Le Comunità Ebraiche nello Stato Pontificio: Storia e Interazioni

Il rapporto tra il principale polo dell’ebraismo pontificio (Roma) e le altre comunità dello Stato Pontificio, così come le dinamiche centro-periferia all'interno del mondo ebraico stesso, hanno costituito un campo di indagine storico complesso. A partire da un approfondimento su alcune vertenze giudiziarie tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, è possibile mostrare come tale rapporto fosse improntato a una sostanziale assenza di gerarchie riconosciute e stabilite tra le diverse comunità ebraiche. La ricerca analizza in particolare i conflitti occorsi tra la comunità romana e quelle periferiche, con uno sguardo al periodo napoleonico come un momento di profonda cesura, a causa dei rivolgimenti politici che segnarono la storia delle relazioni tra le comunità e con le autorità politiche.

Il Contesto Generale e le Dinamiche Centro-Periferia

Relazioni e Autonomia Comunitaria

Nel periodo compreso tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, l'ebraismo pontificio non presentava una struttura gerarchica rigida e formalmente riconosciuta che vedesse Roma come un centro di indubbia autorità sulle altre comunità. Le comunità ebraiche, pur soggette all'autorità papale, spesso gestivano autonomamente le proprie questioni interne, e le vertenze giudiziarie tra la comunità romana e le altre comunità dello Stato non evidenziavano un sistema in cui la capitale esercitasse un primato incontrastato.

La Cesura Napoleonica e i Suoi Effetti

Il periodo napoleonico, con la proclamazione della Repubblica Cispadana nel 1796 e l'arrivo dell'esercito francese, rappresentò un momento di rottura significativo. L'estensione della Costituzione francese garantiva l'uguaglianza giuridica a tutti i cittadini e stabiliva che nessuno potesse essere perseguitato per motivi religiosi. Questo portò a profondi rivolgimenti politici che incisero sul rapporto tra le comunità ebraiche e con le autorità politiche. Agli ebrei fu di nuovo consentito di abitare nelle città e di diventare cittadini a pieno titolo, ottenendo la libertà di culto. Tuttavia, con il ritorno della dominazione pontificia nel 1815, vennero ripristinate e riconfermate tutte le precedenti proibizioni, abolendo i diritti civili e politici ottenuti con Napoleone Bonaparte.

Le Principali Comunità Ebraiche del Territorio Pontificio

Bologna: Tra Fascino Culturale ed Espulsioni

La presenza ebraica a Bologna ha radici antiche, sebbene le notizie sui primi insediamenti nel III e IV secolo d.C. siano poche e incerte. La prima testimonianza storica risale al 1353, menzionando Gaio Finzi “Judeus de Roma”. Solo dalla seconda metà del XIV secolo si attesta una presenza ampia e stabile di ebrei a Bologna, provenienti da Fabriano, Pesaro, Orvieto, e Rimini. Questi ebrei erano in parte dediti all'attività di prestito su pegno, regolata da "condotte" (contratti) con le autorità cittadine. Erano anche attivi come mercanti di seta e panni, "stracciaroli", stampatori e in molti altri umili mestieri come sarti, calzolai e ambulanti.

Il passaggio della città sotto i Bentivoglio e poi alla diretta dominazione pontificia nel 1506 non incrinò la relazione con la minoranza ebraica, anzi, si registrarono nuovi insediamenti e un accrescimento della comunità in città e nel contado. Il rilievo economico degli ebrei facilitava il rinnovo delle condotte e il mantenimento della relazione, che non entrò in crisi nemmeno con la fondazione di un Monte di Pietà a Bologna nel 1473.

La bolla Cum nimis absurdum del 1555, promulgata da papa Paolo IV, segnò un mutamento significativo nella politica della Chiesa. L’intenzione era di troncare ogni legame tra cristiani ed ebrei, obbligandoli a vivere in un quartiere loro assegnato, il ghetto, perimetrato con mura e portoni. Nel 1586, alcuni ebrei riammessi in tutte le città dello Stato Pontificio tornarono a operare a Bologna. Tuttavia, la bolla Caeca et obdurata del 1593 di papa Clemente VIII costrinse i pochi ebrei riammessi a lasciare definitivamente la città.

Tra la fine del Trecento e il 1593, Bologna fu uno dei centri più vivi della cultura ebraica italiana. Ne sono testimonianza il congresso dei rappresentanti delle comunità ebraiche dell'Italia centro-settentrionale (Bologna, 1416), l'istituzione di una cattedra di ebraico (ad litteras hebraicas) presso lo Studio bolognese nel 1464, il sorgere di tipografie ebraiche nel Quattrocento e Cinquecento, l'attività di numerosi medici ebrei e la rinomata scuola di studi talmudici (bet midrash), fondata e diretta da Ovadyah Sforno nei primi decenni del Cinquecento. I flussi migratori da paesi vicini arricchirono la tradizione ebraica locale con apporti della cultura sefardita e askenazita, favorendo lo sviluppo di una fiorente attività di copiatura e decorazione di manoscritti ebraici.

Nei secoli XVII e XVIII, la comunità stabile di ebrei a Bologna scomparve a causa degli editti pontifici che imponevano divieti e limitazioni. Con la proclamazione della Repubblica Cispadana nel 1796 e l'ingresso dell'esercito napoleonico a Bologna, agli ebrei fu nuovamente consentito di abitare in città, diventando cittadini a pieno titolo e ottenendo la libertà di culto. Tuttavia, nel 1815, con il ritorno di Bologna sotto il governo pontificio, tutte le precedenti proibizioni furono ripristinate e i diritti civili e politici ottenuti con Napoleone Bonaparte furono aboliti. La condizione di inferiorità e discriminazione degli ebrei nello Stato Pontificio in questo periodo è ampiamente documentata. Molti ebrei bolognesi parteciparono ai moti risorgimentali del 1830-1831 e all'insurrezione dell'8 agosto 1848, cercando di reagire alle discriminazioni. Dal 1849, papa Pio IX impose nuove restrizioni, alleviate solo dalla solidarietà di alcuni bolognesi conquistati alla causa della libertà e dell'emancipazione degli ebrei.

Un episodio emblematico di questo periodo fu la vicenda del bambino ebreo Edgardo Mortara, sottratto alla sua famiglia il 23 giugno 1858 per ordine del Sant’Uffizio, in quanto battezzato all’insaputa dei genitori da una domestica cattolica, e portato a Roma alla Casa dei Catecumeni. Questo caso assunse rapidamente una risonanza nazionale e internazionale.

Tra il 1859 e il 1860, con l'annessione dei territori delle legazioni pontificie al Regno d'Italia (eccetto Roma), le comunità ebraiche riconquistarono la libertà. Un primo censimento dell’Italia unita rivelò che gli ebrei bolognesi erano 229 (136 uomini e 93 donne), dediti principalmente ad attività bancarie, al commercio del grano e della canapa. Il tasso di analfabetismo tra loro era del 5,8%, significativamente inferiore alla media nazionale del 64,5%. Nel 1860, a Bologna fu estesa la legge Rattazzi per le comunità israelitiche, e nel 1864 si costituì l'Associazione volontaria israelitica di Bologna, poi divenuta Comunità.

L'emancipazione in Italia stimolò un nuovo e intenso lavoro culturale, scientifico e di pensiero nell'ebraismo italiano, che riuscì a esprimere modelli culturali di guida per l'ebraismo europeo. Molti ebrei bolognesi, potendo accedere a studi e professioni senza restrizioni, conquistarono posizioni ragguardevoli, contribuendo alla vita politica, culturale ed economica della città e percorrendo brillanti carriere nell'Università bolognese. La Prima Guerra Mondiale fu un passaggio importante, consolidando l'idea di proseguimento dell'emancipazione risorgimentale e il cammino verso il progresso delle democrazie liberali, spiegando la forte adesione degli ebrei italiani, inclusi quelli di Bologna, al conflitto.

I provvedimenti “a difesa della razza” del governo fascista nel 1938 ebbero effetti devastanti sull'università bolognese e sulla ricerca scientifica, con l'espulsione di numerosi docenti ebrei. Il 7 novembre 1943 iniziarono a Bologna le deportazioni nei campi di sterminio nazisti, con 85 vittime accertate, tra cui il Rabbino Alberto Orvieto. Numerosi ebrei bolognesi parteciparono alla guerra di liberazione, molti dei quali decorati al valore. La Comunità ebraica bolognese si ricostituì subito dopo la liberazione di Bologna nel 1945, e il Tempio, distrutto nel 1943, fu ricostruito e inaugurato nel 1954.

Porta murata in via Contrari a Bologna, rappresentante una delle restrizioni storiche nel ghetto ebraico

Ferrara: Dalla Protezione Estense alle Restrizioni Pontificie

La storia della comunità ebraica di Ferrara fu profondamente influenzata dal passaggio della città sotto il dominio pontificio. Nel 1598, la famiglia Este, tradizionalmente protettrice della comunità ebraica, fu costretta a lasciare Ferrara a seguito della morte senza eredi di Alfonso II e dell'applicazione della bolla Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae di papa Pio V Ghislieri (1567), che vietava l'investitura di feudi ecclesiastici a rami collaterali. Cesare d'Este, designato erede, fu rifiutato da papa Clemente VIII Aldobrandini, e la "convenzione faentina" sancì la fine della sovranità estense.

Ferrara si trasformò rapidamente da capitale a città di provincia, lontana dal governo centrale di Roma. Questo cambiamento ebbe ripercussioni significative sulla Comunità ebraica: molti ebrei seguirono Cesare d’Este a Modena e Reggio. Un censimento del 1601 rilevò 1.530 ebrei, rispetto ai 2.000 del 1590. Nel 1602 si completò la cessione forzata degli immobili ebraici, mentre le imposizioni pontificie (come l'obbligo di indossare un segno giallo per gli ebrei) prepararono la strada all'editto del 1624 che istituì il Ghetto, concretizzato in tre anni. La "Costituzione Aldobrandini", promulgata il 17 febbraio 1598, tollerava gli ebrei a Ferrara a condizione che uomini e donne portassero un velo giallo o aranciato sul berretto o cappello. Si permetteva l'esercizio di ogni traffico e mercanzia, ma si inibiva l'acquisto di stabili, la gestione di dazi o gabelle, l'affitto, o il prestito di bestie. Entro cinque anni dovevano vendere gli immobili posseduti. Le sinagoghe dovevano essere ristrette in un unico luogo assegnato, pagando dieci Ducati di Camera all'anno alla Casa dei Catecumeni. Era concesso l'uso dell'antico cimitero e dei libri ebraici permessi dal Santo Officio di Roma anche a Roma, Ancona e Venezia. Ogni nuovo ebreo residente doveva denunciare nome, cognome e patria entro tre giorni al Vice-Legato e Inquisitore.

I contatti tra cristiani ed ebrei rimasero frequenti, portando il vescovo di Ferrara a emanare un "Editto concernente gli Ebrei del ghetto di Ferrara", che imponeva ulteriori limitazioni, come il divieto per medici e docenti ebrei di esercitare fuori dal ghetto, e l'obbligo per almeno un terzo degli ebrei residenti o di passaggio (dai 12 anni in su) di assistere a prediche di conversione nella Cappella ducale. Solo nel 1695 la Comunità ottenne di assistere alle prediche nell'oratorio di San Crispino per evitare ostilità.

Nonostante le manifestazioni di contrarietà, i tentativi governativi di ostacolare gli ebrei ferraresi (come una "controversia religiosa" del 1617 tra un rabbino e un gesuita voluta dal cardinale Orazio Spinola), accuse infondate ed episodi spiacevoli tra Seicento e Settecento, la comunità ebraica di Ferrara non si contrasse. L'editto del cardinale Tommaso Ruffo del 5 giugno 1733 aggravò ulteriormente la loro posizione, inibendo severamente i libri sacri non visitati dalla Censura ecclesiastica, vietando onoranze funebri pompose e lapidi sepolcrali, la vendita di carni e latticini ai cattolici, e annullando precedenti licenze. Era proibito ricorrere a balie e servi cattolici, andare in carrozza, allontanarsi dalla città senza licenza, commerciare in oggetti sacri, e ai rabbini di vestire abiti ecclesiastici, così come qualsiasi rapporto con i catecumeni. Nonostante tutto, i secoli XVII e XVIII furono "un’epoca di fervore nel campo degli studi che ha visto personalità rabbiniche conosciute e riconosciute in tutto il mondo ebraico e non, primo fra tutti Isaac Lampronti". La partenza degli Este fu "cagione di grande dolore" per gli israeliti, e non pochi di origine spagnola emigrarono a Venezia.

Rappresentazione storica del ghetto di Ferrara o di un cartello con le restrizioni per gli ebrei

Foligno: Un Antico Centro Commerciale Umbro

La Comunità ebraica di Foligno, oggi estinta, era un'antica comunità radicata nella città umbra, importante centro commerciale e viario. La sua origine era legata alla comunità romana, e il rito praticato era quello italiano. I primi documenti che attestano una presenza certa risalgono al 1290. Verso la fine del XIV secolo, a causa di una forte migrazione, molti mercanti ebrei romani dediti all'attività feneratizia si stabilirono a Foligno. Gli ebrei contribuirono significativamente all'affermarsi della "Fiera di Foligno".

Dopo la caduta della signoria dei Trinci e con la creazione dei Monti di Pietà, promossa dalle diocesi umbre, la discriminazione e la persecuzione contro gli ebrei si accentuarono, fomentate da prediche francescane e dal sostegno di vari vescovi, culminando nell'espulsione degli ebrei da Foligno, preceduta da massacri e violenze in altre città umbre.

Nel 1445, i Priori di Foligno si rivolsero agli ebrei per riprendere l'attività creditizia, ma questi, dato il mancato rispetto dei patti del 1439, inizialmente rifiutarono. I Priori, ammettendo la ragione degli ebrei, stipularono una nuova "condotta". Tra gli ebrei di Foligno menzionati figurano Salomone di Matassia (detto “Zucchero”), Manuele di Magister Gaio, Abramo di Ventura di Perugia, Consiglio di Dattilo, Magister Gaio di Guglielmo e Consiglio di Vitale da Foligno.

Questa condotta equiparava gli ebrei ai cittadini di Foligno nel diritto civile e criminale, li esentava da tasse e permetteva loro di spostarsi liberamente. Erano però obbligati a versare 50 fiorini all'anno al Comune per la festa di San Feliciano e a concedere un prestito annuale senza interesse di 50 fiorini se richiesto. La durata della condotta era a discrezione delle parti. Nel 1487, a seguito delle prediche di fra Bernardino da Feltre, fu richiesta l'espulsione degli ebrei, e ad Angelo di Musetto da Camerino fu intimato di cessare l'attività feneratizia, sebbene gli fosse permesso di restare. Nel 1565, tra i contribuenti di Foligno per la tassa sui giochi dell'”agone” e “testaccio”, figurano Angelo di Isacco Supino e Abramo di Leone da Recanati. Documenti d'archivio attestano la presenza di un cimitero ebraico (o "campo degli ebrei") a Foligno nel "campo di Francalancia", oggi parte del Parco dei Canapè.

Mappa storica di Foligno con indicazione dell'area del ghetto ebraico o del cimitero

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