La Crocifissione nella Chiesa di Santa Maria Nuova a Viterbo

La Chiesa di Santa Maria Nuova a Viterbo, un gioiello di architettura e storia, è tra le più antiche e significative della città. Le sue origini certe risalgono al 1080, anno in cui fu donata, il 13 dicembre, da Prete Biterbo e dalla sua famiglia al Vescovo Giselberto di Tuscania. La donazione includeva una vasta canonica con il chiostro e un ospedale destinato all'accoglienza e alla cura dei pellegrini che percorrevano l'antica Consolare Cassia diretti a Roma. L'atto di donazione è replicato anche su un cippo marmoreo ancora conservato nella navatella sinistra della chiesa. Sebbene la tradizione locale, tramite il cronista quattrocentesco Niccolò della Tuccia, fantastichi di origini mitiche risalenti all'anno 380, i documenti attestano un complesso già funzionante intorno alla metà dell'XI secolo, ben prima dell'elevazione di Viterbo a Civitas nel 1165 da parte dell'imperatore Federico Barbarossa. L'edificio citato nella carta di donazione non corrisponde a quello attuale, essendo la chiesa originaria molto più piccola; a questa costruzione più antica sono riferibili la cripta del tipo a deambulatorio e i pochi resti originali del chiostro, con aperture scandite da colonnine con capitelli a stampella.

La notevole importanza di questa chiesa nel tessuto sociale cittadino è testimoniata da diversi episodi. Tra questi, la pia tradizione di una predicazione di San Tommaso d'Aquino dal pulpito esterno nel 1266, dove il santo esortò alla pace con gli orvietani. Inoltre, Santa Maria Nuova fu la sede fisica dei Consigli comunali prima dell'esistenza del Palazzo comunale, e vi erano conservate le casse di ferro con i documenti importanti della Comunità. Questa prestigiosa collocazione fu ulteriormente rafforzata nel 1283 dal miracoloso ritrovamento della cassa contenente l'icona del Salvatore, leggenda che portò all'elezione della chiesa a sede dell'Arte dei Bifolchi (l'Ars Bubulcorum). La vita politica, sociale, civile, economica e giuridica del comune trovò tra le mura della chiesa il suo normale teatro, almeno fino al 1574, quando perse la sua centralità politica e fu posta sotto la giurisdizione della Cattedrale di San Lorenzo.

Evoluzione Architettonica e Restaurazioni

La Chiesa di Santa Maria Nuova, in stile romanico con influenze lombarde, ha subito numerosi interventi di rifacimento nel corso dei secoli. Il soffitto è a capriate a vista, con travi e pianelle riccamente decorate tra il 1460 e il 1490. L'interno è diviso in tre navate da sei colonne monoliti e due semicolonne che sorreggono archi a tutto sesto, poggianti su capitelli di diverso e raffinato disegno, rispondenti a un aulico linguaggio classico con una polifonia di temi decorativi. Le absidiole che concludono le due navate laterali sono opera dei restauri novecenteschi, sostituendo due cappelle preesistenti. Nel XIX secolo, la chiesa conobbe interventi più pesanti, tra cui una tinteggiatura bianca delle mura nel 1808, la costruzione di volte che cancellarono le coperture a capriate quattrocentesche e l'innalzamento del pavimento nel 1822. Nel 1826 furono imbiancate la facciata e costruiti altari in stucco. Successivamente, dal 1960, altri interventi hanno consentito il recupero della cripta e del chiostro.

L'aspetto attuale della chiesa fu ripristinato con il restauro del 1911 sotto la direzione di Muñoz. Questo intervento, influenzato dal clima culturale neomedievale viterbese, mirò a "scarnificare" l'edificio da ogni sovrapposizione successiva alla ricostruzione tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. La superficie esterna fu liberata degli intonaci, riportando alla luce il paramento grigio del peperino e rivalutando la decorazione dell'unica abside originaria. La facciata riacquistò la sua sobria articolazione a capanna con le tre monofore centinate, e furono tamponati i portali ottocenteschi ai fianchi di quello centrale. Fu inoltre ripristinato il portale sulla parete sinistra, murato negli interventi ottocenteschi, che si distingue per la preziosa decorazione a punta di diamante. Il restauro ha anche evidenziato la funzione non solo esornativa di numerosi frammenti classici inseriti nella muratura, in particolare il rilievo collocato al sommo del portale principale, ritenuto da alcuni un ritratto di Cristo e non opera di scultura romana, bensì un esempio di rinascenza classicistica medievale.

Interno della Chiesa di Santa Maria Nuova, con le navate e gli affreschi visibili

Opere d'Arte e Affreschi

L'interno della chiesa presenta opere di notevole interesse storico-artistico. Iniziando la visita dall'ingresso di destra, si nota un'acquasantiera sorretta da una colonnina con capitello in stile romanico (XII sec.) proveniente dalla chiesa di S. Omobono. È visibile anche un cippo marmoreo del XII secolo che riassume l'atto notarile della chiesa del 1080. Un busto in marmo del 1823, opera di Pietro Tenerani, ricorda il letterato Orazio Carnevalini. In una grande tavola a tempera di scuola di Monaldo Trofi, è raffigurata la Vergine che allatta Gesù tra i Santi Bartolomeo e Lorenzo (XV-XVI sec.).

Le Crocifissioni e le Cappellette Affrescate

Di grande interesse storico e artistico sono le cinque cappelle affrescate, nicchie incavate nella possente muratura, con altari in muratura e sormontate da arcature in peperino, diffuse tra il XIII e il XIV secolo nelle chiese viterbesi. Nel primo dei cinque nicchioni si trova un affresco (XV sec.) attribuito a Francesco D'Antonio Zacchi detto "Il Balletta", raffigurante una Crocifissione con la Madonna, San Giovanni, Sant'Ambrogio che raccomanda un chierico inginocchiato (presumibilmente Nino Ildebrandini, la cappella potrebbe essere stata utilizzata come sua sepoltura) e Sant'Antonio Abate. Sui montanti laterali sono raffigurate le sante martiri Caterina d’Alessandria e Barbara, mentre nel sottarco, in sette tondi con cornice a finte tarsie marmoree, compaiono il Cristo Benedicente tra i santi Lorenzo, Paolo, Giovanni Battista, Michele Arcangelo, Pietro e Stefano.

Affresco della Crocifissione di Balletta nella Chiesa di Santa Maria Nuova

Un'altra Crocifissione (fine XIII sec., scuola toscana) raffigura la Madonna, San Giovanni, Santa Barbara e San Nicola con un donatore inginocchiato, identificato come Monaldo Fortiguerra, la cui iscrizione ne documenta la funzione funeraria della cappella e fornisce una precisa datazione (1293). Questa cappella si distingue per l'eleganza delle finiture architettoniche. Dopo una porticina che immette nella sagrestia, si trova un ciborio in marmo del XVI secolo. Sull'altare laterale di destra, una tavola (XV sec.) di autore ignoto rappresenta la Madonna in trono con il Bambino e Angeli. In una nicchia dell'abside centrale si trova un ciborio del XII secolo, e in alto un grande Crocifisso modellato in gesso nel 1966 da Carlo Canestrari, fuso in bronzo nel 1987. Davanti a questo si trova l'altare in blocco monolitico, anch'esso del XII secolo, originale dell'antica chiesa, dotato di una fenestella confessionis. Di Canestrari è anche la notevole balaustra in bronzo raffigurante l'Ultima Cena (1964).

La Crocifissione "Michelangiolesca" e il Contesto degli "Spirituali"

Dipinto della Crocifissione tradizionalmente attribuita a Michelangelo

Un'opera di particolare interesse è la Crocifissione, olio su tavola della metà del XVI secolo (cm 50 x 40), tradizionalmente attribuita a Michelangelo Buonarroti. Questa attribuzione è supportata dal testamento del conte Paolo Brunamonti che, nel 1725, donandola ai gesuiti di Sant'Ignazio a Viterbo, la definisce "opera di Michelangelo Bonarota". La connessione con ambienti michelangioleschi è rintracciabile nell'impianto dell'opera, nello studio anatomico dei due ladroni e in elementi del paesaggio, come le Terme del Bacucco. La figura di San Giovanni è di diretta derivazione dai modelli michelangioleschi, riproducendo il disegno del San Giovanni a mani giunte conservato al Louvre. Un'iscrizione sul retro del dipinto, datata 20 giugno 1655, si riferisce a un'indulgenza straordinaria concessa da Papa Alessandro VII Chigi. Recenti studi hanno collegato questa tavoletta a quella citata in una lettera di Vittoria Colonna a Michelangelo, rafforzando l'ipotesi di una relazione tra l'opera e il contesto culturale viterbese dell'epoca, in particolare la presenza degli "Spirituali" a Viterbo.

Vittoria Colonna (1490/1492 - 1547), marchesa di Pescara, fu una figura di spicco nel panorama rinascimentale, poetessa e donna di cultura, accusata dall'Inquisizione romana di eresia. Seguace delle idee del cardinale inglese Reginald Pole, riunì a Viterbo (1541) un gruppo di intellettuali noti come "Spirituali", che aderivano alle idee valdesiane. La marchesa ebbe un rapporto di amicizia e rispetto reciproco con Michelangelo Buonarroti, come testimoniato dallo scambio di lettere e opere. In una missiva, Vittoria Colonna chiese a Michelangelo di mostrarle un crocifisso su cui stava lavorando. Dopo averlo ricevuto, la marchesa espresse il desiderio di tenerlo se fosse stata opera dell'artista stesso. La risposta di Michelangelo, pur non escludendo la sua paternità, mostra il desiderio di recuperare l'opera, definendola un dono per la marchesa. Questo scambio epistolare sottolinea la forte amicizia tra i due, sebbene l'associazione completa dell'artista toscano al pensiero degli "Spirituali" sia ancora dibattuta.

VITERBO - Chiesa di Santa Maria Nuova

Juan de Valdés e il Movimento degli "Spirituali"

Agli inizi del XVI secolo, il teologo spagnolo Juan de Valdés (ca. 1505 - 1541) iniziò a divulgare le sue idee originali sulla grazia divina, sostenendo che essa fosse data da Dio agli uomini non per i loro meriti, ma per la veridicità della loro fede nel sacrificio di Cristo. Queste idee, troppo vicine agli ideali della Riforma luterana, furono bandite dall'Inquisizione, che perseguì Valdés e i suoi discepoli. Dopo la morte di Valdés a Napoli nel 1541, i suoi principali discepoli, il cappuccino senese Bernardino Ochino (1487 - 1564) e lo studioso Marcantonio Flaminio (1498 - 1550), spostarono il centro di propagazione di queste idee, ormai considerate troppo pericolose. Ochino, protetto da Vittoria Colonna, predicò nelle principali chiese italiane, ma fu costretto a fuggire in Svizzera nel 1542, evidenziando la profonda frattura con la Chiesa istituzionale di Roma. Flaminio, invece, entrò nel seguito del cardinale inglese Reginald Pole, che, nominato Legato del patrimonio nel 1540, si trasferì a Viterbo con la sua corte. Qui, il gruppo degli "Spirituali", che includeva anche Vittoria Colonna, elaborò nuove ipotesi teologiche riformiste con l'intento di arginare gli attacchi protestanti contro la Chiesa di Roma.

Le idee di questo gruppo furono raccolte nel Beneficio di Cristo, un opuscolo stampato anonimamente a Venezia nel 1543, ma circolante come manoscritto da almeno due anni. Scritto probabilmente da un monaco benedettino di Mantova e rivisto da Flaminio a Viterbo, il testo affermava che la grazia divina fosse data agli uomini per mezzo della sola fede, sebbene le opere potessero dare veridicità e valore alla fede. Questo metteva in discussione il ruolo di mediazione della Chiesa e le gerarchie ecclesiastiche, mirando a un mutamento della Chiesa, ancora troppo attaccata al potere temporale. La messa in discussione della gestione dei benefici ecclesiastici e dell'autorità assoluta del papa portò alla condanna del libro a Trento nel 1546. L'anno successivo, il Concilio di Trento approvò un decreto che ribadiva come la salvezza fosse fondata sia sulla fede che sul valore meritorio delle opere.

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