Nessun monumento dell’Italia meridionale ha subìto una così radicale trasformazione storico-artistica come il santuario di S. Michele sul Gargano. La sua architettura originaria è stata così alterata e nascosta da altre costruzioni che oggi a malapena si riesce a ricostruire il suo volto primitivo e la sua esatta configurazione architettonica. L’uomo e il tempo hanno cancellato la disposizione primitiva dell’antico tempio.
Le Origini del Culto e le Prime Fasi Costruttive
Il santuario dovette sorgere al tempo del vescovo Lorenzo Maiorano (490-493), il quale, secondo il Liber de Apparitione, avrebbe edificato una chiesa all’imboccatura della grotta, fondando in prossimità di essa un’altra chiesa intitolata a S. Pietro, con altari dedicati alla Beata Vergine e a S. Giovanni Battista. Intorno alla figura di Lorenzo Maiorano ruota tutta la storia della fondazione del santuario e quindi della nascita del culto di S. Michele, la cui forza propulsiva doveva debellare gli ultimi barlumi dei culti pagani presenti ancora sul Gargano. Inoltre, la nascita del culto micaelico si inquadra anche nella riorganizzazione e restaurazione religiosa del dominio bizantino nella Puglia settentrionale, dopo la vittoria sui Goti.
La grotta fu la sede originaria del nuovo culto e in conformità di essa fu progettata la nuova chiesa, che sicuramente dovette essere costruita nella parte inferiore, immediatamente antistante le attuali porte di bronzo. Questa costruzione è venuta alla luce solo nei recenti scavi effettuati al di sotto del piano di pavimentazione della chiesa angioina. Secondo quanto è stato scoperto, l’ingresso principale si trovava all’altezza della strada di circonvallazione, sotto l’attuale olmo, molto più in basso dell’odierno pavimento dell’altare maggiore. A destra, accanto a questo ingresso, dove oggi è un cortile, c’erano gli eremi, che, in seguito, furono usati come sepolcri. Un lungo porticato (longa porticus) faceva da anticamera alla chiesa, che si presentava con un vano interno e con una scala tortuosa, la quale conduceva alla superiore cripta, dalla quale poi si accedeva alla grotta vera e propria. In cima alla scala, sulle pareti delle cripte, sono stati trovati diversi affreschi e iscrizioni latine e longobarde.
Quindi, prima che gli Angioini costruissero la chiesa gotica, esistevano due chiese: la chiesa pre-romanica inferiore di età bizantina e longobarda e la chiesa-grotta con l'altare di S. Michele. Tuttavia, oggi è difficile distinguere le varie fasi costruttive del santuario, tale da avere un quadro preciso di come la chiesa si presentava al tempo dei Bizantini e poi successivamente al tempo dei Longobardi e dei Normanni. Si può solo ipotizzare che, secondo quanto riporta l’Apparitio, la chiesa bizantina era costituita da una galleria voltata, in origine porticata, lunga 40 metri, suddivisa in campate da archi trasversali e da un ambiente diviso in due navate, occupate rispettivamente da una scala ad andamento rettilineo e da una scala “tortuosa” che portava direttamente alla grotta. Probabilmente gli interventi dei Longobardi hanno interessato opere di risistemazione delle due scale di accesso alla grotta, nonché una maggiore ristrutturazione della galleria porticata, forse utilizzata anche come hospitium.

L'Epoca Normanna: Il Nuovo Portale e le Porte Bronzee
Al tempo dei Normanni, essendo duca Roberto il Guiscardo (1057-1087), furono apportate alcune modifiche nella parte antistante la grotta, erigendovi una nuova facciata con relativo portale, predisposto ad accogliere le straordinarie imposte bronzee, donate, nel 1076, dal ricco mercante amalfitano Pantaleone Comneno. Le pareti laterali della nuova costruzione furono delimitate da una cornice sostenuta da mensole con presenza di bassorilievi a forma di rose e fregi. Sulla parete centrale fu realizzato il portale che si presentava su due lati costituito da pilastri e semicolonne con capitelli finemente decorati.
La Radicalizzazione Angioina: La Chiesa Gotica
Sotto gli Angioini il santuario subì una radicale trasformazione. La chiesa altomedievale inferiore venne completamente seppellita per costruire sopra una nuova chiesa gotica. L’ingresso verso l’olmo scomparve. Venne progettato nella parte superiore della grotta un nuovo prospetto con una facciata più sontuosa. Nello stesso tempo il piano della chiesa inferiore venne sopraelevato per permettere una continuità con il piano della chiesa superiore. Sul nuovo piano si costruì la nuova chiesa con altissime navate gotiche. Nella ricostruzione della chiesa furono distrutte molte opere del periodo altomedievale, seppellendo del tutto la chiesa longobarda, che rimase a noi nascosta fino agli anni Cinquanta. A destra della Basilica, intanto, Carlo I d’Angiò, nel 1274, faceva costruire un campanile ottagonale.
Il prospetto angioino è caratterizzato da due arcate cieche con relativi portali, sormontati da un frontone triangolare concluso da una larga cornice, il tutto sorretto da un robusto pilone centrale e da due lesene laterali. Le arcate si continuano in volte ogivali, che terminano in una parete di fondo nella quale sono situati i due portali d’ingresso. Nel timpano del portale di destra è scolpita la figura della Vergine, con in braccio il divino figliuolo, fiancheggiata dagli apostoli Pietro e Paolo. I due capitelli sono elegantemente scolpiti e intagliati a due ordini di foglie. Questi ultimi sorreggono in alto gli archi gotici concentrici. Da quanto si ricava dalla iscrizione posta sulla cornice dell’architrave, che così recita: AD HONOREM SANCTI MICHAELIS ARCHANGELI MAGISTER SIMEON DE HAC URBE FECIT HOC OPUS D.MCCCVC, l’autore fu lo scultore Simeone da Monte S. Angelo, il quale compì l’opera in onore di S. Michele nel 1395. Nel portale a sinistra, opera tardiva del 1865, si può notare il timpano dove è scolpita la processione dei sette vescovi di Puglia, del Clero e del popolo sipontino in ascesa verso la grotta di S. Michele.

L'Ingresso al Santuario: Porte Bronzee e Iscrizioni Sacre
Il visitatore può ammirare la porta di bronzo, opera dello scultore Michele Tiquino, originario di Monte Sant’Angelo, il quale nel 1994, in ricorrenza del XV Centenario delle Apparizioni, l’ha donata al santuario. Tra i pellegrini illustri che hanno varcato queste soglie vi sono S. Francesco d'Assisi e Giovanni Paolo II, il cui pellegrinaggio è avvenuto nel 1987. In alto, in corrispondenza delle porte, troviamo due lapidi rettangolari, con le seguenti iscrizioni:
- Quella a destra reca la seguente epigrafe: TERRIBILIS EST LOCUS ISTE HIC DOMUS DEI EST ET PORTA COELI (Terribile è questo luogo. Qui è la casa di Dio e la porta del cielo).
- Quella a sinistra: NON EST VOBIS OPUS HANC QUAM AEDIFICAVI BASILICAM DEDICARE IPSE ENIM QUI CONDIDI ETIAM CONSECRAVI (Non è necessario che voi dedichiate questa Basilica che ho edificato, poiché io stesso che, ne ho posto le fondamenta, l’ho anche consacrata).
Al centro del frontone triangolare, fra due rosoni, notiamo la statua di S. Michele. Varcata la soglia di una delle due porte si entra in un vestibolo che immette alla grande scalinata, che conduce alla grotta. In alto, alle spalle, si nota una lunetta con figura in bassorilievo di un Ecce Homo, sempre dello scultore Simeone da Monte Sant’Angelo (1395). A destra si apre un vano corrispondente ad un’antica cappella dedicata un tempo a S. Maria di Costantinopoli. Oggi al suo posto vi è una bottega di oggetti sacri. A sinistra, nel 1986, è stato realizzato un Oratorio in onore di S. Pio da Pietrelcina.

La Grande Scalinata e la Porta del Toro
La grotta è raggiungibile tramite la scalinata. Essa “è un’ampia e lunga scalinata costruita sopra una base di roccia e inoltrantesi in discesa con rapido declivio a cinque rampe, interrotte da quattro ripiani attraverso gallerie sostenute da grandi arcate gotiche e da volte ogivali con pareti laterali e illuminate dalla fioca luce di piccole finestre a strombo” (Angelillis 1955, p. 44). Le rampe si susseguono in più direzioni, terminando presso una porta detta “Porta del Toro”. Le arcate sono munite da frontoni e su di essi e sui muri laterali, nonché sugli stessi gradini antichi, sono scolpite armi reali angioine ed altre insegne principesche e nobiliari, le quali furono distrutte nel 1799 dalla furia demolitrice dei repubblicani francesi. Tali sepolcri sono, nella loro struttura, semplici e privi di ogni ornamento; appena qua e là si scorge qualche dentellatura negli embrionali capitelli, qualche scudo araldico infranto e qualche rozza sagoma aggettata sul frontone degli archi. Le tombe sarebbero circa 20. In esse furono sepolti illustri personaggi e membri delle antiche famiglie patrizie del paese, fra cui i Geliberti, i Perrucci, i Palomba, i Tontoli, i Vischi, i Serena, i Del Raso, i Gorgia della Scala, i Giordani, i Verrrois, i de Principe, ecc. Sul quarto ripiano si osserva la sagoma di un antichissimo portale murato, che dovette servire da ingresso, prima che gli Angioini progettassero la nuova chiesa gotica. Tra la quarta e la quinta rampa si nota un tempietto quattrocentesco con la statua della Vergine e il sarcofago di Rinaldo Cantelmo. Il Sarnelli afferma di aver personalmente scorto pitture ed epigrafi antiche. Gli ultimi affreschi rimasti sono stati restaurati recentemente nel 1996.
In fondo alla scalinata, a sinistra, in prossimità della Porta del Toro, vi è una porticina chiusa, la quale immette in un piccolo antro umido e roccioso, dette comunemente “Piscina delle rose”. La scalinata termina con la “Porta del Toro”. Fu fatta costruire dall’arcivescovo Mons. Giovanni Alfonso Puccinelli nel 1652. Recentemente al di sopra della trabeazione è venuto alla luce un affresco riguardante l’episodio di Gargano che scaglia la freccia al toro. Altre immagini riguardanti tale episodio si trovano nelle cripte altomedievali dello stesso santuario, nella chiesa-grotta di S. Maria del Parto a Sutri, nella chiesa di Santa Croce a Firenze, nella Cappella degli Angeli a Subiaco, nella Pinacoteca di Lucca (opera di Priamo della Quercia), nella chiesa di S. Michele al Pozzo Bianco a Bergamo (opera di Lucano da Imola) e nel Museo degli Uffizi a Firenze. Al di sopra della trabeazione è incisa la seguente iscrizione: HAEC EST TOTO ORBE TERRARUM DIVI MICHAELIS ARCHANGELI CELEBERRIMA CRIPTA UBI MORTALIBUS APPARERE DIGNATUS EST HOSPES HUMI PROCUMBENS SAXA VENERARE LOCUS ENIM IN QUO STAS TERRA SANCTA EST (È questa la Cripta di S. Michele Arcangelo, celeberrima in tutto il mondo, dove egli si degnò di apparire agli uomini. Ospite, prostrato a terra, venera le pietre, poiché il luogo in cui stai è terra santa).
L'Atrio Interno e la Basilica Gotica
Dalla Porta del Toro si passa nell’atrio interno. Su ciascun lato si notano archi e cappelle funerarie. Di queste si devono ricordare la tomba dell’arcivescovo Mons. Giovanni Alfonso Puccinelli, morto nel 1658; il sarcofago di Jacopo Pulderico (1408), figlio di Matteo, Giudice e Capitano di Monte Sant’Angelo; il sarcofago di Francesco Pappacoda, Marchese di Capurso, morto nel 1680 e infine una statua in pietra di S. Giovanni Battista a ricordo del battesimo dell’acqua, che avveniva nel santuario. Le pareti laterali dell’atrio sono delimitate da una cornice sostenuta da mensole con presenza di bassorilievi a forma di rose e fregi. Tale zona risalirebbe al tempo di Roberto il Guiscardo (secolo XI), il quale, per la prima volta, avrebbe fatto cingere la città di mura di fortificazioni e avrebbe apportato alcune modifiche alla costruzione longobarda. L’insieme architettonico di questo ambiente, con il portale romanico delle porte di bronzo, costituisce la parte ancora superstite delle costruzioni normanne. Le imposte, in stile bizantino, sono sostenute da colonne e pilastri muniti di eleganti capitelli. Due archi a pieno sesto chiudono il portale. L’ambiente architettonico dell’atrio interno, quindi, sorgeva immediatamente adiacente la chiesa longobarda del VII secolo in una continuità funzionale. Gli scavi hanno portato alla luce sia l’antico ingresso che il piano di calpestio della Basilica, con relativa copertura a volta. Detta costruzione è forse l’unico esempio di architettura longobarda in terra meridionale con stranissime pitture non bizantine. La chiesa romanica sorse sullo stesso piano dell’atrio inferiore, immediatamente antistante alle porte di bronzo. Ne restano, insieme al portale, la cattedra episcopale dell’XI secolo e l’ambone dell’Acceptus. La Basilica, così strutturata, veniva a congiungersi, in una perfetta unità urbanistica, con il centro urbano della città, la quale trovava nel santuario la sua ragione di esistere.
Varcata la soglia dell’ingresso, ciò che appare e sorprende è la grande navata centrale, con i suoi archi a sesto acuto, che si irradiano dal basso al centro della volta. La navata gotica si prospetta come un modello della prima epoca dello stile gotico italiano, mirabile nella sua semplicità e insieme severità e purezza architettonica. I muri perimetrali, a sinistra, affondano nella valle sottostante e ricevono la controspinta da possenti contrafforti. La parete destra, appena accennata, scarica il suo peso su quell’arco naturale che forma la bocca della caverna. La mancanza di finestre rende oscuro l’ambiente. La costruzione è uno degli esempi tipici dell’architettura gotica in terra meridionale. Essa è dovuta a Carlo I d’Angiò, il quale, nel 1273, affidò la progettazione e l’esecuzione dei lavori ai valenti maestri Giordano e Maraldo da Monte Sant’Angelo.

Altari e Cappelle All'Interno della Grotta
- Altare di S. Francesco d’Assisi: A destra delle porte di bronzo, sorge un altare dedicato a S. Francesco d’Assisi. È stato costruito nel 1675 a cura e a spese della Compagnia spagnola di stanza a Monte Sant’Angelo, al comando del capitano Francesco Pardi, in ricordo del pellegrinaggio al Gargano di S. Francesco d’Assisi nel 1216. Al di sotto dell’altare si trova una nicchietta con un sasso su cui è impressa la forma del Tau, che, secondo la tradizione, fu lasciato da S. Francesco. L’altare è in stile barocco, con colonne a spirali riunite in alto da un’elegante trabeazione. Un affresco su due tavole di pietra rappresenta S. Francesco e Santa Lucia a ricordo del cieco che riebbe la vista dal Frate d’Assisi. Riconoscente, il miracolato vestì il saio francescano e si chiamò frate Illuminato.
- Cappella Absidale: In fondo alla navata si nota una cappella absidale di stile barocco. L’abside venne trasformata nel 1690, quando fu collocato l’altare barocco con le statue di S. Giuseppe, S. Nicola e S. Antonio.
- Cappella di S. Pietro: Antichissima è la cappella di S. Pietro con relativo altare. Essa si trova nell’angolo sinistro della Grotta e le sue origini si fanno risalire al primo sorgere del santuario. Si nota un baldacchino sostenuto da quattro colonne. L’altare è addossato alla parete sul cui fondo risaltano antiche sculture in bassorilievi intagliati nella pietra. Si possono notare stili di epoche diverse, con lo stile predominante bizantino-ravennate, dell’VIII-IX secolo.
- Altare del Crocifisso: Sulla stessa parete è addossato l’altare dedicato al Crocifisso. L’insieme architettonico richiama in modo evidente il tipico stile napoletano del Seicento.
- Trono Reale: Alla destra di questi due altari è situato il Trono reale, simbolo della palatinità della Basilica. Esso è lavorato in pietra con decorazione di pilastri ed archetti. Ai fianchi laterali, in basso, si vedono scolpiti a rilievo due immagini di S. Michele: una rappresenta S. Michele con la croce in mano e il dragone sotto i piedi.
Il Culto Micaelico, il Pellegrinaggio e la Statua del Sansovino
Le testimonianze e gli studi su San Michele Arcangelo sono numerosi, come evidenziato anche dal lavoro di Teresa Maria Rauzino. Il suo libro ripercorre l’itinerario dei pellegrini verso questa terra, che la storica conosce approfonditamente, non solo per le sue ricerche ma anche per le sue origini a Peschici e il suo impegno nella difesa del territorio. La Rauzino offre un’interessante riflessione sulle origini del culto micaelico, riportando una testimonianza di Padre Ladislao Suchy, rettore del Santuario, il quale afferma che la santa grotta è l’unico posto non consacrato da mano umana. Il testo riporta anche, in un segno dei tempi passati, la preghiera ricorrente nei borghi e nelle chiese durante la pestilenza e il terremoto del 1600: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”.
Il viaggio di pellegrinaggio, i cui motivi e necessità sono esposti nel testo, richiedeva un animo predisposto e una sincera confessione, altrimenti sarebbe stato vano e inutile compierlo. Perciò, per chi lo praticava, diveniva “devozionale, penitenziale, terapeutico, votivo, giudiziale e giudiziario, vicario o sostitutivo”. Dalla lettura del testo, si scopre che oltre a uomini e santi come San Francesco, il Santuario fu frequentato anche da donne: la prima è stata Artellaide, nipote di Narsete, sottolineando il legame dei Longobardi a questo luogo benedetto. La Rauzino non si esime dal considerare la diffusione del culto in Italia e in Europa, anche se lo studio è rivolto principalmente verso l’apparizione dell’angelo nella grotta del Gargano, ripercorrendo la sua storia dall’VIII secolo sino a tempi più recenti.
Si sofferma sulle “Compagnie” dei Sammichelari che approfondiscono il tema del pellegrinaggio, divenuto alla fine dell’800 un fenomeno di massa. Nella ricostruzione del percorso alla grotta attraverso i secoli vengono menzionati gli atti e riti purificatori che venivano eseguiti, come ad esempio “il trascinarsi” all’altare con la lingua per terra. Uno spazio è dedicato anche alla festa dell’8 maggio. Si descrive come veniva vissuto e sentito dalla gente questo giorno, organizzato con cibi come i torcinelli, le ciambelle di cacio, le ricottine, la vendita di statuette del santo eseguite con pietra rigorosamente garganica, e le fanoie, accese per le strade in onore del Guerriero Celeste.
Il lavoro della studiosa considera la tematica del pellegrinaggio in tutti i suoi aspetti e nella sua storia, ma l’interesse alla fine della stesura si posa sulla Basilica. L’autrice descrive la meravigliosa struttura calata in un’atmosfera surreale, che ottiene una nota suggestiva grazie alla statua del San Michele, scolpita in marmo bianco dal Sansovino (Andrea Contucci). La Rauzino dimostra di possederne ampia conoscenza sia delle fonti storiche, che del contesto e dei toponimi della zona. Un saggio sapientemente collocato nel versante storico culturale di una terra intelligentemente raccontata, attraverso un’attenta cronologia documentata, che sottolinea come il tempo non abbia affievolito la memoria.
