Commento al Vangelo del 23 Giugno: Fede, Fiducia e Coerenza nella Vita

Le letture proposte per la riflessione del 23 giugno ci guidano attraverso tematiche profonde: la fede incrollabile di fronte alle tempeste della vita, il delicato invito a non giudicare il prossimo e la radicale chiamata di Abramo alla fiducia totale in Dio. Questi brani ci esortano a un esame interiore e a una rinnovata apertura alla volontà divina.

La Tempesta Sedata: Fede e Fiducia in Cristo

Abbiamo appena ascoltato il Vangelo della tempesta sedata, narrato dall'evangelista Marco. Gesù, con un gesto solenne, minaccia il vento e ordina al mare di calmarsi: «Taci, calmati!». Questo episodio è chiaramente segno della signoria di Cristo sulle potenze negative e induce a pensare alla sua divinità. I discepoli, stupiti e intimoriti, si domandano: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?». La loro non è ancora una fede salda, ma un misto di paura e di fiducia, una fede che si sta formando. L'abbandono confidente di Gesù al Padre è invece totale e puro. Perciò, per questo potere dell’amore, Egli può dormire durante la tempesta, completamente sicuro nelle braccia di Dio.

Ma verrà il momento in cui anche Gesù proverà paura e angoscia: quando verrà la sua ora, sentirà su di sé tutto il peso dei peccati dell’umanità, come un’onda di piena che sta per rovesciarsi su di Lui. Quella sarà una tempesta terribile, non cosmica, ma spirituale. Tuttavia, in quell’ora Gesù non dubitò del potere di Dio Padre e della sua vicinanza, anche se dovette sperimentare pienamente la distanza dell’odio dall’amore, della menzogna dalla verità, del peccato dalla grazia.

La tempesta sul lago rappresenta le difficoltà, le delusioni e le prove che possiamo incontrare nella nostra vita. Tutti noi attraversiamo momenti di tempesta ed è facile sentirsi disperati e senza speranza. A volte ci sembra che Dio sia assente, che non ci ascolti o che ci abbia abbandonato. Di fronte a queste sfide, la nostra fede può essere messa alla prova. Come i discepoli sulla barca, potremmo sentirci spaventati e soli, ma Gesù ci invita a non avere paura e a confidare in Lui. Confidare in Gesù significa avere fiducia in Lui, anche quando le cose si mettono male.

La parola di Gesù rivolta ai discepoli risuona ancora oggi per noi: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». La fede è la nostra forza di fronte alle difficoltà. Anche quando la tempesta infuria, possiamo avere la certezza che il Signore è al nostro fianco e ci guiderà verso la salvezza. Non siamo mai soli perché Gesù è con noi nella tempesta, anche quando non lo vediamo o non lo sentiamo. Come il Signore Gesù ha calmato la tempesta sul mare, così può calmare le tempeste della nostra vita.

Gesù che calma la tempesta sulla barca con i discepoli impauriti

A tal proposito c’è una poesia, “Orme sulla sabbia”, conosciuta anche come “Il Signore è con te”, che racconta di una persona che cammina lungo la spiaggia con Dio. In un momento di difficoltà, la persona si accorge di vedere solo le sue orme sulla sabbia, come se Dio l’avesse abbandonata. Il messaggio di questa poesia è un messaggio di speranza e di fede, ricordandoci che anche nei momenti più bui, quando sentiamo di essere soli, Dio ci porta in braccio.

Oggi possiamo chiederci: quali sono i venti che si abbattono sulla mia vita, quali sono le onde che ostacolano la mia navigazione e mettono in pericolo la mia vita spirituale, la mia vita di famiglia, la mia vita psichica? Diciamo tutto questo a Gesù, raccontiamogli tutto. Egli lo desidera, vuole che ci aggrappiamo a Lui per trovare riparo contro le onde anomale della vita.

Il Vangelo racconta che i discepoli si avvicinano a Gesù, lo svegliano e gli parlano (cfr v. 38). Ecco l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla, che abbiamo bisogno di Gesù come i marinai delle stelle per trovare la rotta. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Quando vinciamo la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, quando superiamo la falsa religiosità che non vuole scomodare Dio, quando gridiamo a Lui, Egli può operare in noi meraviglie. È la forza mite e straordinaria della preghiera, che opera miracoli.

I discepoli si erano fatti catturare dalla paura, perché erano rimasti a fissare le onde più che a guardare a Gesù. E la paura ci porta a guardare le difficoltà, i problemi brutti e non a guardare il Signore, che tante volte dorme. Anche per noi è così: quante volte restiamo a fissare i problemi anziché andare dal Signore e gettare in Lui i nostri affanni! Quante volte lasciamo il Signore in un angolo, in fondo alla barca della vita, per svegliarlo solo nel momento del bisogno! Chiediamo oggi la grazia di una fede che non si stanca di cercare il Signore, di bussare alla porta del suo Cuore.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,35-41)

In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Non Giudicate: Lo Sguardo della Misericordia

Il Vangelo secondo Matteo ci offre una delle ammonizioni più forti e attuali: «Non giudicate, per non essere giudicati». Parole che risuonano con forza, soprattutto in un tempo in cui è fin troppo facile esprimere giudizi sugli altri, spesso con superficialità, senza conoscerne davvero il cuore. Gesù non ci chiede di rinunciare al discernimento, ma ci mette in guardia da quella tendenza a puntare il dito, a vedere la “pagliuzza” nell’occhio dell’altro, mentre ignoriamo la “trave” nel nostro.

Metafora della pagliuzza e della trave nell'occhio in un'immagine stilizzata

Il Vangelo ci invita a un sano esame di coscienza: dove si posa il mio sguardo? Cerco il bene o mi soffermo sugli errori altrui? Queste parole di Gesù non sono dure per scoraggiarci, ma per aiutarci a cambiare prospettiva: a guardare gli altri con misericordia, e noi stessi con verità. In questo senso, il Sacro Cuore di Gesù, che celebriamo nel mese di Giugno, è il modello perfetto di questo sguardo pieno di amore e compassione. Il suo Cuore non giudica per condannare, ma per salvare.

Il beato Carlo Acutis, giovane dei nostri tempi, diceva: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». E aggiungeva: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio». Questo sguardo rivolto a Dio ci permette di vedere anche gli altri con occhi nuovi: non come concorrenti o problemi da risolvere, ma come fratelli da amare. Non si tratta di chiudere gli occhi davanti al male, ma di imparare prima a riconoscerlo in noi, per poter davvero aiutare l’altro con umiltà e verità. È significativo che Gesù usi immagini quotidiane, semplici ma potenti: la pagliuzza e la trave. Chi ha mai provato a togliere una pagliuzza dall’occhio altrui sa quanto è delicato quel gesto. Serve cura, vicinanza, rispetto.

Viviamo in una cultura del giudizio rapido: social network, media, e persino le nostre conversazioni quotidiane sono spesso segnate da critiche e confronti. Il Vangelo ci sfida: vuoi davvero costruire relazioni nuove? Allora inizia guardando il tuo cuore, con onestà. Il consiglio di fede per la vita quotidiana è questo: prima di giudicare qualcuno, fermati un attimo e prega. Chiedi al Sacro Cuore di Gesù di farti vedere quella persona come la vede Lui. E chiedi anche la grazia di vedere te stesso con verità e misericordia. Solo così potremo costruire comunità più umane, più evangeliche, più libere dal peso dei giudizi. «Il Signore non guarda ciò che guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Samuele 16,7). Chiedi oggi al Cuore di Gesù di donarti il Suo sguardo.

La Marescialla del libro Il cavaliere della rosa, di Hug von Hofmansthal, diceva: «Nel come vi è la grande differenza». Gesù dice: «Non giudicate per non essere giudicati» (Mt 7,1). Ma Gesù aveva detto pure che dobbiamo correggere il fratello che è in peccato, e per ciò è necessario avere fatto prima qualche tipo di giudizio. Lo stesso San Paolo nei suoi scritti giudica la comunità di Corinto e San Pietro condanna di falsità Anania e sua moglie. San Giovanni Crisostomo giustifica: «Gesù non dice che non dobbiamo evitare che un peccatore desista dal peccare, dobbiamo correggerlo, certo, ma non come un nemico che cerca la vendetta, ma come il medico che applica un rimedio». Ma è ancora più interessante quello che dice Sant’Agostino: «Il Signore ci avverte di non giudicare precipitosamente ed ingiustamente (...). Pensiamo, in primo luogo, se noi non abbiamo commesso qualche peccato simile; pensiamo che siamo uomini fragili, e [giudichiamo] sempre con l'intenzione di servire Dio e non noi stessi».

Tante volte, lo sappiamo tutti, è più facile o comodo scorgere e condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Noi sempre nascondiamo i nostri difetti, li nascondiamo anche a noi stessi; invece, è facile vedere i difetti altrui. La tentazione è quella di essere indulgenti con se stessi - manica larga con se stessi - e duri nel condannare gli altri. È sempre utile aiutare il prossimo con saggi consigli, ma mentre osserviamo e correggiamo i difetti del nostro prossimo, dobbiamo essere consapevoli anche noi di avere dei difetti. Se io credo di non averne, non posso condannare o correggere gli altri. Tutti abbiamo difetti: tutti. E dobbiamo esserne consapevoli e, prima di condannare gli altri, dobbiamo guardare noi stessi dentro. E in questo modo possiamo agire in modo credibile, con umiltà, testimoniando la carità. Se siamo ben formati, vedremo le cose buone e le cattive degli altri, quasi in un modo incosciente: da ciò emetteremo un giudizio. Ma il fatto di guardare le mancanze altrui dai punti di vista citati ci aiuterà nel come dobbiamo giudicare: ci aiuterà a non giudicare per giudicare, o per dire qualcosa, o per occultare le nostre mancanze o, semplicemente perché tutti fanno così. «Uomini senza speranza sono quelli che smettono di affrontare i propri peccati e si fissano su quelli degli altri. Non cercano ciò che devono correggere, ma ciò che possono mordere». «Senza amore e senza carità non si può correggere nessuno.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,1-5)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: "Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio", mentre nel tuo occhio c'è la trave? Ipocrita!».

La Partenza di Abramo: Un Cammino di Fede e Abbandono

Le prime parole di Dio a quell'uomo che egli sceglie, Abramo, lasciano intravedere un amore quanto meno sconcertante: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». Tutto è oscuro, unica meravigliosa luce la promessa: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». E ancora: «Alla tua discendenza io darò questa terra».

Immagine stilizzata di Abramo in viaggio con la sua famiglia e il suo gregge

Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Lì costruì un altare al Signore che gli era apparso, e invocò il nome del Signore.

Quindi è necessario che Abramo muoia, perché le generazioni successive abbiano la vita. E Abramo peregrina da un paese all'altro: «Piantò la tenda... costruì un altare al Signore... levò la tenda...» sono espressioni che si ripetono in queste pagine. Così Dio educa Abramo ed ogni credente a successivi distacchi, che possono sembrare duri, ma in realtà sono una liberazione. Bisogna scegliere: o essere posseduto dall'egoismo che vuoi possedere, o essere donati. Abramo ha fatto di sé dono incondizionato, senza sapere nulla di ciò che gli sarebbe accaduto. Ecco la fede: essere aperti, accettare di camminare al buio indefinitamente, incontro a qualcuno a cui diamo fiducia, contenti di dargli quello che ci chiede, di amarlo per se stesso, di mettere in lui la nostra gioia e il nostro amore, in un rapporto di persona a persona che il Signore vuole fare sempre più bello. Tutto il resto è secondario. «Vattene...». È una parola che Dio non ci dice una volta per tutte, perché sempre la nostra è una libertà da liberare.

Prima Lettura: Dal libro della Genesi (Gn 12,1-9)

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

La Coerenza della Fede: Fare la Volontà del Padre

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». C’è un’evidente contrapposizione tra il dire e il fare. Gesù chiede una più stretta coerenza tra le parole e la vita. È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo e non esserlo, scriveva Sant'Ignazio di Antiochia. Ai cristiani dell’Asia, l’apostolo Pietro chiede di custodire una «condotta esemplare», in tal modo «mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio» (1Pt 2,12). E aggiunge: «questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti» (1Pt 2,15). Non poche volte le opere riescono a convincere più delle parole e sono quasi sempre un biglietto da visita per rendere più credibile l’annuncio della fede. Quando il Vangelo viene rifiutato a causa di pregiudizi, solo la testimonianza limpida delle opere può aprire un varco nella coscienza e lasciare passare la luce dello Spirito.

Parabola: La casa sulla roccia e la casa sulla sabbia

Gesù non si limita a chiedere un qualsiasi attivismo, egli sa che anche nelle opere sante si nasconde talvolta la vanagloria; egli domanda di fare la volontà del Padre. In concreto il Vangelo chiede di porsi dinanzi a Dio con l’umiltà di chi ascolta e accoglie la Parola e con la docilità a fare ciò che piace a Dio. Questo significa rinunciare ai propri progetti e accettare di costruire la propria vita nella luce di quel progetto che Dio progressivamente rivela. È la spiritualità della fiducia e dell’abbandono che i santi hanno testimoniato. Il parallelismo tra dire e fare, ci insegna anche che la vera preghiera consiste nel chiedere la grazia di compiere sempre e comunque la volontà di Dio. Chi rimane nella volontà del Padre, «che è nei cieli», non potrà non gustare la gioia dell’eterna beatitudine.

Il giovane santo, San Luigi Gonzaga, che oggi ricordiamo nella liturgia, vivrà la sua breve vita tentando di donare se stesso, rinnovando se stesso. Tutto quello che di bello vorremmo vedere al mondo dobbiamo trovarlo innanzitutto dentro di noi. Più che accumulare malcontento, dovremmo cominciare a dire: come io posso cambiare affinché tutto cambi. Io sono il vero inizio di ogni cambiamento. E a chi non vuole dare inizio al cambiamento a partire proprio da se stesso, allora è bene ricordare che non ha nemmeno più il diritto di lamentarsi.

Nell’ultima lettera che Santa Teresa di Lisieux scrive a Leonia, le offre questa regola di vita: «Se vuoi essere una santa ti sarà facile, poiché in fondo al tuo cuore, il mondo non è nulla per te. (...) il tuo scopo sia unico: far piacere a Gesù, unirti a Lui sempre più intimamente» (LT 257). «Tutti da Te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno», dice il salmista. Il buon Dio non fa mancare il pane ai suoi figli. La Parola accompagna e sostiene il cammino della Chiesa, dona luce e forza a coloro che cercano la verità, indica la via della fedeltà. Ogni giorno risuona questa Parola.

Stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che «il Signore ci guiderà sempre» (cfr Is 58,11).

Salmo Responsoriale

R/. Beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità. L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.

Versetto prima del Vangelo (Ebr 4,12)

Alleluia, alleluia. La parola di Dio è viva, efficace; discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

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