L'Amore Divino come Fondamento: Una Meditazione su Giovanni 3
Il Vangelo di Giovanni ci presenta un passo fondamentale per comprendere l'amore di Dio. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate» (Gv 3,16-21).
Papa Francesco, nell'omelia a Santa Marta del 22 Aprile 2020, ha definito questo passo un vero trattato di teologia, ricco di kerygma, catechesi e riflessione. Ogni volta che lo leggiamo, incontriamo maggiore ricchezza e spiegazioni che ci fanno capire la rivelazione di Dio. Sarebbe bello leggerlo tante volte per avvicinarci al mistero della redenzione.
Il primo punto è la rivelazione dell'amore di Dio. Dio ci ama, e ci ama - come dice un santo - come una pazzia: l'amore di Dio sembra una pazzia. Ci ama: «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ha dato suo Figlio, lo ha inviato per morire in croce. Ogni volta che noi guardiamo il crocifisso, troviamo questo amore. Il crocifisso è proprio il grande libro dell'amore di Dio. Non è un oggetto qualsiasi, ma è l'espressione dell'amore di Dio. Dio ci ha amato così: ha inviato suo Figlio, si è annientato fino alla morte di croce per amore. Quanta gente, quanti cristiani passano il tempo guardando il crocifisso e lì trovano tutto, perché lo Spirito Santo ha fatto capire loro che lì c'è tutta la scienza, tutto l'amore di Dio, tutta la saggezza cristiana. Paolo parla di questo, spiegando che tutti i ragionamenti umani servono fino a un certo punto, ma il vero ragionamento, il modo di pensare più bello e che più spiega tutto è la croce di Cristo, è «Cristo crocifisso che è scandalo» (cfr 1Cor 1,23) e pazzia, ma è la via. E questo è l'amore di Dio. Perché? «Perché chiunque creda in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Guardare il crocifisso in silenzio, guardare le piaghe, guardare il cuore di Gesù, guardare l'insieme: Cristo crocifisso, il Figlio di Dio, annientato, umiliato per amore.
Il secondo punto è che la «luce è venuta al mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). C'è gente - e anche noi, tante volte - che non può vivere nella luce perché abituata alle tenebre. La luce li abbaglia, sono incapaci di vedere. Sono dei pipistrelli umani: soltanto sanno muoversi nella notte. E anche noi, quando siamo nel peccato, siamo in questo stato: non tolleriamo la luce. È più comodo per noi vivere nelle tenebre; la luce ci schiaffeggia, ci fa vedere quello che noi non vogliamo vedere. Ma il peggio è che gli occhi dell'anima, dal tanto vivere nelle tenebre, si abituano a tal punto che finiscono per ignorare cosa sia la luce. Si perde il senso della luce, perché ci si abitua più alle tenebre. E tanti scandali umani, tante corruzioni ci segnalano questo. I corrotti non sanno cosa sia la luce, non la conoscono. Lasciamo che l'amore di Dio, che ha inviato Gesù per salvarci, entri in noi e la luce che porta Gesù.
Il Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 21: Il Testo Completo
Gv 21,1-25
- Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.
- Si manifestò così: c'erano insieme Simon Pietro, Tommaso chiamato Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli.
- Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
- Quando già era l'alba, Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
- Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
- Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Essi la gettarono e subito non furono più in grado di tirarla su per la grande quantità di pesci.
- Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste - era infatti nudo - e si gettò in mare.
- Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti molto distanti da terra, circa duecento cubiti.
- Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane.
- Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora».
- Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.
- Disse loro Gesù: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore.
- Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
- Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli dopo essere risorto dai morti.
- Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
- Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
- Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore».
- In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».
- Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo, aggiunse: «Seguimi».
- Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».
- Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?».
- Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi».
- Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
- Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.
- Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
La Manifestazione del Risorto e la Pesca Miracolosa (Gv 21,1-14)
Il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni ci presenta l'ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli dopo la Risurrezione, prima di Pentecoste. È un brano splendido e magnifico, che si svolge sul lago di Tiberiade. Dopo i fatti di Pasqua, i discepoli erano tornati a pescare, come se tutto fosse finito, quasi che Gesù avesse fallito. Tra l'altro quella notte non presero nulla. L'oscurità esterna era segno della loro mancanza di fede. Eppure, dopo il buio, arriva sempre l'alba, e nelle prime ore del nuovo giorno, quando le speranze sembravano ormai svanite, ecco che uno sconosciuto sulla riva chiede loro di gettare le reti dalla parte destra della barca.
Questo brano evangelico narra l'incontro di Gesù risorto con un gruppo di sette discepoli. Essi lo scambiano per uno che è venuto a cercare pesce fresco, tristi e delusi per non poter soddisfare la sua richiesta. Lo sconosciuto dà loro un suggerimento, anzi un comando: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (v.6). Essi hanno obbedito a un comando che certamente non si erano resi conto da quale fonte fosse venuto. La gettarono e subito non furono più in grado di tirarla su per la grande quantità di pesci.
Il fatto fu così straordinario, che l'Apostolo Giovanni, «quel discepolo che Gesù amava», subito comprese che quel comando era venuto da Gesù e allora gridò a Pietro: «È il Signore!» (v.7). Senza nessuna esitazione, Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste e si gettò in mare per raggiungerlo. Gli altri discepoli vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci. Gesù si manifesta al suo popolo facendo per lui ciò che nessun altro può fare e ciò che non si aspettava. Egli conosce le necessità temporali del suo popolo e si preoccupa che coloro che hanno lasciato tutto per lui non manchino di nessuna cosa buona.
La rete si riempì di ben centocinquantatré grossi pesci (v.11), e benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Il numero 153 ha una portata simbolica: pare che a quell'epoca i naturalisti distinguessero 153 specie di pesci. Il miracolo è una splendida immagine della missione apostolica: essere «pescatori di uomini» (Cfr. Lc 5,10; Mc 1, 17; Mt 4, 19). La rete del Vangelo, infatti, ha racchiuso moltissime persone, ma è più forte che mai per portare le anime a Dio. Questa missione, la cui enorme fecondità trova il suo segreto e la sua sorgente nella parola di Gesù e nella sua presenza, avrà come obiettivo quello di radunare tutti gli uomini nella Chiesa.
Appena scesi a terra, i discepoli ebbero una nuova sorpresa: videro un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane. Il Signore, con squisita delicatezza, aveva preparato loro la colazione. In questo momento conviviale, essi accolgono l'invito di Gesù: «Venite a mangiare» (v.12) e percepiscono la sua presenza. Ed Egli «si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce» (v.13). Il linguaggio e tutta la scena richiamano l'Eucaristia. Ogni domenica anche a noi è dato di rivivere la medesima esperienza.

Il Dialogo tra Gesù e Pietro: L'Amore al Centro della Missione (Gv 21,15-19)
Dopo aver mangiato, segue un dialogo serrato fra Gesù e Pietro, che rappresenta un delicato esame per quest'ultimo. Nostro Signore si rivolge a Pietro con il suo nome originale, come se avesse perso quello di Pietro per averlo rinnegato. Gesù, per tre volte, gli ha chiesto se veramente gli volesse bene, esattamente tre volte, perché per tre volte Pietro aveva negato Gesù (Gv 18,17.25-27).
Pietro, sapendo che nulla è possibile nascondere a Gesù, ha lasciato che Gesù stesso leggesse nel suo cuore, dicendo: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (v.17). Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?». Dopo le tre risposte affermative, Pietro riceve l'ordine di prendersi cura delle pecore: «Pasci i miei agnelli», «Pasci le mie pecorelle», «Pasci le mie pecore». Gesù non chiede a Pietro se ha studiato esegesi, teologia, morale o diritto canonico. Chiede solo: «Mi ami?». L'amore è al primo posto.
La sincerità del nostro amore per Dio deve essere messa alla prova; ed è bene che ci informiamo, con una preghiera sincera e conservatrice, presso il Dio che scruta il cuore, affinché ci esamini e ci provi, se siamo in grado di sostenere questa prova. Nessuno può essere qualificato per pascere le pecore e gli agnelli di Cristo, se non ama il buon Pastore più di qualsiasi vantaggio o oggetto terreno.
L'Importanza dell'Amore
La parola amore è oggi una delle parole più usate, e proprio per questo si è molto sciupata. Tuttavia, le comunità del Discepolo Amato manifestavano la loro identità e il loro progetto proprio con questa parola. Amare è innanzi tutto un'esperienza profonda di relazione tra persone, in cui c'è un insieme di sentimenti e valori: gioia, tristezza, sofferenza, crescita, rinuncia, dedizione, realizzazione, dono, impegno, vita, morte, ecc. Tutto questo insieme è riassunto nella Bibbia in una parola in lingua ebraica: hesed. La sua traduzione nelle nostre lingue è difficile, ma generalmente nelle nostre Bibbie è resa con carità, misericordia, fedeltà o amore.
Le comunità del Discepolo Amato cercavano di vivere questa pratica d'amore in tutta la sua radicalità. Gesù la rivelò nei suoi incontri con le persone con sentimenti di amicizia e di tenerezza, come, per esempio, nella sua relazione con la famiglia di Marta e Maria a Betania: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro». Egli piange davanti alla tomba di Lazzaro (Gv 11,5.33-36). Gesù incarna sempre la sua missione in una manifestazione d'amore: «avendo amato i suoi, li amò fino all'estremo» (Gv 13,1). In questo amore Gesù manifesta la sua profonda identità con il Padre (Gv 15,9). Per le sue comunità, non c'era un altro comandamento, tranne questo «agire come agiva Gesù» (1Gv 2,6). Ciò presuppone «amare i fratelli» (1Gv 2,7-11; 3,11-24; 2Gv 4-6). Essendo un comandamento così centrale nella vita della comunità, gli scritti giovannei definiscono l'amore così: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». Per questo non dobbiamo «amare solo a parole, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,16-17).
La Sequela e il Sacrificio
Gesù prosegue il suo dialogo con Pietro con una previsione significativa: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (v.18). Lungo la vita, Pietro e tutti noi maturiamo. La pratica dell'amore prenderà radici nella vita e la persona non sarà più padrona della propria vita. Il servizio d'amore ai fratelli e alle sorelle prenderà il sopravvento e ci condurrà. L'evangelista commenta: «Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio» (v.19). La grande preoccupazione di ogni uomo buono, qualunque sia la sua morte, è quella di glorificare Dio in essa.

Il Destino di Giovanni e la Pienezza della Rivelazione (Gv 21,20-25)
Dopo aver affidato la sua missione a Pietro, quest'ultimo si voltò e vide che li seguiva «quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: 'Signore, chi è che ti tradisce?'» (v.20). Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi» (v.22). Questa frase, in seguito, generò una voce tra i fratelli che quel discepolo non sarebbe morto, ma Gesù non gli aveva detto ciò, bensì: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Sarà proprio quel discepolo ed evangelista, identificato come l'autore del vangelo e testimone di queste cose, a dare maggiore chiarezza alle parole del Signore, spiegandone il significato (v.23). L'autore individua se stesso come «il discepolo che Gesù amava» (v.20), a garanzia che quello che è scritto nel vangelo è vero. San Giovanni, ispirato dallo Spirito Santo, scrisse il suo vangelo per rendere forte la nostra fede in Gesù Cristo, in ciò che ha fatto e ha insegnato.
Il Vangelo si conclude con un'affermazione profonda: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (v.25). Solo una piccola parte delle azioni di Gesù è stata scritta. Ma benediciamo Dio per tutto quello che c'è nelle Scritture e siamo grati che ci sia così tanto in così poco spazio. C'è abbastanza per orientare la nostra fede e regolare la nostra pratica; di più non sarebbe stato necessario. Molto di ciò che è scritto è trascurato, molto è dimenticato e molto è oggetto di dispute dubbie. Possiamo, tuttavia, attendere con ansia la gioia che riceveremo in cielo da una conoscenza più completa di tutto ciò che Gesù ha fatto e detto, nonché della condotta della sua provvidenza e della sua grazia nei suoi rapporti con ciascuno di noi.
Come osservava San Paolo VI, «Tanta è la ricchezza delle cose che a Cristo si riferiscono, tanta la profondità da esplorare e da cercare di comprendere (...) tanta la luce, la forza, la gioia, il desiderio, che da Lui scaturiscono, tanta la realtà della nostra esperienza e della nostra vita che a noi da Lui deriva, che davvero sembra sconveniente, antiscientifico, irriverente mettere fine alla riflessione, che la sua venuta al mondo, la sua presenza nella storia e nella cultura e l’ipotesi, per non dire la realtà, della sua vitale relazione con la nostra propria coscienza, onestamente esigono da noi».
Unicità e Comunione nella Chiesa
Nella domanda di Pietro circa il destino di Giovanni si rivela una reazione di gelosia tipicamente umana, tipicamente di chi vuole tenersi per sé le cose belle. Pietro non sa però che ognuno di noi è unico e irripetibile e che non ci è concesso mettere il naso nell’unicità della vita degli altri. Se essere Chiesa significa fare un’esperienza di compagnia e di comunione, non dobbiamo però dimenticare che la comunione non annulla la nostra unicità e la nostra individualità. Essere Chiesa non significa smettere di essere se stessi, ma imparare ad essere se stessi insieme con gli altri.
Tutto ciò che ci vuole uniformare non è cristiano. Cristo non ha uniformato gli apostoli, anzi li ha resi tutti diversi, ma ha chiesto loro di amarsi gli uni gli altri. Ciò che ci tiene insieme nella Chiesa non è il fatto che pensiamo tutti allo stesso modo ma il fatto che ci amiamo di vero cuore. L’amore vale più delle idee diverse. Ecco perché nella Chiesa c’è spazio per Pietro e spazio per Giovanni, e tutte le volte che a Pietro, o a chi per lui, viene in mente di guardare indebitamente nei percorsi degli altri, dobbiamo ricordarci che l’osservazione dell’erba del vicino solitamente non crea comunione ma gastriti.
Riflessioni sulla Fede e il Servizio nell'Apostolato
Coloro che hanno incontrato Gesù risorto, e nell'appartenenza a Lui sperimentano il dono di una vita nuova, si imbattono inevitabilmente nella persecuzione. Così è accaduto agli Apostoli (At. 5, 27-41), che avevano da comunicare la notizia più bella e sbalorditiva, ma c'era chi voleva tappare loro la bocca. Trascinati davanti al tribunale giudaico sotto l'accusa di aver trasgredito un ordine che proibiva di parlare di Gesù, la reazione di Pietro e dei suoi compagni sorprese i capi del popolo: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Anche oggi per noi credenti dire di 'sì' a Cristo e al Vangelo significa dire dei 'no' decisi, anche se sofferti, a quanti in tono di minaccia o in tono di lusinga pretendono che rinneghiamo la nostra vocazione cristiana o la viviamo nel compromesso. Il coraggio di dire 'no', rimanendo fedeli a Dio, ha sempre un prezzo, ma gli Apostoli erano «lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù».
La grandiosa liturgia celeste (Apc. 5, 11-14), che ha come destinatari l'«Agnello» (il Cristo sacrificato e risorto) e «Colui che siede sul trono» (Dio nella sua gloria), richiama la realtà di ogni nostra assemblea eucaristica.
Prima di affidare a Pietro l'incarico di «pascere» il suo gregge, Gesù tiene l'esame al candidato. L'esame non è sul quoziente di intelligenza, sulle competenze professionali, sulle capacità organizzative, ma sull'amore personale a Lui, Gesù. Accettare e svolgere il servizio di pastore - Vescovo, prete, diacono, il ministero di catechista, animatore, educatore, qualunque altro servizio anche il più umile o nascosto nella Chiesa e nella società - è un grande atto di amore a Gesù: «Se mi ami, pasci». Ma anche: se non ami Gesù, non sei in grado di assumerti tale servizio, non reggi. «Chi più ama meglio sa lavorare» (s. Teresa Benedetta della Croce). Nel linguaggio cristiano il servizio, in qualunque forma si esprime, diventa più propriamente «amore che serve». Quello che Gesù ha chiesto a Pietro, oggi lo chiede a ciascuno di noi. Per dare Amore è importante avere un cuore capace di ricevere Amore. Pietro, nella sua semplicità di pescatore, ha creduto in Gesù e nell’Amore che gli voleva. Caricato dal suo Amore, ha poi risposto donando Amore con tutta la sua vita, fino al giorno del martirio. Questo è il punto di partenza per ogni Apostolato: Credere nell’Amore e donare Amore.
L'Appello Quotidiano: "Mi Ami?"
«Tu mi ami?». Questa domanda Gesù continua a ripeterla con insistenza e tenera ostinazione anche a te. L'hai mai ascoltata? L'hai mai presa sul serio? Questa settimana prova ogni tanto a creare un po' di silenzio dentro di te per ascoltare con attenzione: «Mi ami?». Chi ti fa questa domanda ti ama Lui stesso per primo e con un amore che tu non riuscirai mai a eguagliare. Ma ha bisogno del tuo amore. Sa che soltanto legandoti a Lui sarai pienamente felice. Ecco perché non si stanca di interpellarti: «Mi ami più di ogni persona cara, più della tua famiglia, più del tuo lavoro e dei tuoi progetti, più della tua stessa vita?».
Quanta gioia daresti a Gesù rispondendogli: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo!». Queste parole non significano soltanto che Gesù solo conosce la misura dell'amore di Pietro per Lui; ma, più profondamente, che l'amore che Pietro sente di portare a Gesù, è sicuro di riceverlo da Lui. Ama Gesù, ma sa che Gesù gli dà di poterlo amare e non cesserà di comunicargli questa capacità di amarlo. È una dichiarazione d'amore traboccante di fiducia e di riconoscenza. Questo dialogo tra innamorati rinnoverebbe la tua vita. Perché, allora, non ti impegni in tale esercizio? Ogni sera, riprendendo in mano questo foglio domenicale, potresti contare le volte in cui tale dialogo è fiorito lungo la giornata. «È il Signore!». È un grande dono se dal cuore sentiamo uscire questa espressione di fede.
Rifletti: qual è il motivo più profondo che ti spinge a lavorare in comunità? L'amore o la preoccupazione per le idee? A partire dai rapporti che abbiamo tra di noi, con Dio e con la natura, che tipo di comunità stiamo costruendo?
IL MESSAGGIO PIU' POTENTE DI GESU' SULL'AMORE CHE NESSUNO TI DICE COSI'!
Preghiera Finale
O Dio, nostro Padre, che ci hai aperto il passaggio alla vita eterna con la glorificazione del tuo Figlio e con l'effusione dello Spirito Santo, fa' che, partecipi di così grandi doni, progrediamo nella fede e ci impegniamo sempre più nel tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo... Amen.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
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