Confessioni di Stregoneria e la Leggenda delle Janare a Benevento

Benevento, una città nata cinquecento anni prima di Roma, è da sempre un crocevia di culture, un luogo di passaggi e contaminazioni. La sua storia è profondamente intessuta con antichi culti, in particolare quelli dedicati a divinità femminili, e con la leggenda delle streghe, qui conosciute come Janare. Già in epoca romana, nell'88 d.C., i beneventani adoravano Iside nel tempio a lei dedicato, considerandola dea della magia, degli inferi, dell'occulto e della fertilità. Questo culto assorbiva spesso anche quello di Ecate, dea degli inferi, e di Diana, dea della caccia e della luna.

Mappa antica di Benevento con riferimenti a luoghi di culto o divinità

L'Origine della Leggenda delle Streghe di Benevento: Le Janare

Le Janare sono le streghe di Benevento, figure leggendarie del folklore campano, il cui nome, secondo le tradizioni, deriva da dianara (seguace di Diana) o da ianua (porta), per la capacità di entrare nelle case passando sotto gli stipiti. Le loro radici affondano nei culti pagani di Diana e Iside, demonizzati con l'avvento del Cristianesimo e della dominazione longobarda. Infatti, nel VII secolo, i Longobardi dominavano il sud Italia, portando con sé le loro tradizioni pagane. Lungo le rive del fiume Sabato, celebravano un rito singolare: appendevano la pelle di un caprone a un albero sacro, probabilmente il famoso noce di Benevento. I guerrieri galoppavano intorno all’albero, strappando brandelli di pelle con le lance per poi mangiarli, in un atto per assorbirne la forza.

Nate come donne-guaritrici, le Janare furono trasformate in streghe temute per presunti malefici contro bambini e raccolti durante il Medioevo. Le cose iniziarono a cambiare davvero dal XIV secolo, in un’epoca segnata da crisi profonde. Tra il 1315 e il 1317 l’Europa fu travolta da una grande carestia che non risparmiò neppure Benevento. In questo contesto di difficoltà, quelle guaritrici che per secoli erano state indispensabili diventarono improvvisamente rivali scomode dei medici e protomedici dell'epoca, scatenando la diffidenza. Tutto ciò che non era comprensibile e riconducibile ai canoni cristiani veniva messo al bando e contrastato a qualunque costo.

Il Mistero del Noce di Benevento

Il cuore della leggenda delle streghe beneventane è sempre il Noce di Benevento. Si dice che crescesse lungo il fiume Sabato e che, sotto le sue fronde, streghe di tutta Italia si riunissero per danzare con i demoni capeggiati da Lucifero stesso e celebrare i loro sabba notturni. Questo albero era così speciale che nel VII secolo l’arcivescovo San Barbato decise di farlo abbattere, convinto che fosse un simbolo di idolatria, ma ricresceva più rigoglioso dopo ogni tentativo. L'unguento, il noce e i sabba sono le tre parole che ricorrono nelle confessioni riportate in tutti i verbali dei processi alle streghe tenutesi in Italia e in mezza Europa a partire dalla prima metà del 1400 e proseguiti con la più nota inquisizione spagnola.

Nel Seicento, a Benevento, il protomedico Pietro Piperno mise nero su bianco questa leggenda. Nel 1635 pubblicò il trattato De nuce maga Beneventana (tradotto nel 1640 come Della superstiziosa noce di Benevento). La sua intenzione era chiara: voleva smontare la superstizione popolare, dimostrare che i sabba sotto il noce non erano altro che fantasie. Eppure accadde l’opposto. Piperno descrisse nei dettagli ciò che fino ad allora era rimasto nell’immaginario collettivo: i raduni, le danze notturne, persino la presunta posizione del famoso albero. Ancora oggi a Benevento si può ritrovare il segno concreto di quella testimonianza: sotto il ponte Tibaldi, incisa su una grande lastra di metallo che occupa l’intero muro, campeggia una lunga citazione tratta dal libro di Piperno.

Illustrazione del Noce di Benevento con streghe danzanti durante un sabba

I Processi per Stregoneria e le Confessioni Forzate

Nel tramonto del quindicesimo secolo nacque la caccia alle streghe. Nel 1487 i frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Kramer pubblicarono il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe), un manuale che insegnava a riconoscere, processare e giustiziare le streghe. San Bernardino da Siena giocò un ruolo importante in questo contesto, dedicando nelle sue prediche una grande attenzione alle donne che si occupavano di magia, durante l'elaborazione della fisionomia della strega come nemica del genere umano, rea di tremendi delitti e degna di punizione capitale.

Intanto, tra il Quattrocento e il Settecento, anche Benevento si allineava al clima dell’epoca: denunce, processi, confessioni strappate e condanne segnavano la caccia alle streghe. Abele De Blasio ci informa che a Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria presso la Curia Arcivescovile. La Chiesa non acconsentì a tali riti barbarici che si rifacevano al demonio e alle streghe, perciò, durante le confessioni religiose, le donne che partecipavano agli incontri sotto il noce furono costrette a rivelare la natura diabolica dell'usanza. Poiché la Giustizia italiana faceva acqua, si ha notizia di poche condanne a morte di streghe a Benevento, a differenza del resto d'Europa dove migliaia furono processate e condannate a morte dopo "spontanee" confessioni ottenute con la tortura.

Casi Emblematici di Confessioni

Matteuccia di Francesco (1428)

Le parole "strega" e "Benevento" compaiono insieme per la prima volta nel processo a Matteuccia di Francesco, abitante a Ripabianca presso Deruta, bruciata come strega a Todi il 20 marzo 1428. A pronunciarle fu Bernardino da Siena. Nelle confessioni di questa strega paesana affiora un frammento estraneo: dopo essersi unta di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, Matteuccia invocava il demonio Lucibello, che le appariva in forma di caprone, la prendeva in groppa e, tramutato in mosca, veloce come il fulmine, la portava al noce di Benevento dove erano radunate moltissime streghe e demoni capitanati da Lucifero maggiore. Nel caso di Todi si avverte l'eco delle parole di Bernardino: per due volte la sentenza sottolinea che Matteuccia aveva praticato i suoi incantesimi prima che egli predicasse a Todi, nel 1426. Mariana è accusata di aver ridotto in fin di vita il figlioletto di Paolo Giacomo, detto Barbiere, e di Flora Schiavo.

Teresa da Pesco Sannita (1430)

La strega Teresa da Pesco Sannita fu bruciata nel 1430. Opportunamente torturata, spontaneamente confessò di essersi più volte unta di grasso di avvoltoio e sangue di bambini lattanti al fine di invocare il diavolo Lucibello, che le appariva in forma di caprone e, trasformatosi in mosca, la conduceva al noce di Benevento.

Bellezza Orsini (XVI secolo)

In due processi tenuti al Santo Uffizio di Roma nel XVI secolo, raccolti da Bertolotti nel 1883, durante gli interrogatori salta fuori il nome di Benevento e le danze sotto al noce. Il primo processo era a carico di Bellezza Orsini, accusata di malefici e venefici. Ella era esperta di erbe e fabbricava medicine. Un giovane in cura presso di lei morì in seguito a malattia, ma i parenti del morto accusarono Bellezza d'averlo stregato e ucciso. Stremata dalle torture la povera Bellezza Orsini si suicidò in carcere, colpendosi più volte la gola con un chiodo. Anch'ella, opportunamente torturata, confessò i suoi crimini: "Andamo alla noce de Benevento e illi [lì] facemo tucto quello che volemo col peccato renuntiamo al baptismo e alla fede e pigliamo per signore e patrone el diavolo e facemo quel che vole luj e non altro".

Faustina Orsi (1552)

Il secondo processo è datato al 1552 ed è a carico di Faustina Orsi, accusata di aver stregato dei bambini, uccidendoli con i suoi farmaci. Anche ella confesserà sotto tortura. All'epoca del processo Faustina aveva ottanta anni e ripeté il solito incantesimo: "Unguento mio unguento, sopra acqua e sopra vento portami alla noce del Benevento". Qui con altre quattro o sei donne ballava e cantava; raccontava di esservi stata trenta o quaranta volte in tutta la vita, ma che mancava alle riunioni da due anni perché si era pentita.

Illustrazione di un processo per stregoneria o di una confessione sotto tortura

Le Interpretazioni Razionalistiche della Stregoneria

Con l'arrivo dell'Illuminismo e il declino dell'Inquisizione, nel XVIII secolo, questa stagione buia si chiuse. Intellettuali dell'epoca iniziarono a interpretare le credenze sulle streghe in chiave razionalistica. Ludovico Antonio Muratori, nel Trattato della forza della fantasia umana del 1745, parlò della superstiziosa credenza ormai per lui causata da patologie psichiche e da una disposizione all'estasi. Gerolamo Tartarotti, nel Congresso notturno delle Lammie del 1749, si pose anch'egli nel numero di coloro che ritengono le streghe delle visionarie, sia pure ispirate da forza diabolica. Egli parlò del volo notturno delle streghe come di un'illusione suggerita ad esse dal diavolo: le donne credevano di recarsi in volo al noce di Benevento, ma in realtà non si muovevano da casa. Analogo intento razionalistico ebbe Costantino Grimaldi nel 1751.

Janare Specifiche e Credenze Popolari

Nel folklore beneventano, le Janare erano tutto fuorché innocue. Si raccontava che rubassero i cavalli per cavalcarli fino allo sfinimento e che lasciassero intrecciate le criniere come segno del loro passaggio. Si credeva anche che potessero provocare aborti o malattie nei neonati e lanciare maledizioni sui raccolti, seminando paura tra i contadini. Esistono poi Janare con caratteristiche precise, diventate leggenda nella leggenda:

  • La Zucculara: la Janara zoppa del quartiere Triggio, riconoscibile dal rumore secco dei suoi zoccoli di legno. Nel cuore del quartiere c’è davvero quella che viene indicata come la sua casa, con tanto di piccola insegna sulla porta.
  • La Manalonga: la Janara che viveva nei pozzi, con un braccio lunghissimo pronto a trascinare giù chiunque si affacciasse con troppa leggerezza. Una figura inquietante, ma anche un monito per spaventare i bambini e tenerli lontani da luoghi pericolosi.

Degni compari delle streghe, a Benevento, erano anche i munacielli (piccoli monaci, spiritelli dispettosi che vivevano nelle vecchie case del centro storico, noti per lasciare in dono dei denari ai bambini dopo averli impauriti).

Come Proteggersi e Riconoscere le Janare

Secondo il folklore, la Janara era una donna che di giorno sembrava normale, ma di notte poteva trasformarsi e introdursi nelle case passando sotto le porte. Si diceva che potesse salire sul petto delle persone addormentate, provocando incubi e sensazione di soffocamento (oggi chiamata "paralisi del sonno"). I rimedi popolari erano molti per proteggersi: mettere una scopa dietro la porta con le setole all’insù, lasciare un sacco di sale da contare grano per grano, appendere erbe protettive o intrecciare fili di lana. Si credeva che il loro punto debole fosse il tempo: se l'alba arrivava mentre contavano fili, grani o gocce, perdevano i poteri e dovevano scappare. Per liberarsi di una Janara che perseguitava qualcuno, bastava urlarle contro: "Vieni domani a prendere il sale!".

Rappresentazione artistica della Zucculara o della Manalonga

L'Eredità della Leggenda nella Benevento Moderna

La leggenda delle streghe non si è fermata ai secoli passati, ma ha continuato a vivere e a lasciare tracce nella cultura di Benevento. Il nome di Benevento ancora oggi è legato alla leggenda. Ormai sono pochi i beneventani che si lasciano trasportare sulle ali della fantasia, tra diavoli e streghe, forse anche perché le scope di saggina non si fabbricano più, sostituite da quelle di plastica (e tutti sanno che le scope di plastica non possono volare).

Una strega sicuramente sopravvive nascosta nei sotterranei della ditta Alberti, dove prepara intrugli di erbe magiche, in base ad una ricetta segreta, per fabbricare il delizioso liquore Strega, con il quale, dai tempi di Garibaldi, induce in tentazione di gola milioni di persone in tutto il mondo.

Oggi, la Fondazione è nata con lo scopo di studiare, promuovere e far conoscere le streghe di Benevento. Tra le sue iniziative più importanti c’è il Parco delle Streghe, un progetto che vuole creare uno spazio interamente dedicato alla città e alle Janare, non solo un luogo di memoria e di eventi, ma anche un punto di riflessione: perché l’accanimento sulle streghe non era altro che una delle prime forme di violenza di genere. La "questione delle streghe" nasce molto prima della pubblicazione del famoso libro di Piperno, risalendo ai tempi di Domiziano, quando a Benevento si venerava la dea Iside, che da patrona, fu trasformata nell’ultima maga e prima strega di Benevento.

Se si desidera vivere la leggenda delle Janare fuori dai libri, il Janua - Museo delle Streghe è una tappa obbligatoria. Appena si entra, la leggenda prende forma: tra installazioni multimediali, amuleti, erbe, ex-voto e ricostruzioni scenografiche sembra quasi di varcare un confine e passare dal mito alla realtà. Il museo è uno spazio di incontro storico-antropologico di ricerca effettuata sul territorio legata all’antica tradizione delle Streghe. Le streghe erano donne, e lo erano in un periodo in cui il loro ruolo non aveva alcun peso nella società. Allora, come oggi, facevano paura. Oggi, le streghe esistono ancora: sono la rappresentazione di tutto quello che le donne continuano a essere: libere, forti, creative, indipendenti.

Immagine del Museo Janua o del liquore Strega di Benevento

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