Il sistema giudiziario federale degli Stati Uniti e il ruolo della Corte d'Appello del Nono Circuito

Il sistema giudiziario degli Stati Uniti è una complessa architettura federale che si distingue per la sua divisione dei poteri e per l'autonomia delle sue componenti. Comprendere il funzionamento delle diverse corti, inclusa la Corte d'Appello del Nono Circuito, è fondamentale per apprezzare le dinamiche politiche e sociali del paese.

La struttura del potere giudiziario federale

schema del sistema giudiziario federale statunitense

Gli Stati Uniti sono una Repubblica federale di tipo presidenziale. Federazione e Stati mantengono diverse sfere di competenze, i cui confini, tuttavia, non sono mai stati fissati in maniera rigida e assoluta. I singoli Stati, con il consenso espresso del Governo e nei limiti posti da quest'ultimo, godono di un'autonoma potestà legislativa. In linea di principio, gran parte del diritto privato è di competenza statale nel sistema federale statunitense.

Il potere giudiziario federale è un ramo completamente separato ed autonomo. I giudici federali, nominati secondo l'art. III della Costituzione, non possono subire riduzioni della loro retribuzione durante la permanenza in carica; dunque, né il Presidente, né il Congresso hanno alcuna facoltà di ridurre lo stipendio dei giudici federali.

Le corti federali: una gerarchia

Il sistema giudiziario federale statunitense può essere immaginato come una piramide, con la Corte Suprema al vertice e le Corti Distrettuali alla base:

  • Le United States district courts (una in ciascuno dei 94 distretti giudiziari federali, più tre corti territoriali) sono tribunali federali di primo grado. In molti casi, il Congresso ha deviato la giurisdizione originale a corti specializzate, come la Court of International Trade o la Foreign Intelligence Surveillance Court.
  • Le United States courts of appeals sono i tribunali federali d'appello intermedi. Operano con un sistema di revisione obbligatoria, il che significa che devono esaminare tutti gli appelli di diritto provenienti dai tribunali inferiori. I distretti giudiziari sono organizzati in circuiti regionali, in ciascuno dei quali è presente una Corte d’Appello. Ognuna di esse giudica i ricorsi provenienti dai tribunali distrettuali appartenenti al proprio circuito e da alcuni enti amministrativi federali. Il diritto all’appello si applica a tutti i procedimenti sui quali si è pronunciato un tribunale distrettuale con una decisione definitiva.
  • La Corte Suprema degli Stati Uniti (The Supreme Court of the United States) è il massimo organo del potere giudiziario degli Stati Uniti, ed è la corte di ultima istanza. Generalmente è una corte d'appello che opera sotto revisione discrezionale, il che significa che la Corte può scegliere quali casi esaminare, concedendo ordini di certiorari. Non esiste quindi generalmente un diritto fondamentale di appello che si estenda automaticamente fino alla Corte Suprema. È formata da 9 giudici che restano in carica a vita: quando uno di loro muore, si ritira o viene rimosso tramite impeachment, il presidente in carica nomina il sostituto, che viene confermato con il voto del Senato.

Il ruolo della Corte Suprema

L'articolo 3 della Costituzione degli Stati Uniti cita esplicitamente due poteri della Corte Suprema:

  • Giurisdizione originaria: "In tutti i casi riguardanti ambasciatori, altri rappresentanti pubblici o consoli, e quelli in cui uno Stato sia parte, la Corte suprema ha giurisdizione originaria." Ciò significa che la Corte Suprema decide direttamente in questi (pochi) casi.
  • Giurisdizione d'appello: "In tutti gli altri casi prima menzionati, la Corte suprema ha giurisdizione d’appello, sia in diritto sia in fatto, con le eccezioni e secondo le regole che il Congresso stabilirà." Un soggetto può impugnare una sentenza di un tribunale inferiore e chiedere alla Corte Suprema di esprimersi, nel caso dovesse pensare che la sentenza violi la Costituzione o la legge. La Corte Suprema può decidere se esprimersi o meno sul caso presentato e, se lo fa, ha il potere di annullare le sentenze di qualsiasi altro tribunale statunitense. Ogni anno vengono presentati alla Corte Suprema più di 7.000 casi, ma ne vengono accolti solo tra i 100 e i 150.

Un terzo potere, la cosiddetta judicial review, non è indicato nella Costituzione ma è stato assunto dalla Corte Suprema nel tempo. È la prerogativa di stabilire se le leggi federali o locali rispettino o meno la Costituzione. In caso contrario, alla Corte viene riconosciuta l'autorità di invalidare le leggi. La judicial review è diventata il compito principale della Corte e le ha conferito un ruolo politico di primissimo piano.

Corte Suprema e politica: un rapporto reciproco

La capacità di annullare una legge conferisce alla Corte Suprema una notevole influenza sulla politica. Alcune sue decisioni hanno indirizzato in modo importante la vita degli americani, come quelle sui diritti degli omosessuali a sposarsi e sul diritto di possedere armi. Se la Corte Suprema influenza la politica, è vero anche il contrario: i giudici tendono a riflettere gli orientamenti politici dei presidenti che li nominano. In genere, i presidenti stanno attenti a garantire che la Corte sia "equilibrata", includendo giudici di diverse tendenze politiche, oltre che rappresentanti delle etnie e religioni principali.

La Corte d'Appello del Nono Circuito: un attore chiave

mappa dei circuiti delle corti d'appello federali

La Corte d'Appello del Nono Circuito è una delle undici Corti di Appello Regionali (oltre a quella autonoma del District of Columbia) che hanno giurisdizione su un determinato numero di Stati. Questa corte è particolarmente significativa per le sue dimensioni e la sua influenza.

Dimensioni e giurisdizione

Al Nono Circuito afferiscono circa 65 milioni di cittadini americani, ossia un quinto della popolazione. Sebbene sia dotata di ventinove giudici, la sua giurisdizione, ragionevole un secolo or sono, al momento rasenta l'ingestibilità.

Composizione politica e decisioni

La composizione politica delle corti d'appello è un fattore rilevante. Ad esempio, la Corte d'Appello del Nono Circuito si è fatta notare per aver annullato molti dei più controversi ordini esecutivi di Trump, come il "travel ban" per i paesi a maggioranza musulmana. Questa tendenza è riflessa nella composizione dei giudici.

Stando ai dati disponibili, dal 1999 al 2008, delle sentenze della Corte del Nono Circuito revisionate dalla Corte Suprema (circa lo 0,151%), il 20% sono state confermate, il 19% annullate e il 61% sono state ribaltate.

Nomine giudiziarie e impatto politico

Le nomine dei giudici federali, come i giudici della Corte Suprema, sono effettuate dal Presidente con il consenso del Senato per servire fino a quando non si dimettono, vengono messi sotto impeachment e condannati, si ritirano o muoiono. Il numero elevato di nomine giudiziarie effettuate da presidenti come Trump ha avuto un impatto duraturo sulla composizione e l'orientamento delle corti federali. Ad esempio, il Senato di McConnell ha infranto una regola ufficiosa ma da sempre rispettata, secondo cui l'approvazione di un giudice doveva essere supportata dai due senatori dello Stato in cui quel giudice veniva eletto. Quattro di questi sono stati nominati alla Corte d’appello del nono circuito.

La Costituzione americana

Le nomine di Trump alla Corte d'Appello erano prevalentemente giovani maschi (76%) bianchi (86%) con un'età media di 48 anni, garantendo a questi giudici di operare per almeno una ventina d'anni. Si tratta infatti di un incarico a vita e l'età media dei giudici che vanno in pensione è di 68 anni. Questa strategia ha invertito il trend di crescente diversità (etnica e di genere) nelle nomine, che aveva raggiunto l'apice durante la Presidenza Obama.

Casi recenti e il ruolo delle corti

Il caso Paige Thompson e Capital One

Un giudice federale statunitense ha ripristinato la condanna nei confronti di Paige Thompson, l’ex ingegnere di Amazon Web Services colpevole per il furto di dati ai danni di Capital One nel 2019. In quell’occasione, in seguito al data breach, vennero compromesse le informazioni di oltre 100 milioni di utenti, pubblicandole poi su GitHub. Il giudice per il Distretto Occidentale di Washington, Robert Lasnik, ha stabilito per Thompson una pena corrispondente al tempo già scontato, aggiungendo cinque anni di libertà vigilata, di cui tre in detenzione domiciliare e 250 ore di lavori socialmente utili.

La nuova sentenza, emessa la scorsa settimana, è arrivata dopo la decisione della Corte d’Appello del Nono Circuito, che aveva annullato la pena del 2022 in seguito al ricorso della Procura. Nel suo nuovo pronunciamento, il giudice Lasnik ha ammesso di aver fatto “un pessimo lavoro nel motivare adeguatamente” la sentenza originaria. Thompson, oggi 39enne, ha ricevuto una condanna per frode telematica e intrusione informatica dopo aver sfruttato le vulnerabilità dei sistemi di cloud computing di Capital One. L’intrusione è avvenuta attraverso un firewall dell’applicazione web “configurato in modo errato“, consentendo così l’accesso ai dati.

Nel valutare i fattori che giustificavano una significativa riduzione rispetto alle linee guida federali in materia di condanne da 135 a 168 mesi, Lasnik ha citato i problemi di salute mentale di Thompson e le difficoltà legate alla transizione di genere. Il giudice ha anche scritto: “La Corte non ritiene che una pena detentiva soddisferebbe la necessità di una sentenza che fornisca all’imputato le cure mediche necessarie.” Per altro, come ha spiegato CyberScoop, “i pubblici ministeri avevano nuovamente raccomandato una pena detentiva di 84 mesi“.

La responsabilità dei provider di servizi per computer (Sezione 230)

La Corte Suprema degli Stati Uniti è stata chiamata a pronunciarsi sulla responsabilità dei provider di servizi per computer (come social media e altre piattaforme online) per il contenuto pubblicato dai loro utenti. Il tema, noto oltreoceano come “internet liability“, è stato per anni al centro di un dibattito acceso e l’intervento della Corte contribuisce ad evidenziare la necessità di una riforma organica nell’ordinamento statunitense.

La Sezione 230 del Communications Decency Act

Al centro della questione è la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, che ha fornito negli ultimi tre decenni una sorta di immunità alle piattaforme online per il contenuto generato dagli utenti: se un utente pubblica un contenuto offensivo, diffamatorio o comunque illecito su una piattaforma, infatti, questa non ne può essere ritenuta responsabile.

Negli anni ’90, il Communication Decency Act aveva inizialmente rischiato di diventare un bavaglio per il giovanissimo Internet. Il legislatore statunitense aveva sentito la necessità di colmare tale lacuna estendendo la disciplina sulle comunicazioni “oscene e indecenti” rivolte a minori di 18 anni e sul divieto di distribuzione di materiali “palesemente offensivi” che fossero disponibili anch’essi per minori di 18 anni. In origine, la preoccupazione dominante rispetto ai contenuti disponibili su Internet riguardava l’accesso incontrollato alla pornografia da parte dei minori.

Tuttavia, in un caso riguardante Prodigy Services Co., la conclusione fu diversa: poiché Prodigy svolgeva attività di moderazione sulle sue bacheche online e cancellava determinati messaggi per “offensività e cattivo gusto”, venne affermato che potesse essere ritenuta responsabile per i contenuti pubblicati sulla sua piattaforma. Due rappresentanti repubblicani al Congresso, Ron Wyden e Chris Cox, proposero dunque un emendamento per escludere la responsabilità dei provider per i contenuti pubblicati dagli utenti, anche nel caso in cui venisse svolta attività di moderazione sulla piattaforma.

La Sezione 230 stabilisce che “Nessun fornitore o utente di un servizio interattivo per computer sarà trattato come l'editore o il relatore di qualsiasi informazione fornita da un altro fornitore di contenuti informativi.” Secondo alcuni autori statunitensi, su queste 26 parole sono state poste le basi per lo sviluppo della mastodontica industria americana del web.

Inoltre, la Sezione 230 prevede anche che “Nessun fornitore o utente di un servizio interattivo per computer sarà ritenuto responsabile per (A) qualsiasi azione volontariamente intrapresa in buona fede per limitare l’accesso o la disponibilità di materiale che il fornitore o l’utente ritenga osceno, lascivo, sudicio, eccessivamente violento, molesto o altrimenti discutibile, se tale materiale è protetto costituzionalmente; o (B) qualsiasi azione intrapresa per consentire o rendere disponibili ai fornitori di contenuti informativi o ad altri i mezzi tecnici per limitare l’accesso al materiale descritto nel paragrafo.” Venivano così risolte entrambe le possibili interpretazioni rispetto all’operato attivo o passivo dei provider nei confronti dei contenuti degli utenti, limitandone in ogni caso la responsabilità.

In seguito all’approvazione del Communications Decency Act, tuttavia, seguirono numerose proteste da parte di associazioni per i diritti civili, che mettevano in dubbio la costituzionalità del resto della normativa e dei divieti in essa contenuti, considerati in contrasto con il Primo Emendamento (che protegge la libertà di pensiero e di espressione). Nel 1997, nel caso Reno v. American Civil Liberties Union, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale le parti del testo che limitavano i contenuti “osceni e indecenti”, temendo che potessero rientrare nella definizione anche materiali sulla salute. Nonostante fossero venuti meno i divieti inizialmente introdotti dal Communications Decency Act, la Sezione 230 rimase in vigore, mantenendo la condizione di immunità dei provider per ogni genere di contenuto pubblicato dai loro utenti. Ciò ha permesso alle piattaforme di Internet di crescere e prosperare più facilmente senza essere soffocate da costose verifiche dei contenuti e senza dover limitare la libertà di espressione online.

Negli ultimi anni, però, si sono succedute numerose ed aspre critiche verso la Sezione 230, poiché consente alle piattaforme di tollerare contenuti diffamatori, disinformazione e incitamenti alla violenza. Inoltre, diversi autori sostengono che se da un lato le piattaforme garantiscono il diritto di libera espressione, dall’altro non fanno ancora abbastanza per rimuovere i contenuti offensivi e proteggere gli utenti.

I precedenti casi e le recenti pronunce

La questione della responsabilità dei provider ha stimolato interessanti valutazioni da parte dei giudici della Corte Suprema, in particolare nei casi Force v. Facebook, Inc. e Gonzalez v. Google LLC. Nonostante le grandi aspettative riposte nella pronuncia sul caso Gonzalez v. Google, la Corte Suprema ha scelto di non intervenire direttamente sull’applicabilità della norma alle complesse dinamiche degli algoritmi che selezionano i contenuti sulla base dei gusti degli utenti.

Nel caso Gonzalez v. Google, la Corte si è affidata al concetto di neutralità dell’azione del provider (già utilizzato dalla Corte d’Appello del 9° Circuito rispetto all’operato dell’algoritmo) ed ha evidenziato come non si possa trasformare una “distante inerzia” in consapevole e sostanziale assistenza all’attività terroristica; ha dunque ritenuto insufficiente l’osservazione per cui le piattaforme in esame fanno qualcosa in più che trasmettere informazioni per miliardi di persone. Inoltre, con riferimento specifico a Google e al sistema di monetizzazione di YouTube, i ricorrenti non avrebbero portato evidenze concrete di un contributo notevole fornito all’ISIS o ai suoi appartenenti. Pertanto, non sarebbe possibile sostenere che Google abbia prestato assistenza all’ISIS, né nell’attacco di Istanbul del 2017, né nelle altre attività di natura terroristica dell’organizzazione.

Il futuro di Internet e la regolamentazione delle piattaforme

La decisione della Corte Suprema incontra certamente il favore di chi, come gli attivisti per i diritti digitali, sostiene che la Sezione 230 debba rimanere parte dell’ordinamento statunitense; avrebbe infatti permesso una maggiore libertà di espressione online, favorendo la possibilità di connettersi e comunicare in modi che non erano possibili in precedenza. Inoltre, avrebbe consentito alle piattaforme online di rimuovere contenuti offensivi senza necessariamente censurare la libertà di espressione.

Tuttavia, l’orientamento delle Corti statunitensi che sostiene la neutralità delle piattaforme online è difficilmente condivisibile, proprio alla luce del noto funzionamento degli algoritmi di analisi delle preferenze degli utenti. Questi casi, infatti, hanno dimostrato nuovamente l’importanza di trovare un equilibrio tra la libertà di espressione e la protezione degli utenti online. Le piattaforme hanno il potere di raggiungere milioni di persone in tutto il mondo, ma da questo potere deriva anche la responsabilità di assicurarsi che il contenuto pubblicato su di esse non danneggi gli utenti - o quantomeno di adoperarsi concretamente in tal senso.

Inoltre, è emersa ulteriormente la diffusa percezione della necessità di una maggiore regolamentazione e supervisione delle piattaforme online. Se da un lato la Sezione 230 ha fornito per lungo tempo un’immunità funzionale allo sviluppo di Internet, dall’altro permangono le preoccupazioni per la sicurezza degli utenti e sulla diffusione di contenuti che comportano pericoli tanto online quanto offline. Il ruolo e le scelte dei provider assumono sempre maggiore centralità, soprattutto alla luce del funzionamento degli algoritmi a cui si affidano. È dunque necessario - prima e ben più di una pronuncia giurisdizionale - un intervento normativo che affronti il problema con lo sguardo critico del nostro decennio e che possa soddisfare le (spesso) contrapposte esigenze di sicurezza e libertà di espressione.

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