare «rapporti autentici con tutti», dai bambini che lo chiamavano 3P ai suoi studenti e agli adulti. Don Pino aveva la capacità di «mettersi in ascolto e a disposizione del prossimo, creando appunto relazioni uniche».
«In punto di morte Padre Puglisi ha sorriso al suo omicida, dicendo “Me lo aspettavo”. Ha dato prova di grande coraggio, non cedendo ad alcun tipo di minaccia e alla paura grazie soprattutto alla sua profonda fede».
Suor Carolina enfatizza il bisogno di figure paterne e materne: «I RAGAZZI HANNO BISOGNO DI PADRI. PURTROPPO, MAI COME OGGI I MINORI FANNO ESPERIENZA DI ORFANANZA DI MADRI E DI PADRI E QUESTA ASSENZA INCIDE TERRIBILMENTE SUL DISCORSO DEI MODELLI CHE OGGI PIÙ DI IERI VENGONO A MANCARE».
Padre Puglisi, «conosce il cuore dei giovani e vi innesta la speranza che è possibile cambiare», scommettendo su di loro per farne uomini liberi e leali. L'educazione, come disse un Vescovo citando Giovanni Paolo II, è «passare dalle ferite alle feritoie».
Suor Carolina Iavazzo afferma: «IO UMILMENTE RACCOLGO LA SUA EREDITÀ COME STILE DI VITA E, INSIEME ALLA MIA COMUNITÀ, LA FRATERNITÀ BUON SAMARITANO, E AD ALTRI ANIMATORI LAICI STIAMO CERCANDO DI CONTINUARLA NELLA LOCRIDE, DOVE I MINORI A RISCHIO NON SONO POCHI MA C’È BISOGNO DI INVESTIRE ALLA GRANDE SOPRATTUTTO COME CUORE, ENERGIA E SPERANZA».
Suor Carolina: Una "Suora di Frontiera"
Suor Carolina Iavazzo si definisce una «suora di frontiera». Ricorda che Padre Puglisi le insegnò a non avere paura: «Quando gli chiesi padre perché urla così forte contro i mafiosi, lui mi disse: più che uccidermi non possono farmi altro».
Spesso si interroga sulla mancanza di alternative per i giovani: «Ma io, noi, che facciamo per questi ragazzi? Le alternative a tutto questo dove sono? Come ci poniamo noi? Dov’è lo Stato? Dove sono i comuni? Dov’è la società? Dove sono le agenzie? Don Puglisi ha cercato di fare qualcosa creando il Centro “Padre nostro” a Brancaccio. Spesso era solo. Chi crea alternative rischia di rimanere solo, spesso paga con la solitudine il prezzo del bene».
Nei suoi ricordi, c'è nostalgia per Don Pino: «In questi anni mi è mancato il sostegno morale, l’appoggio sicuro. Era un prete di strada ma non improvvisava niente. Sapeva dove voleva arrivare, faceva delle scelte oculate e mirate. Aveva chiaro l’obiettivo: ripulire il quartiere. Manca questo sostegno che non sempre trovi negli altri, anche nella Chiesa che si dovrebbe ancor più rinnovare, seguendo il suo esempio, accanto ai giovani, alle famiglie».
Le manca anche «il suo sorriso, l’allegria, la gioia, gli scherzi. Era l’uomo della vita. Anche quando c’erano i problemi si stava bene perché lui sdrammatizzava. “Non ti preoccupare” diceva. Era la camomilla». Confessa di pensare «sempre a lui e sempre lo prego. So che lui è sempre al mio fianco».
Un pensiero finale lo dedica ai due killer Grigoli e Spatuzza che si dichiarano pentiti: «Pentitismo e conversione sono due cose diverse. Ci si converte a Dio e agli altri. Dovrebbero dimostrarlo coi fatti. Cosa hanno fatto in questi trent’anni? Cosa hanno restituito alla società, a Brancaccio? Non bastano le parole. Bisogna darsi da fare per dire ho sbagliato e in qualche modo riparare, donando qualcosa, di tempo, di impegno».
Suor Carolina Iavazzo continua la sua missione nella Locride, un luogo «dove i minori a rischio non sono pochi ma c’è bisogno di investire alla grande soprattutto come cuore, energia e speranza». I frutti del martirio di don Pino hanno così raggiunto questa terra di Calabria, benedetta da Dio.