Il Vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario, penultima domenica dell'anno liturgico C, si apre con la meraviglia dei discepoli di fronte alla bellezza del tempio di Gerusalemme: colonne, pietre, doni votivi, simbolo di stabilità, sicurezza e presenza di Dio. Tuttavia, Gesù sorprende con la profezia: "Verranno giorni nei quali, di tutto quello che ammirate, non rimarrà pietra su pietra che non venga distrutta". Questo annuncio invita a perseverare nella fede anche quando tutto crolla, a "costruire sulla Roccia".
L'uomo ha un irresistibile fascino per il passato, e la fine del mondo è da sempre associata allo sconvolgimento della creazione e a spaventosi fenomeni naturali, evocando visioni apocalittiche e catastrofiche. Il profeta Malachia, più di 400 anni prima di Cristo, annuncia al capitolo 3 che sorgerà dall'alto un "sole di giustizia" per tutti coloro che confideranno nel Signore, preannunciando un futuro pieno di speranza.
Il Vangelo non anticipa le cose ultime, ma svela il senso ultimo delle cose. La parola di Dio di questa penultima domenica ci fa riflettere sulla fine del mondo e sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra per giudicare i vivi e i morti. Il brano di Luca 21,5-19, noto come la prima parte della "Grande Apocalisse", precede il racconto della passione di Gesù e si adatta bene al periodo di chiusura dell'anno liturgico, proiettandoci verso la parusia. Gesù stesso sollecita gli uomini religiosi del suo tempo ad alzare lo sguardo, a vedere oltre, a penetrare nell'intimità del senso della storia.

Il Contesto Storico e Liturgico dell'Apocalisse
L'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia, dà compimento a tutta la rivelazione. Il suo titolo, che significa "rivelazione" o "scoperta", indica l'intento dell'autore di far comprendere le cose ultime, il ritorno di Cristo, la sconfitta definitiva del male e il sorgere di una nuova terra, raccontato con un linguaggio immaginifico e terrificante, tipico dello stile letterario del tempo. La tradizione antica attribuisce la paternità dell'Apocalisse all'evangelista Giovanni, riconoscendola nata all'interno della sua comunità, con ambiente geografico e culturale nella città di Efeso e nel suo territorio.
Le Difficoltà della Comunità Cristiana Primitiva
I primi anni di vita della comunità cristiana non furono facili. L'annuncio della buona notizia di Gesù Cristo era un fatto nuovo e originale, ma non per questo semplice o chiaro. Già dall'inizio dell'Apocalisse emerge il tema della difficoltà: Giovanni si presenta alle Chiese, sottolineando la condivisione comunitaria che lo lega ai suoi fedeli: "Io, Giovanni, vostro fratello e solidale con voi nella sofferenza, nella regalità e nella pazienza in Gesù, venni a trovarmi nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù" (Ap 1,9).
La Politica Romana
Giovanni scrive verosimilmente verso la fine del I secolo, durante il regno dell'imperatore Domiziano (81-96). Le scelte della politica romana stavano provocando vivaci reazioni nell'ambiente cristiano. Non si può parlare di vere persecuzioni generalizzate, ma in molte parti dell'impero la vita della Chiesa si faceva sempre più difficile, con opposizioni e ingiuste discriminazioni. Una questione pericolosa nasceva con la tendenza di Domiziano a intensificare il culto dell'imperatore, che per la prima volta ricevette il titolo di Deus et Dominus. I cristiani si trovavano imbarazzati di fronte a questo aspetto, sapendo di dover compiere scelte di opposizione che comportavano seri rischi. A Pergamo, ad esempio, dove c'era un tempio dedicato ad Augusto e Roma, fu messo a morte il fedele cristiano Antipa (Ap 2,13), indicando un diffuso clima di difficile convivenza.
Il Paganesimo e la Cultura Ellenistica
Il pericolo più grave era rappresentato dal paganesimo intellettuale e dalla cultura ellenistica, molto diffusa nella zona di Efeso, con connotazioni religiose di esoterismo e magia. Numerosi filosofi e insegnanti popolari parlavano di teologia con un'impostazione che non si adattava al Vangelo di Gesù Cristo, spesso valutato come una "stoltezza per i Greci" (1Cor 1,22).
Il Giudaismo
Anche con il mondo giudaico la comunità cristiana si trovava in grave difficoltà di rapporti. Negli anni 80-90, dopo la caduta di Gerusalemme del 70 d.C., il giudaismo si riorganizzava intorno al gruppo dei farisei, con una ferma ortodossia legata alla Torah come garanzia di sopravvivenza. Questa rigida riorganizzazione portò a una separazione netta e polemica con i Giudei che avevano accettato Gesù come Messia. La comunità giudaica, in alcuni contesti, è considerata dalla teologia giovannea come "sinagoga di Satana" (Ap 2,9; 3,9). I cristiani, infatti, diedero vita a una propria esegesi biblica, rileggendo gli avvenimenti contemporanei alla luce della loro fede, in particolare la caduta di Gerusalemme come intervento punitivo di Dio e se stessi come popolo della "nuova alleanza".
Conflitti Interni
All'interno della comunità cristiana stessa esistevano pericolose relazioni conflittuali, con una varietà di sottogruppi in contrasto. La terza lettera di Giovanni rivela la presenza di figure autorevoli come Diotrefe, in contrasto con il Presbitero. Nella prima lettera, inoltre, risulta chiaramente l'esistenza di un gruppo separatosi per gravi divergenze dottrinali. L'Apocalisse stessa menziona i Nicolaìti, un gruppo distinto dalla comunità, la cui dottrina, sebbene non chiaramente definita, si può ricostruire come una mentalità sincretistica giudeo-cristiana e gnostica. Tale mentalità considerava gli elementi materiali insignificanti, giustificando l'adattamento agli aspetti della vita pagana (come mangiare carni immolate agli idoli e darsi alla prostituzione, citati in Ap 2,14 e Ap 2,20). Giovanni, a nome di Cristo, combatte decisamente tale mentalità, rimproverando le comunità tiepide ed elogiando quelle fedeli, esortandole alla costanza e alla coerenza.
L'Apocalisse come "Nuova Evangelizzazione" e Liturgia
In questa difficile situazione, il libro dell'Apocalisse appare come un'autentica opera di nuova evangelizzazione, un annuncio del messaggio evangelico a una comunità già cristiana ma in crisi. Nella liturgia, il gruppo di ascolto si impegna a leggere e interpretare la propria storia nella luce del Cristo risorto. La comunità è invitata a entrare nelle visioni proposte, a comprenderne il senso e ad applicarlo concretamente alla propria realtà. L'Apocalisse rappresenta l'impegno di comprensione della storia da parte di una comunità cristiana che nelle proprie assemblee liturgiche celebra la vittoria di Dio realizzata nell'evento storico di Gesù, culminato nel suo esodo pasquale di morte e risurrezione. Si potrebbe definire una specie di "haggada pasquale cristiana".
Molto spesso le visioni riproducono scene di liturgia celeste, dove le immagini dell'antico culto di Israele, ritenute "un'ombra e una copia delle realtà celesti" (Eb 8,5), sono adoperate come figura della realtà. Le celebrazioni descritte nel cielo mirano a spiegare il compimento reale delle antiche figure. L'Apocalisse, quindi, in quanto opera radicata nella liturgia, è essenzialmente celebrazione del mistero pasquale, evento fondamentale che costituisce la chiave di lettura e il principio dinamico di una storia totalmente nelle mani di Dio.
Per questo l'opera è idealmente collocata "nel giorno del Signore" (1,10), giorno escatologico dell'intervento di YHWH, memoriale della Pasqua di Gesù, domenica della settimana, giorno della comunità cristiana che celebra la risurrezione di Cristo. Nel giorno di domenica l'assemblea liturgica incontra il Cristo risorto (senso della prima visione: 1,9-20), vive l'esperienza dello Spirito e comprende attivamente il senso della propria storia. Il contesto "domenicale" dell'Apocalisse è strettamente connesso con il soggiorno di Giovanni a Patmos: l'aspetto luminoso della vittoria di Cristo è unito alla dimensione sofferente della situazione contingente in cui si trova a vivere la Chiesa.
La situazione in cui nacque il libro di Daniele, durante la persecuzione di Antioco IV Epifane, è per molti tratti simile a quella dell'Apocalisse, spiegandone gli stretti rapporti. Anche Giovanni, alla fine del I secolo d.C., si accorge che la sua comunità sta vivendo una situazione storica molto simile, con la minaccia del tiranno romano che pretendeva adorazione, il fascino della cultura pagana e l'opposizione della classe dirigente di Israele. In questa prospettiva teologica, Giovanni affronta la concreta e difficile situazione della sua comunità, alle prese con la tentazione idolatrica del sincretismo, esortando alla coerenza e alla resistenza pacifica fondata unicamente sulla fiducia in Dio.
La Visione della Nuova Gerusalemme in Apocalisse 21
Il brano dell'Apocalisse che leggiamo descrive in modo particolareggiato la Città Santa. Giovanni nei versetti precedenti aveva sentito proclamare il suo nome: la fidanzata e la sposa dell'Agnello. In Ap 21,1-11, la vede discendere dal cielo. La fidanzata è la Chiesa, il nuovo popolo di Dio che nel corso della storia riunisce sulla terra tutti i popoli. Durante l'Apocalisse è stata perseguitata, ora è bella, rivestita di pietre preziose e si presenta come la città ideale, luogo di incontro continuo con il Signore.
Giovanni "vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più". Questo brano segue immediatamente quello in cui è descritto il giudizio finale, con la distruzione della morte e dell'inferno. Dopo questo scenario di distruzione, compare una nuova creazione, senza peccato e ribellione. Il mare non c'era più, simbolo del male nella concezione semitica. E vidi anche "la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo".
Udii allora una voce potente dal trono: "Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio". Un tempo il Signore abitava nella Tenda, poi nel Tempio, poi nei tabernacoli della Nuova Alleanza. Quei simboli trovano ora il loro compimento: la Città santa è l'abitazione di Dio. Dio è presente direttamente in tutto, e l'umanità si appartiene completamente a Lui in un vincolo matrimoniale. "E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate". Questa immagine commovente mostra un Dio che non consola alla leggera, ma trasfigura le ferite. Tutto ciò che è passeggero, terrestre e doloroso è trasformato nella nuova creazione. E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose". Dio, l'Onnipotente, realizza pienamente ciò che era iniziato con la redenzione di Cristo e si è sviluppato nella storia della salvezza.

Descrizione Dettagliata della Città
L'angelo trasporta Giovanni in spirito su un monte grande e alto, mostrandogli "la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio". Il monte è da sempre il luogo di maggiore vicinanza a Dio. La città, espressione visibile del popolo che vi abita, è qui perfetta, il luogo dove dimora il popolo di Dio nella sua pienezza, espressione corporea del suo stato glorificato, riflettendo il suo ordine interno, ricchezza, gloria e relazione inesprimibile con Cristo. Il modello è Gerusalemme, centro della storia della salvezza dell'Antico Testamento, che sulla terra ha trovato compimento nella Chiesa.
"Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino". La città è splendente, ma una pietra non può mostrare il suo splendore se non illuminata. La città è "cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte". Le mura delimitano uno spazio sicuro, le porte indicano movimento di entrata e uscita, e gli angeli, prima guardiani del paradiso perduto, ora sono guardie d'onore. Le dodici tribù d'Israele furono i primi a essere chiamati, e i loro nomi sulle porte simboleggiano che tutti i popoli parteciperanno alla gloria della città santa. Il profeta Ezechiele aveva già descritto il piano architettonico della città santa, qui completato. Il numero 12 che si ripete significa la misura piena raggiunta dal mondo chiamato alla salvezza.
"Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello". Questa città celeste è la Chiesa glorificata, fondata sugli apostoli. Tutti i cittadini della città celeste partecipano alle prerogative degli Apostoli e alla loro predicazione.
L'Assenza del Tempio e la Luce Divina
Una particolarità della Nuova Gerusalemme è: "In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio". La presenza del Signore è ormai ovunque, non c'è più bisogno di cercarlo in un luogo definito. Non vi è nemmeno un tempo particolare per incontrarlo; l'unica occupazione dei beati è l'adorazione del Signore. "La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello". L'ordine delle cose è completamente cambiato; non vi è più giorno e notte, e sole e luna non hanno motivo di esistere. Tutto è illuminato dallo splendore che viene da Dio, e l'Agnello, cioè Cristo, è la sua lampada, attraverso il quale si può godere della gloria divina.
La Vita Eterna e la Speranza Eschatologica
La catechesi sui "novissimi" - morte, giudizio, inferno e paradiso - ci invita a desiderare la vita eterna con tutta la concupiscenza spirituale. "Gesù Cristo è la vita eterna" perché è il Risorto vivente che ha vinto la morte. Se Cristo è fedele e accanto a noi nella vita, lo sarà anche nella morte e al di là di essa, pronto ad abbracciarci per essere sempre con Lui.
Di vita eterna ci ha parlato Gesù, per indicare quella vita salvata dal peccato e dalla morte che Dio donerà al discepolo fedele. La vita eterna è ciò che si può ottenere osservando i comandamenti, amando Dio con tutto il proprio essere (Dt 6,5; Mc 12,30). È l'eredità che Dio dà ai suoi eletti, ai credenti in suo Figlio Gesù Cristo; è lo zampillare dell'acqua viva che Gesù fa sgorgare dal cuore del discepolo (Gv 4,14); è il dono fatto dal Padre a chi muore avendo operato il bene. Sebbene fiorisca dopo la morte fisica, è una vita già innestata nel credente qui e ora, a partire dal battesimo, in cui si depone l'uomo vecchio e ci si riveste di Cristo (Gal 3,27), acquisendo la capacità di vivere la vita eterna. Per questo sta scritto: "Chi ama il fratello passa dalla morte alla vita" (1Gv 3,14). Chi aderisce a Gesù, ascolta la sua parola e vive di essa, mangia la sua carne e beve il suo sangue, lo segue ovunque vada (Ap 14,4), ha in sé la vita eterna come un seme che crescerà e darà il suo frutto nel Regno.
Cosa significa vita eterna?
Immagini Bibliche della Beatitudine Eterna
Per esprimere la vita eterna, le sante Scritture ricorrono al linguaggio simbolico, aperto, evocativo e allusivo, rispettoso del mistero e della santità di Dio. È un linguaggio iconico e poetico, perché solo la creatività poetica può osare dire Dio e evocare il suo Regno. Un'immagine biblica fondamentale è quella del paradiso. Gesù sulla croce dichiara al ladrone: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso" (Lc 23,43), che significa essere in Dio, in quel pardes, il giardino dove si vive la vita eterna. Nell'in-principio creazionale, Dio piantò per l'uomo "un giardino in Eden" (Gen 2,8) come luogo di comunione tra sé e l'uomo, un luogo teologico posto agli inizi della storia che profetizza la sua fine. I profeti, come Ezechiele e il deutero-Isaia, hanno fornito immagini per la speranza escatologica, aprendo a una lettura teleologica. I padri della Chiesa hanno scritto: "Dio creò l'uomo e lo pose nel paradiso, cioè in Cristo". Cristo è il paradiso, il luogo u-topico della comunione piena e priva di ombre con Dio, nostra patria e vocazione.
La Bibbia ricorre a immagini diverse per narrare questa verità e speranza indicibile, che indicano la vita piena (shalom), la gioia (beatitudine), la vita eterna (per sempre) e di conseguenza la convivialità (comunione) e la luce (non più le tenebre del peccato). Sono immagini che si riferiscono ai bisogni umani della sfera affettiva, sessuale, sociale e politica: il cibo, l'amore, l'amicizia, la convivenza pacifica, l'assenza di pianto e di lutto. Sono le promesse del Dio vivente, fedele all'alleanza, "che non mente" (Dt 32,4), "amante della vita" (Sap 11,26), "misericordioso e compassionevole" (Es 34,6).
Queste immagini sono semplici e profondamente umane: il banchetto con cibi e vini squisiti (Is 25,6; Mt 22,1-10); le nozze, comunione profonda (Ap 17,7-9; 21,2); la pace tra i popoli e la scomparsa della guerra (Is 2,4; 9,6); la concordia tra gli animali e tra uomini e bestie feroci (Is 11,6-8). Si ricorre anche a dimensioni ludiche, come il giocare del lattante con il serpente velenoso (Is 11,8), la danza, la festa della nuova creazione, in cui i cieli nuovi e la terra nuova innalzano la lode a Dio (Is 65,17; 66,22; Ap 21,1).
L'Apocalisse di Giovanni tenta di annunciare questa realtà della vita eterna e del paradiso: un banchetto di nozze per l'Agnello sgozzato ma risorto e ora in piedi e vittorioso; attorno a lui tutti i salvati impegnati in una liturgia, in una danza, in una pericoresi, vera circolazione di amore, l'amore del Padre amante, del Figlio amato, dello Spirito amore. Dio è la dimora dell'umanità, il Regno è la dimora del cosmo e la festa è trasfigurazione di tutti e di tutto in Cristo, con Cristo e per Cristo, uomo e Dio. Questa comunione è personalissima tra Dio e ogni volto, ed è comunione tra umani: Dio "sarà Uno".
Di fronte a queste immagini bibliche, in ogni epoca si è cercata una rappresentazione dei beati, del paradiso, spesso contrapposta a quella dei dannati, dell'inferno. Nelle chiese medievali, dove dominava il Pantocrator, il Veniente glorioso, alla sua destra si potevano vedere i beati e alla sua sinistra i dannati, come ammonimento e richiamo alla realtà del giudizio universale. Il Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina mostra i beati in festa, abbracciati, baciandosi, guardando ognuno il volto dell'altro, in cui si vede il volto di Cristo. "Venite, benedetti...", o "Andate via, maledetti...", parole che saranno rivolte in quel giorno escatologico, ma la cui decisione è già presa nella nostra vita, a seconda di come trattiamo "un affamato, uno straniero, un malato, un povero" (Mt 25,31-46).