Con la solennità di Pentecoste termina il tempo Pasquale, un periodo lungo cinquanta giorni in cui Gesù risorto aiuta i discepoli a comprendere e a vivere la loro missione tra la gente. Essi sono infatti mandati a “raccontare” a tutti quello che hanno visto e udito dal loro Maestro. Ma quali sono i modi con cui Gesù rimane sempre con i discepoli e, di conseguenza, anche con noi? La risposta risiede nei doni dello Spirito Santo, gli stessi che il Messia, Gesù, ha ricevuto e che lo hanno sostenuto in tutta la sua missione.
I Doni dello Spirito Santo per la Vita Quotidiana
I sette doni dello Spirito Santo sono fondamentali per la nostra crescita spirituale e per far germogliare e fruttificare il dono del nostro battesimo. Nella preghiera che recitiamo, chiediamo a Dio questi doni essenziali.
Il Dono della Sapienza
Lo Spirito di sapienza non è il dono di "sapere le cose" o dell’essere "saputelli", ma è il dono del saper gustare le cose: tutto il bello, tutto il buono, tutte le cose giuste e vere. È importante immergere la nostra vita in ciò che ci dona sapore, poiché noi siamo un po’ come le spugne. Se immergiamo una spugna in un secchio con acqua pulita assorbirà solo acqua buona, ma se la immergiamo in un liquido avvelenato, anche la spugna si avvelenerà. Per questo, il dono della sapienza è cruciale: ci aiuta a immergerci in ciò che ci fa vivere bene, come il bene e il bello.
Il Dono dell'Intelligenza
Abbiamo domandato lo Spirito di intelligenza. Questo termine deriva dal latino “intelligere”, che significa “leggere dentro”. Dentro che cosa? Dentro gli avvenimenti, dentro quello che succede. Lo Spirito di intelligenza ci aiuta a capire se la scelta che stiamo facendo è giusta o sbagliata. A volte, per stare insieme ad alcuni amici, si rischia di prenderne in giro altri. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere, anche i più giovani. Perciò, chiediamo allo Spirito il dono dell’intelletto che ci aiuti a preferire il giusto e il vero, sempre.
Il Dono della Fortezza
Abbiamo invocato lo Spirito di fortezza, che significa essere forti. Qui non si tratta di forza di muscoli, ma di forza di cuore, di bontà, di generosità. La forza di muscoli, quando è usata male, incute paura. La fortezza, dono dello Spirito, ci rende invece capaci di essere coraggiosi nello scegliere il bene costantemente, anche quando facciamo fatica. Lo Spirito Santo è il nostro allenatore: solo un allenamento costante ci dona la capacità di essere davvero forti, capaci di andare anche contro corrente, se necessario, per vivere e scegliere il bene.
Il Dono della Scienza (o Conoscenza)
Un altro dono che abbiamo domandato è lo Spirito di scienza, o meglio di conoscenza. Conoscere, nella Bibbia, significa «amare» (Gn 19,8; Mt 1,25). Il dono della Conoscenza o della «Scienza» è il dono che ci fa conoscere e amare Dio. Una vera amicizia nasce dallo stare insieme, dal parlare insieme, dal frequentarsi. Conoscere Dio vuol dire anche conoscere il suo progetto di amore su ciascuno di noi, come il giovane Samuele che dice a Dio: “Parla il tuo servo ti ascolta”, parlando con Dio come a un amico e non lasciando andare a vuoto nessuna parola di Dio.
Il Dono del Timore del Signore
Lo Spirito del timore del Signore è una richiesta importante. “Temere”, nel linguaggio della Bibbia, non significa “aver paura”. La “paura” è un vizio, un difetto che crescendo si impara a vincere. Il timore di Dio è una virtù: è riconoscere che lui, solo lui è Dio, e quindi nella nostra vita non ci possono essere cose o persone più importanti di lui. Certo, papà, mamma, le persone a cui vogliamo bene sono importanti, ma il timore del Signore ci insegna a capire che, nella vita personale e anche nella nostra famiglia, il Signore deve essere al primo posto (ad esempio, quando a volte non si ha voglia di partecipare alla Messa domenicale).
Il Dono della Pietà
Infine, abbiamo domandato lo Spirito di “pietà”. Il dono della "Pietà" ci aiuta a considerare Dio come Padre, come papà buono. Dio sceglie di avere dei figli come noi, ed è un onore e un dono grande. Se Dio sceglie di essere nostro padre, è perché per lui noi siamo importanti, preziosi. Un amore così grande suscita amore, e questa è la nostra risposta nei confronti di Dio: la preghiera, l’ascolto della sua Parola e il mettere in pratica i suoi comandi, ciò che ci rende veri figli.

La Sequenza di Pentecoste: Preghiera Potente allo Spirito Santo
Un testo che ci aiuta a comprendere bene quanto sia necessario lo Spirito Santo per noi è la Sequenza di Pentecoste, che si legge in tutte le Chiese il giorno di Pentecoste, prima della proclamazione del Vangelo. La Sequenza è una stupenda preghiera, non una semplice poesia, ma una via potente che ci permette di entrare in comunione con la terza Persona della Santissima Trinità, elevandoci in Dio.
Con la Sequenza invochiamo lo Spirito Santo e gli chiediamo di venire ad abitare in noi, di mandare dal cielo un raggio della sua luce. Lo Spirito Santo è Consolatore perfetto, Ospite dolce dell’anima, dolcissimo Sollievo. La pace e l’armonia interiore sono da Lui, sono suoi frutti e suoi doni, e non si possono ottenere senza la sua azione efficace in noi e su di noi. Chi pensa di vivere nella pace mettendo da parte lo Spirito Santo è in grande errore.
Lo Spirito Santo è la nostra forza. Non una forza umana, terrena, carnale, bensì una forza soprannaturale, che ci riveste di onnipotenza, ci rende invincibili contro il male e sempre pronti a rendere testimonianza a Gesù Signore. Ecco perché diciamo: “senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”. Il nulla è assoluto per ciò che concerne la nostra missione e vita spirituale. Lo Spirito Santo lava inoltre il sudiciume di peccato che invade il mondo degli uomini, irrora di grazia la nostra anima, guarisce le nostre ferite, piega le nostre volontà alla perfetta obbedienza al Padre nostro che è nei Cieli, riscalda i cuori gelidi e apatici, corregge i pensieri e li riallinea sulla lunghezza d’onda di quelli di Cristo.
Nello Spirito Santo bisogna confidare, Lui bisogna invocare con fiducia, istante per istante. A Lui bisogna chiedere consiglio, Lui bisogna far operare senza opporre resistenza. La nostra fede, la nostra preghiera, la nostra disponibilità piena alla sua azione, sono necessarie. Lo Spirito Santo infatti rispetta le nostre scelte, bussa alla porta del cuore, ma non ci fa violenza, perché lui è l’Amore eterno che dobbiamo scegliere di amare personalmente. La Pentecoste ravvivi in noi la consapevolezza che Dio non può salvarci se noi non lo vogliamo.
- Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
- Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
- Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.
- Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.
- O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
- Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
- Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
- Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
Cos’è la Pentecoste? Scopri la Storia, il Significato e la Preghiera allo Spirito Santo
Il Vangelo di Giovanni e l'Effusione dello Spirito (Gv 20, 19-23)
Il Testo Evangelico (Gv 20, 19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Commento: La Risposta di Gesù alla Paura
La Pentecoste è la festa per eccellenza dello Spirito Santo. Oggi, la Terza Persona della Santissima Trinità, che porta a compimento la sua opera di santificazione in modo silenzioso e discreto, irrompe con tutta la forza del suo potere per ricordarci che è Lui che fa la Chiesa. La scena che il vangelo di San Giovanni ci presenta è paradossale: siamo nella sera della Domenica della Resurrezione, una giornata frenetica di gioia e stupore, eppure troviamo gli stessi discepoli rinserrati in casa per paura. La storia dell’umanità cambia per sempre con Cristo risorto, ma gli apostoli conservavano ancora i residui della paura che li aveva portati ad abbandonarlo sul Calvario.
Mentre in quei cuori innamorati si agitano tutti questi sentimenti, Gesù si presenta in mezzo a loro. Per la nostra vita cristiana, è molto importante osservare attentamente i gesti che compie il Signore, poiché questa scena è fondamentale per capire come Dio risponde alle nostre paure, che spesso sono un ostacolo alla sua grazia. Gesù compie quattro azioni: dà loro la pace, li invita a contemplare le sue piaghe, affida loro la missione e, assieme a questa, la possibilità di perdonare i peccati. È bello vedere come il Signore reagisce di fronte alla loro paura: con una vocazione. La chiamata di Dio, che porta con sé il significato della missione, è di per sé la risposta alla debolezza e alla viltà.
Gesù non aspetta che i suoi discepoli si trasformino in uomini coraggiosi per inviarli, li invia proprio quando sono stanchi, perché la loro pace e la loro forza non vengono dalle loro qualità umane o dalle circostanze più favorevoli, ma dallo Spirito Santo che stanno ricevendo in quello stesso momento. La Chiesa è stata fatta, si fa e si farà sempre per opera del Paraclito. Il nostro compito non è altro che lasciarci guidare da Lui, e quindi non valgono a nulla né le inibizioni né la vanagloria. A partire da ora, la vita degli apostoli sarà proclamare in ogni luogo che Gesù è il Signore. Tuttavia, come dice San Paolo nella seconda lettura, per poter affermare ciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo (1 Cor 12, 3). Non possiamo fare un solo passo nella vita spirituale senza l’assistenza della Terza Persona della Santissima Trinità. Per questo, nella Sequenza che precede la proclamazione del Vangelo della Messa di oggi, diciamo: “Senza la tua forza, nulla è nell’uomo.”
La solennità di oggi è una bellissima occasione per chiedere con fede di rinnovare la nostra vita spirituale e per intercedere in favore dei cristiani di tutto il mondo. Giovanni XXIII, nel convocare il Concilio Vaticano II, chiese preghiere per quella che chiamò “una nuova Pentecoste” nella Chiesa. Questa espressione potrebbe servirci come aspirazione per il nostro rapporto con lo Spirito Santo. Per questo, possiamo ricorrere a Maria, indispensabile protagonista di ciò che oggi celebriamo, per imparare da Lei a rispondere “sì” a ogni mozione che ci viene dallo Spirito Santo. Anche la Vergine restò turbata di fronte all’annuncio dell’Angelo (cfr. Lc 1, 29), ma la sua risposta non fu determinata dal timore, ma dalla certezza che era Dio a chiamarla. Così si fa la Chiesa, così si sono comportati i santi, così lo Spirito Santo si aspetta che anche noi viviamo.

La Pentecoste: Compimento dell'Amore e Unità
La Pasqua giunge al suo compimento nel giorno di Pentecoste, con il dono dello Spirito Santo, con l’irruzione nella storia di Colui che è l’eterno Amore del Padre e del Figlio. A Pentecoste, questo Amore entra nel cuore stesso dell’uomo. Lo Spirito viene a custodire i credenti nella fede, per renderli capaci di una vita nuova segnata solo dall’amore e per dilatare il respiro della speranza, lì dove gli uomini non avrebbero mai osato dilatarlo! Lo Spirito viene a ricordare Gesù e a gridare nel cuore dei credenti il nome dell’intimità filiale con Dio: Abbà (Rm 8,15).
Lo Spirito viene a trasformare sempre più gli uomini in fratelli: è in questo che si porta a compimento l’opera pasquale di Gesù di Nazareth, che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro del peccato che separava l’uomo da Dio e l’uomo dall’uomo. Come Gesù, anche lo Spirito non viene ad abolire la Legge (cf. Mt 5,17-18) - d’altro canto, la Pentecoste (Shevuoth) era per il popolo di Israele la festa del dono della Torah - ma viene a darle pienezza: la Legge, infatti, si compie quando si ama con l’amore di Dio («pienezza della Legge, infatti, è la carità», Rm 13,10). L’Amore del Padre e del Figlio è versato nel cuore dei credenti, perché essi vivano da figli e non più da schiavi; perché essi siano liberati dalla paura per vivere nella vera libertà dei figli! In tal senso, lo Spirito è dato ai credenti perché essi siano sempre più coeredi di Cristo, partecipi della sua stessa figliolanza. A Pentecoste, allora, si celebra lo Spirito che fa della Chiesa una comunità di fratelli con i quali e mediante i quali è possibile incontrare il Vivente!
Lo Spirito dà ai discepoli la capacità di fare ciò che Gesù ha fatto: dare la vita! Lo Spirito rende possibile a pieno il comandamento nuovo e il Dio-con-noi continua a narrarsi, a mostrarsi, a venire! Questa parusia - che ha la forma della “presenza-assenza” - avviene nella Chiesa grazie allo Spirito e prepara la parusia dell’ultimo giorno della storia. Lo Spirito oggi rende capace ciascun discepolo di offrirsi come punto di visibilità del Signore Risorto e come memoria vivente della promessa del suo ritorno!
È solo a Pentecoste che l’incarnazione del Verbo giunge alla sua pienezza: all’inizio del suo Vangelo, infatti, Luca dice che lo Spirito è sceso sulla Vergine di Nazareth, permettendole di dare carne al Figlio di Dio (cf. 1,35). All’inizio degli Atti, lo Spirito scende sulla comunità dei discepoli, di modo che i discepoli stessi continuino, fino alla fine della storia, a “dare carne” al Verbo. E come nell’incarnazione lo Spirito unisce i diversi (la natura divina e la natura umana), così a Pentecoste l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne è dono-segno supremo dell’unità dei diversi. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita e accolta dalle diverse lingue («Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio», At 2,11).
Così, ciò che accadde a Babele (cf. Gen 11,1-9) viene capovolto nel giorno di Pentecoste: cessa in questo giorno la confusione delle lingue, perché in Cristo l’uomo può abbandonare la presunzione di elevarsi fino a Dio, accogliendo con umiltà il donarsi a lui di Dio stesso. L’unità nello Spirito non è, però, uniformità: il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale, in cui l’uno si perde nell’altro al punto da smarrire il proprio volto.
La Vita Nello Spirito e la Chiesa
Lo Spirito Santo è il protagonista di quello che è stato definito il «tempo di mezzo», il tempo della storia incluso fra l’ascensione al cielo del Risorto e il ritorno del Figlio dell’uomo nella gloria. La piccola comunità degli apostoli che si riunisce nello stesso luogo (cf At 2,1), non è altro che la prima piccola Chiesa, seme di quella futura sparsa in tutte le regioni del mondo. Secondo la promessa di Gesù nel Vangelo, lo Spirito inviato dal Padre coinvolge il credente in una relazione d’amore.
San Paolo amplifica la riflessione su quest’esperienza e ne percorre gli effetti nella lettera ai Romani (Rm 8,8-17). Dopo aver opposto la vita secondo la carne e la vita secondo lo Spirito, Paolo ne trae le conseguenze. Vivere sotto il dominio della carne è vivere dominati dalla fragilità umana. I cristiani, per il battesimo, sono inseriti nel regime dello Spirito e non in quello della carne. Secondo Rm 8,11 lo Spirito è lo Spirito di Dio; lo Spirito che ha risuscitato Gesù; ed è lo stesso Spirito che abita i cuori umani e apre gli uomini alla speranza della risurrezione. Di tale condizione di risorti si godrà certamente dopo la morte, ma essa ha già effetti nell’oggi. In primo luogo, strappando e liberando dal dominio del peccato. In secondo luogo, rendendo i credenti figli di Dio, cioè immettendoli in una nuova relazione con il Padre. Una condizione di figliolanza, e non di schiavitù, grazie allo Spirito «per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15). Questa sintesi antropologica è illustrata richiamando tutte le persone della Trinità.
Oltre la dimensione personale, la Pentecoste ne ha una ecclesiale. Luca descrive la Pentecoste con il linguaggio tipico delle teofanie. La missione della Chiesa inizia mossa e sorretta dallo Spirito, esattamente come accadde per Gesù (cf Lc 3 e 4). Con evidente parallelismo, lo stesso protagonismo dello Spirito agli esordi del ministero pubblico di Gesù si ripete agli albori della missione della Chiesa. La prima evidenza dell’azione dello Spirito si mostra nel fatto che una molteplicità di popoli sente parlare la propria lingua. L’annuncio del Vangelo, traducendosi in diverse lingue ma rimanendo sempre uguale a se stesso, diventa annuncio di salvezza per tutti gli uomini, indicando dunque la via dell’universalità alla piccola comunità ancora ristretta nei confini, geografici e mentali, di Gerusalemme. L’annuncio dello stesso messaggio in lingue diverse ricompone la tragedia della scissione di Babele. La divisione delle lingue, origine di altre e spesso sanguinose divisioni, viene così superata. La separatezza ricomposta dallo Spirito crea di molti popoli un popolo solo.

Mentre ci lasciava definitivamente, Gesù ci ha promesso il dono dello Spirito Santo. Anche nel Vangelo di oggi, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi». Ma le parole di Gesù, anzi la sua Parola, al singolare, non è sua: è del Padre che lo ha mandato! Gesù ci ha lasciato, ma non ci ha abbandonato. Questo «per sempre» ci parla della fedeltà di Dio che, oltre e grazie alla storia terrena di Gesù, rimane con noi, definitivamente. Non saremo mai più soli, «per sempre».
Nella seconda lettura, dal famoso cap. VIII della lettera ai Romani, Paolo ci scrive «che lo Spirito di Dio abita in voi». Tutto questo è già cominciato. Paolo scrive: «se … mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete». C’è una lotta, nel cristiano, tra le opere del corpo e le opere dello Spirito. Paolo risponde dicendo, in una bellissima sintesi, che «tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio». Lo Spirito porta a compimento ciò per cui ciascuno di noi è stato creato: essere immagine di Dio. È in questo Spirito che noi «gridiamo: «Abbà! Padre!» e così facciamo nostro il grido che Gesù rivolgeva a suo Padre, chiamandolo con dolcezza e fiducia di bimbo: “Papà!”».
Lo Spirito è come un vento, quel soffio di Dio, che nel giorno di Pentecoste, «riempì tutta la casa dove stavano» quei centoventi fratelli radunati per scegliere colui che avrebbe dovuto prendere il posto di Giuda. Insieme al vento, invisibile ma visibile nei suoi effetti, lo Spirito qui è descritto anche come «fuoco», un fuoco che «piega …, scalda …, drizza …», come dice poeticamente la bellissima sequenza della Pentecoste. Questo fuoco, dice il racconto degli Atti, ha la forma di fiammella, come una lingua di fuoco. Così lo Spirito dà il dono della lingua. Coloro che lo ricevono, infatti, parlano «delle grandi opere di Dio», annunciano le meraviglie della grazia, e ciascuno di coloro che ascoltano li sente «parlare nella propria lingua». Lo Spirito ‘traduce’ le differenze.
Tutto questo potrebbe essere il programma di qualunque gruppo religioso, o anche non religioso, legato a un eroe fondatore, animato da alcuni valori fondamentali. Ma Gesù aggiunge: "Ricevete lo Spirito Santo". Lo Spirito è un dono. Non è acquistabile, non è afferrabile, non esiste una pratica magica, rituale, economica per impossessarsene. Può essere soltanto ricevuto, non è a nostra disposizione. Può essere invocato, non come si pretende un diritto, ma come il povero attende ciò che non merita. Per questo nel giorno di Pentecoste si prega: "Vieni Santo Spirito".
A parole noi crediamo in Gesù, ascoltiamo la sua parola, viviamo i suoi comandamenti. Forse anche nei fatti sentiamo di risultare coerenti. E tuttavia, lo viviamo come opera nostra: io credo, io ascolto, io capisco la Bibbia, io penso che la parrocchia dovrebbe fare così... dov’è lo Spirito in tutto questo? La nostra ammirazione o le nostre critiche o i nostri propositi spirituali e pastorali si soffermano troppo spesso solo sull’aspetto umano, visibile, misurabile. Lo Spirito ci invita a metterci su un piano diverso. Lo Spirito suscita in noi la testimonianza, e suscita in chi ci ascolta e ci guarda un atteggiamento diverso. Non abbiamo una battaglia da vincere, ma una testimonianza da offrire. C’è un di più nella nostra azione di cristiani che oltrepassa la materialità di ciò che facciamo. Prima di ottenere risultati, è importante suscitare interrogativi, domande, come avviene il giorno di Pentecoste: "Com'è che li sentiamo parlare ciascuno nella nostra lingua?" Lo Spirito suscita in noi atteggiamenti e gesti profetici e crea nei cuori la disposizione per lasciarsi interrogare.
Da un punto di vista umano e istituzionale, la comunità di Gerusalemme che l’evangelista ci presenta nel libro degli Atti è già ben formata e consolidata fin da dopo l’ascensione. Si riunisce regolarmente per la preghiera, elegge il sostituto di Giuda, l’apostolo traditore, ed emerge già il ruolo di Pietro come guida autorevole. Manca però il compimento della promessa del Padre: "avrete forza dallo Spirito Santo". Luca intende sottolineare che senza la forza attiva dello Spirito alla Chiesa manca l’elemento vitale, è come un corpo inanimato, un’immagine morta: come un quadro, che dà l’aspetto esteriore della persona, e forse anche trasmette qualcosa della sua anima, ma resta muto, incapace di parlare, incapace di comunicare.
Tuttavia, ciò che era evidente per l’evangelista e per la comunità di Gerusalemme, può non esserlo più oggi. La macchina ecclesiastica può funzionare benissimo per un certo tempo anche senza lasciarsi guidare dallo Spirito e può anche produrre risultati tangibili; solo che rischia di ridursi a istituzione umana. Nessuno può dire "Gesù è il Signore", se non sotto l’azione dello Spirito. "Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore". Ogni manifestazione della Chiesa è chiamata a mantenere il riferimento allo Spirito, altrimenti perde di significato. Così come è chiamata a mantenere il riferimento a Cristo, altrimenti si disarticola dal corpo unico della Chiesa. Siamo stati "battezzati in un solo Spirito, per formare un solo corpo", ma troppo spesso ci comportiamo come se avessimo in noi il principio dell’agire (l’individuo che crede di poter fare a meno dello Spirito), come se potessimo essere autonomi rispetto a Cristo (la Chiesa che crede di poter fare a meno del capo), come se potessimo staccarci dalla comunità dei credenti (l’individuo che crede di poter fare a meno del corpo vivo di Cristo).