A trent'anni dalla sua prematura scomparsa, Don Tonino Bello emerge non solo come una figura esemplare, ma come un modello autentico di cristiano, un vero e proprio santo per molti che gli sono stati vicini. Il pontefice venuto dall'America Latina, Papa Francesco, visitando nel 2018 Molfetta - dove Don Tonino è stato vescovo per 11 anni (1982-1993) - e Alessano - dove è sepolto - ha reso giustizia a un uomo che, nelle sue parole, è stato "sorgente di pace".
La sua figura, spesso etichettata come "pacifista" e "rosso", o definita un "profeta scomodo anche dentro la Chiesa" dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, in realtà chiamava le cose con il loro nome, smascherando storture e falsità. La sua radicalità evangelica è stata cristallina, assoluta e ferma, rendendolo un punto di riferimento imprescindibile nel panorama ecclesiale e sociale italiano.

La Vita e la Formazione: Radici nel "Sud del Sud"
Antonio Bello nasce il 18 marzo 1935 ad Alessano, in provincia di Lecce, nel cuore del Salento, una terra che amava definire il "sud del sud". La sua infanzia fu segnata da lutti precoci che plasmarono profondamente la sua sensibilità. Il padre, maresciallo dei carabinieri, morì improvvisamente nel 1942. Poco dopo, la Seconda guerra mondiale portò via due fratelli maggiori: Vittorio perse la vita nell’affondamento della corazzata Roma il 9 settembre 1943, e Carmine Giacinto morì improvvisamente nell'ottobre 1944. Questi eventi, in particolare la follia della guerra, si insinuarono nelle sue ossa e lo accompagneranno sino alla fine dei suoi giorni, alimentando la sua incrollabile dedizione alla pace.
Fin da bambino, Don Tonino ricordava: «Mio padre non lo ricordo. So che piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati a scuola dai loro papà». Questo senso di perdita precoce e la tragedia familiare lo resero un osservatore attento delle sofferenze del mondo.
Gli Anni del Seminario e la Crescita Intellettuale
Nell'ottobre del 1945, il giovane Tonino varcò la soglia del seminario di Ugento, iniziando un percorso di preghiera, studio e nuove conoscenze. La sua intelligenza e bontà non sfuggirono a compagni ed educatori. Dopo cinque anni, proseguì gli studi presso il seminario regionale di Molfetta, eccellendo in tutte le materie e dimostrando una spiccata propensione per lo sport, la musica (suonava organo e fisarmonica) e il canto. Il suo spirito gioviale lo rendeva amabile a superiori e compagni.
Nell'autunno del 1953, si trasferì al seminario ONARMO di Bologna, un luogo di formazione all'avanguardia che offriva un percorso alternativo, incentrato sul pensiero sociale della Chiesa, la storia del movimento sindacale e il contatto diretto con gli operai. Questa esperienza formativa fu una vera rivoluzione per il giovane Tonino, che in seguito ricorderà: «Un periodo bellissimo. Si vivevano già i segni del periodo preconciliare, e poi c’era la presenza straordinaria del card. Lercaro. Tutto ruotava intorno alla riscoperta della liturgia e dei suoi valori sociali. Di quegli anni ricordo soprattutto il contatto continuo con gli operai, quando il nostro mondo era ancora troppo chiuso, forse diffidente».
Il 7 luglio 1957 ricevette il diaconato e l’8 dicembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote nella sua Alessano da Mons. Ruotolo, beneficiando di una dispensa per la sua giovane età. Nel 1965 conseguì il Dottorato in Teologia presso l’Università Lateranense.
Il Ministero Sacerdotale: Educatore e Parroco
Nel 1958, dopo aver conseguito la Licenza alla Facoltà Teologica di Milano, Don Tonino si trasferì a Ugento, dove fu nominato professore di diverse materie scolastiche e ricoprì ruoli di prefetto, vice rettore e infine rettore del seminario dal 1974 al 1976. Questi diciotto anni furono fondamentali per affinare le sue capacità educative e pastorali, caratterizzate da un impegno incessante e una cultura profonda.
L'Influenza del Concilio Vaticano II
Nel 1962, Don Tonino accompagnò Monsignor Ruotolo a Roma per seguire i lavori del Concilio Vaticano II, fungendo da suo teologo personale. Preparò le tracce degli interventi del vescovo e tenne un diario di quell'esperienza romana. L'aria di rinnovamento e di apertura del Concilio Ecumenico influenzò profondamente la sua già ricca cultura pastorale, che emergerà con forza nel suo ministero episcopale. Nonostante la nomina a "monsignore" all'età di ventotto anni, egli continuò a farsi chiamare semplicemente "don" Tonino, un segno della sua umiltà e prossimità.
L'Impegno Parrocchiale a Ugento e Tricase
Nel 1978, lasciò il seminario per diventare amministratore parrocchiale del "Sacro Cuore di Ugento". Qui si immerse a tempo pieno nel lavoro pastorale, ricostituendo il Consiglio parrocchiale e dedicando particolare attenzione al canto sacro e alla preparazione delle letture domenicali. La gente lo ricordava mentre girava per le strade della parrocchia, chiamando tutti per nome, con un sorriso e una parola di incoraggiamento per ciascuno.
Nel 1979 fu eletto parroco della "Natività di Maria" a Tricase, a pochi chilometri da Alessano. In soli tre anni, Don Tonino rivoluzionò la vita del paese con il suo impegno dinamico e le sue scelte innovatrici, applicando gli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Le sue omelie riempivano la chiesa di persone affascinate, e non esitava a lanciare "sferzate" ai politici e agli amministratori locali, senza risparmiarsi. La sua popolarità crebbe, soprattutto tra i giovani, ai quali dedicava grande attenzione anche come insegnante.
LA BIOGRAFIA DI DON TONINO BELLO
L'Episcopato a Molfetta: Un Nuovo Stile
Don Tonino rifiutò per ben due volte la nomina a vescovo - prima a Palmi (Calabria) nel 1980, poi a Tursi (Basilicata) - tormentato dall'idea di lasciare la sua parrocchia e la sua gente, e soprattutto la sua anziana madre, che morirà nel 1981. Fu solo nel 1982, alla terza proposta, che accettò, venendo nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi il 10 agosto, e successivamente anche di Ruvo di Puglia nel 1986. All'ingresso nella sua nuova diocesi il 21 novembre 1982, festa della presentazione di Maria al Tempio, si presentò con parole che anticipavano il suo stile: «Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà».
Il "Vescovo con il Grembiule": Un Segno di Servizio
Fin dall'inizio del suo ministero episcopale, Don Tonino rinunciò ai segni esteriori del potere, scegliendo una vita sobria, semplice e di grande umiltà. Non volle usare il classico appellativo "Sua Eccellenza", preferendo farsi chiamare semplicemente "don Tonino". La sua croce pettorale era in legno, un gesto insolito che colpì persino il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, a cui Don Tonino la donò durante il giuramento. Fu lui a coniare l'espressione "Chiesa del grembiule" per testimoniare la necessità e il dovere di stare sempre dalla parte degli ultimi, una Chiesa vicina alle persone sofferenti attraverso il richiamo agli insegnamenti semplici del Vangelo.
La "Chiesa del grembiule", spiegava, non si aspettava un consenso altissimo, poiché «nell’hit parade delle preferenze il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario fra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi. Con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca». Questa immagine divenne una delle sue metafore più efficaci, insieme a quella della "convivialità delle differenze".
Don Tonino mise subito in pratica questa visione: scese in piazza a fianco degli operai in sciopero delle ferriere di Giovinazzo, aprì le porte del palazzo vescovile alle famiglie degli sfrattati, andò a parlare con i senzatetto alla stazione, e fondò la Comunità di Accoglienza e Solidarietà Apulia (C.A.S.A.) per il recupero dei tossicodipendenti e una Casa di accoglienza per extracomunitari. Le sue parole libere e le sue azioni radicalmente evangeliche, spesso "sine glossa" - senza gli orpelli della carica o le distanze imposte dal ruolo - mostravano la forza rivoluzionaria del Vangelo.
Le Battaglie per la Pace e la Nonviolenza
Nominato presidente nazionale di Pax Christi nel 1985, Don Tonino maturò più profondamente il suo impegno come operatore di pace. La lotta per la pace e la promozione della nonviolenza rappresentavano per lui un'esigenza intrinseca nella sequela di Cristo. Don Tonino era un cristiano completamente immerso nella propria storia con la luce del Vangelo, che prendeva sul serio l'invito di Gesù a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero!», poiché la nonviolenza non era per lui una possibilità tra le altre, ma «opzione vera e autentica, necessaria e impegnativa».
Contro la Militarizzazione e il Mercato delle Armi
Le sue battaglie anti-basi militari, in particolare contro il trasferimento degli F16 in Puglia e gli euromissili a Comiso, divennero celebri. Denunciò instancabilmente i pesanti investimenti in armi da parte del governo italiano e le cause che producevano guerra e fame. Fu un'appassionata adesione al cartello "Contro i mercanti di morte" che portò nel 1990 all'approvazione della Legge 185, che regola in maniera restrittiva e democratica il commercio delle armi italiane. Egli sottolineava che il mercato degli armamenti non era un'entità astratta, ma derivava da scelte precise, una "follia assoluta, un’ingiustificata e ingiustificabile corsa a strumenti di morte".
Don Tonino reclamava per i cristiani il diritto alla parola e alla denuncia, contro ogni silenzio e indifferenza. «Il Signore ci ha messo sulla bocca parole roventi: ma noi spesso le annacquiamo con il nostro buon senso», ammoniva, invitando a non ammorbidire la profezia con trucchi diplomatici e a non avallare con complici silenzi lo sterminio per fame di popoli interi.
La Guerra del Golfo e gli "Auguri Scomodi"
Non poteva rimanere ammutolito davanti alla Guerra del Golfo, scatenata dalle potenze occidentali per motivi economici legati al petrolio iracheno. Scrisse ai parlamentari italiani chiedendo di non approvare l'intervento armato e, come monsignor Romero prima di lui, paventò la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeté l'appello anche in diretta televisiva, venendo accusato di incitamento alla diserzione e deriso dalla stampa, ma non si tirò indietro.
Famosi sono i suoi "auguri scomodi" di Natale, in cui rovesciava la prospettiva della festa che dimentica il Festeggiato: «I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere ‘una gran luce’ dovete partire dagli ultimi».
La Marcia per Sarajevo (1992)
Già profondamente minato da un male incurabile, nel dicembre 1992 Don Tonino partecipò alla storica marcia di 500 pacifisti nella Sarajevo sotto assedio dalle truppe serbo-bosniache. Nonostante le sue condizioni di salute sempre più precarie, volle marciare a tutti i costi con la sua gente. Con i "Beati i Costruttori di pace", sfidarono e ruppero l'assedio, raggiungendo la capitale bosniaca l'11 dicembre.
In un cinema cittadino illuminato da fiaccole e candele per l'assenza di elettricità, Don Tonino pronunciò parole profetiche: «La strada per la pace è la nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati». Questa marcia fu una delle sue ultime azioni pubbliche, un testamento della sua vita dedicata alla pace.

Il Pensiero di Don Tonino: Grembiule, Convivialità e Vangelo Vivo
Le stelle polari dell'azione pastorale e sociale di Don Tonino Bello furono la pace, l'antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi. La sua capacità di esprimere con un linguaggio moderno e anticonvenzionale i valori del Vangelo e l'amore agli ultimi era una delle sue doti principali. Per lui, il cristiano sa, citando Karl Barth, che «si deve vivere con la Bibbia in una mano e il giornale (oggi diremmo Internet) nell’altra», perché l'esistenza del discepolo di Gesù non può scorrere lontana dai fatti della storia.
La "Convivialità delle Differenze"
Don Tonino non solo accettava, ma valorizzava le differenze, teorizzando la "convivialità delle differenze". Le diverse culture degli altri ci arricchiscono, senza sminuire la nostra identità. Questa idea implica la capacità di riconoscere all'altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso, poiché ignorare l'esistenza e i diritti altrui «prima o poi provoca qualche forma di violenza, molte volte inaspettata», come sottolineerà anche Papa Francesco.
Una Fede Profonda e Anticonvenzionale
Don Tonino è stato soprattutto un uomo di fede. Interrogato sull'immagine di Dio, rispose: «Mio padre io non lo ricordo... Ma Dio me lo sento così. Come un padre dolcissimo, col quale non è difficile confidarmi. Come un partner di cui non bisogna avere paura. Come un compagno affettuoso che al meriggio scende, come nell’Eden, a farsi una passeggiata con me». Sentiva di non aver soggezione di Lui, trovando più facile chiedergli scusa con un sorriso d'implorazione che con un percotimento di petto.
Le sue liturgie annunciavano il largo banchetto del Regno, invitando i poveri, gli storpi, gli zoppi e i ciechi. Celebre l'episodio in cui, durante una messa, distribuì rose ai presenti invitandoli a regalarle al primo passante, un gesto che sottolineava la precedenza della pace sul culto, ricordando il passo evangelico: «Se stai per deporre sull’altare la tua offerta e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare e vai prima a riconciliarti con tuo fratello, dopo verrai ad offrire il tuo dono».
Stima per l'Etica Laica e le Figure Femminili
Il vescovo Tonino Bello aveva grande stima di una seria etica laica, anche quella non accompagnata dalla fede. Nelle Giornate Salveminiane di Molfetta nel 1988, pur riconoscendo l'anticlericalismo di Gaetano Salvemini, ne ammirava la passione indomita per la libertà e il rifiuto dei privilegi. Affermava: «C’è da esser certi che il Signore, sensibile ai galantuomini increduli non meno di quanto sia indulgente con le canaglie credenti, abbia accolto ugualmente nella sua pace questo profeta laico del suo Regno». Nei suoi scritti, pace e nonviolenza confluiscono spesso nel volto femminile, riconoscendo alla forza, al coraggio e alla mitezza delle donne i più forti segni di speranza per il futuro.
La Malattia e l'Eredità
Sul finire del 1992, Don Tonino fu colto all'improvviso da un grave cancro allo stomaco. Nonostante le operazioni e le terapie non riuscissero a sconfiggere il male, Don Tonino decise di trasformare il suo letto di dolore in quello che definì un "altare scomodo", dal quale continuò a incoraggiare il suo popolo. Il suo corpo era debilitato, ma il suo spirito più vivo che mai.
La sua malattia non gli impedì di guidare la carovana per la pace nella Sarajevo bombardata. Sul suo volto, i segni della malattia non riuscivano a spegnerne il grido di speranza che lanciò, circondato da tutti, la notte del 31 dicembre 1992, al termine dell'annuale Marcia per la Pace tenuta a Molfetta per via delle sue condizioni di salute. Fu l'ultima volta che parlò dal vivo.
Il 20 aprile 1993, Don Tonino Bello, il "vescovo col grembiule", morì all’età di 58 anni. I funerali, celebrati a Molfetta, furono seguiti da una folla immensa di circa sessantamila persone, giunte da tutta Italia e anche dall'estero. La sensazione di perdita provata dalla sua gente fu immensa.

La Pace: Un Vocabolario Complesso e Urgente
Per Don Tonino, la pace non era "un semplice vocabolo, ma un vocabolario". Non si trattava solo dell'assenza di guerra, ma di un'ansia profonda che percorre il mondo, una meta ideale che affonda nella pluriforme molteplicità dell'essenza umana. La pace, infatti, ha molteplici sfaccettature e ha a che fare con la libertà, la giustizia, la povertà, l’equità sociale, le discriminazioni, la verità, la solidarietà e persino con la salvaguardia del creato e l’economia.
Il "vescovo con il grembiule" ribadiva che la guerra non è solo «il tuono dei cannoni o l'esplosione delle atomiche, ma la semplice esistenza di questo violento sistema economico», affermando che «non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti». Oggi, di fronte a nuove armi e alla pazzia della corsa agli armamenti nucleari, Don Tonino leverebbe di nuovo la sua voce per dire che guerra e armi sono follia, e chi le propugna come risoluzione dei conflitti è, cristianamente e laicamente, «alieno a ragione», come recita la Pacem in terris di Giovanni XXIII.
LA BIOGRAFIA DI DON TONINO BELLO
Riconoscimenti e Memoria
Nonostante nei decenni successivi la Chiesa istituzionale abbia talvolta "consegnato all'oblio" o "quasi cancellato" la sua memoria, la figura di Don Tonino Bello è tornata prepotentemente alla ribalta. Il suo messaggio continua a risuonare con forza, come dimostrato dalla partecipazione dei bambini della Quinta A dell’Istituto Don Bosco di Polignano a Mare, premiati per i loro gesti di pace, che sono «eredi» del suo messaggio.
Oggi, Don Tonino Bello è riconosciuto come un profeta laico del Regno, un uomo che ha saputo incarnare il Vangelo nella vita quotidiana, senza compromessi. La sua autentica testimonianza ha mostrato la forza rivoluzionaria di una fede incarnata nella condizione umana, capace di amare il proprio nemico, rovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili. La sua radicalità lo ha reso, come dice il Vangelo, "perseguitato", fino forse a farlo ammalare. Eppure, proprio questa sua capacità di annullare ogni distanza - tra religione e Vangelo, tra vita e morte - lo rende una figura ancora attualissima e ispiratrice.