La VII Domenica dopo Pentecoste dell'Anno C offre una ricca riflessione sulla fede, la scelta di Dio e l'azione vivificante dello Spirito Santo, partendo da passaggi significativi delle Scritture.
L'Alleanza con Giosuè: La Scelta di Servire Dio
La lettura tratta dal libro di Giosuè (Gs 24, 1-2a) ci riporta a un momento cruciale nella storia del popolo di Israele. In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi, che si presentarono davanti a Dio. Giosuè pose un'ardua scelta a tutto il popolo, dicendo: «Sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore».
Il popolo rispose con fermezza: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano la terra».
A fronte di questa dichiarazione, Giosuè ammonì il popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati». Ma il popolo, risoluto, replicò: «No! Noi serviremo il Signore». Giosuè allora affermò: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!». Essi risposero: «Siamo testimoni!». Giosuè li esortò: «Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!». Il popolo rinnovò la sua promessa: «Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!». In quel giorno, Giosuè concluse un’alleanza per il popolo, dandogli uno statuto e una legge a Sichem e scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore.

La Fede Operosa e la Parola Diffusa
L'apostolo Paolo, o chi per lui, esorta i fedeli dicendo: «Fratelli, rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui». Il Vangelo non si è diffuso solo per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione. I credenti hanno seguito l'esempio degli apostoli e del Signore, accogliendo la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, diventando così modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. La loro fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non c'è bisogno di parlarne.
La "Parola Dura" e lo Spirito che Dà Vita
Nel Vangelo, in quel tempo, il Signore Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, trovarono le sue parole difficili, dicendo: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, consapevole dei loro mormorii, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù sapeva fin da principio chi non credeva e chi lo avrebbe tradito. E ribadiva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento, molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andarono più con lui. Gesù si rivolse allora ai Dodici, chiedendo: «Volete andarvene anche voi?». Simon Pietro rispose in modo perentorio: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna».
(Gv 6,28-33) Discorso nella sinagoga di Cafarnao, parte I, di Benedetto Piacentini
L'Amore per il Nemico e la Regola Aurea
I discepoli di Gesù, dopo l’annuncio delle beatitudini per i poveri e dei guai per i ricchi, ricevono dal Maestro istruzioni su come si deve amare per non cadere in equivoci ed errori. Questo tocca le corde più delicate del nostro cammino come discepoli. Gesù elenca tre modi per esprimere l’amore del nemico: «fare del bene», «benedire» e «pregare», sottolineando che l’amore non è un vago sentimento, ma un gesto concreto e nella verità. Se l’amore per i nemici diviene preghiera, si è sulla buona strada, perché la preghiera è il luogo in cui non possiamo mentire. Gesù ci orienta verso un amore la cui novità consiste principalmente nel dare vita a insolite e straordinarie relazioni che vanno a toccare e a sradicare l’iniquità che lega i rapporti umani. In questo contesto, la solidarietà e la fratellanza diventano il collante che estromette l’egoismo. Al centro di questa pagina evangelica troviamo la cosiddetta “regola aurea” dell’agire morale: “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Questa regola, se messa in pratica, basterebbe da sola a cambiare il volto della famiglia e della società in cui viviamo.

Lo Spirito Santo, il Paràclito: Presenza e Guida
Con la Pentecoste si compie pienamente il mistero pasquale. Il Risorto, salito al cielo, non ci lascia soli, ma effonde su di noi lo Spirito promesso. La Pentecoste è il coronamento della Pasqua: il tempo in cui Cristo ci unisce a sé donandoci il suo stesso Spirito, affinché possiamo vivere da figli, liberi e testimoni. Il brano di Giovanni ci riporta al Cenacolo, durante il discorso di addio di Gesù: «Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre».
Il termine greco Paràclito (παράκλητος) significa letteralmente “colui che è chiamato accanto”. È l’avvocato, il difensore, il consolatore, l’intercessore. È Colui che sostiene, che prende la parola per noi, che rimane accanto nel tempo e nella prova. Gesù stesso è il primo Paràclito (cf. 1Gv 2,1); lo Spirito è “un altro Paràclito” - non in sostituzione, ma in continuità con la presenza del Figlio. Agostino sottolinea questo aspetto: «Dicendo poi: Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il Signore ci fa capire che egli stesso è Paraclito».
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Non si tratta di una semplice dichiarazione affettiva, ma di una relazione che coinvolge tutto l’essere. L’amore, nella prospettiva evangelica, è sempre generativo: non si esaurisce nel sentimento, ma si traduce in ascolto, accoglienza, obbedienza fiduciosa alla parola. In questo amore che ascolta e obbedisce, si apre la porta a una realtà sorprendente: il Padre e il Figlio «verranno» e «prenderanno dimora». È un linguaggio forte e affettuoso insieme: Dio non fa solo visita, non è ospite di passaggio, ma desidera “abitare” stabilmente in noi. E dove Dio dimora, lì c’è pace, libertà, comunione. Non nei luoghi sacri soltanto, ma nei cuori che si lasciano purificare, educare, visitare dalla sua parola. Lo Spirito rende possibile tutto questo: apre in noi lo spazio interiore dell’accoglienza, fa della nostra fragile umanità una tenda abitabile da Dio. Gesù aveva detto: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi».

L'Azione dello Spirito nella Vita del Credente
«Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Lo Spirito non parla da sé, ma custodisce le parole di Gesù nel cuore dei credenti. Insegna, cioè rende comprensibile la verità del Vangelo nel tempo. Ricorda, cioè tiene viva la memoria di Cristo nella vita della Chiesa. Questo ricordare non è nostalgia del passato, ma presenza attuale: lo Spirito mantiene vivo in noi il Vangelo, facendolo entrare nei contorni concreti della nostra vita.
La Pentecoste è una delle più belle e grandi feste della nostra fede. Celebrare questa solennità non è semplicemente un far memoria di ciò che accadde subito dopo la risurrezione di Gesù. Ma lo Spirito Santo agisce anche su di noi, in noi. Ci ricorda quanto Gesù ha detto e ri-vela per noi il senso delle sue parole. È lo Spirito a far sì che la Parola in noi trovi spazio per lavorarci, plasmarci, rigenerarci. È lo Spirito che ci rende casa accogliente. È lo Spirito che ci apre a Dio. E allora forse dovremmo imparare a renderlo presente nella nostra vita… di più, molto di più di quanto non facciamo. Dovremmo invocarlo nelle scelte. Dovremmo pregare in sua compagnia. Invochiamolo con fiducia: «Vieni, Spirito Santo!». Affidiamoci alla sua instancabile azione.