Iconografia del Crocifisso e Rappresentazioni di Cristo nell'Arte Antica

Un Capolavoro Attribuito a Sebastiano del Piombo: Il Cristo Portacroce

Questo dipinto, tradizionalmente attribuito a Luciani Sebastiano detto Sebastiano del Piombo (Venezia 1485 ca. - Roma 1547), discende da una nota composizione del pittore veneziano eseguita intorno al 1540 e attualmente conservata a Budapest. L'opera raffigura Gesù mentre porta la croce, qui accompagnato da sua madre Maria, personaggio assente in tutte le altre redazioni ad oggi note che fa dunque della tela romana un unicum.

Cristo portacroce di Sebastiano del Piombo con Maria

Scheda Tecnica e Provenienza

La scheda tecnica del dipinto riporta informazioni di inventario e posizionamento. La cornice è descritta come "Cornice Salvator Rosa (cm 186,5 x 132 x 9)".

La provenienza è incerta: (?) Ferrara, collezione Lucrezia d'Este, 1592 (Inventario 1592, p. 11; Della Pergola 1959); (?) Roma, collezione Borghese, 1650 (Manilli 1650; Della Pergola 1959). Altre annotazioni includono: Inventario 1693, Stanza I, n. 38; Inventario 1790, Stanza IX, n. 26; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 17. Nel 2000 è stato attribuito a Laura Ferretti.

Secondo Paola della Pergola (Ead. 1959), questo dipinto, eseguito forse per il conte di Sifuentes - ipotesi però smentita da Mauro Lucco (1980) - proverrebbe dall'eredità di Lucrezia d'Este, confluito entro il 1650 nella raccolta pinciana attraverso il matrimonio tra Olimpia Aldobrandini junior e Paolo Borghese. Se però nell'inventario del 1592 della nobildonna ferrarese è possibile rintracciare "Uno di N[ostr]o S[ignor]e coronato di spine con la croce in spalla di mano del Piombino", di contro tale quadro è difficilmente identificabile negli inventari di casa Aldobrandini dove la sommarietà delle descrizioni non permette di individuarlo con certezza tra i vari Cristo portacroce ivi elencati. Se in aggiunta si eccettua poi la segnalazione generica di un "Cristo che porta la croce [...] di Frà Bastiano del Piombo" visto da Iacomo Manilli sulla porta della sala di Apollo e Dafne (Manilli 1650), la prima e sicura informazione sulla tela risale al 1693 quando l'estensore del relativo inventario borghesiano elenca "un quadro tela d'Imperatore con Christo che porta la Croce in spalla con un'altra figura con cornice dorata del n[umero] 348 di fra' Sebastiano del Piombo".

Dibattito sull'Autografia e Iconografia

Pareri discordanti persistono anche sulla sua autografia. Segnalato in antico come opera di Sebastiano (Inv. 1592; Manilli 1650; Inv. 1693), tale nome ha infatti sollevato diversi problemi, dividendo da sempre la critica tra chi rifiuta di riconoscere la paternità del dipinto al pittore veneziano, parlando ad esempio di Gerolamo Muziano (A. Venturi 1893) o di Giovanni De' Vecchi (Contini 2008; Coliva 2008); e chi lo ritiene un sicuro autografo del Maestro (Longhi 1928; Della Pergola 1959; Herrmann Fiore 2000; Eid 2005(a); 2005(b); 2006) o da questi eseguito con l'aiuto di un anonimo pittore, il cui intervento si scorgerebbe nella testa della Vergine (Zeri 1957). Non è poi mancato chi addirittura lo ha trovato fin troppo brutto da poterlo avvicinare a uno degli artisti sopracitati (Cantalamessa 1912) e chi, come l'estensore dell'inventario del 1790, lo ha incredibilmente innalzato al nome del sommo Michelangelo.

Di certo il quadro, espunto da Michael Hirst (1981) nella sua monografia sul veneziano, discende da uno dei tre prototipi individuati come tali dalla critica (Madrid, Museo del Prado, P345; San Pietroburgo, Ermitage, inv. 77; Budapest, Szépmüvészeti Múzeum, inv. 77.1), in particolare dal Cristo portacroce di Budapest, quest'ultimo eseguito su ardesia intorno al 1540 (cfr. Lucco 1996; Contini 2008; Benati 2018). Nella tela Borghese, infatti, Gesù è rappresentato con un'andatura molto vicina a quella della versione ungherese mentre alle sue spalle, in aggiunta a un fondo di paese simile a quello raffigurato nella tavola madrilena, compare la Vergine Addolorata, personaggio assente in tutte le repliche, varianti e copie ad oggi note (cfr. Della Pergola 1959), ritratta unicamente nella tela romana al posto di Simone il Cireneo o dei perfidi aguzzini. Secondo Kristina Herrmann Fiore, che ritiene il dipinto un prodotto tardo del veneziano (Herrmann Fiore 2000; Eid. 2005a), il pittore avrebbe attribuito a Maria le sembianze di Vittoria Colonna (Eid. Antonio Iommelli Marzo 2023).

Le Origini dell'Iconografia Cristiana: Dalle Catacombe al Cristo Imperiale

La prima arte cristiana, quella delle catacombe, fu interessata solo per breve tempo dal problema dell’aniconismo, ossia del divieto ebraico a rappresentare Dio in forma umana. Il Dio degli ebrei era puro spirito ma Cristo era Dio incarnato, un vero uomo che aveva vissuto e sofferto il supplizio della croce “vincendo” poi la morte grazie alla sua natura divina. «Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo», afferma san Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (1, 15).

Pittura murale delle Catacombe di Commodilla

Il Buon Pastore e il Cristo Imberbe

La prima raffigurazione di Gesù in forma umana, sia pure di natura ancora simbolica, fu quella del Buon Pastore, un semplice ragazzo che porta una pecora (talvolta un agnello) sulle spalle, abbigliato con una veste corta e i calzari, talvolta con il flauto di Pan in mano. La sua immagine è legata alla parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita (allegoria del Cristo che va incontro al peccatore pentito). Questo motivo iconografico è molto importante nella storia dell’arte cristiana, perché è la prima volta in cui Gesù viene presentato in carne ed ossa e non attraverso il ricorso a simboli animali o vegetali.

Pittura murale del Buon Pastore

Assai famosa è l’immagine del Buon Pastore scolpita tra la fine del III e i primi anni del IV secolo, un tempo parte di un sarcofago e oggi nei Musei Vaticani. Nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo è raffigurato come Buon Pastore, circondato dalle sue pecore.

  • Buon Pastore, fine III-inizio IV sec. d.C. Marmo, altezza 92 cm.
  • Cristo come Buon Pastore, prima metà del V sec. Mosaico.

I Vangeli e le altre fonti non ci hanno tramandato un ritratto di Gesù, né precise indicazioni sul suo aspetto fisico. Così, quando comparvero le prime esplicite rappresentazioni del Cristo come maestro, ossia del Cristo-docente seduto tra gli apostoli, o che compie i miracoli, gli artisti scelsero di mantenere l’iconografia classica del giovane senza barba, ispirata all’ideale greco della bellezza.

Pittura murale Cristo insegna tra gli apostoli

Questa particolare iconografia di Gesù non ebbe grande successo se non nei primi secoli del Cristianesimo, perché venne presto soppiantata da quella di Cristo con la barba. Tuttavia, non tramontò mai del tutto. È, per esempio, imberbe il Cristo che divide le pecore dai capretti, nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, così come il Cristo Cosmocratore della Chiesa di San Vitale, sempre a Ravenna, entrambi della prima metà del VI secolo. È imberbe anche il Cristo in gloria dell’Altare del Duca Ratchis, opera longobarda dell’VIII secolo.

  • Cristo che divide le pecore dai capretti, particolare, 500-526 ca.
  • Cristo Cosmocratore, prima metà del VI sec. Mosaico.
  • Cristo in gloria, dall’Altare del duca Ratchis, 734-744. Pietra d’Istria, 1,44 x 0,90 m.

L'Affermazione del Cristo Barbuto e Imperiale

Sul finire del II secolo e agli inizi del secolo successivo, si diffuse l’immagine, senza dubbio più autorevole, del cosiddetto Cristo barbato (cioè con la barba), vestito con un lungo abito talare. Questo particolare modo di rappresentare Gesù, detto anche del Cristo filosofo, fu certamente desunto dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli; era considerato anche più rispondente al suo possibile aspetto fisico reale.

Pittura murale Cristo Re

Nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale, e in una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è sempre rappresentato in questa forma, seduto o in piedi, ma sempre in posizione perfettamente frontale, a rendere evidente il suo status non solo divino ma di imperatore dell’Universo.

Mosaico Cristo in trono

L'Icona Bizantina e il Volto Autentico di Cristo

In età bizantina si affermò il genere pittorico dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti. Le icone rappresentano prevalentemente figure sacre, come il Cristo benedicente e la Vergine con Gesù Bambino in braccio. Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC Σ XC Σ (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”. Sin dal VI secolo, le caratteristiche somatiche del Cristo divennero molto specifiche e determinate: volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura.

Icona di Cristo benedicente

Nelle icone e nelle raffigurazioni che da queste derivano, Gesù presenta specifici attributi iconografici. La sua aureola, inizialmente liscia come quella di tutti gli altri santi, diventa fin dall’VIII secolo crociata, e questo al fine di identificarlo senza possibilità di errore.

La Sacra Sindone: Un'Immagine "Acheropita"

La Sacra Sindone è una delle cosiddette immagini “acheropite”, che in greco significa ‘non fatte da mano umana’, perché ritenute create miracolosamente: esse sono la vera immagine del Sacro Volto, la “vera icona”. Secondo la tradizione e le fonti letterarie, l’acheropita più autorevole e importante era il Mandylion (‘fazzoletto’, in siriaco) prima conservato a Edessa (attuale Urfa, in Turchia), poi venerato a Costantinopoli e infine trafugato durante la quarta crociata del XIII secolo.

Volto dell'Uomo della Sindone, negativo fotografico

Intorno alla Sindone si consuma, da anni, un acceso dibattito tra studiosi: secondo alcuni, il telo funebre che recherebbe l’impronta del corpo di Cristo deposto dalla croce è un falso medievale (risale infatti solo al 1353 la prima e sicura testimonianza storica). La Chiesa cattolica, d’altro canto, ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità.

Il Cristo Pantocratore e la Simbologia dei Colori

Una tipica iconografia romanica di Gesù è quella del cosiddetto Cristo Pantocratore, che in greco vuol dire, letteralmente, ‘signore di ogni cosa, onnipotente’. Normalmente presente nei catini absidali delle chiese, o al centro delle cupole, il Cristo Pantocratore si presenta a mezzo busto, con le braccia aperte, un libro nella mano sinistra e la destra benedicente. Gesù è vestito di rosso e di blu, i suoi colori simbolici, e solitamente è immerso nel fondo oro che simboleggia la luce divina.

Mosaico absidale del Cristo Pantocratore

Cristo indossa una tunica rossa e un mantello blu. Nella tradizione bizantina orientale, a differenza che in quella occidentale, il rosso, che è un colore regale, indica la natura divina di Gesù: simboleggia la sua gloria, la luce increata, il fuoco dello Spirito. Il blu, invece, simboleggia la sua natura umana, il mistero della carne assunta, essendo il colore del mondo creato (l’acqua, il cielo visibile o “cielo basso”) e quindi dell’esperienza sensibile. In Europa la simbologia è invertita, anche quando l’immagine è palesemente derivata dall’iconografia bizantina. Quindi, in questo caso: rosso, colore del sangue = natura umana, blu, colore del cielo = natura divina.

L'Evoluzione del Crocifisso nell'Arte

Fra il IV e il V secolo comparvero le prime raffigurazioni del Crocifisso, che sarebbe diventato il soggetto più importante di tutta l’iconografia cristiana. La più antica rappresentazione di Cristo crocifisso giunta fino a noi è quella scolpita nella Porta lignea della Basilica di Santa Sabina a Roma, intagliata in legno di cipresso nel secondo quarto del V secolo. Gesù è nella posizione del crocifisso, con le braccia aperte, ma non compare la croce, o perlomeno è coperta dal suo corpo, sicché il Messia sembra inchiodato direttamente alle mura cittadine che compaiono sullo sfondo.

Crocifissione sulla porta lignea di Santa Sabina

Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, un affresco della metà dell’VIII secolo mostra il Cristo crocifisso frontale e interamente vestito, raffigurato vivo al centro del riquadro.

Affresco della Crocifissione in Santa Maria Antiqua

Nei crocifissi del XII secolo, Cristo è mostrato in posa rigida e frontale, eretto e ancora vivo, con i piedi affiancati e gli occhi ben aperti, secondo l’iconografia del Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte.

  • Maestro Guglielmo, Crocifisso, 1138. Tempera su tavola, 3 x 2,1 m.

La curvatura del corpo di Cristo, spesso accentuata, comportò la sparizione delle scene della Passione e il trasferimento delle figure di Maria e Giovanni, a mezzo busto, nei due capicroce.

  • Giunta Pisano, Crocifisso di Santa Maria degli Angeli, 1230-1240. Tempera e oro su tavola.
  • Cimabue, Crocifisso di San Domenico, 1270 ca. Tempera su tavola, 3,41 x 2,64 m.
  • Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella, 1290-95 ca. Tempera su tavola, 5,78 x 4,06 m.

Le Storie di Cristo: La "Biblia Pauperum"

Per questo motivo, le immagini sacre dovevano essere chiare e ben visibili: esse costituivano la Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri. Le cosiddette Storie di Cristo si dividevano in Storie dell’Infanzia di Cristo, Storie della vita di Cristo e Storie della Passione.

  • Madonna con bambino, III sec. Pittura murale.
  • Adorazione dei Magi, III sec. Pittura murale.
  • Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m.
  • Guarigione dell’emorroissa, III sec.
  • Giotto, Resurrezione di Lazzaro, 1303-05. Affresco, 200 x 185 cm.
  • Giotto, Crocifissione, 1303-05. Affresco, 200 x 185 cm.
  • La pesca miracolosa, 1180-90. Mosaico absidale.

Bibliografia

  • I. Manilli, Villa Borghese fuori di Porta Pinciana, Roma 1650, p.
  • A. Manazzale, Itinerario, I, Roma 1817, p. X.
  • X. Barbier de Montault, Les Musées et Galeries de Rome, Rome 1870, p.
  • G. Piancastelli, Catalogo dei quadri della Galleria Borghese, in Archivio Galleria Borghese, 1891, p.
  • A. Venturi, Il Museo e la Galleria Borghese, Roma 1893, p.
  • J. A. Rusconi, La Villa, il Museo e la Galleria Borghese, Bergamo 1906, p.
  • G. Bernardini, Sebastiano del Piombo, Bergamo 1908, p.
  • P. D’Achiardi, Sebastiano del Piombo, Roma 1908, p.
  • M. Perotti, Federico Zuccari, in “L’Arte”, XIV, p.
  • R. Longhi, Precisioni nelle Gallerie Italiane, I, La R. Galleria Borghese, Roma 1928, p.
  • U. Da Como, Girolamo Muziano, Bergamo 1930, pp.
  • A. De Rinaldis, La Galleria Borghese in Roma, Roma 1935, p.
  • R. Pallucchini, Sebastian Veneziano (Fra' Sebastiano del Piombo), Milano 1944, pp.
  • I. Fenyö, Der Kreuztragende Christus Sebastiano del Piombo in Budapest, in “Acta historiae artium”, I, 1953, p.
  • F. Zeri, Pittura e Controriforma. L’Arte senza tempo di Scipione da Gaeta, Torino 1957, p.
  • P. della Pergola, La Galleria Borghese. I Dipinti, II, Roma 1959, pp.
  • M. Calì, Da Michelangelo all’Escorial: momenti del dibattito religioso nell’arte del Cinquecento, Torino 1980, p.
  • M. Lucco, L’opera completa di Sebastiano del Piombo, Milano 1980, p. 124, n.
  • M. Hirst, Sebastiano del Piombo, Oxford 1981, p. 135, n.
  • A. Coliva, a cura di, La Galleria Borghese, Roma 1994, p. 143, n.
  • M. Lucco, Sebastiano del Piombo, in The Dictionary of Art, XXVIII, London-New York 1996, p.
  • K. Herrmann Fiore, in The art of the jubilees in papal Rome 1500 - 1750: exhibition at the Amos Anderson Art Museum, catalogo della mostra (Helsinki, Amos Andersonin Taidemuseo, 2000-2001), Helsinki 2000, pp.
  • K. Herrmann Fiore(a), Sebastiano del Piombo e il "Cristo portacroce" della Galleria Borghese: novità del recente restauro e rapporti con Vittoria Colonna, in "Storia dell'Arte", X, 2005, pp.
  • K. Herrmann Fiore(b), in Vittoria Colonna e Michelangelo, catalogo della mostra (Firenze, Casa Buonarroti, 2005), a cura di P. Ragionieri, Firenze 2005, p. 134, cat.
  • K. Herrmann Fiore, Galleria Borghese Roma scopre un tesoro. Dalla pinacoteca ai depositi un museo che non ha più segreti, San Giuliano Milanese 2006, p.
  • R. Contini, in Sebastiano del Piombo 1485 - 1547, catalogo della mostra (Roma, Museo Nazionale di Palazzo di Venezia, 2008; Berlino, Gëmaldegalerie, 2008), a cura di C. Strinati, B. W. Lindemann, Milano 2008, p. 244, n.
  • L. Bartoni, in Galleria Borghese. The splendid collection of a noble family, catalogo della mostra (Kyoto, The National Museum of Modern Art, 2009; Tokyo, Metropolitan Art Museum, 2010), a cura di C.M. Strinati, A. Mastroianni, F. Papi, Kyoto 2009, p. 126, n.
  • M. Firpo, F. Biferali, Immagini ed eresie nell'Italia del Cinquecento, Roma 2016, pp.
  • D. Benati, in L'Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio, catalogo della mostra (Forlì, Musei di San Domenico, 2018), a cura di A. Paolucci, A. Bacchi, D. Benati, P. Refice, U. Tramonti, Cinisello Balsamo 2018, cat. n.

tags: #crocifisso #anticho #in #piombo