Circa quindici anni fa, le mattinate dello scrittore Thomas Meyer erano scandite dalla colazione alla Confiserie Sprüngli di Zurigo, un rituale che spesso si concludeva con crampi e gonfiore. Inizialmente attribuiva il disagio a cause sconosciute, finché il suo medico di famiglia gli suggerì un'intolleranza al lattosio, evidenziando come il latte fosse destinato ai vitelli e non agli esseri umani. Questa rivelazione portò Meyer a eliminare i latticini dalla sua dieta, ottenendo un sollievo immediato. Tuttavia, la consapevolezza della privazione dei vitelli del loro cibo lo spinse a indagare sui metodi di produzione dei prodotti animali, scoprendo le crudeltà dell'industria alimentare, dall'allevamento intensivo alla macellazione. Inorridito da queste verità, decise di abbandonare prima la carne e poi le uova, diventando vegano per quasi dieci anni.
Le ragioni etiche e ambientali dietro la scelta vegana
Ci sono molte ottime ragioni per non consumare prodotti di origine animale, come sottolinea Meyer. Il consumo di latte, carne e uova causa un'immensa sofferenza agli animali, spesso costretti a vivere in condizioni spaventose e a subire stress estremo durante il trasporto al macello. Le tecniche di stordimento sono tutt'altro che innocue, con metodi che vanno dalla pistola a proiettile captivo usata più volte fino alla gassificazione con CO₂ per i maiali, che porta a una morte per soffocamento.

Anche l'ambiente subisce gravi conseguenze. La Svizzera, ad esempio, destina circa la metà dei suoi terreni coltivabili alla produzione di mangimi, importando ulteriore materia prima dal Brasile, dove la deforestazione delle foreste pluviali è un problema critico. Questo sistema permette di allevare oltre 80 milioni di animali che vengono macellati ogni anno, circa 220.000 al giorno. Secondo Meyer, il consumo di carne è brutale, spietato e distruttivo, persino autodistruttivo.
Il conflitto tra ideologia e fisiologia: l'esperienza personale
Nonostante le convinzioni etiche e ambientali, Meyer ha iniziato a sperimentare sintomi diffusi simili a quelli avuti in passato: crampi addominali, flatulenza e diarrea. La situazione è peggiorata al punto da richiedere il consulto di una gastroenterologa, che ha diagnosticato una carenza di vitamina B12. La dottoressa gli ha esplicitamente detto che la dieta vegana era "malsana" e che l'essere umano, in quanto onnivoro, ha bisogno di carne per vivere. Nonostante il trattamento intensivo di B12, i disturbi persistevano, accompagnati da un crescente desiderio di carne. Meyer ammette di aver sviluppato un senso di superiorità verso i mangiatori di carne, considerandoli "primitivi", ma ha poi riconosciuto che tale atteggiamento era dettato dalla vanità, piuttosto che dalla causa in sé.

Dopo dieci anni di veganesimo, il suo corpo ha raggiunto il limite. Una nuova visita medica ha confermato che, pur avendo livelli sufficienti di B12 grazie alle iniezioni, gli mancavano le proteine animali. Il medico ha suggerito di provare a reintrodurre la carne nella dieta. Sebbene emotivamente provato dal primo morso di wurstel di pollo e salmone, ha notato un miglioramento fisico immediato. Durante un viaggio in Germania e Norvegia, in condizioni di freddo e vento che richiedevano maggiore energia, il suo corpo ha "capitolato", chiedendo esplicitamente carne.
La riconciliazione con una dieta onnivora
Da quel momento, Meyer ha iniziato a mangiare carne ogni due giorni, una quantità che il suo corpo sembrava richiedere. Ha anche scoperto che il suo organismo reagiva male al grano e agli alimenti moderni come lo zucchero, prediligendo una dieta paleolitica a base di noci, frutta, verdura e carne, che manteneva il suo intestino felice.
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Riflessioni e conclusioni sull'alimentazione consapevole
Thomas Meyer continua a sostenere la validità delle argomentazioni vegane: si consuma troppa carne, si saccheggiano le risorse e si trattano gli animali in modo inaccettabile. Tuttavia, la sua esperienza lo ha portato a concludere che una rinuncia completa alla carne può essere in contraddizione con la fisiologia umana, o almeno con la sua. Nonostante non tolleri il formaggio, ha scoperto che il suo corpo tollera ancora meno la dieta completamente vegana che ha seguito per dieci anni.
La sua nuova conclusione è che sarebbe auspicabile che tutti riducessero il consumo di carne della metà, una quantità che la natura e il corpo umano possono sopportare meglio, eliminando la necessità di importare soia dal Brasile. Questa prospettiva evidenzia l'importanza di un dialogo costruttivo, accettando che spesso "hanno ragione entrambe le parti", e che la capacità di sopportare le contraddizioni è fondamentale. In sintesi: "Meno carne, più contraddizione!".
Le motivazioni e le esperienze di altri ex-vegetariani e vegani
La testimonianza di Meyer si inserisce in un dibattito più ampio sul vegetarianismo e il veganesimo. Molti abbandonano queste scelte alimentari per diverse ragioni, come spiega Stefano Erzegovesi, medico nutrizionista e psichiatra. Tra i motivi più comuni vi sono l'esaurimento della spinta ideale iniziale, la percezione della dieta come "troppo faticosa" per le rinunce che comporta, o problemi di salute correlati a carenze nutrizionali dovute a una pianificazione scorretta della dieta. Erzegovesi sottolinea l'importanza di non lasciarsi andare a emozioni negative come la colpa o la rabbia, indipendentemente dalla scelta compiuta.
Il numero di vegani in Italia è triplicato nell'ultimo anno, e l'esigenza di un'alimentazione più consapevole ed ecosostenibile è crescente. Tuttavia, non tutti riescono a mantenere fede a questa scelta. Le storie di ex-vegetariani e vegani sono variegate:
- Una donna diventata vegana a 25 anni, spinta da motivazioni etiche, di salute e ambientali, ha iniziato a sentire la mancanza di certi sapori dopo un paio d'anni, sviluppando un disturbo alimentare e decidendo di tornare onnivora.
- Un'altra donna, vegetariana dall'età di cinque anni a seguito di un trauma infantile legato alla macellazione di un coniglio, si è poi avvicinata al veganesimo per ragioni etiche. Ha provato a reintrodurre la carne gradualmente, ma non le è mai piaciuta e ha notato cambiamenti negativi sul suo corpo, come capelli brutti e pelle spenta, tornando quindi vegetariana.
- Un uomo diventato vegetariano a vent'anni come atto politico e per definire la propria identità, è tornato a mangiare carne due anni fa, quando non sentiva più quella parte della sua identità. Ha riconosciuto che l'idealismo può svanire e la scelta individuale non sempre cambia le sorti del pianeta.
- Un altro ex-vegetariano, che aveva rinunciato alla carne per empatia verso gli animali, ha ripreso a mangiarla dopo la rottura con la sua ragazza, per "pura golosità" e per la difficoltà di cucinare da solo. Ha anche notato un miglioramento fisico dopo alcune difficoltà digestive iniziali.
- Una donna diventata vegetariana nel 2005 ha ceduto nel 2013, sentendo la mancanza degli affettati e trovando la carne più comoda e veloce da gestire. Nonostante apprezzi la cucina vegana e vegetariana, ha ammesso di non riuscire più ad avere l'impegno e la dedizione necessari.
Molti racconti personali evidenziano il "momento epifanico" in cui, dopo anni di astinenza, il sapore della carne riaccende desideri inaspettati, come per chi ha assaggiato un pollo fritto o un pezzo di bacon e ha provato un senso di rinnovata energia o un "mondo intero che si apriva davanti". Alcuni hanno iniziato il vegetarianesimo in giovane età per motivi religiosi o familiari, per poi abbandonarlo più tardi nella vita.
San Francesco di Paola e l'ascetismo alimentare
Un'interessante prospettiva storica e spirituale sul rapporto con l'alimentazione è offerta da Don Daniele De Rosa, sacerdote del clero di Vicenza, nel suo volume "Il Santo vegetariano. San Francesco da Paola e gli animali". San Francesco di Paola, vissuto nel XV secolo, è considerato un riformatore della Chiesa e un esempio di profondo rispetto per la natura e gli animali. La sua vita penitenziale e la sua alimentazione di "strettissimo magro" - oggi definibile "vegana" - erano espressione di un grande amore per il Crocifisso e hanno condotto a un rapporto riconciliato non solo con il prossimo ma anche con la natura. Un esempio emblematico è il suo legame con un cerbiatto salvato dai cacciatori, che lo seguiva ovunque, anche in chiesa.

L'ascetismo alimentare di San Francesco si basava sull'antropologia dei Padri del deserto, che vedevano nel digiuno e nell'astinenza dalla carne un mezzo per rendere "umiliato e contrito il cuore". Gli animali, percependo che il Santo non versava sangue per nutrirsi, non avvertivano in lui intenzioni aggressive, ma carità e mansuetudine. Don De Rosa sottolinea che, sebbene non si possa pretendere da tutti la radicalità alimentare di San Francesco, si può riscoprire la dimensione dell'ascetismo come via di conformazione all'amore di Cristo. Questo include l'osservanza dei tempi di digiuno e astinenza offerti dalla Chiesa, come i venerdì di Quaresima e ogni venerdì dell'anno in memoria della Passione di Cristo. A questa motivazione tradizionale si aggiunge la consapevolezza che la sobrietà alimentare, scelta per motivi spirituali, può contribuire a non sprecare risorse alimentari, a ridurre la deforestazione e a diminuire gli allevamenti intensivi, dove gli animali sono trattati come oggetti. Il messaggio teologico di San Francesco di Paola è che l'amore di Cristo deve estendersi a tutte le creature, rinnovando i rapporti non solo tra gli uomini ma anche con il creato.
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