La storia dell'arte e della scultura è costellata di opere che sfidano i limiti delle dimensioni e della tecnica. Tra queste spicca un crocifisso monumentale che ha conquistato un posto nel Guinness dei primati, ma esistono anche altri esempi notevoli di sculture e opere d'arte che hanno segnato la storia.
Il Crocifisso ligneo di San Vito di Castagnè
Trent'anni fa, a San Vito di Castagnè, veniva innalzata un'opera straordinaria dell'artista Bruno Lunz: un crocifisso monumentale ricavato da un unico, enorme tronco di castagno. Con i suoi 12 metri di altezza, quest'opera è entrata nel Guinness dei primati come il crocifisso ligneo scolpito più grande al mondo.
Per celebrare questa importante ricorrenza, si è tenuta una cerimonia durante la quale è stato consegnato un attestato alla memoria agli eredi di Lunz da parte del club che riunisce i detentori di record trentini. L'evento ha incluso anche l'inaugurazione di una piccola mostra dedicata alle opere dello scultore.

Il Club dei Guinness trentini e altri record
Il Club dei Guinness trentini include numerosi personaggi e opere che hanno raggiunto primati mondiali. Tra i più celebri figurano:
- Francesco Moser, con il suo record di 51,151 km/h (attuale presidente onorario).
- Cavit, con la bottiglia di Trento Doc più grande del mondo, contenente 26,250 litri.
- La pista olimpionica di pattinaggio di Baselga di Piné, il primo impianto del suo genere realizzato in Italia.
- Elio Ciola, con un mosaico composto da 38.990 uova.
- Alberto Fait, per aver raccontato 100 ore di barzellette e pezzi teatrali.
- Giangiustino Tosi, con un cesto alto 10 metri.
- Giulio Tomasi, che ha percorso 483,968 chilometri sui pattini da ghiaccio in 24 ore.
- Settimo Tamanini, per aver organizzato il girotondo più grande del mondo con 3.941 partecipanti.
- Lo stesso Bruno Lunz, con il Cristo scolpito più grande del mondo.
- Aldo Forrer, per aver percorso 11 chilometri di pista al Gigantissimo suonando ininterrottamente la chitarra.
- Celestino Poletti, con 14.819 frecce a bersaglio in 24 ore su un bersaglio di 20 millimetri a 10,40 metri di distanza.
- Silvano Valle, con una panchina di 20,89 metri e uno stuzzicadenti di 11,80 metri.
- Albino Marchi, con il wurstel più lungo al mondo (421,40 metri).
- Giordano Purin, con il salame più lungo al mondo (27 metri).
- Giovanni Groff, con 50.000 ore di apertura ininterrotta da Al Marinaio, dove oggi è fissata la sede del Club.
Tra i nuovi iscritti, Daniele Cappelletti è diventato primatista mondiale per aver scalato 21.720 metri di dislivello in 24 ore nell’ottobre 2020 al Monte di Mezzocorona.
Un altro personaggio degno di nota è Fulvio Viesi, il "principe dei marroni di Castione", che da anni si dedica alla cura del Castagno dei Cento Cavalieri in Sicilia, la cui età è stimata in 4.000 anni.
Il Crocifisso di Santa Croce di Cimabue: un capolavoro storico
Parallelamente alle opere monumentali moderne, la storia dell'arte italiana vanta capolavori antichi come il Crocifisso di Santa Croce, un'opera di Cimabue. Dipinto tra il 1272 e il 1280 circa per la basilica di Santa Croce a Firenze, dove è tuttora conservato, questo crocifisso è alto 4,48 metri e largo 3,90 metri.
Storia e attribuzione
La prima menzione scritta della croce risale al Memoriale di Francesco Albertini (1510), che la considerava una presenza storica nella chiesa. Tutte le fonti antiche, inclusi Albertini, Vasari, Borghini, Baldinucci e Bottari, attribuiscono concordemente l'opera a Cimabue, ricordandola nella basilica.
Nel 1948, il crocifisso fu trasferito agli Uffizi, ma dieci anni dopo, con la sistemazione del museo di Santa Croce, fece ritorno al complesso francescano. Qui, purtroppo, subì gravi danni durante l'alluvione di Firenze del 1966, quando le acque staccarono irrimediabilmente gran parte della superficie dipinta. Nonostante un restauro meticoloso, ampie porzioni della superficie pittorica risultano oggi perdute.
Nella sua storia critica recente, l'opera ha suscitato numerosi dubbi sull'autenticità, anche a causa delle difficoltà nel definire esattamente lo stile di Cimabue. Alessandro Da Morrona negò l'autografia, e Gaetano Milanesi, nel suo commento alle Vite del Vasari (1848), non trovando convergenze stilistiche con la Madonna Rucellai, non attribuì la croce a Cimabue. Dubbi furono espressi anche da Cavalcaselle (che in seguito cambiò idea), Thode, Venturi, Zimmermann, Wackernagel, van Marle, Sandberg Vavalà, Weigelt e Offner. Garrison vi ha ravvisato la presenza di aiuti, e White l'ha ritenuta opera di bottega. Tuttavia, Suida (1905) e Aubert (1907) attribuirono l'opera a Cimabue senza esitazioni, un'attribuzione poi confermata da tutti gli altri studiosi.

Iconografia e stile
Il crocifisso presenta l'iconografia del Christus patiens, un Cristo morente sulla croce con gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla spalla e il corpo inarcato a sinistra. Il corpo è longilineo e sinuoso, arricchito da una tonalità verde scuro che gli conferisce un aspetto cadaverico, in linea con la concezione dell'opera. I lati della croce sono decorati con figure geometriche che ricordano un drappeggio.
Nei terminali della croce sono raffigurati due dolenti a mezzo busto in posizione di compianto, che guardano lo spettatore con la testa piegata e appoggiata a una mano. In alto è presente il cartiglio I.N.R.I. per esteso, mentre il tondo superiore (la cimasa) è perduto.

SALVATI DALLE ACQUE, LA VIA PIU ALTA DI SANTA CROCE
Innovazioni stilistiche
Come nel precedente crocifisso della chiesa di San Domenico ad Arezzo, Cimabue utilizza sottili righe scure, parallele e concentriche, tracciate con la punta del pennello. La densità di queste linee è maggiore nelle zone scure e più rada nelle zone chiare del corpo. Tuttavia, a differenza dell'opera aretina, il corpo non è diviso in aree circoscritte e distinte come fossero pezzi di un'armatura scomponibile. La resa pittorica è delicatamente sfumata, rappresentando una rivoluzione con un naturalismo commovente, forse ispirato alle opere di Nicola Pisano, e privo delle dure pennellate grafiche riscontrabili nel crocifisso aretino.
La luce è calcolata e modella il volume in modo realistico attraverso il chiaroscuro: i colori chiari dell'addome, rivolto verso l'ipotetica fonte di luce, non sono gli stessi del costato e delle spalle, sapientemente rappresentati come illuminati da un angolo di luce diverso. Vengono superati molti retaggi dell'arte bizantina, come la netta separazione tra i muscoli di braccio e avambraccio, ora fusi a livello dei gomiti. L'intera figura è più grave e sembra sprofondare verso il basso, trascinata dal proprio peso. L'inarcatura a sinistra è più marcata e deborda oltre il margine della croce. La linea dei muscoli pettorali non è più orizzontale, ma inclinata.
Datazione e analisi stilistica
La croce viene datata a poco dopo il viaggio a Roma dell'artista nel 1272 e comunque prima del 1280. L'analisi stilistica è stata particolarmente rivelatrice, confrontando il volto di Maria dolente con quelli delle Maestà, delle tavole con la Madonna e il Bambino e del crocifisso di Arezzo.
Il volto di Maria presenta ancora la striatura bianca che delimita il labbro superiore e la spaccatura profonda, a forma di cuneo, nel punto in cui il sopracciglio incontra la radice del naso. Questi sono considerati tratti bizantini arcaicizzanti presenti nella Vergine dolente del Crocifisso di San Domenico ad Arezzo (circa 1270), ma assenti nelle opere successive, come la Maestà del Louvre e quella della National Gallery londinese (circa 1280) in poi. Il caratteristico solco che parte dall'angolo dell'occhio e attraversa tutta la guancia, ereditato da Cimabue dal crocifisso bolognese di San Domenico di Giunta Pisano, è ben visibile nel crocifisso aretino, appena accennato qui e del tutto assente in seguito. La nuova modalità descritta sopra, con cui l'artista usa la punta del pennello per le modulazioni chiaroscurali, avvicina l'opera alla Maestà del Louvre e alle opere successive, post-datando il crocifisso di Santa Croce rispetto a quello aretino.
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