Coppo di Marcovaldo, nato a Firenze probabilmente tra il 1225 e il 1230, è stato una delle figure più eminenti della pittura toscana del XIII secolo e il più importante a Firenze prima di Cimabue. Attivo tra Firenze, Siena e Pistoia tra il quinto e l'ottavo decennio del Duecento, è uno dei pochi maestri duecenteschi del quale si conosca il nome. Formatosi probabilmente nella cerchia dell'anonimo autore della Croce n. 434 degli Uffizi, erede della cultura pittorica dei Berlinghieri a Firenze, Coppo arricchì l'eleganza formale e la narrativa pacata di questo maestro con un nuovo senso di monumentalità nelle figure e una tensione drammatica intensissima nell'impostazione delle storie.
I forti contrasti chiaroscurali e gli schematismi formali dei suoi dipinti, i movimenti dei suoi personaggi, scanditi con ritmi vivaci e caratterizzati da una potenza quasi brutale, vennero da alcuni (Longhi, 1948) messi in rapporto con "l'estrema involuzione balcanica" del neoellenismo bizantino del XIII secolo. Altri studiosi (Muratoff, 1928) insistevano invece sull'estraneità dell'indole e delle particolarità morfologiche della pittura di Coppo alla cultura bizantina. Sebbene variamente valutato, anche solo per la parte che con ogni probabilità gli spetta nella decorazione del Battistero fiorentino, Coppo meriterebbe un posto di rilievo nella storia della pittura del suo secolo.
Il Dossale di San Michele Arcangelo e Storie della Sua Leggenda
Una delle pale d'altare più significative attribuite a Coppo di Marcovaldo rappresenta l'arcangelo Michele circondato da sei riquadri con le sue storie. Questo dossale fu dipinto per la chiesa di Sant'Angelo a Vico l'Abate, in Toscana, e costituisce una delle più importanti testimonianze della pittura fiorentina intorno alla metà del XIII secolo.

Descrizione dell'Opera e Iconografia
La figura centrale presenta l'arcangelo Michele in trono con le ali spiegate, vestito come un dignitario imperiale, secondo l'iconografia bizantina (mentre in Occidente è raffigurato come un guerriero). Egli regge il globo crucifero, simbolo del potere di Cristo nelle sfere celesti, ma nella mano destra ha una lancia anziché la verga orientale tipica. Il fondo, ora annerito, era in argento meccato, ovvero una sottile foglia d'argento ricoperta da una vernice trasparente gialla che simulava l'oro.
Nella figura centrale predominano ancora tratti bizantini, come la suddivisione geometrica dei volumi operata da contorni netti e colori contrastanti, l'assenza di prospettiva e un linearismo che schiaccia la figura. Tuttavia, il viso è più umano e meno rigido rispetto a quelli orientali, suggerendo una prima fase di allontanamento dai canoni strettamente bizantini. Lo straordinario inasprimento del meticoloso linguaggio dell'artista fiorentino si evidenzia in modo singolare nella visionaria descrizione dell'Inferno, nel Giudizio Universale, realizzata per il Battistero di Firenze.
I sei episodi rappresentati su due colonne ai lati della figura principale sono tratti dalla Legenda Aurea, che a sua volta compila il Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano. Le storie seguono un andamento a "S", tipicamente bizantino, partendo da destra:
- In alto a destra: L'Investitura di Dio a san Michele.
- In alto a sinistra: La Costituzione dell'Ordine di Dio in paradiso, con san Michele che soprintende alla preparazione del Trono Celeste, simbolo del Giudizio Finale.
- Al centro a destra: Il Miracolo del toro.
- Al centro a sinistra: La Vittoria su Lucifero (San Michele che combatte il demonio).
- In basso a destra: L'Apparizione dell'arcangelo al vescovo di Siponto (San Michele che appare a un vescovo e compie un miracolo).
- In basso a sinistra: San Gregorio Papa che ordina la costruzione di una chiesa dedicata agli angeli nel mausoleo di Adriano (San Gregorio Magno che gli dedica Castel Sant'Angelo a Roma).
Storia e Attribuzione
La tavola, eseguita a tempera con argentature a mecca, è databile indicativamente tra il 1255 e il 1260. Inizialmente, fu attribuita dalla critica ad un anonimo pittore denominato da quest'opera "Maestro di Vico l'Abate". C.L. Ragghianti attribuiva il dipinto al "Maestro di Vico l'Abate" datandolo intorno alla metà del XIII secolo (1250 circa). Altri studiosi, come Bellosi e Boskovits, proponevano una datazione più tarda, intorno al 1265.
Più recentemente, lo studioso M. Boskovits (1976, 1977, 1993) ha riferito il dossale di Vico l'Abate alla prima attività di Coppo di Marcovaldo, riunendo intorno ad esso un ristretto gruppo di opere costituito dalla Croce di San Gimignano e dalla Madonna del Bordone di Santa Maria dei Servi di Siena. Il dipinto costituisce una delle pietre miliari della pittura fiorentina del Duecento prima dell'avvento di Cimabue. Questa attribuzione alla prima attività di Coppo è motivata anche dal fatto che qui le arcigne maschere fisionomiche dei personaggi appaiono ancora praticamente sovrapponibili a quelle degli angeli nella Madonna del Bordone, e i movimenti convulsi delle loro membra, avvolte in vesti dalle pieghe taglienti e illuminate da improvvisi bagliori di luce, ricordano da vicino le storie nel Crocifisso di San Gimignano.

Le Varie Localizzazioni
L'opera venne restaurata nel 1937 da Gaetano Lo Vullo. Negli anni '70 la tavola era ancora nella chiesa di Sant'Angelo a Vico l'Abate; nel 1976 venne nuovamente restaurata dallo stesso Lo Vullo e dalla Casazza, subentrata alla sua morte. Negli anni '80 il dossale fu ricoverato nei depositi della soprintendenza fiorentina e dal 1987 fu posto nella chiesa di Santo Stefano al Ponte a Firenze. Nel 1992, infine, venne trasferito nell'attuale sede espositiva, il Museo d'Arte Sacra di San Casciano in Val di Pesa, in provincia di Firenze.
Il Contesto Artistico di Coppo di Marcovaldo
La prima opera sicura di Coppo è la Madonna del Bordone del 1261, seguita probabilmente a breve distanza di tempo dalla Croce di San Gimignano, che le è stilisticamente molto vicina e che, eseguita per un centro appartenente all'orbita culturale senese, dovrebbe risalire al soggiorno del pittore in quest'ultima città. Coppo partecipò alla battaglia di Montaperti nel 1260, dove venne catturato dai senesi; per riscattarsi, dipinse la grande Maestà, la Madonna del Bordone, che firmò e datò 1261, destinata alla chiesa di Santa Maria dei Servi a Siena, dove si trova tuttora.
Nel 1265, Coppo è documentato come proprietario di una casa in Borgo San Lorenzo a Firenze e risulta attivo a Pistoia, dove affrescò la cappella di San Jacopo nel Duomo, opera non più esistente. Coppo prese parte alla straordinaria decorazione della cupola musiva del Battistero di Firenze, realizzando alcuni cartoni, tra cui il Cristo Giudice nella Mandorla e il visionario Giudizio Finale, in particolare per la parte che riguarda l'Inferno, databile tra il 1260 e il 1270 circa. A questa visione si ispirò probabilmente Dante Alighieri per la descrizione di alcune scene dell'Inferno.

Nel 1274, il figlio di Coppo, Salerno, si trovava in carcere a Pistoia. L'arciprete e i canonici della cattedrale presentarono domanda al Consiglio del Popolo affinché potesse uscire pagandosi la multa con il salario ottenuto per alcuni lavori assieme al padre, tra cui la Croce tuttora in loco e una scultura di San Michele per l'omonima cappella (quest'ultima perduta). L'ultimo documento che riguarda Coppo è del 1276, un pagamento per la pittura di un "solarium" sopra l'altare e il coro della cattedrale pistoiese, opera di cui si è persa ogni traccia.