Il Crocifisso in bronzo rappresenta una delle espressioni artistiche più significative del Rinascimento italiano, periodo in cui scultori di fama come Donatello, Giambologna e Pietro Tacca hanno ridefinito la rappresentazione del Cristo crocifisso. Le loro opere introducono innovazioni tecniche e stilistiche che ne hanno influenzato lo sviluppo per secoli, contribuendo a fissare canoni estetici e iconografici.
L'Innovazione Donatelliana: Il Crocifisso di Sant'Antonio a Padova
Nel 1447, Donatello compì il Crocifisso bronzeo destinato all'altare della Basilica di Sant'Antonio a Padova. Questo lavoro venne portato avanti contemporaneamente al Monumento al Gattamelata. Il Crocifisso venne commissionato tra il 1443 e il 1444 dai massari dell'Arca di Sant'Antonio, un antico organismo di cui facevano parte alcuni frati francescani risiedenti presso la Basilica del Santo. Non è soltanto uno dei crocifissi più belli mai realizzati, ma è un capolavoro assolutamente innovativo per diversi motivi.

Equilibrio e Realismo
Dal punto di vista iconografico, è considerato il primo nudo a grandezza naturale del Rinascimento; offre una visione estremamente realistica e umana della figura sacra di Cristo. È anche il primo esempio in Italia di statua in metallo realizzata riprendendo l'antica tecnica della fusione a cera persa. Lo stato di sofferenza è reso con grande intensità e rappresenta una componente anticlassica che discende dalla tradizione gotica, ma insieme alle perfette proporzioni e alla bellezza anatomica che ricorda la scultura greca si ricompone secondo un equilibrio classico. L'inclinazione ad un accentuato realismo e al senso della tragedia, tipico di Donatello, viene attenuato da una ricerca di armonia che nobilita l'immagine di Cristo.
Donatello ha interpretato il tema della crocifissione in modo audace: Cristo è nudo, appena coperto da un panno legato ad una corda, a grandezza naturale e rappresentato con un profondo sentimento umano, agonizzante sulla croce. In questo corpo perfetto appeso alla croce si coglie il contrasto con i capelli scompigliati, il capo reclinato e l'espressione di spossatezza che precede la morte. La descrizione anatomica è impeccabile, drammaticamente precisa nel descrivere la tensione muscolare e lo spasmo della morte per crocifissione. La testa reclinata verso destra, la bocca dischiusa in una smorfia che lascia intravedere i denti, la vena gonfia sulla fronte, comunicano la sofferenza del Cristo e l'atrocità del martirio.
In occasione dell'ultimo restauro, concluso nel 2008, è stato accertato che il panno svolazzante che cinge i fianchi di Gesù è di mano di Donatello, mentre fino a poco tempo prima si pensava che fosse un'aggiunta effettuata nel 1651 per coprire una presunta nudità originaria. Si tratta di un dettaglio importante, perché rivela come Donatello abbia voluto dare una dimensione storica e realistica alla vicenda della crocifissione. Questo pezzo di stoffa, che sembra un cencio logoro legato in fretta dagli aguzzini sulla loro vittima, una volta issata alla croce, agitato dal vento allude alla tempesta che si scatenò sul Golgota nel momento della morte di Gesù, fissando anche l'attimo della trascendenza divina.
La Tecnica Innovativa
Anche la tecnica scelta da Donatello per questo straordinario lavoro è molto innovativa. Nella Firenze del primo Quattrocento erano già presenti opere di toreutica monumentale, come le celebri porte del Battistero in bronzo dorato o l'Altare argenteo di San Giovanni e altri capolavori realizzati da maestri come Lorenzo Ghiberti e Michelozzo Michelozzi. Ma si trattava di lavori in cui alla fusione del bronzo si associavano la doratura e l'argentatura, lo sbalzo e un lungo procedimento di rinettatura e cesellatura.
Donatello, in questo caso, non poteva affrontare tempi di lavorazione troppo lunghi, perché la consegna era stabilita per contratto. Inoltre, la disposizione del Crocifisso molto in alto in uno spazio così grande come quello della Basilica padovana avrebbe reso impossibile la visione a distanza di particolari troppo minuziosi. Quindi l'artista scelse un metodo più rischioso ma anche più rapido per non prolungare troppo i tempi della consegna. Dal restauro più recente, confermata anche dai documenti riguardanti l'acquisto dei materiali necessari alla realizzazione, si evince che la statua è stata assemblata a freddo unendo le due braccia e il corpo diviso a metà all'altezza dell'ombelico. Ogni pezzo è stato realizzato con una tecnica antica e complessa, ripresa da esempi classici: la fusione del bronzo a cera persa. Per l'assemblaggio delle diverse parti si servì di tasselli a farfalla e a coda di rondine, saldature e un lavoro di rinettatura e rifinitura finale.
Come si fa una statua in bronzo. Tecnica della fusione a cera persa - ARTE
Collocazione Storica e Spostamenti
Il Crocifisso bronzeo di Donatello oggi si trova all'interno della Basilica di Sant'Antonio a Padova, in posizione dominante, sopra l'Altare maggiore, un complesso di statue e rilievi anch'esso opera dello stesso artista. Ma la sua collocazione, pur sempre all'interno della stessa basilica, è cambiata nel corso della storia. In origine era stato posto sopra ad un pontile o tramezzo tardogotico che chiudeva la crociera a est, composto di colonne, archi e marmi colorati, realizzato negli stessi anni del crocifisso. Nel 1486 il pontile venne rimosso e venne invece costruito un recinto in marmo, pietre colorate e bronzo, nel coro dei frati. Sull'apertura centrale venne posto il Crocifisso di Donatello, rimanendovi fino al 1651.
In seguito, l'opera subì altri tre spostamenti e di conseguenza cambiò anche il contesto in cui si trovò: nel 1579, l'altare maggiore della chiesa fu rifatto e il Crocifisso venne inserito nell'altare insieme ad altre statue e rilievi bronzei di Donatello. Quando nel 1651 un tempietto venne spostato nella Cappella del Gattamelata, sotto l'arco venne posto il Crocifisso di Donatello. Alcuni anni dopo (15658-59) dietro al Crocifisso, come fondale, venne sistemata una grande tela di Francesco Maffei, oggi perduta, raffigurante un santo in adorazione. Nel 1749 un incendio nel coro della chiesa bruciò probabilmente il dipinto di Maffei, danneggiò l'altare insieme ai bronzi di Donatello e al Crocifisso. Seguì quindi un restauro e alla fine l'intero complesso venne ricostruito in fondo alla tribuna ad un livello sollevato rispetto al pavimento della navata in modo da essere visibile dai fedeli già all'ingresso della Basilica. Questa sistemazione fu mantenuta per oltre un secolo. Tra il 1893-95, sotto la direzione di Camillo Boito, venne realizzato un nuovo allestimento con il Crocifisso disposto sull'altare, come si vede ancora oggi, riproponendo la sistemazione del 1651.
L'Eredità Donatelliana e Altri Crocifissi
L'esempio donatelliano, per le difficoltà tecniche e i costi altissimi che comportava l'esecuzione di una statua in bronzo, rimase quasi senza seguito immediato. Unica eccezione è rappresentata dal Crocifisso eseguito nel 1443 dal suo allievo Niccolò Baroncelli, destinato ad essere posto sul pontile del Duomo di Ferrara. Per più di un secolo, nessun altro artista riuscì a realizzare un crocifisso in bronzo fino ai progressi tecnologici della fine del Cinquecento e del primo Seicento, applicati da maestri come Giambologna, Bernini e Algardi.
Quando nel 1453 Donatello lasciò Padova, la sua lezione si era pienamente affermata; il suo linguaggio artistico e le soluzioni compositive che aveva elaborato fino a quel momento erano state assorbite e si sarebbero diffuse capillarmente sul territorio per almeno un decennio. In Veneto l'interpretazione donatelliana si affermò anche attraverso le opere degli allievi del maestro fiorentino, mostrando alcuni esiti originali che formano il corpus della mostra “Donatello e la sua lezione”, un'esibizione che raccoglie opere del maestro e di collaboratori straordinari, come Bartolomeo Bellano, i cui rilievi bronzei, modellati in uno spessore notevole, sviluppano racconti corali ricchi d’azione e drammaticità; o come Andrea Briosco, detto il Riccio, autore di bronzi dotati di classica eleganza.
Il Crocifisso Ligneo di Donatello a Padova: un "Bronzo" Svelato
A testimonianza della fama e dell'ammirazione per le sculture bronzee di Donatello, sorprende il caso del Crocifisso della chiesa dei Servi a Padova. Meraviglia soprattutto chi, fino a pochi anni fa, era solito vedere il Crocifisso nella sua collocazione originale e lo credeva di bronzo, ricoperto com’era da una spessa patina scura, ossidata ad arte per aumentarne la plasticità. Invece, il restauro ha “svelato” una raffinata scultura lignea e ha confermato l’ormai indubbia paternità dell’opera, restituita a Donatello solo nel 2008. Per centinaia di anni quel Crocifisso è stato considerato esclusivamente un’opera devozionale. La patina bronzea che lo avvolgeva fino al 2011 riconduce forse a un tentativo di nobilitare quell’opera di semplice pioppo, per avvicinarla magari ai risultati dello straordinario Crocifisso della basilica di Sant'Antonio, anch'esso realizzato da Donatello durante il suo lungo soggiorno padovano (dal 1443 al 1453).
In questi giorni le due opere (il Crocifisso di Sant'Antonio e quello di Santa Croce a Firenze, quest'ultimo del 1408-1409 circa) sono esposte una accanto all’altra, come pure assieme all'altro crocifisso donatelliano, quello della chiesa dei Servi "svelato". Francesco Caglioti rileva la difficoltà di spiegare al grande pubblico come un unico scultore di seicento anni fa sia riuscito a realizzare, seppure nell’arco di una lunga carriera, tre immagini così sorprendentemente diverse dello stesso soggetto; e come sia riuscito, per giunta, alternando tecniche così distanti come quelle dell’intaglio ligneo e della fusione del bronzo.
La Produzione del Giambologna e della sua Bottega
Giambologna, scultore alla corte dei Medici, nel corso della sua vita produsse una quantità considerevole di bronzi e bronzetti all'interno della sua prolifica bottega, che non mancava di giovani e volenterosi apprendisti scultori. I bronzetti erano vere e proprie repliche in serie che, dato il gran successo e la notorietà dell'artista, venivano venduti alle corti imperiali di tutta Europa.

Il Crocefisso della Chiesa della Santissima Annunziata fu eseguito per la cappella che doveva ospitare la tomba dello scultore e degli altri artisti fiamminghi morti a Firenze. Il Crocefisso, del tipo del Cristo morto, è raffigurato con la testa reclinata e gli occhi chiusi, secondo una tipologia diffusa largamente alla fine del Cinquecento soprattutto in Toscana, a seguito degli esemplari di Giambologna. Un'opera di alta qualità eseguita in ambiente fiorentino della fine del '500 o dei primissimi anni del '600 segue modelli giambologneschi ed è in particolare confrontabile con il Crocifisso di Giambologna di Palazzo Pitti, ma alcuni elementi di novità rispetto alla tradizione manierista, come l’abbandono dei più insistiti virtuosismi di scalpello nei panneggi ed una maggiore “Naturalezza” e concentrazione formale hanno permesso di avanzare una attribuzione al Mochi.
Pietro Tacca: Erede del Giambologna
Pietro Tacca (1577-1640) fu allievo ed erede del Giambologna, stimatissimo dai reali di Francia e di Spagna (per i quali realizzò monumenti equestri). Lavorò soprattutto per i Medici, con opere a Firenze, a Livorno e in altre città toscane. Anche un suo Crocifisso in bronzo, datato 1620 e proveniente dalla basilica di Santa Barbara, fu realizzato per i Medici, e in particolare per Caterina, sposa del duca Ferdinando Gonzaga, la quale lo collocò nel suo oratorio privato, ricavato nella parte superiore di Santa Croce in Corte, la chiesa palatina prima di Santa Barbara. La scultura si ammira per la slanciata anatomia, il mosso realismo e la perfetta fusione.

Caratteristiche e Iconografia dei Crocifissi Rinascimentali in Bronzo
Nel contesto dei crocifissi in bronzo, è fondamentale distinguere le opere rinascimentali da quelle di altri periodi. Sebbene la presenza di un corpo a tutto tondo non sia di per sé una condizione sufficiente per definirlo antico, poiché esistono esemplari moderni realizzati con fusione piena, l'analisi stilistica è cruciale. Ad esempio, la magrezza del corpo può richiamare prototipi medievali, ma dettagli come il perizoma e l'accenno di panneggio svolazzante, in certi contesti, possono indicare un'epoca successiva, come quella barocca, piuttosto che il Rinascimento. Un crocifisso in bronzo dorato toscano del XV secolo (altezza 15 cm), per esempio, rientra pienamente nell'estetica rinascimentale, mostrando le caratteristiche artistiche ricercate in quel periodo.
A contrasto, un piccolo esemplare medievale (16 x 14,5 x 3 cm), rinvenuto in Terra Santa e realizzato con fusione a stampo e a cera persa, mostra un volto inclinato a destra, allungato e smunto, barbuto e con capelli che scendono sulle spalle secondo tratti tipicamente romanici. Si può ipotizzare che sia stato fuso in area mitteleuropea. Queste testimonianze indirette, spesso tramandate dai racconti dei pellegrini, documentano la presenza di opere in bronzo e altri metalli negli edifici religiosi già dal periodo medievale, fornendo un importante precedente per le evoluzioni stilistiche e tecniche del Rinascimento.
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