La Crocifissione di Cimabue nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi: Storia, Arte e Conservazione

Le pitture murali risalenti al Medioevo, in particolare gli affreschi dipinti da Cenni di Pepo detto Cimabue (1240-1302) nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, sono opere che il tempo ci ha restituito in uno stato palesemente alterato. Cimabue, un artista italiano la cui attività si diffuse durante il XIII secolo, è considerato uno dei padri fondatori del Rinascimento italiano. Nonostante la sua pittura sia ancora molto legata alla tradizione classicista bizantina, è possibile individuare una ricerca di un nuovo linguaggio sempre meno rigido, stilizzante e smaterializzante. Dallo studio del suo percorso artistico emerge un continuo tentativo di superare i rigidi canoni dell’arte del tempo.

Il Papa Niccolò III lo chiamò per dipingere l'area vicino all'abside della Chiesa di San Francesco ad Assisi. Questo celebre affresco è visitabile presso la Basilica di San Francesco d’Assisi, nonostante le sue condizioni non siano delle migliori, a causa dell'ossidazione dei pigmenti chiari che ha creato un’inversione dei colori, modificando enormemente l’impatto visivo dell’opera.

Vista generale della Crocifissione di Cimabue ad Assisi nel suo stato attuale

Descrizione e Analisi Artistica

Collocazione e Soggetto dell'Opera

La Crocifissione di Gesù Cristo è un dipinto murale, eseguito intorno al 1280 ad affresco, da Cenni di Pepo, detto Cimabue, e aiuti. È ubicato nella parete orientale del transetto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. La Crocifissione di Cimabue si trova in particolare sul transetto sinistro (un'altra Crocifissione si trova sul transetto destro) ed è uno dei maggiori capolavori dell'artista.

Qui, intorno al 1280, Cimabue si discosta con decisione dalla fissità iconografica della pittura bizantina che per molti secoli aveva imposto figure frontali e stilizzate, prive di naturalismo e di plasticità, intese ad esaltare la sacralità e l’astrazione soprannaturale dei soggetti raffigurati. La scena dipinta, al centro della quale il Cristo si inarca, piegato dalla sofferenza, è un conflitto continuo: uno scontro di linee, di colori, di immagini, di significati e di ideali.

Tra le numerose figure spiccano Maria e Giovanni, sul lato sinistro, uniti in un gesto di compassionevole affetto. Si osserva anche la Maddalena che protende straziata le braccia verso Cristo. A destra, San Longino, il soldato romano, tende la lancia al costato di Cristo in un pietoso gesto. Sul lato destro, sono presenti Soldati romani e uomini ebrei con espressioni sia di scherno e odio, sia gesti di perplessità (come il toccarsi la barba), di ripensamento (come portare un dito alla bocca in segno di dubbio) e di impotenza (come afferrare il polso). Ai piedi della croce si prostra San Francesco, inginocchiato, quasi rannicchiato, che si bagna con il sangue di Gesù che scorre sulla montagnola del Golgota fino al teschio nascosto di Adamo. San Francesco funge da intermediario tra Cristo e gli uomini proprio nel momento in cui questi si dividono e si scontrano. Si è pensato che si tratti di un rinvio allo scisma interno dei francescani, con l'ordine che si divideva tra i 'fraticelli' e gli 'Spirituali' e l'ordine 'maggiore' appoggiato dalla Chiesa.

Innovazione Stilistica e Composizione

Per la prima volta nella storia dell’arte tutto, in questo grande affresco, ci parla di un’umanità concreta e dolente: le espressioni attonite dei volti, la tensione dei corpi, la scansione geometrica delle figure che convergono verso la figura di Cristo. È quel Christus Patiens piegato e incurvato dal dolore che domina al centro della scena. Cimabue, nonostante resti ancora legato stilisticamente ad alcuni schemi della cultura bizantina (come i personaggi a destra e sinistra della croce, che sono volutamente più piccoli rispetto alla figura di Cristo), dimostra la sua abilità pittorica proprio nella capacità di dare corpo e volume non solo ai personaggi, ma anche ai loro sentimenti.

L'opera è piena di contrappunti, è una scena che è tutta uno scontro: di masse, di forme, di linee, che corrisponde a uno scontro di sentimenti: odio e dolore. I due gruppi si accalcano, mormorano, gridano, si agitano, c'è un gran senso di confusione. Nonostante ciò, la composizione segue un ordine molto razionale ed è divisa in cinque parti: al centro la croce, che taglia e definisce lo spazio; in alto ai due lati i gruppi degli angeli. In basso la stessa quantità di spazio è occupata dai due gruppi di folla. Il pittore dipinse le figure uno dietro l'altro per dare idea di profondità, ma non seppe risolvere il conflitto di come essi poggiassero al suolo: ecco che i pochi piedi dipinti (solo per i personaggi in primo piano), si pestano uno sull'altro, come nei mosaici bizantini della Basilica di San Vitale a Ravenna. Nel gruppo di destra compare un viso più realistico degli altri, che sembra sia l'autoritratto di Cimabue.

I contrappunti, infatti, sono numerosi: alla rappresentazione del cielo, dove gli uccelli volano sparpagliati, si oppone quella della terra, dove sono raggruppate le figure umane; all’immagine dei Filistei che gridano contro Cristo si contrappone quella del pianto degli uomini dolenti; alla raffigurazione della sofferenza della Maddalena, i gesti di rabbia dei Filistei. Questo capolavoro agita intensamente lo spettatore: la confusione creata dalle due masse che si accalcano e si mescolano, tocca l’animo di chi le guarda.

Dettaglio delle figure dolenti o dei soldati nella Crocifissione di Cimabue

Le Tecniche Pittoriche Medievali e il Degradamento

La Tecnica dell'Affresco

Per comprendere il degrado delle pitture cimabuesche, è necessario fare un breve accenno alle tecniche artistiche impiegate nella pittura murale medievale. Come prima cosa, si stendeva lo strato di intonaco sulla parete (primariamente allisciata) detto pontata, termine corrispondente al piano del ponteggio su cui gli artisti e le loro botteghe lavoravano simultaneamente. Questa tecnica è l’antenata della giornata, dove le porzioni di intonaco venivano stese per spazi decisamente ridotti, talvolta anche per singoli dettagli (come un volto).

Poi, si procedeva definendo l’abbozzo chiamato sinopia, a cui seguiva il disegno preparatorio vero e proprio con tutti i suoi dettagli. Si stendeva così la pellicola pittorica quando il muro era ancora umido, da qui l’espressione a fresco (o affresco). Il processo di carbonatazione della calce contenuta negli strati murari, che ha inizio quando i colori vengono stesi sulla parete ancora umida e la calce inizia ad asciugarsi, crea una sorta di patina superficiale che ingloba permanentemente i pigmenti.

La Tragica Inversione Cromatica

Oggi parleremo di pitture murali risalenti al Medioevo che il tempo ci ha restituito in uno stato palesemente alterato. Quando l’artista e lo scrittore d’arte Giorgio Vasari (1511-1574) vide queste pitture nel Cinquecento, la reazione fu questa: «La quale opera veramente grandissima e ricca e benissimo condotta, dovette, a mio giudizio, fare in que’ tempi stupire il mondo, essendo massimamente stata la pittura tanto tempo in tanta cecità, et a me, che l’anno 1563 la rividi, parve bellissima, pensando come in tante tenebre potesse veder Cimabue tanto lume». È molto probabile che Vasari, nell’ammirare queste pitture, le osservò in uno stato decisamente migliore rispetto a quello odierno. Infatti, i personaggi sono di un incredibile colore nero. L'effetto che percepiamo, guardando queste opere, è simile a quello di un negativo fotografico.

Cimabue usò un pigmento chiamato bianco di piombo (o biacca) per colorare i personaggi dei suoi affreschi, ma oggi sono neri. Per gli incarnati l’artista utilizzò il bianco di piombo che purtroppo ha virato in solfuro di piombo nero. La causa è di natura chimica: non tutti i materiali utilizzati sono certamente idonei per essere stesi a fresco e tra questi c’è, per l’appunto, il bianco di piombo. Esso, infatti, è più efficace se steso a secco. Infine, ad avere accelerato il fenomeno di degradazione è il fatto che lo strato di intonaco sia stato steso direttamente sul muro tanto che, dove è caduto, si notano i mattoni della parete.

Altri Danni e Condizioni Attuali

L'opera oggi si presenta in pessime condizioni di conservazione, perché sfigurata da abrasioni (in parte colmate dall'ultimo restauro) e con i colori che hanno subito un'inversione cromatica per l'ossidazione della biacca dei colori chiari, diventati ormai scuri. Oltre a ciò, fenomeni abrasivi e dilavamenti hanno cancellato parti del dipinto, senza tuttavia oscurarne del tutto la grande potenza espressiva.

Solo nella zona inferiore esistono alcune tracce dei colori originali, che sono preziosi, perché danno l'idea di quello che doveva essere in origine il dipinto. Proprio in questi frammenti si scopre una sofisticata e sorprendente gamma di colori. Da notare l'accostamento del rosa al verde marcio, all'ocra e al marrone, una gamma delicata, raffinata e di effetto. Si osservino ad esempio le due Crocifissioni del transetto: quella di sinistra si trova in uno stato peggiore rispetto a quella di destra dove il bianco di piombo sembrerebbe aver limitato i danni. In realtà, l’effetto visivo è soltanto illusorio perché la pellicola pittorica è stata abbondantemente abrasa quasi da scoprire, in alcune parti della composizione, il disegno preparatorio sottostante.

Immagine che illustra il contrasto cromatico attuale della Crocifissione di Cimabue e le aree degradate

Il Terremoto del 1997 e il Restauro

Il tempo non è stato clemente con quest'opera grandiosa. Si conclude ricordando il terribile terremoto (al IX stadio della scala Mercalli) che si abbatté il 26 settembre del 1997 ad Assisi, provocando danni enormi al monumento. Il sisma, infatti, colpì pesantemente le pitture murali del piano superiore, causando il crollo di oltre 300.000 pezzi di porzioni pittoriche. Per l’occasione, fu chiamato l’Istituto Centrale per il Restauro (ISCR) che riuscì a ricomporre, restaurare e ricollocare la maggior parte dei frammenti in situ; di questi circa 180 mq erano quelli che interessavano la volta abbondantemente crollata.

Vault collapse at San Francesco, Assisi, 1997

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