Il Cronografo del 354 d.C. e l'Origine del Natale Liturgico

Il Cronografo di Filocalo e la Data del Natale

In un cronografo, una specie di almanacco, composto nel 354 d.C. da Furio Dionisio Filocalo, è riportato un frammento di calendario liturgico cristiano in uso a Roma. Questo frammento risale al 326 o forse è più antico. Alla data VIII Kalendas Ianuarias - ovvero il 25 dicembre - si legge: <<natus est Christus in Betlem Judaeae>>. Tale affermazione è spigolare e sconcertante perché nei vangeli non vi è traccia della data; anzi, quello di Luca allude a un periodo diverso affermando: <<c’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al gregge.>> D’altronde, Clemente Alessandrino (150-216) scriveva d’ignorare la vera nascita del Cristo, né le ricerche compiute dagli storici moderni sono riuscite ad appurarla.

Il Culto del Sol Invictus e l'Influenza Pagana

Nel Cronografo è riportato anche un calendario civile, chiamato comunemente Filocaliano, che al 25 dicembre nota <<N. Invicti>>, ovvero Natale dell’Invitto. L’Invitto altri non era che il Sol Invictus, divinità solare di Emesa introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito anche un tempio in suo onore nel Campo Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro. Ma il culto del Sole era già penetrato da tempo in Roma grazie all’identificazione di Apollo con Elio e al progressivo estendersi negli ambienti militari della religione mitraica.

Il Sole, come spiegava l’autore dei misteri egiziano, <<Colui che naviga su una barca>>, <<fa vedere la signoria che governa il cosmo. Come il pilota presiede al timone restando distinto dalla nave, così il Sole presiede distinto al timone di tutto il cosmo rimanendo separato. E come dall’alto della prua il pilota dirige tutto, dando con suo lieve movimento il principio primo del corso, così, su un piano di gran lunga superiore, il dio dall’alto dei primi principi della natura genera indivisibilmente le cause primordiali dei movimenti.>>

illustrazione del Sol Invictus o di divinità solari antiche

Nella tipologia neoplatonica, che avrebbe ispirato l’imperatore Giuliano nell'effimera restaurazione pagana del secolo IV, il Sole era una delle ipostasi del Dio unico, ovvero <<il mediatore>> tra Colui che presiede alle essenze intelligibili e il disco luminoso, il Sole del mondo sensibile, che vivifica la terra e dirige il corso alternato delle stagioni. Come scriveva Giuliano, <<Sorto da tutta l’eternità dall’essenza feconda dal bene, mediatore fra gli Dei intelligenti, mediatori essi stessi, Helios ne assicura pienamente la continuità, la bellezza senza limiti, l’inesauribile fecondità, l’intelligenza perfetta, e li dota in abbondanza di tutti i beni atemporali. Nel mondo attuale, proiettando le sue luci sul visibile . . . accorda a questo universo apparente una certa parte di bellezza intellegibile e popola il cielo intero di tante divinità quante ne concepisce la sua intelligenza, costituendo il centro di questa proliferazione indivisibile, unificata perché si collega a lui. . . È anche grazie a lui che sussiste la regione sublime perché egli vi perpetua la vita e vi distribuisce i benefici che provengono dal corpo sferico.>>

Questa teologia neoplatonica ed ermetica si coniugava con il mithraismo che da un'originaria radice iranica, comune con il mazdeismo, si era sviluppato tramite l’incontro con la teologia astrale dei Caldei e con riti e credenze dell’Asia Minore. Il mito narrava che Mithra era nato da una roccia presso un albero sacro e ai bordi di un fiume: aveva sul capo il berretto frigio, stringeva in una mano il coltello sacrificale e nell’altra una torcia, simbolo della luce e del fuoco che spandeva sul cosmo. I pastori, che avevano assistito alla sua nascita, gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti. Nel mitraismo dell’Impero romano Mithra era considerato il figlio del dio supremo: figlio del Sole e Sole egli stesso, cooperava con Ohrmazd, personificazione delle forze del bene, nella lotta con Ahriman, personificazione delle malefiche, che sarebbe stato vinto alla fine dei tempi.

La Cristianizzazione del 25 Dicembre

Il Natale del Sole Invitto era stato fissato dall’imperatore Aureliano al 25 dicembre, ovvero qualche giorno dopo il solstizio invernale, quando il <<nuovo Sole>> era salito impercettibilmente sull’orizzonte. Molti cristiani erano attratti da quelle feste spettacolari. La Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la morale e spiritualità, non dissimile al cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno il Natale del Cristo come vero Sole. Non era una sovrapposizione infondata perché fin dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole.

rappresentazione del Cristo come Sole di giustizia

A sua volta Giovanni affermava nel Nuovo Testamento: <<in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre. . .>> e: <<veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo>>. Per questi motivi già nei primi secoli l’accostamento del Sole al Cristo era abituale, come testimonia Tertulliano: <<altri. . . ritengono che il Dio cristiano sia il sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il Sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diversa dall’adorazione del Sole.>> Sicché ai fedeli romani non doveva sembrare una decisione infondata quella di celebrare la nascita del Cristo il 25 dicembre. D’altronde, alla luce della mentalità mitico-simbolica di quell’epoca, la scelta di una data secondo un’astrologia, e non secondo i dati storici, era perfettamente legittima.

Successivamente, nel secolo V, papa San Leone Magno diede a questa solennità il fondamento teologico, polemizzando tuttavia con quei cristiani che continuavano a onorare il Sole alla maniera dei pagani. Egli scriveva: <<tanto è stimato religioso un comportamento simile che alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fuggente.>> La preoccupazione di san Leone Magno era di carattere non solo personale ma anche teologico: nei primi secoli dell’era cristiana, durante i quali si erano utilizzati simboli pagani per l’evangelizzazione, occorreva in una seconda fase sradicare completamente gli ultimi residui delle religioni solari. San Leone Magno parlava nei sermoni sul Natale del valore salvifico dell’evento affermando che il mistero della natività del Cristo non era soltanto un ricordo del passato, <<ma quasi lo vediamo al presente>>. Sant’Agostino a sua volta aveva spiegato che al centro del Natale vi è lo <<scambio di Dio>>. Il primo atto dello scambio si opera nell'umanità del Cristo poiché il Verbo ha assunto ciò che era nostro per darci ciò che era suo.

L'Anno Liturgico nella Chiesa Cattolica

L'Anno Liturgico è l'articolazione del calendario annuale della liturgia della Chiesa cattolica. A livello di letture bibliche, gli anni liturgici sono in realtà tre nel ciclo festivo (A, B, C) e due nel ciclo feriale (I e II, ovvero dispari e pari), in maniera che i fedeli possano attingere più abbondantemente al patrimonio scritturale biblico. Nell'"anno A" viene letto il Vangelo secondo Matteo, nell'"Anno B" quello secondo Marco, nell'"Anno C" quello secondo Luca. San Giovanni si legge nel Lezionario festivo dell'"Anno B" durante l'estate, con il capitolo dedicato alla sua figura. Vivendo l'anno liturgico percorriamo spiritualmente i vari momenti della vita di Gesù.

schema infografico dell'Anno Liturgico Cattolico con i suoi cicli

Tempi Liturgici Principali

  • Avvento: All'inizio dell'Avvento la Chiesa contempla nella speranza la parusia o ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi. Nel Rito Ambrosiano inizia la domenica successiva alla festa di San Martino, motivo per cui dura sei settimane ed è denominata anche Quaresima di San Martino.
  • Tempo di Natale: La Chiesa contempla con Maria il Figlio di Dio fatto uomo. Otto giorni dopo il Natale si celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nel Rito Ambrosiano la Circoncisione del Signore. Il 6 gennaio si celebra la solennità dell'Epifania.
  • Tempo Ordinario: La Chiesa ascolta tutti i racconti e gli insegnamenti dei Vangeli.
  • Settimana Santa: La Domenica delle Palme, con la commemorazione dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme, segna l'inizio della Settimana Santa. Il Giovedì Santo apre il solenne Triduo Pasquale. In questo giorno si ricorda l'Ultima Cena di Gesù, l'istituzione dell'Eucaristia e il comandamento dell'amore. Il Venerdì Santo si celebra, nella solenne liturgia senza consacrazione, la morte di Cristo in croce. Il Sabato Santo è giorno aliturgico, dedicato alla meditazione della sepoltura di Cristo.
  • Rito Ambrosiano e Quaresima: Il Rito Ambrosiano non ha mai conosciuto il Mercoledì delle Ceneri come inizio del tempo quaresimale: in quel giorno, nelle diocesi ambrosiane, si è ancora in pieno Carnevale. La Tradizione ambrosiana ha sempre fatto iniziare questo periodo liturgico con i primi Vespri della Domenica all'inizio di Quaresima (capite quadragesimae), o sesta Domenica prima di Pasqua.
  • Veglia Pasquale e Pasqua: La Veglia Pasquale celebra il trionfo di Cristo sulla morte. Inizia con la benedizione del fuoco nuovo, continua con l'annuncio del Vangelo, che è preceduto da sette brani dell'Antico Testamento e da un passo della Lettera ai Romani. La Domenica di Pasqua è accompagnata dalla sua Ottava e la domenica seguente prende il nome di Domenica in Albis.
  • Ascensione: Quaranta giorni dopo la Pasqua si celebra l'Ascensione di Gesù.
  • Fine dell'Anno Liturgico: Verso la fine dell'Anno Liturgico le tematiche tornano alla parusia e in questo si raccordano con l'inizio dell'Avvento che segue.

Il Concetto di Santità: Da "Sacer" a "Qds"

I termini "sacro" e "santo" rimandano ai latini sacer e sanctus. Sacer è ciò che non è profano, e si applica a ciò che è proprio degli dei, degno di venerazione, ma anche a ciò che è carico di una colpa incancellabile, maledetto o che suscita orrore; indica il sacro implicito. Sanctus è il risultato di un'operazione, il sacro esplicito; santo è il muro che circoscrive un territorio sacro. In seguito, il valore originario del sacro si trasferisce alla sanzione: non è più considerato sanctus solo il muro che circoscrive un territorio sacro, ma l'insieme del territorio che esso circonda, e tutto ciò che è in contatto con il divino. Santi sono gli dei, gli eroi morti e colui che è oggetto del favore divino, per questo elevato al di sopra degli uomini e intermediario tra l'uomo e la divinità. Nel latino sanctus è il titolo delle persone che hanno il privilegio dell'inviolabilità: il senato, gli imperatori, o gli dei. È questa l'accezione di sanctus che i cristiani colgono per esprimere la loro idea della sacralità di Dio, evitando l'uso di sacer, per loro troppo compromesso con la religione pagana.

La Santità nella Bibbia Ebraica

Nella Bibbia ebraica la sacralità e della santità si riconducono alla unica radice qds, base del sostantivo qodes (santità), dell'aggettivo qados (santo), e del verbo qodes, che indica la rivelazione della santità divina, il santificare l'intero popolo di Israele, il consacrarsi e rendersi proprietà di Dio. La santità è quella relativa al culto di Dio, l'uomo, oggetti, spazi e tempi. Terra di santità è quella in cui Dio si manifesta a Mosè come roveto ardente, luoghi di santità sono Gerusalemme e il tempio. L'idea di santità era incentrata sull'arca dell'alleanza che avrebbe accompagnato il popolo di Israele dal Sinai alla terra promessa. La santità era concepita come una carica di potenza inerente a Dio, alle persone e alle cose divine. L'aggettivo qados ha un senso più personale, esprimendo l'idea di appartenenza a Dio, e riguarda il luogo e il tempo del culto: santi sono i giorni, il sabato e gli angeli. Santo è Dio, e con il trasferimento della santità dal culto di Dio alla sua persona, l'elemento culturale tende a scomparire: santo è un attributo costante di Dio. La santità di Dio corrisponde con la sua essenza divina. Israele è un popolo santo, perché la santità di Dio esige che il suo popolo sia santo.

La Santità nel Nuovo Testamento

Negli scritti del Nuovo Testamento non ci si discosta dalla tradizione della Bibbia ebraica, quella che per i cristiani costituisce l'Antico Testamento, quando si riferisce l'aggettivo hagios alla persona di Dio. Gesù proclama la santità del Padre chiamandolo "Padre santo". Nel Nuovo Testamento la santità di Dio si completa con quella di Gesù Cristo in quanto "Santo di Dio", e con quella dello Spirito Santo. Gesù è chiamato santo sin dal momento dell'annuncio della sua nascita a Maria, per la sua origine soprannaturale dallo Spirito Santo, il quale è quello che nell'Antico Testamento è chiamato lo Spirito di Dio. Gesù riceve lo Spirito Santo nel battesimo, il quale lo guida e lo illumina e gli dà poteri sui demoni. L'azione di Gesù, mediante lo Spirito Santo, è anche un'azione che santifica i credenti. I cristiani partecipano alla vita del Cristo resuscitato mediante la fede e il battesimo, che è un battesimo nello Spirito Santo: <<essi sono stati santificati in Cristo, chiamati ad essere santi>>. Tutta la comunità cristiana che serve e prega Dio è una comunità di santi, in una dimensione culturale: essa costituisce il nuovo popolo eletto e comprende anche i fedeli provenienti dal paganesimo. Santi sono quindi chiamati tutti i cristiani, e tale santità esige la rottura con il peccato e con tutti i costumi pagani. Secondo una tradizione che dalle scritture ebraiche arriva al Nuovo Testamento cristiano, la santità è un attributo di Dio, che si estende al popolo di Dio, Israele nell'Antico Testamento, la Chiesa nel nuovo. Nell'Antico Testamento la vocazione alla santità è diretta conseguenza dell'alleanza che Dio ha stabilito con il suo popolo, nel Nuovo Testamento la santità della Chiesa è frutto dell'azione di Gesù ed è operata dallo Spirito Santo mediante il battesimo.

Sviluppi Recentemente nel Rito Ambrosiano

Relativamente all'attualità del Rito Ambrosiano, il cardinale Angelo Scola ha promulgato nuovi testi liturgici. Con un decreto del 29 giugno 2015, il Cardinale Arcivescovo Scola, nella sua funzione di Capo Rito, ha promulgato il Libro delle Vigilie, fissando la sua entrata in vigore alla Pasqua 2016.

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