La storia dei confini dello Stato Pontificio è intrinsecamente legata alla complessa evoluzione politica e religiosa dell'Italia medievale e moderna. Dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente all'affermazione del potere temporale dei Papi, i territori sotto l'influenza e il diretto controllo della Chiesa romana hanno subito profonde trasformazioni, riflettendo dinamiche geopolitiche e ambizioni ecclesiastiche.
Il Contesto Post-Romano e la Nascita di un Potere Pontificio
Nel 476 finisce l’impero romano d’Occidente, dopo che Roma era stata saccheggiata prima, nel 410, dai visigoti di Alarico e poi, nel 455, dai vandali di Genserico, mentre la parte orientale dell’impero sopravviveva attorno a Costantinopoli, la Nuova Roma creata dall’imperatore Costantino I il Grande. Con una guerra quasi ventennale (535-553) l’imperatore Giustiniano I elimina la presenza ostrogota in Italia, ma l’invasione dei longobardi del 568 rompe definitivamente l’unità politica della penisola e apre la strada a una distinzione fra il Regnum longobardo, con capitale Pavia - che si frazionerà in ducati sempre più autonomi -, e i territori bizantini. Anche questi ultimi si frammentano in una serie di nuclei locali, alcuni dei quali - l’Esarcato di Ravenna e il Ducato di Calabria, comprendente parte della Puglia e la Calabria - restano sotto il governo dell’impero d’Oriente e altri divengono di fatto ducati autonomi.

L'Ascesa del Potere Temporale della Chiesa Romana
Il Ruolo della Chiesa in un'Italia Frammentata
Fin dall’età di Papa san Leone I Magno (440-461) la popolazione romana può contare per la difesa dai barbari soltanto sul prestigio del suo vescovo, quale successore degli apostoli Pietro e Paolo, e sulla sua azione protettrice. I romani continueranno a guardare al Pontefice piuttosto che al governatore imperiale come al proprio naturale difensore, anche dopo la riconquista operata da Giustiniano, la cui Prammatica Sanzione, una costituzione imperiale del 554, riorganizzando il governo bizantino in Italia, amplia i poteri attribuiti negli anni precedenti ai vescovi, fino a dar loro la veste di magistrati cittadini.
Davanti all’avanzata dei longobardi, mentre l’esarca di Ravenna rivela la sua impotenza, Papa san Gregorio I Magno (590-604) è il solo che riesca a tutelare efficacemente l’incolumità di Roma, sia con preparativi militari sia con trattative diplomatiche. All’epoca la Chiesa romana dispone non solo di un immenso prestigio spirituale ma anche di ricchezze fondiarie rilevanti, costituite dalle donazioni offerte “a san Pietro” da fedeli di ogni condizione sociale ed economica. Queste proprietà sono organizzate in grandi aziende agrarie, ognuna delle quali, definita patrimonium, costituisce un organismo autonomo, gestito da un rector, alto funzionario dell’amministrazione centrale pontificia nominato direttamente dal Pontefice. Il cosiddetto Patrimonium Sancti Petri, esteso nei primi secoli ben oltre l’ambito peninsulare, è limitato, nel secolo VII, dopo le conquiste longobarde e le confische bizantine, all’Italia Centrale, in una continuità - rappresentata dal costante modello organizzativo dei singoli patrimonia - che travalicava le distinzioni politiche fra i regni romano-barbarici e i territori imperiali. La Chiesa costituisce così una grande e complessa struttura, con personale numeroso, vaste proprietà e un’ampia serie di competenze, ben prima di assumere la responsabilità del governo temporale.
Crisi Bizantina e Affermazione dell'Autonomia Pontificia
Alla fine del secolo VII l’Italia bizantina è guidata, sul piano politico, sociale ed economico, da uomini le cui famiglie e la cui fortuna sono legate sempre più a comunità locali ben definite. Si è sviluppata una nuova aristocrazia militare e, insieme a essa, una complessa struttura sociale che non discende più necessariamente dai vertici dell’impero. Nelle singole province, con esclusione di Ravenna, le popolazioni locali, in grande maggioranza costituite da coltivatori legati al patrimonio ecclesiastico, si legano sempre più alla Chiesa, l’unica istituzione in grado di favorire quella ordinata e pacifica convivenza sociale che né i bizantini né i longobardi potevano garantire. L’amministrazione ecclesiastica, che aveva sempre utilizzato con la massima liberalità per opere di carità e di assistenza i redditi e i prodotti delle sue proprietà - per questo denominate res pauperum Christi -, è portata naturalmente a venire sempre più largamente incontro ai bisogni della popolazione, assumendosi anche quelle attività d’interesse collettivo fino ad allora svolte dai poteri municipali e statali.
Nel 726, l’imperatore Leone III Isaurico (717-741) scatena la lotta contro il culto delle immagini - iconoclastia -, aprendo una grave crisi religiosa che dura vari decenni e che in Italia scuote il potere bizantino già traballante. Alla condanna di Papa Gregorio II (715-731) segue la rivolta delle province della penisola contro i funzionari imperiali che tentano di far applicare il decreto sulle icone. La politica religiosa dell’imperatore, la pressione fiscale crescente, le missioni punitive compiute dai bizantini allentano i legami fra la penisola italiana e Costantinopoli. Il pericolo maggiore è rappresentato dal re longobardo Liutprando (m. 744) che, rispolverando l’antico sogno dei suoi predecessori di unificare la penisola, sconfigge ripetutamente i bizantini e minaccia Roma. Tuttavia, di fronte all’ostilità delle popolazioni sottomesse e dei Pontefici, per ben due volte preferisce evitare l’urto frontale, restituendo al Ducato Romano, per la prima volta chiamato apertamente respublica, il castrum di Sutri, nella Tuscia romana, nel 728, e, nel 742, quattro città da lui occupate e una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, sottratti dai duchi di Spoleto oltre trent’anni prima.
La Formazione dei Confini dello Stato Pontificio: Dalle Donazioni Carolinge all'Emancipazione
L'Alleanza con i Franchi e le Prime Cessioni Territoriali
Lentamente ma senza incertezze i Papi guidano il movimento che porta all’emancipazione della respublica di san Pietro dall’impero d’Oriente. Fra il 730 e il 750 il Pontefice diventa definitivamente l’erede dei bizantini, anche se restavano dubbi sulla capacità del giovane Stato di resistere ai longobardi e sull’estensione dei suoi confini. Infatti, nel 754, di fronte alle minacce del re longobardo Astolfo (m. 756), Papa Stefano II (752-757) - consapevole del fatto che dalla salvezza del popolo romano e della Città Eterna dipendeva il libero esercizio della missione universale della Chiesa - si reca a Ponthion, in Francia, alla corte di Pipino il Breve (714-768), re dei franchi, sollecitandone l’aiuto e stipulando un patto di amicitia.
L’alleanza, perfezionata a Quierzy-sur-Oise, presenta elementi religiosi - perché istituisce un rapporto di parentela spirituale fra san Pietro, tramite il suo vicario, e la monarchia detta poi carolingia da Carlo Magno (742-814), ed è fondata su legami cristiani di pace e di carità - e implicazioni di natura pratica, aventi valore pubblico e giuridicamente vincolante. Il Pontefice incorona Pipino e gli concede il titolo onorifico di Patricius Romanorum, ottenendo in cambio la protezione militare del Patrimonio di san Pietro. L’intervento di Pipino induce prima Astolfo e poi il suo successore Desiderio (m. 774) a cedere al Pontefice numerosi territori, comprese Ravenna e la Pentapoli; anche in questo caso si parla di restitutio alla respublica Romanorum e non ai bizantini, dai quali dipendevano formalmente.

Le Concessioni di Carlo Magno e l'Espansione Territoriale
Nel 774 Papa Adriano I (772-795) si rivolge al re franco Carlo Magno, che scende in Italia e sconfigge re Desiderio, che minacciava Roma. Con le concessioni territoriali del 781 e del 787, dirette e generose, Carlo Magno amplia i confini della “repubblica” - accresciutasi negli anni precedenti con l’annessione del vecchio ducato di Perugia e di una parte della Tuscia longobarda -, andando ben oltre le specifiche e articolate rivendicazioni papali.
La nascita del regno
La "Donazione di Costantino": Legittimazione e Realtà Storica
Nella seconda metà del secolo VIII, molto probabilmente fra il pontificato di Stefano II e quello di Adriano I, quando il potere pontificio si è esteso ormai a tutte le terre bizantine dell’Italia Centrale, viene compilato - forse da un ecclesiastico romano residente in Laterano, allora sede del governo pontificio - un falso documento, la cosiddetta “donazione di Costantino”. Il Constitutum Constantini intende illustrare una grande donazione dell’imperatore Costantino a Papa san Silvestro I (314-335) all’inizio del secolo IV, concernente il palazzo del Laterano, i simboli della carica imperiale, compresa la corona, e le province occidentali dell’impero con la città di Roma.
È opinione diffusa che il documento sia stato redatto per legittimare le “usurpazioni” dei Papi in Italia, ma questo argomento non è determinante, perché i franchi non richiedevano alcuna legittimazione. Pipino, come dichiara egli stesso agli ambasciatori greci nel 756, fa le sue donazioni al Pontefice per amore di san Pietro e per ottenere la remissione dei suoi peccati. D’altra parte, i bizantini, cinici e sofisticati, non avrebbero degnato di alcuna considerazione il Constitutum, che non rappresenta tanto una giustificazione quanto una descrizione dell’emancipazione del Papato dall’impero d’Oriente. La conquista dell’autonomia avviene anni prima che Pipino metta piede in Italia, così che i franchi non contribuiscono affatto a liberare il territorio romano dai bizantini, piuttosto salvano la “repubblica” quando rischia di essere eliminata dai longobardi. Anche Papa Stefano II, rivolgendosi ai franchi, non si richiama mai al Constitutum ma alla divina Provvidenza, che aveva affidato ai franchi la protezione della Chiesa.

La Gestione e le Disputa sui Confini nei Secoli Successivi
La Continuità Storica e i Segni Materiali dei Confini
L’Alta Valle del Tevere è un territorio che la Geografia ha creato unito ma che poi la Storia ha diviso. I segni di queste antiche divisioni sono tuttora riscontrabili non solo in termini istituzionali, dato che quello che un tempo era un confine statale oggi è una linea di demarcazione tra due regioni, ma anche da un punto di vista paesaggistico, toponomastico e cartografico. Non potendo contare sugli strumenti odierni, in passato l’immutabilità dei confini era affidata proprio a tali punti di riferimento che poi venivano riportati scrupolosamente nelle relative rappresentazioni cartografiche. Nonostante ciò, come dimostrano tre carte del 1731, poteva accadere che nel tempo si verificassero difformità sui limiti reciprocamente riconosciuti: in questi casi diventava dunque necessario denunciare quanto rilevato registrando graficamente l’anomalia con l’unico strumento di cui si disponeva, ovvero, una carta topografica.
Casi di Controversia: L'Alta Valle del Tevere nel XVIII Secolo
In ognuna delle tre carte esaminate, intitolate "Delineazione del Capitanato e Territorio della Città di Borgo S. Sepolcro di S.A.R.", sono ben rappresentati i limiti amministrativi, i diversi elementi che fungevano da riferimenti e, soprattutto, due punti in cui vengono messe in evidenza delle presunte modifiche del confine.
Il Tratto del Mancino e il Mulino di Spino
Il primo di questi punti riguarda un tratto che divideva il Granducato dallo Stato Pontificio nei pressi del Mancino, vicino all’antico Mulino di Spino (oggi Torre del Guado). Qui viene riportato schematicamente, nonché spiegato tramite legenda, un intervento antropico che avrebbe sottratto ai toscani la strada che costeggiava il fosso della Caviera, un piccolo corso d’acqua che dopo essersi originato - poco più a monte - dalla reglia dei mulini, poi per un tratto ne seguiva il percorso in maniera parallela: secondo il cartografo, il “commandante dei Carabinieri” Antonio Matteo Lancisi, i citernesi avrebbero piantato degli alberi tra la riva del fosso che scorreva nel Granducato e la strada che fungeva da confine, così da spostare questo di qualche metro e far ricadere la carreggiata interamente nel proprio territorio. In pratica gli umbri avrebbero quindi effettuato la piantumazione con il fine di utilizzare in maniera elusoria quello che convenzionalmente era considerato un segno divisorio. Il confine tra i due stati con la piantana concorreva visivamente a collocare la strada (indicata in rosso nella parte toscana e in giallo in quella umbra) interamente nei possedimenti pontifici. Lungo l’alberatura rappresentata in tutte e tre le carte viene, tra l’altro, indicato un piccolo ponticello, segnalato come “Ponte del Confine di San Romano”. I due punti di attraversamento indicati sulle carte del 1731 sono utilizzabili ancora oggi.

Le Modifiche presso il Fiume Tevere
Tornando alle diatribe sui confini, il secondo punto in cui viene rilevata un’importante alterazione è quello che due delle tre carte esaminate raffigurano in prossimità del fiume Tevere: anche qui, secondo il Lancisi, i limiti precedentemente pattuiti sarebbero stati modificati da una studiata piantumazione di alberi che, nel disegnare una linea retta, avrebbe consentito allo Stato Pontificio di acquisire indebitamente alcuni terreni in prossimità del fiume. In questo caso, dopo aver addossato la responsabilità di tale azione ad “un lavoratore dello stato ecclesiastico”, l’autore della carta cerca di dimostrare l’avvenuta modifica ricorrendo ad argomentazioni che contemplano altri punti riferimento che in passato erano, come si evince dal testo della legenda, vicendevolmente riconosciuti dalle autorità di entrambi gli stati. È in questo frangente che si fa riferimento ad un intervento di irreggimentazione idraulica che nel 1573 aveva riguardato il Tevere: dato che fino a quel momento il fiume era soggetto a frequenti divagazioni, in quell’anno il suo alveo fu ristretto notevolmente per bonificare una porzione della piana e ricavare maggiori terreni da adibire alle coltivazioni. La carta "Dimostrazione del Confine della Città di Borgo di S. Sepolcro di S.A.R.", realizzata da Antonio Matteo Lancisi nel 1731, illustra dettagliatamente queste osservazioni.

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