Benedetto XVI: Il Discorso di Auschwitz

Il discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006 ha rappresentato un momento di profonda riflessione e testimonianza. Questo evento si è configurato come la seconda visita di un Pontefice a questo luogo simbolo dello sterminio nazista, dopo quella storica di Giovanni Paolo II.

La Visita di un Papa Tedesco ad Auschwitz

Benedetto XVI in preghiera e raccoglimento ad Auschwitz-Birkenau

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è stato per Papa Benedetto XVI “quasi impossibile”. Ha descritto il momento come “particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania”. Di fronte a tanta atrocità, “vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio - un silenzio che è un interiore grido verso Dio”. Questo silenzio si traduce in un profondo inchino “davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte”, trasformandosi in “domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa”.

Benedetto XVI ha sottolineato il suo dovere di essere presente come figlio del popolo tedesco: “Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco”. Ha evidenziato come un “gruppo di criminali” avesse raggiunto il potere in Germania mediante “promesse bugiarde”, utilizzando il popolo “come strumento della loro smania di distruzione e di dominio”.

Sulle Orme di Giovanni Paolo II

La visita del 2006 ha richiamato il precedente di Papa Giovanni Paolo II, che era stato ad Auschwitz il 7 giugno 1979. Giovanni Paolo II si presentò come “pellegrino” e “figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra”. Egli ricordò che “sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, e rivolse un “solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni”, parlando “a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati”.

Il Grido Interiore: "Dove era Dio in quei giorni?"

Un punto cruciale del discorso di Benedetto XVI è stata la domanda che ha risuonato nel cuore di molti: “Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?

Il Papa ha richiamato potentemente le parole del Salmo 44, un lamento dell’Israele sofferente: “Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo “grido d’angoscia” è stato riconosciuto come “il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia - ieri, oggi e domani - soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene”.

Fede, Ragione e Riconciliazione: La Risposta del Papa

Benedetto XVI ha affrontato la complessità del mistero divino: “Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio - vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione”. Ha esortato a mantenere “l’umile ma insistente grido verso Dio: Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo!”

Ha spiegato che questo grido verso Dio deve essere anche un “grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio” e il suo potere “non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo”. Il Papa ha invitato a rivolgere questo appello a Dio e al proprio cuore, specialmente “nella nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure”, come l’abuso del nome di Dio per la violenza e il cinismo.

Il pontefice ha ribadito un concetto fondamentale della fede cristiana: “Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione - di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene”. L'appello è che “questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio”. L'essenza di tale preghiera, secondo l'interpretazione che ne è scaturita, è di non istruire Dio, ma di edificare l'uomo, facendo sì che il grido verso il divino penetri l'interiorità umana.

Auschwitz: Un Luogo della Memoria e della Shoah

Mappa del campo di Auschwitz con indicazione delle lapidi commemorative

Auschwitz è stato definito dal Papa un “luogo della memoria che nello stesso tempo è luogo della Shoah. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere”. Il Pontefice ha percorso il cammino lungo le lapidi commemorative che, nelle varie lingue, ricordano le vittime, e che testimoniano il “cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio”.

Le Storie dietro le Lapidi Multilingue

  • Lapide in lingua ebraica: Simboleggia il tentativo dei potentati del Terzo Reich di “schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra”. Il Papa ha interpretato l’annientamento di questo popolo come un tentativo di “uccidere quel Dio che chiamò Abramo”, mirando a sostituire la fede in Dio con la “fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte”.
  • Lapide in lingua polacca: Ricorda l'obiettivo di “eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi”.
  • Lapide in lingua dei Sinti e dei Rom: Rievoca lo sterminio di “un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli”, considerato “lebensunwertes Leben - una vita indegna di essere vissuta” dall’ideologia nazista.
  • Lapide in russo: Evoca l’immenso numero di vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il nazionalsocialismo, ma fa riflettere anche sul “tragico duplice significato della loro missione: liberando i popoli da una dittatura, dovevano servire anche a sottomettere gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista”.
  • Lapide in lingua tedesca: Il Papa ha sentito il dovere di soffermarsi in particolare davanti a questa lapide, da cui “emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista”. I tedeschi portati ad Auschwitz-Birkenau, allora visti come “Abschaum der Nation” (rifiuto della nazione), sono oggi riconosciuti “con gratitudine come i testimoni della verità e del bene”.

Tutte le altre lapidi nelle molte lingue d’Europa ci invitano a ricordare non solo “le vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore”.

La Speranza oltre l'Odio: Coraggio del Bene e Iniziative per la Pace

Le lapidi di Auschwitz “non vogliono provocare in noi l’odio, ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male”. Il Papa ha citato Sofocle, richiamando le parole di Antigone: “Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare”.

Dalla purificazione della memoria che questo luogo ispira, sono nate “molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene”. Tra queste vi sono:

  • Il Centro per il Dialogo e la Preghiera.
  • La presenza delle suore carmelitane, unite al mistero della croce di Cristo.
  • Il Centro di san Massimiliano a Oswiecim.
  • Il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto.
  • La Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù.
  • Il Centro Ebraico.
  • L’Accademia per i Diritti dell’Uomo in via di costituzione.

La conclusione del Pontefice è stata un messaggio di speranza: “dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore”. La preghiera finale, tratta da un Salmo d'Israele (Salmo 23), è stata un inno alla fiducia: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.”

L'Eredità e l'Eco Internazionale del Discorso

Il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz, centrato sulla domanda "Dove era Dio?", ha avuto una risonanza internazionale significativa. Le sue riflessioni sono state raccolte nel volume “Dove era Dio? il discorso di Auschwitz”, che include “commenti di scrittori e di teologi”. Tra i contributi presenti nel libro figurano quelli di:

  • Arthur A. Cohen, teologo e autore di importanti opere sulla teologia ebraica post-Olocausto.
  • Wladislaw Bartoszewski, sopravvissuto al campo di concentramento ed ex ministro degli esteri polacco.

L'evento e il suo messaggio continuano a ispirare la riflessione sulla memoria della Shoah e sul ruolo della fede di fronte alle più grandi tragedie umane.

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