Il Canto al Vangelo nella Liturgia Cristiana: Significato e Forma

Introduzione al Canto Sacro nella Liturgia

L'enorme spartito della storia della musica occidentale, dopo l'incipit che pone l'ascolto al canto dell'esperienza musicale delle antiche civiltà, si apre col farci ascoltare il Canto della liturgia cristiana, la mistica melopea che, dai primi vagiti della nascita, sino alla pienezza del canto della maturità, abbraccia un lungo periodo di ben dodici secoli.

Questo canto trae le proprie origini dalla melopea giudaica, la cantillazione ebraica e dall'arte della recitazione greca. Le prime comunità cristiane cantavano certamente ispirandosi alle cantilene delle tradizioni locali. Provenendo dall'ambiente ebraico, sicuramente i canti della sinagoga, come anche, più tardi, quelli delle tradizioni orientali, furono all'origine del primo canto cristiano. Questa, però, è soltanto un'ipotesi probabile, perché sino al secolo IX si aveva soltanto la tradizione orale. I modelli di cantillazione erano imparati a memoria.

Isidoro di Siviglia (+ 633) lo tramanda: «Se i canti non vengono tenuti a mente, vanno perduti, perché non è possibile metterli per iscritto» (Etymologiae 3, 15). È probabile che le prime comunità cristiane abbiano letto i Sacri Testi nella forma della "cantillazione" sinagogale, anche se poi, quando le formule in canto si svilupparono, esse assunsero un proprio stile. Le preghiere, quindi, avevano il modus canendi sinagogale della preghiera improvvisata. L'intimo rapporto tra testo sacro e melodia, pur nelle diversità espressive e stilistiche, nelle celebrazioni resterà sempre legge fondamentale per la Parola in canto.

Il lungo e variegato cammino del canto sacro all'interno della storia della musica, alla luce della prospettiva biblico-teologica ed ecclesiologico-liturgica, ha visto un'evoluzione dai modi arcaici di oralità e vocalità irrecuperabili, verso formalizzazioni e codificazioni di repertori fissati da grafie chiamate neumatiche. Il canto liturgico, detto gregoriano, si presenta, al culmine della maturità, come arte dotta e perfetta e, perciò, in sé conclusa. Si arricchisce dell'opera di raffinati compositori, per lo più anonimi, e, come limpida acqua di sorgente, ha donato vita ai grandi fiumi della musica europea, come la straordinaria generazione del vasto e variegato mondo dell'arte polifonica.

Indubbiamente, ogni evoluzione storica porta in sé, attraverso il naturale processo d'intrinseco svolgimento, anche la decadenza che è, molto spesso, condizione inevitabile per la rinascita e il rinnovamento. Il gregoriano, dove testo-voce-musica rappresentano un ideale di unità, è canto che sgorga dal cuore e fiorisce sulle labbra dei cristiani attratti e illuminati dal Verbo del Padre incarnato nell'umana natura. Nei secoli in cui avveniva la decadenza della raffinatissima cultura ellenistico-romana e fioriva quella nuova cristiana, le melodie raccoglievano il retaggio musicale della Grecia e dell'Oriente, portando in sé la ricchezza di sapienza e di esperienza formale e la potenza dell'ispirazione orante.

L'Acclamazione al Vangelo: Cuore della Liturgia della Parola

L'Acclamazione al Vangelo è una formula liturgica utilizzata prima della proclamazione del Vangelo nelle Celebrazioni eucaristiche. È formato dal canto dell'Alleluia seguito da alcuni versetti recitati o cantati e di nuovo dal canto dell'Alleluia. Fa eccezione il Tempo Quaresimale dove è omesso l'Alleluia e al suo posto è utilizzato un altro canto. L'Alleluia o, secondo il tempo liturgico, il versetto prima del Vangelo, costituiscono «un rito e un atto a sé stante» (PNMR 17/A) con il quale l'assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore del quale sarà proclamata la Parola e con il canto manifesta la propria fede.

L'acclamazione al Vangelo è il canto della risurrezione, durante il quale l'assemblea balza in piedi perché entra il Risorto: Cristo, vincitore della morte, entra nella sua santa Chiesa e noi esplodiamo nel canto. Il versetto alleluiatico è un testo della Scrittura che fa da raccordo fra tutte le letture. Non si può toccare né eliminare, perché è la chiave di volta della Liturgia della Parola: è come un architrave che sorregge tutta la struttura.

schema della struttura dell'Acclamazione al Vangelo con Alleluia e versetto

L'Origine dell'Alleluia

Il canto "Alleluja" è una formula che deriva direttamente dall'ebraico e significa "Lodate Jahvè". Nella Bibbia la troviamo all'inizio e alla fine di molti salmi, detti appunto Allelujatici, come i salmi dal 146 al 150. L'Alleluja passò nell'uso cristiano fin dal secondo secolo, come testimonia una raccolta di Inni intitolata "le odi di Salomone", in cui l'Alleluja costituiva l'acclamazione del popolo in risposta al canto del solista. Anche l'Apocalisse di Giovanni descrive una grandiosa liturgia di lode nella Gerusalemme del cielo intorno al trono di Dio, dove l'Alleluja fa da cornice a tutte le acclamazioni (Ap. 19, 1-6).

Per i cristiani fin dalle origini l'Alleluia fu il canto caratteristico della gioia pasquale e del suo tempo. Nel quarto e quinto secolo l'Alleluia era diventato quasi un saluto fra i cristiani. Ben presto questa acclamazione entrò anche nell'uso liturgico prima ad Alessandria, poi in Siria e quindi a Bisanzio. A Roma arrivò all'inizio del quinto secolo. Durante tutto il medioevo il canto dell'Alleluia fu arricchito con splendide melodie e ne circolarono numerose raccolte dette Allelujaria. Attualmente l'Alleluia si canta in tutte le messe e all'inizio di ogni parte dell'Ufficio divino (mattutino, lodi, ora media, vespro e compieta), eccetto il periodo della Quaresima.

Norme e Prassi per l'Esecuzione del Canto al Vangelo

L'Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR), ai nn. 62, specifica che dopo la lettura che precede immediatamente il Vangelo, si canta l'Alleluia o un altro canto stabilito dalle rubriche, come richiede il tempo liturgico. Tale acclamazione costituisce un rito o atto a sé stante, con il quale l'assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede.

  • L'Alleluia si canta in qualsiasi tempo, tranne in Quaresima.
  • In tempo di Quaresima, al posto dell'Alleluia si canta il versetto posto nel Lezionario prima del Vangelo, o un altro Salmo o tratto, come si trovano nel Lezionario o nel Graduale.
  • L'Alleluia o l'acclamazione a Cristo in Quaresima (es. "Lode a Te o Cristo" o "Gloria e Lode...") può essere iniziato da tutti, o dalla schola o da un cantore e, se è il caso, lo si ripete; il versetto invece viene cantato dalla schola o dal cantore.

Questo canto dovrebbe accompagnare l'Evangeliario che dall'altare viene portato solennemente all'ambone. È fondamentale che il versetto alleluiatico sia cantato e non recitato, poiché "un canto non va mai recitato!". Si devono evitare quei ritornelli passe-par-tout che sembrano andar bene per ogni celebrazione, in quanto non hanno alcuna attinenza con le letture e vanno aboliti, perché il versetto alleluiatico è fondamentale e deve essere cantato.

Esempi di Alleluia e versetti:

  • Alleluia, alleluia. Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
  • Alleluia. Abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorare il Signore. A Betlemme di Giudea è nato il Salvatore; Erode si turba, il mondo è felice.

Mentre si canta l'Alleluia o un altro canto, se si usa l'incenso, il sacerdote lo mette nel turibolo.

7 attenzioni per chi canta e suona a messa

La Scelta del Repertorio e il Ruolo degli Animatori

Il repertorio dei canti sia prima di tutto appropriato al momento liturgico che si sta vivendo: si eviti perciò la genericità e la banalità. Fonti sicure a cui attingere sono il Repertorio nazionale e La famiglia cristiana nella Casa del Padre: entrambi forniscono l'indice dei canti tenendo presente lo svolgimento del rito della messa, i vari tempi liturgici e gli altri sacramenti.

Per la scelta di canti appropriati Amelio Cimini giustamente fa notare che «un canto va calato realisticamente nel momento rituale; oltre che avere una corrispondenza interna ad esso, deve anche permettere di partecipare alla coralità dell'azione liturgica. La veloce usura di certi canti deriva proprio dal loro impiego ossessivo e indiscriminato (vedi i cosiddetti canti per tutte le stagioni come lo sono stati Al tuo santo altar, Resta con noi, Esci dalla tua terra, Symbolum '77 ecc., canti benemeriti, ma eseguiti con disinvoltura a Natale, Pasqua, funerali, matrimoni, cresime e prime comunioni)».

I canti saranno scelti tenendo presenti le possibilità dell'assemblea, il contenuto con riferimenti biblici e in linea con la grammatica e la sintassi. Siano tali da rasserenare gli animi, favorendo la calma e la preghiera interiore che scaturisce dal rito stesso, e senza che l'assemblea venga ferita con lagne o al contrario con toni troppo esaltati per essere veri. Più che essere preoccupati di cambiare continuamente, è consigliabile «un'acquisizione di materiali agili, come dialoghi-risposte, acclamazioni, ritornelli di benedizione o di supplica, litanie. Una regia che sa organizzare con proprietà simili elementi, solo in apparenza poveri, ottiene a volte vantaggi non inferiori a quelli legati all'impiego di materiali laboriosi in fase sia di apprendimento che di esecuzione… Una messa parrocchiale di una comunità volenterosa e fedele ai valori profondi, benché povera di possibilità musicali, può essere più solenne di celebrazioni spettacolari, fascinose, ricche di apparati tali da attirare l'attenzione della cronaca e i consensi della critica» (F. Rainoldi).

infografica sui criteri di scelta dei canti liturgici appropriati al momento

Nelle celebrazioni con prevalenza di fanciulli si utilizzeranno canti adatti per loro e all'estensione vocale dell'età. Tuttavia, Giuliano Zanchi osserva: «La questione dei bambini nella liturgia per esempio è sotto questo profilo emblematica. Il furore dadaista prodotto dall'effetto combinato di questi equivoci ha soffiato su ogni tipo di strategia additiva, di innesto emotivo, di supplemento didattico, di integrazione ludica, finiti a comporre quel senso comune della cura liturgica che ha gaiamente perseguito la strada di espedienti al ribasso, più vicini alla logica dell'intrattenimento che ai processi della mistagogia» (Rimessi in viaggio, p. 11).

A questo punto è chiamata in causa la competenza musicale degli animatori del canto liturgico i quali, invece di affidarsi acriticamente alle esecuzioni offerte dai media o alle deformazioni ormai consolidatesi, dovrebbero essere capaci di una corretta interpretazione della partitura, rispettando il solfeggio e tenendo presente la regola d'oro: cantare come si parla.

Il Canto Liturgico come Esperienza Mistagogica

Il canto liturgico è parte integrante della liturgia solenne (SC 112) perché favorisce la partecipazione di tutta l'assemblea dei fedeli. L'arte del celebrare si apprende "in ginocchio", frutto e riflesso di una intensa vita spirituale, di un rapporto intimo col Signore, di comprensione teologica e orante di ciò che si sta compiendo nella celebrazione col popolo. Non sarebbe né autentico né vero liturgicamente se fosse contaminato da motivazioni ambigue e fuorvianti, come certe pretese, per celebrazioni particolari, di repertori suggeriti dal cattivo gusto; o avesse connotazioni che vanno dal festaiolo leggero al solenne lordo e pesante.

Tutte queste precisazioni non intendono certo suggerire una liturgia compassata, seriosa, guidata da un criterio perfezionista. Al riguardo, François Varillon diceva senza mezzi termini: «L'eucaristia deve essere una festa, ma non sarà mai un musical» (Gioia di credere e gioia di vivere, p. 77). Il clima di festa sarà frutto di uno svolgimento sereno e di interventi canori del celebrante in dialogo cantato con l'assemblea e canti propri dell'assemblea. Il canto liturgico, con la semplicità e la naturalezza che sanno evitare toni stentorei, surreali ed enfatici, non metterà tra parentesi, in quell'oasi temporale che è la messa, la cruda realtà di chi soffre, muore di fame, non sa dove sbattere la testa, vive ore di angoscia. La liturgia poi non diventa «trasgressiva» (A. Grillo) nella misura in cui non perde di vista la concretezza dell'evento che celebriamo nel mistero: Cristo capofila degli emarginati, il servo sofferente.

Già il canto all'ingresso segna l'inizio della celebrazione, e per l'assemblea serve da "camera di decompressione" perché gli animi siano introdotti nella celebrazione che prevede il canto del Kyrie e del Gloria, che non siano riservati al solo coro. È opportuno cantare almeno il ritornello del salmo responsoriale, l'acclamazione al Vangelo sia prima che dopo. Il Santo, non essendo classificato tra i canti, ma tra le acclamazioni, deve essere eseguito da tutti. L'Agnello di Dio dev'essere cantato interamente dall'assemblea, così pure il canto che accompagna la processione per la comunione eucaristica. Anche i riti di conclusione prevedono il canto di tutte le parti. Tutti i linguaggi e i sensi per coglierli sono interessati e coinvolti: parole, canti, gesti, colori, luci, odori, sapori, movimenti.

Il mistero della voce dell'uomo, strumento sonoro principe della liturgia, può suscitare vibrazioni, palpiti, oscillazioni, quasi un'onda, una scossa al nostro cuore perché tra i santi segni intravveda Cristo, il crocifisso risorto. La processione d'ingresso diventa così l'irruzione del Risorto tra i suoi (la Chiesa); il segno di Croce si libera della gestualità devozionale; il Kyrie è struggente grido che chiede a Dio vicinanza e misericordia; il Gloria si fa lode fragorosa; il salmo responsoriale si imprime nei cuori come un'umanissima, lirica profezia della fede; il canto al Vangelo accoglie con l'entusiasmo di Maddalena il Signore Gesù dolcissimo e vivo; il prefazio e il Sanctus uniscono le nostre piccole voci al grande canto degli angeli e dei santi che vedono il volto di Dio e lo chiamano tre-volte-Santo; il canto del racconto dell'istituzione dell'Eucaristia si libera dal rischio della "narrazione sacra" ed evoca il mistero dell'agire del Signore; il canto della dossologia dà alla preghiera che va verso il cielo un sigillo di gloria per quanto abbiamo chiesto e ricevuto nell'Anafora; l'Agnus Dei allude al sangue versato di Cristo, che sgorga dallo spezzare il Pane celeste; la comunione eucaristica dilata il silenzio con una pacatezza che nutre l'anima. È una luce gloriosa che trafigge le parole che usiamo nella celebrazione perché inizino a vibrare "dall'alto" (cfr. Gv 3,3), una trasfigurazione difficile a dirsi, ma percepibile immediatamente quando, nell'aula, il vescovo, il presbitero o il diacono cantano dialogando con l'assemblea; quando il salmista canta con l'assemblea; quando la schola cantorum canta con l'assemblea; quando il silenzio canta con l'assemblea.

Come ricordava Sant'Agostino: «Quanto ho pianto al sentire gli inni e i canti in tuo onore, vivamente commosso dalle voci della tua Chiesa, che cantava dolcemente! Quelle voci vibravano nelle mie orecchie e la verità calava nel mio cuore e tutto si trasformava in sentimento di amore e mi procurava tanta gioia da farmi sciogliere in lacrime» (Confessioni IX, 6).

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