Il Padre Nostro: Traduzione, Significato e il Dibattito sulla Tentazione

Il Padre Nostro è una preghiera di fondamentale importanza, recitata da tutti i cristiani, siano essi cattolici, protestanti od ortodossi. È tradotta in innumerevoli lingue, tra cui spagnolo, francese, tedesco, inglese, ebraico e portoghese, testimoniando la sua universalità e centralità nella fede cristiana.

Il Padre Nostro in Spagnolo e la Traduzione Italiana

Il testo della preghiera del Padre Nostro in spagnolo è il seguente:

Padre nuestro,
que estás en el cielo,
santificado sea tu Nombre;
venga a nosotros tu reino;
hágase tu voluntad en la tierra como en el cielo.
Danos hoy nuestro pan de cada día;
perdona nuestras ofensas,
como también nosotros perdonamos a los que nos ofenden;
no nos dejes caer en la tentación,
y líbranos del mal.”

La traduzione più comune in italiano di "Padre nuestro" è semplicemente "Padre nostro", mantenendo la stessa struttura e significato della preghiera originale.

Manoscritto antico del Padre Nostro

Il Dibattito sulla Traduzione: "Non ci Indurre" vs. "Non Abbandonarci"

Nel 2020, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha introdotto nella liturgia una nuova traduzione del Padre Nostro, modificando la formula tradizionale «non ci indurre in tentazione» con «non abbandonarci alla tentazione». Questo cambiamento è stato presentato come un aggiornamento sia linguistico che teologico, volto a evitare che i fedeli potessero attribuire a Dio un ruolo attivo nell’istigare al male.

La modifica, già presente nella Bibbia CEI del 2008, ha ricevuto il beneplacito di Papa Francesco. In un'intervista a TV2000, il Pontefice aveva spiegato: «Un padre non fa questo, non spinge il figlio alla tentazione».

Le Motivazioni del Cambiamento: Aspetti Esegetici e Teologici

La motivazione del cambiamento affonda le sue radici in una preoccupazione esegetica di lunga data. Nel testo greco dei Vangeli, la richiesta a Dio è espressa con l’espressione μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (Mt 6,13; Lc 11,4), tradotta in latino come ne nos inducas in tentationem. Il verbo greco eisphérō significa “portare dentro, condurre in”, e il sostantivo peirasmos può indicare sia la tentazione che la prova.

Secondo questa interpretazione, la formula tradizionale poteva suggerire che Dio "inducesse" attivamente l'uomo alla tentazione, una concezione che la nuova traduzione mira a superare, ponendo l'accento sulla protezione divina piuttosto che su un'azione diretta di Dio nella tentazione stessa.

Le Obiezioni e le Interpretazioni Tradizionali

Eppure, la lettura della formula tradizionale non è l’unica possibile, e il cambiamento ha sollevato obiezioni significative. Molti ritengono che il significato di “indurre in tentazione” nella tradizione biblica e patristica non equivalesse a “indurre al male”, ma piuttosto a “condurre in una situazione di prova in cui è necessario scegliere tra il bene e il male”. Questo spazio, drammatico e fecondo, è visto come il luogo del libero arbitrio, attraverso il quale Dio si manifesta e si realizza la dignità dell’uomo.

La Bibbia offre numerosi esempi in tal senso. Il libro dell’Esodo narra che «Dio mise alla prova Abramo» (Gen 22,1), e Mosè afferma: «Dio è venuto per mettervi alla prova» (Es 20,20). L’episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto è ancora più esplicito: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). In questi contesti, essere condotti nella prova è opera dello Spirito stesso o del Padre e non può essere interpretato come un atto ostile.

Gesù tentato nel deserto

La Prova e la Libertà Umana nella Teologia Cristiana

Cambiare la traduzione in «non abbandonarci alla tentazione» implica uno spostamento di prospettiva: Dio non “porta” l’uomo nella prova, ma lo protegge dal rimanervi solo. Sebbene sia una formulazione pastoralmente rassicurante, essa è teologicamente problematica per coloro che leggono la tentazione nel senso biblico di prova. Se Dio non può nemmeno indirettamente indurre alla tentazione, si implica che l’origine della prova sia interamente esterna a Lui, nel potere di Satana o nelle contingenze del mondo.

Le perplessità suscitate dalla nuova traduzione riguardano quindi sia aspetti linguistici che eminentemente teologici. Come evidenziato da Matteo Taufer, e da Aldo Maria Valli in un suo volumetto, “Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante” per la crescita spirituale.

Le interpretazioni dei Padri della Chiesa e dei Dottori

  • Origene, nel suo Commento al Padre Nostro e nel De Oratione, interpretava la domanda come una richiesta di non essere “sopraffatti” dalla tentazione, non di evitarla completamente. Egli sottolineava che la crescita spirituale passa attraverso una scelta interiore, affermando che «Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere [...]. La tentazione ha una sua utilità [...] per insegnarci a conoscere noi stessi».
  • Sant’Agostino era convinto che la tentazione, come esperienza, non sia eliminabile. La preghiera domanda che essa non si trasformi in caduta. Per Agostino, il Signore tenta non per conoscere la fede del credente, ma per far conoscere a quest'ultimo lo spessore e la consistenza della propria fede. Il vero scopo della tentazione è indurre a saggiarne la profondità. Non si chiede di non essere tentati, ma di non essere introdotti nella tentazione, ovvero di non essere indotti a scegliere di assecondarla. La preghiera ricorda che la libertà umana, pur essendo reale, è fragile e necessita della Grazia per resistere.
  • San Tommaso d’Aquino, otto secoli dopo Agostino, riprese e sviluppò questa linea. Nella Summa Theologiae (II-II, q. 83, a. 9, ad 3), scrive: «Dicitur ergo: Et ne nos inducas in tentationem, quod est, ne patiaris nos induci in tentationem. Deus enim tentat, ut probet; diabolus vero, ut decipiat», ovvero: «Si dice dunque: non ci indurre in tentazione, cioè: non permettere che siamo introdotti in tentazione. Dio infatti tenta per provare; il diavolo invece, per ingannare». Tommaso introduce una distinzione più netta: la tentazione può avere un significato positivo (ad probationem), come prova pedagogica che rafforza la virtù, permessa da Dio; o negativo (ad deceptionem), come seduzione al male, opera del demonio.
  • Anche Benedetto XVI, nel secondo volume del suo Gesù di Nazaret, affronta la questione: «Quando preghiamo così, chiediamo a Dio di non imporci delle prove che superano le nostre forze… ma, se deve accadere, di darci in ogni caso la forza di resistere».

La domanda rimane viva, non per imputare a Dio la tentazione in senso malizioso, ma per riconoscerlo come Signore anche del tempo della prova, una prova talmente essenziale che anche Cristo l’ha dovuta affrontare. Come ricorda S. Paolo (Ebrei 4,15), «Non enim habemus pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris: tentatum autem per omnia pro similitudine absque peccato»; ovvero, “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre debolezze: egli stesso è stato tentato in ogni cosa come noi, escluso il peccato.”

Dio, il Male e il Ruolo di Satana

In definitiva, il dibattito non riguarda soltanto una sfumatura linguistica, ma una diversa concezione del rapporto tra Dio, il male e la libertà umana. Da una parte, la nuova traduzione evita il rischio catechetico di far pensare che Dio sia autore del male; dall’altra, però, sposta l’accento verso un Dio che, pur onnipotente, si limita a “non abbandonare”, lasciando aperta la possibilità d’intendere che la prova sia sempre estranea al suo volere e frutto dell’azione di un altro potere.

Come mette in risalto Matteo Taufer, la traduzione accettata dalla CEI non ha una giustificabilità filologica nel greco evangelico e sembra assecondare una prospettiva gnostica. Gnostica è “la distinzione totale del Cristo dal Padre veterotestamentario, demiurgo inferiore contro la cui legge Gesù avrebbe parlato ai suoi”. Tuttavia, nella Bibbia, il demonio non tenta senza il consenso di Dio.

Secondo il Cardinale Gianfranco Ravasi, la presenza di interpretazioni contrastanti è comprensibile alla luce della mentalità semitica, che, “per evitare di introdurre il dualismo di fronte al bene e al male [...] cerca di porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio, bene e male, grazia e tentazione. In Isaia il Signore non esita a dichiarare: ‘Sono io che formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e causo il male: io; il Signore; compio tutto questo!’ (45,7)”. Tuttavia, Ravasi aggiunge che “si sa che il male morale dev’essere ricondotto o alla libertà umana o al tentatore per eccellenza, Satana”.

Come sostiene Sant’Agostino, anche Satana è creatura, non principio eterno, e il male non è una sostanza opposta a Dio, ma una privazione del bene (privatio boni), resa possibile dal dono della libertà. San Tommaso d’Aquino ribadisce che Dio può “permettere” la tentazione, non per volere il male, ma per trarre un bene maggiore dalla prova. Escludere ogni forma di permissione divina significherebbe attribuire al male un’autonomia e un potere originario non compatibile con il cristianesimo. Per questo, il monoteismo cristiano ha sempre affermato che Dio resta Signore anche della prova: pur non essendo mai l’autore del male, Egli mantiene la sovranità sull’intera vicenda, assicurando che nulla accada fuori dal raggio della sua provvidenza.

PADRE NOSTRO

Implicazioni Teologiche della Nuova Traduzione

La scelta dell’espressione “non abbandonarci alla tentazione” presuppone che Dio non abbia avuto alcun ruolo nell’indurre in tentazione, come se questo fosse un compito specifico di Satana non autorizzato da Dio. Si sarebbe, in tal modo, di fronte a un Dio che non si assume la responsabilità dell’azione decisiva che l’esperienza del male e della tentazione hanno all’interno del processo che conduce alla Fede, scaricandone la responsabilità sul Maligno. Ma se Dio non ci può “indurre” nella tentazione, non si vede nemmeno perché invece gli sia consentito di “abbandonarci” ad essa. La preferenza accordata alla traduzione oggi in uso trascura il fatto che evitare la prova significa vanificare la Croce, come testimoniano le parole che il Signore rivolse a Pietro quando voleva evitargliela, definendo il suo desiderio come una “tentazione satanica”.

Chiedendo di “non abbandonarci alla tentazione”, Dio appare come colui che potrebbe abbandonarci ad essa. Come osserva Don Giulio Meiattini, monaco benedettino, “l’oscurità o la difficoltà teologica non è sciolta, ma solo spostata”. Un padre che abbandona il figlio nella tentazione non è meno scandaloso di un padre che induce il figlio nella tentazione non abbandonandolo. Se la tentazione dipende da Satana e Dio può abbandonare a una tentazione che proviene da Satana, Dio risulta essere connivente con la sua azione. Se invece la tentazione viene da Dio ed è una prova volta a rendere ciascuno consapevole della profondità della propria fede, ha senso chiedere a Dio di non abbandonare nessuno nella prova e di sostenere la propria fede. Nel primo caso si scivola in una dimensione dualista e gnostica, nel secondo si rimane all’interno del cristianesimo, sperimentando, attraverso la prova, la consistenza reale della propria fede.

Anche l’espressione “liberaci dal Maligno” - che sarebbe una traduzione più corretta del versetto successivo - implica che il Maligno tentatore è nel potere di Dio, e con lui lo è la sua vocazione a tentare.

La Fiducia Divina e la Verità del Cuore

Il Padre Nostro, in ogni sua parola, custodisce secoli di interpretazioni che manifestano diverse forme di sensibilità. La discussione su questa frase mostra quanto il linguaggio della Fede sia legato a visioni profonde dell’uomo e di Dio e come una semplice modifica possa aprire questioni che caratterizzano in modo significativo la spiritualità cristiana.

Sarebbe importante che qualsiasi traduzione del testo originale rendesse chiaro a ogni fedele che l’indurre in tentazione - nel senso di sottoporre a prove che siano in grado di costringere a esercitare il proprio libero arbitrio e che siano in questo senso anche prove a cui ogni Fede autentica viene sottoposta - è cosa diversa dal cercare d’indurre a fare il male. Sollecitando l’esercizio del libero arbitrio si evidenzia proprio un supremo dono divino di cui non si può eludere l’esercizio. Al contrario, concepire l’indurre in tentazione come un’azione diabolica estranea al volere di Dio immette in una logica dualista che pare il frutto dell’eredità gnostica.

Nel nostro mondo occidentale, la mentalità dei cristiani è stata progressivamente influenzata da filosofie che gettano il sospetto su Dio, il Padre che è nei cieli. Per grazia, lo Spirito Santo guida ancora la Chiesa, affinché formi i suoi figli a conoscere il vero Dio e ad affidarsi a lui con gioia. La preghiera sincera, che nasce da un cuore umile e pieno d'amore per Gesù, è ciò che il Padre apprezza veramente, al di là delle precise formulazioni linguistiche.

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