La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si trova costantemente a confrontarsi con le complesse dinamiche della società contemporanea, offrendo la propria riflessione e il proprio orientamento su temi etici, sociali e politici. Il suo pensiero si articola tra la riaffermazione dei principi evangelici e la ricerca di un dialogo costruttivo, pur mantenendo una chiara identità e missione.

La CEI e le Sfide del Presente: Un'Introduzione del Cardinale Presidente
Il presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, ha sottolineato l'importanza di un «dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene». Egli ricorda come «in ogni epoca la Chiesa sia chiamata a ridire la dimensione sociale della fede cristiana» e ammonisce contro il «disimpegno» e il rischio di un «modo di essere Chiesa» che possa vederla «chiusa in sacrestia». Sebbene «non spetti direttamente alla Chiesa fare politica», è altrettanto cruciale evitare che «organizzazioni sociali pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti». Ciò farebbe «male alla politica e si fa male alla Chiesa».
Il cardinale respinge l'idea di una comunità ecclesiale rinchiusa in «un’irrilevanza pigra», affermando che la Chiesa è ben più di «un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo». La vita ordinaria delle Chiese continua a custodire una «trama di bene che tiene insieme il Paese», attraverso la prossimità verso gli anziani soli, la cura delle famiglie ferite, l’accompagnamento dei giovani, il sostegno a chi perde il lavoro, l'attenzione verso chi affronta il problema abitativo, i poveri e chi vive condizioni di marginalità o emigra a causa di guerre, violenze e catastrofi ambientali.
La CEI ribadisce la propria sofferenza per le tragedie che si consumano nel Mediterraneo, a cui «non ci possiamo mai abituare e a cui occorre continuare a dare risposte adeguate». La Chiesa non farà venir meno l’attenzione su «temi su cui si gioca il futuro della nostra civiltà».
Un Appello al Dialogo e alla Riconciliazione
In questo contesto, il presidente Zuppi lancia un appello affinché la Chiesa possa contribuire a favorire una logica "altra" rispetto allo scontro che «lacera la società», richiamando Papa Giovanni a «mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce». La presenza ecclesiale è «l’opposto della contrapposizione sterile, della polemica permanente, dell’irrigidimento che difende ma non genera». Il dialogo, infatti, «non annacqua la verità. Al contrario, la rende ospitale, la rende credibile, la rende prossima». Uno dei compiti più urgenti oggi è «custodire e promuovere uno stile capace di incontro, di ascolto, di amicizia sociale, di pazienza, di umiltà, di libertà interiore».
La Chiesa si impegna a «formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità». Vescovi e preti non devono «sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune». Al contempo, è fondamentale «non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri».
L'Incertezza del Mondo e l'Età della Forza
Le trasformazioni sociali e politiche, le guerre, le disuguaglianze e i pericoli dell’intelligenza artificiale possono accrescere le contrapposizioni. I conflitti globali sono «ferite» che «interrogano la coscienza di tutti», e il messaggio del Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ricorda che «la guerra non può risolvere le contese, né tantomeno aprire orizzonti di speranza» e che «la manipolazione del nome di Dio è il peccato più grande che possiamo commettere». La Chiesa italiana intende dare «voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce».

In una riflessione del Cardinale Presidente, proiettata verso il futuro e condivisa al termine dell'Anno Santo 2025, emerge come il mondo sia segnato da «un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità». Questo è il clima di quella che Giorgio La Pira chiamava «l’età della forza», che non fornisce sicurezze ma crea «instabilità pericolosa a tutti i livelli» e costringe a rinunciare al dialogo. «Preoccupa la debolezza del multilateralismo», poiché «a una diplomazia che promuove il dialogo si va sostituendo una diplomazia della forza».
Nel mondo globalizzato, il clima generale è quello del conflitto, con «antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate» e un crescente «disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine». Le cronache riportano gesti tragici come il femminicidio, un fenomeno su cui «dobbiamo insistere per difendere la vita stessa, la dignità e la libertà delle donne», e la violenza giovanile. La comunità civile ed educativa è interpellata a «accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie».

I dati sui minori segnalati per porto di armi improprie mostrano un aumento preoccupante, sebbene il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario sia uno dei più bassi d'Europa. Il Rapporto CENSIS parla di «Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco», notando che quasi la metà degli italiani non crede nel progresso e che una parte significativa pensa che in questa età contino più forza e aggressività che legge e diritto. C'è un «spaesamento che produce malessere, paura e violenza», ma anche una «volontà di ricerca e di futuro» che la Chiesa deve intercettare.
Nonostante la debolezza delle forze della Chiesa, la risposta sta nel «prendersi cura delle ferite del prossimo! Soprattutto di chi è povero, debole o emarginato». Esiste un'Italia che «cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza».
Questioni Etiche e Pastorali: Famiglia, Identità e Vita
Dopo la votazione del Documento sul Sinodo, la CEI ha chiarito la sua posizione: «No al sostegno dei Gay Pride ma accoglienza alle persone». La tensione su questi temi è stata accresciuta da un'intervista a mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI, sulle persone omosessuali: «A loro non va negata la possibilità di essere amate e di amare, anche a livello intimo, a livello sessuale». Questa affermazione ha sollevato preoccupazioni, poiché si riteneva che il vescovo contraddicesse il Catechismo della Chiesa cattolica, il quale propone una strada diversa. Mons. Valentino Bulgarelli, segretario del Comitato nazionale, ha ribadito che «Tutte le proposte hanno al centro la persona», ma ha anche sollevato interrogativi sul «tipo di accompagnamento sul tema relazionale, affettivo e sessuale» se non si conosce la "strada vera".

Dibattiti Interni e Relazioni con la Santa Sede
Un sacerdote anziano ha espresso disagio per una percepita «evidente differenza di vedute tra il Santo padre e la Conferenza Episcopale Italiana sul tema degli scout». In particolare, si è fatto riferimento alla "carta del coraggio" presentata dall'AGESCI, che aveva tra gli obiettivi il riconoscimento di una «sostanziale identità tra l’amore eterosessuale e l’amore omosessuale», in contrasto con una riflessione critica avviata dalla CEI sullo scoutismo. Il sacerdote ha chiesto se la presidenza della CEI avesse comunicato tali preoccupazioni al Santo Padre, esprimendo timore per una possibile «confusione» nel popolo cattolico italiano dovuta a posizioni divergenti tra i vertici della Chiesa in Italia.
In merito alla manifestazione "Difendiamo i nostri figli", l'allora Segretario generale della CEI, monsignor Nunzio Galantino, ha risposto alle voci che lo descrivevano contrario, compiaciendosi di un laicato capace di «grandi sensibilità», «grandi passioni» e «grandi e belle iniziative», appoggiando quanto detto da Papa Francesco: «i laici non hanno bisogno dei vescovi pilota». Non sono mancate critiche interne sul carattere "minimalista" della manifestazione, a cui i promotori hanno replicato di aver cercato una «partecipazione larga» e una «condivisione profonda degli ideali».
Mons. Galantino ha inoltre risposto con decisione all'esortazione dell’Europarlamento in tema di “matrimonio” omosessuale, affermando che si tratta di una «raccomandazione» che «tende a imporre un certo modo di vedere, di pensare, rispetto a questi temi». Ha aggiunto: «Bisogna che continuiamo con chiarezza, senza tentennamenti, a dire la verità sulle cose, nel rispetto di tutti, nel rispetto dei diritti dei singoli, evitando che queste forme di raccomandazione creino soltanto appiattimento e facciano danno a quella che, invece, è la bellezza della diversità».
Il Ruolo della CEI nel Contesto Politico Italiano
La Chiesa italiana mette in guardia dalle «pericolose polarizzazioni» che segnano la vita politica del Paese, come nel caso di un referendum sulla giustizia. Il cardinale presidente Matteo Zuppi aveva esortato alla partecipazione referendaria, sottolineando che la partecipazione «sta al cuore della nostra Costituzione» e che il dibattito conferma l’importanza di «ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese». Zuppi ha rimarcato l’importanza dell’«equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità».

Nel descrivere la Chiesa italiana come una che «cammina insieme a tutta l’umanità» e che ha a cuore il bene del Paese, il presidente della CEI definisce la sua «presenza viva nella vita» nazionale non come «un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio». Chi «pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona».
Autonomia e "Questione Opinabile" nelle Scelte Politiche
Riguardo a un referendum futuro (marzo 2026), un ufficio della CEI ha chiarito che la Conferenza «non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto», trattandosi di una «questione opinabile», secondo il Codice di diritto canonico e la Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Questi testi ricordano che per temi opinabili non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa. La Gaudium et spes (n. 76) ribadisce che l’impegno in politica è fatto dai laici «in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana».
La Nota dottrinale dell'allora card. Joseph Ratzinger (2002) enuncia «Esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica dei cattolici», tra cui lo «sviluppo e rispetto della giustizia sociale». Per i cattolici, la domanda cruciale è se il proprio voto migliori la giustizia sociale, promuova «l’uguaglianza e la partecipazione» e «assicuri la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche».
Storia e Struttura della Conferenza Episcopale Italiana
Il passato ha visto la Chiesa italiana contare sulla Democrazia cristiana, ma anche constatare che il partito non poteva piegarsi interamente ai diktat della Santa Sede in circostanze come il divorzio e l'aborto. Dopo la scomparsa del partito cattolico, la Chiesa ha perso il suo "attendente e scudiero" ma può contare su un numero considerevole di parlamentari cattolici in quasi tutte le formazioni politiche. L'elezione di papi non italiani ha reso il vertice della Chiesa meno italiano, e gli affari della penisola sono gestiti prevalentemente dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si è assistito così alla nascita di una "terza Camera italiana", composta da più di 300 vescovi, finanziata dall’8 per mille e spalleggiata da una vasta rete mediatica. La CEI si è attribuita il diritto d’intervenire «con giudizi e prediche in tutte le vicende politiche e sociali dell’Italia». La questione se rappresenti «un pericolo per la sovranità dello Stato» dipende dalla reazione delle istituzioni: uno Stato liberale non può impedire ai suoi vescovi di esprimersi, ma non è tenuto a trattarli come "oracoli".

Il Pontificato di Giovanni Paolo II e la CEI
L’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978 sollevò interrogativi sui suoi rapporti con la Chiesa italiana. Wojtyla cercò di sintonizzarsi con le tradizioni spirituali del paese, ma l'approccio all’episcopato fu più cauto. La sua linea pastorale per l’Italia, esposta ad Assisi nel 1982, si fondava sulla convinzione che nel «contesto sociale della nazione» si fossero evidenziate «tensioni e contrapposizioni», e la Chiesa, come «germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza», avrebbe dovuto «operare incessantemente per il superamento di ogni divisione». Questo progetto pastorale insisteva sull'unità del popolo cristiano, la valorizzazione dell'ethos popolare, la centralità dei movimenti e la presenza sociale della Chiesa. Ciò suscitò un certo disagio tra i vescovi, soprattutto dopo il riconoscimento della fraternità di Comunione e Liberazione.
Giovanni Paolo II precisò i limiti entro i quali le conferenze episcopali si dovevano muovere, e con la promulgazione del nuovo codice di diritto canonico (1983) e il sinodo dei vescovi (1985), le sue convinzioni sulla collegialità trovarono una sistematizzazione. Wojtyla non intendeva sconfessare l’autonomia della CEI, ma piuttosto «operare un rafforzamento della caratteristica non giuridica della collegialità».
La CEI negli Anni '70 e '80 e il Nuovo Concordato
La Conferenza ereditata da Anastasio Ballestrero era una realtà in crescita. Negli anni Settanta, sotto la presidenza del cardinal Poma e la segreteria di Enrico Bartoletti, si era dotata di una nuova linea pastorale, culminata nel convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana (1976), che esprimeva una «scelta religiosa» affine a quella dell'Azione Cattolica e auspicava un dialogo con la contestazione. Tale scelta fu confermata nei primi anni Ottanta dal piano pastorale Comunione e comunità (1981) e dal documento Eucarestia, comunione e comunità (1983), che adattavano il linguaggio pastorale ai mutati contesti sociali, introducendo termini come «scelta etica e promozione socio-educativa».
Non tutti nella CEI condividevano la gestione Ballestrero; alcuni vescovi, come Giacomo Biffi, chiedevano una linea più «aggressiva» nelle grandi questioni. Il dibattito tra «cultura della mediazione» e «cultura della presenza» si fece acceso, soprattutto dopo il discorso papale di Assisi, interpretato da alcuni come un riconoscimento delle tesi "egemoniste".

Durante la lunga fase preparatoria del nuovo Concordato, la CEI agì come «laboratorio riservato di consultazione». L'obiettivo era riformare i rapporti tra Chiesa e Stato basandosi sul Concilio Vaticano II e sulla Costituzione italiana, abbandonando velleità autarchiche. Nel documento La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (1981), si ricordava che Stato e Chiesa sono chiamati a servire uno stesso popolo. Il coinvolgimento effettivo della CEI nelle fasi finali del nuovo Concordato del 1984 fu «tardivo e marginale», ma l'accordo si mosse su una linea gradita ai vescovi. Venne adottata la formula del «Concordato-cornice», un accordo flessibile che riaffermava l'indipendenza e la sovranità reciproca di Stato e Chiesa e il loro impegno per la «reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e del bene del paese». La CEI espresse soddisfazione per l'abrogazione del principio della religione cattolica come religione di Stato e per le modifiche della disciplina matrimoniale, pur manifestando qualche perplessità sull’insegnamento religioso.
La gestione del nuovo Concordato comportò un intenso lavoro per la CEI, che si articolò nell'elaborazione di nuove norme sugli enti ecclesiastici, sull'ora di religione e sulle disposizioni relative alle nomine e festività. Un risultato significativo fu la revisione dello statuto della Conferenza stessa, che, dopo la ratifica del nuovo accordo concordatario, non poteva più essere considerata «come una realtà interna alla chiesa soltanto, ma come realtà significativa, in senso strettamente canonico, anche verso l’esterno e come soggetto giuridico». L'articolo 5 del nuovo statuto precisava che la CEI «sviluppa gli opportuni rapporti con le realtà culturali, sociali, e politiche presenti in Italia, ricercando una costruttiva collaborazione con esse per la promozione del bene comune».
Il Cammino Sinodale e la Missione della Chiesa in Italia
All'ordine del giorno del Consiglio permanente vi è l’eredità del Cammino sinodale, che ha impegnato per quattro anni le diocesi italiane. Le «Linee di orientamento» che ne derivano indicheranno «priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire», con l'«annuncio del Vangelo nel mondo di oggi» come fulcro. Il cardinale presidente rimarca l'esistenza di un popolo «in ricerca», che tuttavia «si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa». Da qui la necessità di «un’estroversione missionaria» e di essere «una Chiesa che si orienta tutta nella missione». Si esorta a ripartire dalla riflessione sull'Evangelii gaudium, che «resta il testo base per la missione della Chiesa in questi primi decenni del XXI secolo», e a «costruire comunità vere nelle nostre parrocchie» per rispondere alla «fame di comunità» che emerge dalle solitudini di giovani e anziani.

La CEI riconosce che «non siamo più in un clima di cristianità», ma ribadisce che non si è «assolutamente smarrito un popolo che crede». Esiste una «diffusa Italia cattolica!» che «non si misura con gli indicatori mondani» e che vive la sua vocazione con gioia. Questo popolo si esprime in un mondo di «tante “case” diverse, in cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità», rappresentate da parrocchie, comunità religiose, movimenti e istituzioni.
La Chiesa è una «ricchezza per il Paese», che evita lo «smottamento del terreno umano e sociale». La sua «forza invincibile, ma mite», si manifesta nell'amore cristiano che «supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei». Il concetto del Giubileo biblico (Levitico 25) è richiamato per la sua preoccupazione di dar vita a una «comunità di pari», in cui «non ci sono padroni e schiavi, paesani e stranieri, ma tutti figli di Dio», declinando la fede come fraternità. Solo la relazione dà «senso, dignità, sicurezza all’individuo».

Le «Porte sante» del Giubileo, che hanno visto il passaggio di milioni di pellegrini, sono simbolo delle «tante soglie da attraversare». Una Porta aperta anche nella Casa Circondariale di Rebibbia evidenzia l'attenzione della Chiesa verso i dimenticati, per i quali si continua a chiedere «dignità, opportunità, speranza e itinerari che la rendano reale». La proposta di «indulto differito» e altre iniziative per il reinserimento sociale dei detenuti sono guardate con interesse.

Il fervore e la partecipazione alla chiusura del Giubileo hanno mostrato una «sincronia di ricerca e una comunione di sentimenti e di fede tra credenti», un segno di unità in un mondo diviso. Il Patto tra Chiese cristiane in Italia, firmato a Bari, è un esempio di questa esigenza di unità. Il Cardinale Presidente ha auspicato una trasformazione profonda delle comunità: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Le parrocchie devono diventare «comunità di donne e uomini, fratelli e sorelle», e «casa dei poveri», perché essi non sono «un problema sociale: essi sono una “questione familiare”». La «passione di far comunità» e di «pensarsi insieme» è un'arte pastorale, frutto dell’Eucarestia, della preghiera comune e del servizio ai poveri, che richiede di «dare spazio a ciò che nasce e non comprimere tutto nelle strutture che già esistono».