Il Vangelo di Marta e Maria: Amicizia, Servizio e Ascolto

Le figure bibliche di Marta e Maria, sorelle ospitanti di Gesù a Betania, sono state oggetto di numerose interpretazioni nel corso dei secoli, a volte tendenziose o ideologiche. L’atteggiamento di Maria, affettuoso, devoto e silenzioso, è stato talvolta esaltato da una certa tendenza maschilista e clericale, fautrice della sottomissione della donna all’uomo. Marta, al contrario, donna che ha il coraggio di “alzare la voce” e manifestare la propria individualità, è stata vista come simbolo dell’emancipazione femminile. Tuttavia, una rilettura più approfondita rivela che entrambe le figure rappresentano, a loro modo, una forma di emancipazione femminile e mostrano dimensioni essenziali della sequela di Cristo.

Marta e Maria: L'Amicizia con Gesù a Betania

Tre testi evangelici narrano le vicende di Marta e Maria: Luca 10,38-42, Giovanni 11,1-46 e 12,1-8. Secondo il quarto Vangelo, le due sorelle, insieme al fratello Lazzaro, abitavano a Betania, un villaggio nei sobborghi di Gerusalemme. Questa sembrava essere una famiglia benestante, amici intimi di Gesù. Essi lo accoglievano con il suo seguito (forse una trentina di persone) ogni volta che si recava a Gerusalemme, offrendogli un luogo dove riposare e trovare “dove posare il capo” (Matteo 8,20).

Marta appare essere la maggiore e la padrona di casa, come suggerisce il suo nome, che significa probabilmente “signora” o “padrona di casa”. Nella tribù dei Nabatei e nel Talmud rabbinico, il nome Marta poteva essere sia maschile che femminile.

Betania, Marta, Maria e Lazzaro accolgono Gesù in casa

L'Episodio in Luca 10,38-42: Il Servizio e l'Ascolto

Secondo il racconto di Luca (10,38-42), Gesù, mentre era in cammino, entrò in un villaggio e Marta lo ospitò. Mentre Marta era indaffarata a preparare da mangiare per i molti servizi, sua sorella Maria si fermò ai piedi di Gesù ad ascoltare la sua parola. Irritata, Marta si fece avanti e disse a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

La risposta di Gesù fu inaspettata e divenne oggetto di numerose interpretazioni, a volte tendenziose o ideologiche: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno».

Maria siede ai piedi di Gesù ascoltando la sua parola, mentre Marta è indaffarata in cucina

Una Rilettura Rivoluzionaria: Emancipazione e Discepolato Femminile

In realtà, anche la figura di Maria, apparentemente passiva, è rivoluzionaria. Stare ai piedi di qualcuno significava esserne discepolo. All’epoca di Gesù, lo studio della Torah (Legge) era un’esclusiva maschile, e nelle lingue ebraica e aramaica, la parola “discepolo” non aveva forma femminile. In questo modo, lodando l’atteggiamento di Maria, Gesù assume una posizione provocatoria, rifiutando la mentalità patriarcale e accettando di avere una discepola donna. Maria compie pertanto un gesto coraggioso e audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza.

Marta, dal canto suo, donna che ha il coraggio di “alzare la voce” e manifestare la propria individualità, è stata spesso vista come simbolo dell’emancipazione femminile. In alcune pitture medievali, è raffigurata come l’equivalente femminile di San Giorgio o San Michele, con la particolarità che non uccide il drago ma lo doma, conducendolo al guinzaglio come un animale domestico. Entrambe le sorelle rappresentano, quindi, una forma di emancipazione femminile.

Al di là della Contrapposizione: Complementarità di Vita Attiva e Contemplativa

La tradizione ha spesso visto in Marta il simbolo della vita attiva e in Maria quello della vita spirituale o contemplativa, ritenendo quest'ultima superiore. Espressioni come quella di San Basilio, che considerava il “servizio corporale” inferiore a quello “spirituale”, o di San Gregorio Magno, che vedeva la vita contemplativa continuare nella vita futura mentre quella attiva finisce con il tempo presente, hanno alimentato questa dicotomia.

Tuttavia, la contrapposizione tra vita attiva e contemplativa è falsa, poiché una non può esistere senza l’altra. Non si escludono ma si integrano, rappresentando un’accentuazione delle due dimensioni essenziali della vocazione del discepolo. Marta e Maria vanno insieme, come fa capire San Giovanni, che le menziona sempre in coppia, evidenziando che Gesù ama entrambe (Giovanni 11,5).

Luca, nel presentare queste due figure stilizzate, potrebbe aver voluto mostrare due tipi di servizio nella comunità cristiana: il “servizio delle mense” (diaconia) e il servizio della Parola (profezia). Come testimoniato negli Atti degli Apostoli (6,2), gli apostoli dovettero a un certo punto scegliere: «Non è bene trascurare la Parola di Dio per il servizio delle mense». Questa soluzione non vuole essere un modello autoritativo unico, ma riconosce il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana.

Inoltre, per alcuni, Marta e Maria rappresenterebbero due fasi del discepolato. Marta, preoccupata di “fare molte cose”, simboleggia la “prima conversione”, quella della purificazione delle opere. Maria, concentrata sull’“unica cosa necessaria”, incarna la “seconda conversione”, quella della purificazione del cuore. Esse rappresentano due dimensioni essenziali e ugualmente importanti della Sposa che si identifica con lo Sposo “venuto per servire” (Marco 10,45).

Affresco del Beato Angelico che raffigura Marta e Maria in armonia

L'Amicizia di Gesù e la Resurrezione di Lazzaro (Giovanni 11,1-46)

Il Vangelo di Giovanni ci offre un quadro più ampio dell'amicizia profonda di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro. Quando Lazzaro si ammalò a Betania, le sorelle mandarono a chiamare Gesù, ma egli si trattenne due giorni dove si trovava prima di decidere di andare in Giudea. Questa attesa fu intenzionale, come rivela Gesù ai discepoli: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate».

All'arrivo di Gesù a Betania, Lazzaro era già morto da quattro giorni. Marta, appena seppe dell'arrivo di Gesù, gli andò incontro con schiettezza e un'intensa professione di fede: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». E quando Gesù le disse «Tuo fratello risorgerà», Marta rispose: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le diede allora la sua rivelazione più potente: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».

Maria, invece, rimase in casa fino a quando non fu chiamata da Marta in segreto: «Il Maestro è qui e ti chiama». Appena giunta da Gesù, si gettò ai suoi piedi ripetendo le stesse parole della sorella: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Vedendo piangere Maria e i Giudei con lei, Gesù fu «scosso da un fremito nel suo spirito e si turbò», e poi «scoppiò in pianto».

Paolo Scquizzato La risurrezione di Lazzaro

Gesù, vero uomo come noi, provò profondamente questi sentimenti, turbato dall'ingiustizia della morte. Le sue lacrime dimostrano un'amicizia reale, non platonica, capace di entrare nel vissuto dell'altro senza perdere la propria identità. Egli condivideva il dolore dell'amica e, al contempo, rimaneva Maestro e guida. Enzo Bianchi scrisse: «Lazzaro risuscitò perché veniva pianto»; questa espressione sottolinea come le lacrime e la relazione autentica precedano e invero la resurrezione dell'altro.

Gesù manifestò la gloria di Dio in una vita pienamente umana e relazionale, e ci insegnò che l'amicizia vera non è fusione né confusione, ma capacità di stare nella differenza e di amare in modo disinteressato. Accompagnò Marta a una delle più grandi professioni di fede del Vangelo: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Il Primato dell'Ascolto e il Discernimento nella Sequela

L'episodio di Betania è eloquente. È preceduto dalla parabola del "Buon Samaritano", che termina con l'invito: «Va’ e FA’ anche tu lo stesso» (Luca 10,37), e seguito dall'insegnamento di Gesù sul Padre Nostro e sulla preghiera (Luca 11,1-10). Se il Buon Samaritano è un'icona dell'amore verso il prossimo, Betania lo è dell'amore verso Dio. Marta "fa", Maria "ama".

Marta e Maria amano entrambe Gesù, ma differiscono nelle priorità. Maria concentra l’attenzione su Gesù e si delizia della sua presenza. Marta, preoccupata dalle faccende, cede all’inquietudine, all’impazienza e alla stanchezza, tanto che la presenza di Gesù finisce per diventare per lei un “peso”. Lo stato d’irritazione di Marta spinge Gesù a “chiamarla” con tenerezza (la ripetizione del nome “Marta, Marta” ne è una chiara connotazione) per richiamarla all’essenziale, alla conversione all’“unico necessario”, alla ricerca del Regno di Dio.

Gesù non condanna il servizio di Marta, ma la mette in guardia dall’affanno e dall’agitazione che impediscono l’ascolto e l’accoglienza autentica. La molteplicità dei servizi non è necessariamente sinonimo del “servizio” che Gesù si aspetta. È fondamentale stabilire priorità e urgenze, ovvero discernere, senza lasciarsi prendere dall'ansia per le "molte cose". Come richiamato anche da Paolo (1Cor 7), l'ammonimento è a non essere distratti e preoccupati, ma a concentrarsi sull'unica cosa necessaria: essere discepoli di Gesù, ascoltando la sua parola. La casa di Betania, dove si intrecciano ascolto della Parola e servizio, è così il prototipo della "chiesa" domestica, la condizione normale di ogni cristiano.

Gesù in preghiera con i discepoli, simbolo dell'importanza dell'ascolto

Vivere l'Amicizia con Cristo: Non Servi, ma Amici

Gli amici di Gesù potevano essere sé stessi: attivi come Marta, contemplativi e a volte desolati come Maria, fragili e nel sepolcro come Lazzaro. Spesso, quando ci poniamo davanti a Dio, temiamo di essere noi stessi, cercando una perfezione preventiva per poter essere suoi amici. Ma Gesù stesso ci ha detto: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15) e si è definito “lo sposo” (Mc 2,19-20). I mistici avevano compreso la portata profonda di questa relazione, che non nasce dalla perfezione né ha un connotato meritorio.

In questo brano evangelico, scopriamo Gesù nel suo essere vero amico e nel suo ricevere amicizia. È un rapporto reale, che si nutre di presenza e relazione, capace di accogliere il rimprovero e il dolore. La comunione autentica, infatti, si realizza nel riconoscere e rispettare che ognuno è autenticamente diverso, con un compito proprio e un talento particolare; è questo intreccio di diversità che costruisce la vera unità. Gesù, pienamente Dio e pienamente uomo, ci insegna la vera umanità e la vera amicizia. Il discepolo è chiamato ad amare Gesù intensamente, a sapersi fare amico sul serio, alla maniera di Gesù e soprattutto con Gesù. Come scrisse Don Milani: «Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco, perché gli voglio bene, e capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!!» (Lettera a Giorgio Pecorini, 10 novembre 1959). L'amore verso Dio e il prossimo si fonde in una saggia concretezza, come quando Gesù, dopo aver risuscitato Lazzaro, chiede: «scioglietelo e lasciatelo andare» (Gv 11,44).

Preghiera

Signore Gesù, vero uomo come noi, Tu hai pianto l'amico Lazzaro, e come Dio eterno lo hai richiamato dal sepolcro. Oggi stendi su tutta l'umanità la tua misericordia, e attraverso i santi misteri ci conduci dal buio della morte alla luce della vita. Fa' che il nostro cuore si apra alla tua presenza, che la nostra fede si rinnovi nella speranza, e che la nostra vita sia segno della tua vittoria. Nella parola e oltre la parola.

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