La Chiesa di Santa Felicita, situata in Oltrarno a Firenze, rappresenta un crocevia di storia, fede e arte, le cui radici affondano nell'antichità romana e si estendono fino al Rinascimento e oltre. L'area su cui sorgono la piazza e la chiesa era infatti occupata un tempo da un antico sepolcreto cristiano, risalente al IV secolo d.C. e riscoperto durante una prima campagna di scavi nel 1736. Anche la struttura più antica della chiesa, di età paleocristiana, andò però presto perduta. Ricostruita una prima volta all’inizio dell’anno Mille e una seconda alla metà del Trecento, Santa Felicita conobbe nei secoli successivi numerosi interventi che ne modificarono profondamente l’aspetto, come il rinnovamento del XVIII secolo per mano dell’architetto Ferdinando Ruggieri.

La Sala Capitolare e la Crocifissione di Niccolò di Pietro Gerini
La Sala del Capitolo della Chiesa di Santa Felicita a Firenze, edificata tra il 1383 e il 1387, è l’unico ambiente rimasto dell’originaria chiesa medievale. In questo spazio si riunivano le monache benedettine del convento adiacente. La decorazione fu affidata a Niccolò di Pietro Gerini, che realizzò un ciclo di affreschi, tra cui spicca una Crocifissione, datata 1387, e le raffigurazioni delle Virtù Cardinali e Teologali sul soffitto. Nel 1665, Cosimo Ulivelli, con la collaborazione di Agnolo Gori, rinnovò parte delle decorazioni, introducendo elementi di architettura illusionistica e scene come Santa Felicita con i suoi sette figli e l’Arcangelo Raffaello. La Sala Capitolare, con la Crocifissione di Niccolò di Pietro Gerini, custodisce anche alcune tavole di grandi maestri, dal giottesco Taddeo Gaddi a Neri di Bicci.

La Cappella Capponi e i Capolavori del Pontormo
Nel 1525 Ludovico Capponi affidò a Pontormo la decorazione della cappella appena acquistata in Santa Felicita, situata in Oltrarno a poca distanza dal suo palazzo e destinata ad essere convertita in cappella funebre per sé e la sua famiglia. Nella cupoletta di architettura brunelleschiana affrescò un Dio Padre perduto, del quale ci dà nota Vasari, sull’altare la notissima Deposizione e sulla parete ovest l’Annunciazione. I lavori, tenuti in gran segreto dall’artista che si fece coprire appositamente da una protezione lignea, vennero completati nel 1528.
Il Trasporto di Cristo al Sepolcro
Il dipinto sull'altare, inserito entro la cornice lignea originale di Baccio d'Agnolo, viene tradizionalmente indicato come Deposizione di Gesù Cristo dalla croce, anche se guardando attentamente non vi è rappresentata alcuna croce. Sarebbe quindi più opportuno parlare di Trasporto di Gesù Cristo verso il sepolcro e di Compianto su Gesù Cristo morto, come si comprende dalla presenza dei numerosi personaggi dolenti che si affollano attorno alla Madonna. L'opera misura h. 313 cm. La scena, che si svolge sullo sfondo di un cielo grigio azzurro, non ha riferimenti prospettici, rendendo così innaturale l'ambientazione, affollata dai corpi dei personaggi.
Maria Vergine, che occupa gran parte della parte centrale e destra col suo vaporoso manto azzurro, è circondata da quattro pie donne. Essa ha il volto tormentato e leva un braccio verso Gesù, arretrando, lungo la diagonale, come prima di uno svenimento, quasi a lasciare spazio alla figura del Figlio che procede. Sicuramente l'episodio del Compianto doveva avere un importante ruolo, essendo la cappella dedicata alla Pietà: si tratterebbe comunque di una "pietà dissociata", dove cioè Madre e Figlio non sono uniti ma separati.

Vari sentimenti attraversano gli sguardi dei protagonisti, dalla compassione, allo stupore, allo sconcerto, ma più che di un reale dolore umano, una resa cioè drammatica e credibile di esso, è messa in scena una sensazione di smarrimento, ovvero di mutismo e di immobilità dovuti alla presa di coscienza dell'ineluttabile volontà divina. L'opera presenta una composizione a schema piramidale, alterata dall'accentuata verticalità, dalla mancanza di ambientazione, dall'equilibrio instabile delle figure in primo piano e da quelle più in alto, che sembrano sospese nel vuoto. Alla curva del corpo abbandonato di Cristo corrisponde, di fronte, il ritrarsi della Madonna, che esprime il forzato distacco.
Lez 3 Rosso Fiorentino
L'Annunciazione
Sulla parete ovest della cappella si trova l'Annunciazione. L’Annunciazione venne staccata dalla parete per motivi di restauro e conservazione dopo l’alluvione di Firenze nel 1966. Si trova sulla controfacciata della chiesa, nel punto dove doveva trovarsi una scena simile trecentesca o del primo Quattrocento, legata all’esempio delle celebre immagine della basilica della Santissima Annunziata a Firenze.
L’Angelo a sinistra e Maria a destra sono separati dalla vetrata e, dal Seicento, da un reliquiario in pietre dure di san Carlo Borromeo. L’angelo è sospeso da terra avvolto da una veste rosa con effetti cangianti, una fascia come cinta bianca e da un vaporoso mantello color arancio, gonfiato da un’impercettibile massa ariosa. Questa massa ariosa si posa, in maniera priva di coerenza, sulla schiena dell’Angelo trapassando le ali, che si scorgono a sinistra. Anche la figura di Maria è caratterizzata da ricercatezze nel volume e nella colorazione, con altrettanti effetti cangianti (ad esempio nel velo), derivati dall’esempio michelangiolesco delle lunette della Cappella Sistina. Essa tiene il manto azzurro con una presa salda della mano e vigorosamente solleva la gamba per salire il gradino, anche in questo caso ispirandosi a opere del Buonarroti, trasfigurate però in qualcosa di nuovo e più che mai irreale.

Santa Felicita, la Martire Romana e i Suoi Sette Figli
Famosa per lo splendore dei natali e per la bellezza, Santa Felicita era uscita da una nobile famiglia romana, e sposata a un distinto patrizio, del quale in fresca età rimase vedova con sette figliuoli, tutti cristiani: Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale. Viveva ai tempi di Antonino Pio, il quale, sebbene inizialmente non nutrisse avversione ai cristiani, fu poi spinto a bandire una persecuzione. La narrazione dell'epoca lo descrive come influenzato da una "cabala maligna" e con una religiosità che alcuni interpretavano come "bigotta o ipocrita", faticando a credere nella sua sincera devozione a divinità "sbriciolate in tante capricciose, ridicole, vili e prepotenti frazioni".
La Persecuzione e il Martirio
Fu così che Antonino fu tratto a bandire una persecuzione contro i cristiani, fra i quali era presa di mira Felicita con i suoi figli, morigerati e tranquilli in mezzo alla corruzione universale. Verso l'anno di Gesù Cristo 164, la madre fu arrestata con i figlioli per ordine del prefetto di Roma, Publio, famoso negli Atti dei Martiri per la sua studiosa crudeltà. Egli fece tosto comparire madre e figli davanti al suo tribunale e, sia perché Antonino avesse ancora un senso di pietà per queste vittime, sia perché Publio rispettasse la loro nobile condizione e forse ancor la virtù che al popolo le raccomandava, si rivolse con soavi e insidiose parole alla bella matrona, scongiurandola almeno d'aver compassione della gioventù dei suoi figli quando nulla le premesse di lei, capace ancora di piacere agli uomini e agli Dei.

Interrogati insieme, e poi separatamente, i figlioli dicevano: «Che la madre delle madri, la Madre dell'Uomo-Dio, la quale obbediente offerse allo sdegno del divino Padre il Figlio crocefisso per la salute del mondo insegnava alla madre loro ciò ch'ella doveva fare, mentre il Figliuolo Unigenito di lei imponeva ad essi l'ubbidire, rendendogli anima per anima, e una vita mortale per una vita eterna: essere eglino sommessi al principe in faccia al mondo: vedersi il resto con Dio». Invano furono ripetute dal pretore lusinghe e assicurazioni di vita non solo, ma di cortigiani favori, alla qual prova in faccia ai patiboli non resisterebbe e non resiste giammai spirito di umano entusiasmo di parte, cui vorrebbero ridursi gli atti generosi dei martiri della Chiesa. La prova di Felicita e dei figliuoli basta a dimostrare che, oltre gli istinti della natura, anzi in contraddizione di lei, non è forza se non da Dio.
Dopo alcuni giorni, la madre fu chiamata in un atrio del palazzo a un più crudele ed estremo spettacolo di dolore, tentò di nuovo la di lei materna costanza con parole accomodate a pietà e consiglio, ma trovatala irremovibile, fece morire i figli con diversi supplizi ad uno ad uno sotto gli occhi materni. Il maggiore dei figli spirò sotto i colpi della sferza di piombo; due seguenti mancarono sotto il bastone; il quarto fu precipitato da un terrazzo in una cisterna; i tre altri ebbero tagliata la testa sopra un cippo di pietra. Fu rimandata dopo sì fiera vista la madre nella prigione, dove in quel tremendo silenzio, le ricorresse al cuore più atroce la scena dolorosa.
Lez 3 Rosso Fiorentino
Il Culto e la Distinzione
Gli atti di questa vedova madre e figli martiri sono generalmente riconosciuti come sinceri e fedeli e la Chiesa celebra il martirio della madre nel dì suddetto, e quello dei figli nel dì 10 di luglio. Ai tempi di san Gregorio Magno sorse in Roma una chiesa in onore della santa Felicita vedova romana e dei suoi sette figli martiri, frequentata dalle matrone e dai giovani studenti. Lo stesso santo pontefice mandò le reliquie della santa e dei figlioli alle chiese da lui protette di Spoleto e Rieti, presso le quali ne durò lunga devozione.
Non bisogna confondere questa santa Felicita dama romana con l'altra santa dello stesso nome che fu compagna fra gli altri nel martirio a santa Perpetua dama cartaginese. Questa seconda santa Felicita, insieme a santa Perpetua, venne martirizzata quarantuno anni dopo la prima santa Felicita, cioè nell'anno 203 di Gesù Cristo. Anche santa Perpetua era madre d'un bambino che allattava; è notevole il quadro recente del chiarissimo cav. Vogel, pittore di S. M. il re di Sassonia, nel quale si rappresenta la santa sporgentesi tra le inferriate d'oscuro carcere, mentre una pia donna le conduce sul far del giorno un bambino lattante, il quale a quei ferri avidamente si appicca per suggere dal seno benedetto della madre qualche ristoro.
tags: #crocifissione #santa #felicita