Circa due anni fa, un convegno organizzato dal Museo Diocesano di Mazara del Vallo ha offerto l'occasione per un dibattito approfondito sul tema del Crocifisso tra arte e teologia. L'evento, tenutosi in occasione del restauro e dell’esposizione di un prezioso Crocifisso ligneo quattrocentesco conservato presso il Monastero benedettino di San Michele Arcangelo, ha permesso di riflettere su come gli artisti medievali abbiano saputo conciliare lo scandalo di un orribile supplizio con la salvifica figura di Cristo. L'incontro, che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi, è stato concluso da Heinrich Pfeiffer S.J.

Il Crocifisso Ligneo di Mazara del Vallo: Storia e Caratteristiche
L'opera, risalente alla fine del XV secolo e attribuibile a un artista siciliano, si trova da diversi secoli presso l'importante monastero benedettino femminile di San Michele Arcangelo, fondato dai Normanni all'inizio del XII secolo nel cuore di Mazara. Con dimensioni di 2,10 x 2,30 metri (medaglioni capicroce ø 0,30 metri), le sue coordinate artistiche e tipologiche richiamano chiaramente la tipologia del Christus dolens, peculiare dell'espressione tardogotica. La scultura del Crocifisso è realizzata in mistura.
Elementi Iconografici e la Croce Dipinta
La croce di supporto è dipinta e presenta, sugli eleganti capicroce circolari, personaggi evangelici presenti sul Golgota al momento della Crocifissione. Lateralmente, sono raffigurati la Madonna e san Giovanni Evangelista. In basso, la Maddalena è rappresentata con profonda devozione, inginocchiata e con le mani giunte. Nel capocroce superiore, secondo il Fisiologo (opera redatta tra il II e il IV secolo d.C.), il pellicano ama i suoi figli: quando li ha generati, questi lo colpiscono, e i genitori li uccidono. In seguito, per tre giorni, piangono i figli uccisi. Il terzo giorno, la madre si percuote il fianco e il suo sangue, effondendosi sui corpi morti dei piccoli, li risuscita, simboleggiando il sacrificio di Cristo.

L'Analisi di Heinrich Pfeiffer: Iconografia, Iconologia e Teologia
Durante la sua lezione a Mazara, Pfeiffer ha analizzato il crocifisso quattrocentesco su un duplice registro: iconografico, iconologico e teologico. Osservando una lettura diacronica dell'opera, il gesuita ha notato che il supporto dipinto ha quattro cerchi dipinti nei capicroce che indicano con certezza l'origine rinascimentale dell'opera. Il Rinascimento, nella rappresentazione artistica, ricerca sempre la forma più perfetta.
La Storia dell'Arte Cristiana e l'Icona di Cristo
La storia dell'arte cristiana è una complessa indagine dell'icona di Cristo, del suo mistero e del suo volto, che ne è l'essenza più profonda. Per la Chiesa orientale, le icone sono vere e proprie immagini di Dio, finestre che si aprono dall'aldilà verso l'uomo. Pfeiffer sottolinea che questo "assumere l'icona" è un modo per concepire l'immagine trasfigurata, non la materia che fa ombra, in quanto per la Chiesa orientale, la materia che fa ombra è come l'immagine del peccato. Lo studioso tedesco indaga il rapporto Parola/immagine, evidenziando come ogni parola, fin dalla tradizione veterotestamentaria, per essere concepita e compresa, debba richiamare un'immagine corrispondente. L'opera d'arte è la proiezione sulla materia di un'immagine che si crea nell'intimo dell'uomo. In Oriente, l'icona di Cristo è considerata la vera immagine di Dio, e l'artista deve seguire i prototipi, immagini non fatte con mani umane, che la tradizione lega direttamente a Cristo.
Breve storia della chiesa ortodossa
Il Cristo Pantocrator e l'Evoluzione in Occidente
In Occidente, si osserva un ricco sviluppo dell'immagine di Cristo attraverso diverse tappe. La prima, comune con l'Oriente, è quella del Cristo Pantocrator, che nel Bizantino esprime l'equilibrio tra natura umana e divina in Cristo, manifestandosi nell'espressione di giustizia e misericordia sul suo volto. Un esempio significativo è il Pantocrator di Cefalù in Sicilia. In questa fase, l'espressione della divinità è affidata alla stabilizzazione delle forme corporali. Successivamente, sotto l'influsso della spiritualità di san Bernardo di Chiaravalle e della devozione delle reliquie della passione giunte in Occidente dopo le Crociate, l'immagine di Cristo diventa più umana.
Significato Teologico dell'Inclinazione e del Perizoma
Nel suo esame iconologico dell'opera, Pfeiffer interpreta teologicamente la posizione del Crocifisso di Mazara, denotando lo specifico significato dell'inclinazione di Cristo verso la destra. Questa inclinazione non è casuale: Cristo è inclinato verso destra perché lì si trova la Madonna, che simboleggia la Chiesa. Questa connotazione iconica è la cifra del rapporto matrimoniale tra Cristo e la Chiesa. Il perizoma, dipinto in oro, indica la natura divina di Cristo, mentre la natura umana è vista come il suo annullamento. L'annullamento totale compiuto da Cristo sulla croce permette all'uomo di raggiungere Dio. Il Crocifisso, in tal senso, è la kenosi di Dio, un mistero del Dio fatto uomo che con la sua morte ha annullato la nostra. L'effige sul legno è uno strumento anamnetico di consapevolezza di fede, non una reificazione idolica.
Le Piaghe, i Tre Chiodi e la Sindone
Le piaghe del Crocifisso e la presenza dei tre chiodi - due laterali per le mani e il terzo in basso che ferma i due piedi sovrapposti - fanno riferimento, secondo Pfeiffer, alla Santa Sindone di Torino, dove un piede e una gamba appaiono meno lunghi dell'altro. Verso la fine del XII secolo, in costante rimando alla Sindone, si è creata la nuova iconografia dei "tre chiodi", interpretati per la prima volta da san Francesco per i tre voti. Il chiodo della mano destra rappresenta la povertà, quello della mano sinistra la castità (e la preghiera), mentre il terzo chiodo è l'ubbidienza. Le mani sono simbolicamente in tensione, e l'intero Crocifisso esprime un respiro dolorosissimo. Le braccia del Crocifisso mazarese, fini e delicate, quasi femminili, non virili, sono un'altra derivazione iconografica dalla Sindone, che si presenta come una perfetta proiezione di un corpo tridimensionale nella bidimensionalità.

Comparazioni Stilistiche: Da Giotto a Van Eyck
Pfeiffer ha dimostrato la dipendenza iconografica di diversi crocifissi dalla Sindone, citando esempi come il Crocifisso giottesco nel Tempio Malatestiano di Rimini, anch'esso con braccia quasi femminee e forme quadrate sulla croce. Ha proseguito con il crocifisso di Simone Martini (1321-1325), conservato a San Casciano Val di Pesa, che presenta lo stesso perizoma del crocifisso di Mazara. Un altro crocifisso che precede quello mazarese per una particolare similitudine stilistica è quello di Hubert van Eyck, databile intorno al 1430, conservato agli Staatliche Museen di Berlino. In quest'opera, sullo sfondo, il mondo stesso diventa una scala per arrivare a Dio, e un albero senza fronde in un crocifisso dipinto ha un rapporto diretto con la croce, a volte simboleggiato da un ceppo, considerato nell'antichità il legno della croce per la sua resistenza alla putrefazione, e che ha un rapporto con lo Spirito Santo.

Le Origini del Crocifisso di Mazara e il Volto Santo di Manoppello
Lo storico dell'arte Heinrich Pfeiffer interroga sulle reali origini e sulla provenienza del Crocifisso di Mazara. Se da una parte l'opera raffigura la morte, dall'altra le fattezze mostrano una pace enorme, qualcosa di innocente. Il richiamo sotteso nel discorso di Pfeiffer tocca il tema iconografico del Volto Santo, venerato a Roma e oggi conservato a Manoppello, in Abruzzo. Questa immagine è quella che ha creato la leggenda della Veronica. Pfeiffer è convinto che il Volto Santo, insieme alla Sindone, sia il vero modello dell'immagine di Cristo. L'immagine di Cristo come immagine di Dio è la chiave di volta della teologia cristiana, e si auspica che il dialogo ecumenico tra la Chiesa ortodossa e cattolica porti quest'ultima a una nuova valutazione della vera immagine di Cristo. Il Volto Santo di Manoppello non è il Cristo morto, ma il Cristo nel primo momento della resurrezione, simbolo di nuova vita e speranza.
Crocifissi “Venuti dal Mare”: Un Simbolo di Accoglienza
Le pratiche devozionali nei confronti di statue e crocifissi "venuti dal mare" mantengono inalterato il fascino plurisecolare di molte comunità cristiane e di cultura marinara. Le zone di confine, come l'Italia, diventano spesso luoghi dell'immaginario mitico e religioso di particolare rilevanza, dove eventi sono narrati come miracolosi, conservati e rafforzati nella memoria popolare per generazioni.
Il Cristo Ligneo di Rapallo: Un Simbolo Moderno
Un Cristo ligneo, senza croce, è stato trovato sulla spiaggia di Prelo a Rapallo dopo una mareggiata. L'oggetto, privo di croce ma con i buchi dei chiodi su mani e piedi, non proveniva da un barcone di scafisti, ma era abbandonato in balia del mare. Le condizioni perfette del legno suggeriscono un breve viaggio in mare. Il ritrovamento ha suscitato tenerezza e curiosità. Per alcuni, potrebbe essere "lo scarto di un furto in una delle tante ville del Tigullio", dove la croce aveva un gran valore e il Cristo sarebbe stato attaccato successivamente senza valore artistico. In ogni caso, è un Cristo giunto dal mare, come tanti profughi che domandano ospitalità e accoglienza. Un anziano pescatore ha commentato che il ritrovamento ricorda di non dimenticare i tanti immigrati che arrivano ogni giorno in Italia attraverso il mare. Il Cristo con le braccia aperte simboleggia un messaggio di accoglienza e l'invito a non chiudere le porte a chi domanda aiuto.

Attualmente, il Cristo "profugo" è esposto nella chiesa di San Michele di Pagana, sotto al quadro di Anton Van Dyck "Francesco Orero in adorazione di Gesù crocifisso con i santi Francesco e Bernardo". Questo posizionamento crea curiosità e per i fedeli un messaggio profondo, specialmente durante il periodo di preparazione alla Pasqua. Sebbene il Cristo senza croce non appaia di grande valore artistico e la sua storia non sia ancora ricostruita, fedeli chiedono già di poterlo vedere. La croce originale, in legno di noce, misura 3,70 metri di altezza per 1,50 metri di larghezza. Il Cristo, invece, è in legno di fico, un'essenza molto usata nell'Italia settentrionale per la sua struttura compatta e la facilità nell'intaglio, ed è leggermente più piccolo dell'uomo. Una particolarità è il capo, che ruotando su un perno in legno infisso nel collo, può compiere un movimento dall'alto al basso per simulare un cenno di assenso, un'articolazione in origine dissimulata da barba e capelli veri.
Leggende e Miracoli dei Crocifissi Marini
Tra le testimonianze artistiche medievali più rilevanti nel contesto regionale salentino, vi è un antichissimo Crocifisso ligneo di origine orientale, restaurato recentemente, attribuito a un intagliatore tedesco o a un artista italiano influenzato dalle forme scultoree nordeuropee. La sua diffusa venerazione è dovuta all'antica leggenda che gli attribuisce poteri miracolosi risalenti al suo arrivo a Brindisi. Il racconto narra di una nave veneta da Alessandria d'Egitto, costretta a riparare a Brindisi, con a bordo un mercante veneziano di nome Giovanni Cappello, di ritorno dalla Terrasanta con un crocifisso e altri cimeli sacri. Il mercante, su richiesta del superiore del convento dei Domenicani, espose il crocifisso in chiesa per un giorno. Questo evento, attribuito alla "volontà di Dio" di non far ripartire il crocifisso, trova analogie con simili simulacri giunti dal mare durante le tempeste in altre località italiane.
Il “Cristo del Naufrago” di Torchiarolo e il Crocifisso di Serranova
In provincia di Brindisi, due esempi notevoli sono il "Cristo del naufrago" di Torchiarolo e il crocifisso di Serranova. Il primo, ora custodito nella chiesa matrice di Torchiarolo, giunse sulla costa a bordo di un vascello veneziano diretto ad Oriente, inabissatosi per una bufera. Il capitano, ultimo a lasciare la nave, abbracciò il crocifisso in legno e si gettò in mare. Salvatosi, giurò di lasciare il suo Salvatore in una chiesa da erigere in Suo onore a Torchiarolo. Dal mare giunse anche il Crocifisso di Serranova, conservato nella cappella attigua al castello feudale. Anche in questo caso, la statua del Cristo in croce è legata a un naufragio medievale, dove l'equipaggio si salvò miracolosamente grazie all'intercessione dell'immagine sacra in legno intagliato del XVII secolo.

Il “Cristo degli Zingari” di Latiano
Il "Cristo degli zingari" di Latiano ha attinenze con la leggenda del Crocifisso dei Domenicani di Brindisi. In questo caso, una carovana di nomadi, impossibilitata a sollevare un baule, scoprì che all'interno vi era "un Crocifisso nero" di appena 71 centimetri. Gli astanti rimasero impressionati, e il parroco del luogo portò l'immagine in processione. Gli zingari cedettero ai latianesi quel "Cristo nero", ma vollero staccare un dito della mano per conservarlo, come già fatto dal mercante veneziano a Brindisi. La piccola scultura, realizzata in legno di noce probabilmente nel XVI secolo, è sorretta su una croce rivestita in argento, e durante le festività la parte inferiore del corpo di Cristo viene ricoperta con un prezioso drappo azzurro ricamato in oro.
Il Crocifisso del Museo di Parabiago: Enigma di Datazione
Un antico Crocifisso ligneo di origine orientale, restaurato recentemente, è custodito nella chiesa che ospita i corpi dei sovrani di Navarra, Teobaldo e Isabella, e di Manfredi, figlio di Federico II. Questo Crocifisso, un tempo molto venerato dai trapanesi, è sconvolgente per l'asprezza del volto che raffigura il Cristo già morto. Moltissimi sono i miracoli ad esso attribuiti: nel 1524, durante una pestilenza, il morbo cessò quando il simulacro cominciò a sanguinare improvvisamente dal costato. Un prodigio celebre, attestato da un notaio, fu quello accaduto a un bambino di nome Rocco durante una carestia, che ricevette un pane dalla mano di Gesù. Nel 1624, una donna nata cieca acquisì la vista istantaneamente, e nel 1672, durante un'altra carestia, due navi cariche di frumento arrivarono in città dopo che il Crocifisso fu portato in processione. La leggenda attribuisce la scultura a San Nicodemo, discepolo che curò la sepoltura di Gesù, e nella parte posteriore del Crocifisso è posta una reliquia della Passione.
Il corpo del crocifisso nel Medioevo cambia con il trascorrere dei secoli e il fiorire di scuole differenti. La prima modalità cronologicamente è una figura frontale, composta, statica, con il capo diritto o leggermente reclinato, il cosiddetto Cristo triumphans (trionfante), solitamente vivo e con gli occhi aperti. Questa appartiene all'epoca romanica, fino al XII secolo. La seconda è il Cristo patiens (sofferente), con il corpo contorto dagli spasimi e il capo reclinato, morto, che si afferma pienamente alla fine del XIII secolo in età gotica.
Analisi Stilistica e Difficoltà di Identificazione
Il Crocifisso del Museo di Parabiago, alto poco meno di 35 cm, è un oggetto devozionale. In epoca romanica, oggetti in legno di questo tipo sono rari, mentre sono più comuni crocifissi devozionali in metallo. Per questo, i confronti sono stati effettuati su esemplari destinati all'arredo liturgico, di dimensioni decisamente superiori al metro di altezza. Non è stato possibile individuare un esemplare che contenesse contemporaneamente tutti gli elementi individuati in questo crocifisso, ma solo una serie di esempi per confrontare singoli parametri. Di conseguenza, non si può identificare un modello unico del quale il crocifisso possa essere considerato una copia.
Il volto allungato è una caratteristica comune dell'arte romanica, presente sia nella pittura che nella scultura, come nel Geremia di Moissac o nel crocifisso di Sondalo. I lineamenti sono schematici, ascetici, con naso sottile, tratti taglienti, una leggera smorfia della bocca e orecchie piuttosto grandi. I capelli sono spartiti da una scriminatura centrale. Le braccia sono rigidamente orizzontali, con mani dalle dita allungate e parallele. La sproporzione tra mani (e piedi) e il resto del corpo è una regola generale dell'arte romanica. Le mani sono inchiodate con chiodi abbastanza grandi, mentre i piedi sono semplicemente appoggiati su un piccolo suppedaneo. Le costole in evidenza, una serie di scanalature parallele, hanno molti punti di contatto con quelle dei crocifissi del Museo S. Agostino di Genova, S. Lorenzo Nuovo e S. Maria Maggiore di Bologna. Per quanto riguarda il perizoma, non è stato possibile reperire un elemento somigliante a quello di Parabiago, se non la lunghezza fino alle ginocchia. In rappresentazioni più arcaiche, il corpo è interamente ricoperto da una tunica che arriva anch'essa alle ginocchia (crocifisso tunicato).
Materiali e Tecniche Costruttive
Per quanto riguarda il materiale della croce, si potrebbe trattare di un'essenza resinosa (vari tipi di abete, pino). Il corpo, interamente ricoperto da uno strato gessoso, mostra solo piccole porzioni di legno, insufficienti per una valutazione precisa. La croce, di fattura molto grossolana, presenta segni di usura e numerosi fori di tarli. Potrebbe non essere la croce originale, poiché il corpo, pur essendo anch'esso piuttosto grossolano, appare più curato. Storicamente, la figura era normalmente scolpita in legno di pioppo, salice, noce, acero o tiglio. In aree montane è spesso utilizzato il legno di cirmolo. La figura scolpita è strutturata con un unico tronco testa-busto-gambe, sul quale si innestano le braccia (o mani) con fibre perpendicolari a quelle del tronco. La figura è modellata con tratti essenziali e decisi, come se appartenesse a una produzione seriale.
Datazione e Ipotesi
La datazione è complessa, anche per la provenienza sconosciuta dell'oggetto e l'usura del legno. L'unica possibilità per una datazione precisa sarebbe un esame al carbonio-14. Tra le ipotesi formulate: il crocifisso è effettivamente medievale; è frutto di una tradizione artigianale di un'area marginale; è il risultato di un divertissement intellettuale di un artista sconosciuto; o appartiene alla produzione in stile di una bottega falsaria ottocentesca.
Il Crocifisso dei Migranti: Un Simbolo di Speranza e Accoglienza
Gli oggetti artigianali in legno trasmettono il calore della materia semplice e della lavorazione a mano. L'importanza di restituire dignità alle storie "affondate" per ricordare il valore dell'accoglienza ha portato alla realizzazione del "crocifisso dei migranti". Il legno della croce ha portato Gesù, come il legno dei barconi ha portato i nostri fratelli, un legno che porta i segni della sofferenza ma anche della speranza. Se il legno non può dirci il nome e la storia di chi ha perso la vita in mare, quella storia rivive passando dalle mani di chi raccoglie quel legno dalla sabbia e lo trasforma in un crocifisso. Il legno viene lavorato da persone con disabilità e da giovani che hanno conosciuto il carcere, accolti nella Cooperativa "Rò La Formichina" della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Zeyd, dalla Siria, scappato con la moglie e vissuto 8 anni in un campo profughi in Libano, e Salvatore, di Catania, che ha trovato accoglienza nella casa famiglia di Alberto e Concetta e lavora in falegnameria da 17 anni, sono esempi delle persone coinvolte. La cooperativa promuove l'inserimento lavorativo di ragazzi con procedimenti penali in corso e persone con disabilità. Chi prende in mano uno di questi crocifissi sentirà la preziosità dell'oggetto e le storie che si porta dentro, contribuendo a restituire dignità a queste storie affondate, ricordando il valore dell'accoglienza e di una vita non abbandonata ma accompagnata.
Breve storia della chiesa ortodossa
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