Commento al Vangelo di Marco 9, 38-40

Il Vangelo di Marco (Mc 9, 38-40) presenta un episodio significativo che mette in luce la mentalità dei discepoli e la risposta inclusiva di Gesù riguardo a chi opera il bene nel suo nome, pur non appartenendo al loro gruppo. Il testo recita:

Vangelo (Mc 9, 38-40)
Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Gesù che discute con gli apostoli, in particolare Giovanni, che indica un esorcista esterno al gruppo.

Il Contesto: La Reazione dei Discepoli

L'episodio dell'esorcista estraneo al gruppo ristretto dei discepoli offre un chiarimento importante. Molto presto, Gesù volle conferire ai suoi discepoli alcuni poteri, quali quello di guarire i malati e scacciare i demoni. Quando vedevano il Maestro operare tali segni, i discepoli restavano sorpresi, ma non minore meraviglia provavano nel poterli operare loro stessi e che persino i demoni si sottomettevano al suo Nome (cfr. Lc 10, 17).

Tuttavia, i discepoli e molti cristiani di allora avevano creduto di avere il monopolio di Gesù. Per cui nessuno poteva e doveva agire nel nome del Maestro se non avesse ricevuto autorità da lui in quanto suo discepolo. Questa idea era condivisa tra i dodici che, non avendo agito per impedire l'esorcismo nel nome di Gesù, chiedono a quest'ultimo di fare luce sulla questione. Giovanni, in particolare, riferisce a Gesù di aver tentato di fermare un guaritore che scacciava demoni nel suo nome, «perché non ci seguiva».

Quei discepoli gelosi, non solo si erano impadroniti di ciò che era soltanto un dono ricevuto, ma anche giudicavano gli altri indegni di riceverlo. Dietro la rimostranza di Giovanni si vede con chiarezza l'egoismo di gruppo, la paura della concorrenza, che spesso si maschera di fede, ma in realtà è una delle sue più radicali smentite. Nel brano precedente del vangelo (Mc 9, 33-37) i discepoli si dividevano tra loro in nome del proprio io. Qui si dividono dagli altri nel nome del proprio noi. Il proprio nome, individuale o collettivo, è principio di divisione.

La Risposta Inclusiva di Gesù

La correzione di Gesù non si fece attendere e neppure la lezione: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». La motivazione portata da Gesù non è opportunistica, ma vuol far capire ai discepoli quanto sia irragionevole il loro atteggiamento. Egli dà come direttiva alla comunità la tolleranza e la magnanimità, e vuole che i suoi discepoli abbiano uno spirito aperto, che si elevi al di sopra della gretta mentalità di gruppo.

La fiducia nella forza del nome è molto antica nelle religioni e Israele la associa al nome di Dio. Si possono notare due diverse sfumature: strumentale nei v. 38-41 con la preposizione “in” (en tō onòmati, ἐν τῷ ὀνόματί), di fondamento su cui ci si basa nel v. Il tema sottostante è la relazione fra confessione cristologica («nel nome di Cristo») e appartenenza ecclesiale. Il Gesù di Marco mostra una fiducia nel Nome come forza che opera il bene al di là della comunità. Letteralmente, al v. 41 si legge «nel nome del fatto che voi siete di Cristo», «a titolo di» discepoli del Messia, a conferma che il criterio dell’appartenenza non è ecclesiologico ma cristologico.

Gesù ci insegna a sviluppare una mentalità aperta, accogliente, universale. Questo episodio ci invita a non essere mai intolleranti, «a non metterci contro il bene, da qualunque parte venga» (Beda in Marcum evangelistam, 3, 39). Il Maestro sorride e afferma: «Va bene così, lascia fare, nessuno invoca il mio nome e mi è nemico». La sua è una risposta inclusiva, rasserenante, che riconcilia con la vita. Non c’è bisogno di superare un esame per cercare Dio, non c’è bisogno di un patentino per invocare il nome di Cristo.

Rappresentazione astratta della libertà dello Spirito Santo che si manifesta al di là dei confini tradizionali.

L'Azione dello Spirito al di fuori della Comunità

Dio ha molta più tolleranza di quanta ne abbiamo noi, tristemente abituati a bollare le persone e a guardarle con sospetto se non fanno parte del gruppo dei ‘nostri’. Per Dio ogni uomo è dei ‘nostri’. L’intolleranza è il non vedere che può esserci un’azione buona, un’azione di guarigione, un’azione di liberazione, un’azione di salvezza anche da parte di chi non sta nella Chiesa. Gesù ammonisce i suoi: «non glielo proibite!». Se qualcuno parla nel suo nome, almeno nella scia di quell’azione di bene che ha fatto, bisogna lasciarlo stare. Bisogna cercare di riconoscere il bene che c’è fuori della Chiesa, non solo nella comunità dei Dodici.

La libertà dello Spirito deve essere costantemente un memoriale per ciascuno di noi a non rinchiuderci, a tenere sempre aperta la porta del dialogo, della simpatia, dell’umiltà. Un credente sa che lo Spirito soffia dove vuole, e agisce anche fuori dai nostri recinti. La vera domanda è se siamo disposti ad accorgerci dell’azione dello Spirito ovunque essa si manifesti e a lasciare che faccia ciò che ha in mente. Magari essere uniformati in un gruppo e in un’appartenenza ci rassicura, ma pensare che Dio agisca solo “con i nostri” significa offendere Dio che è tale perché può agire anche “fuori” il sistema e non solo dentro.

Lezioni sulla Tolleranza e l'Apertura

La tentazione di ghettizzare è sempre alla porta delle nostre fedi e delle nostre comunità. La risposta di Gesù significa che contano più i fatti che l'abito del monaco; conta più ciò che ci unisce e non la logica di ciò che ci uniforma. Dobbiamo essere capaci di permettere a chi agisce secondo verità e giustizia di poterlo fare anche se non è “dei nostri”. È in questo tipo di libertà che si vede la nostra vera appartenenza, che non si definisce solamente con le logiche del mondo.

Le categorie di destra, sinistra, progressisti, tradizionalisti, nella chiesa sono solo riduzioni di un mistero che non può essere incasellato da sensibilità orizzontali. Quando ci si sente migliori, allora in noi il cristianesimo ha fallito. Invece la vera discepolanza viene dalla capacità di saper essere discepoli della Verità ovunque essa si manifesti. Dobbiamo essere capaci di saper seguire una cosa vera anche quando è detta dalla bocca del nemico. Lo sguardo di Dio è molto più lungimirante del nostro. Ed è il suo sguardo a dovere essere assunto come metro di misura dei nostri giudizi e delle nostre scelte.

La gelosia e l’invidia non sono cosa solo dei piccoli verso i grandi, ma anche dei grandi e dei ricchi verso i piccoli. La gelosia e l’invidia dei discepoli nei confronti di chi fa il bene, di fatto rischia di interrompere il flusso di vita fra Dio e i discepoli stessi. L'egoista è vittima dell'invidia, che è figlia dell'egoismo e madre dell'orgoglio. Essa trasforma la vita in un inferno perché produce una sofferenza proporzionale al bene invidiato, fino a una sofferenza infinita davanti al Bene infinito, Dio. Per questo la Bibbia ci insegna: "La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo" (Sap 2,24).

San Josemaría sintetizza così la questione: «Rallegrati, se vedi che altri lavorano in fecondi apostolati. -E chiedi, per loro, grazia di Dio abbondante e corrispondenza a questa grazia. Poi, tu segui il tuo cammino: persuaditi di non averne altro.» (Cammino, n. 965).

Il Ruolo dell'Autorità e della Chiesa

Il primo dovere di coloro che hanno autorità nella fede è quello di non proibire di fare il bene. Agire con benevolenza non è monopolio di chi ha il potere o dei cristiani rispetto agli altri. Fare il bene, scacciare i demoni è un diritto e un dovere che compete ad ogni uomo. Il Signore, in un certo senso, anticipava l’efficacia che, nel tempo, avrebbe conferito alla Chiesa, come partecipe e dispensatrice del suo trionfo sul male.

Egoismo, invidia, orgoglio possono essere sia in forma personale che in forma collettiva. Il peccato originale del singolo è mettere il proprio io al posto di Dio, il peccato originale del gruppo è mettere al posto di Dio il proprio noi. L'unico "Nome" di Gesù è fattore di unità tra tutti.

C'è un criterio di giudizio nel capire che è realmente opera dello Spirito, ed è Gesù stesso a darcene conto: «Non glielo vietate, perché non c’è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi». Ecco come si fa a capire se è davvero lo Spirito: tutto ciò che viene da Dio non può poi parlare male di Cristo, e del Suo corpo, che come ci insegna San Paolo, è la Chiesa. Quindi nel proliferare di esperienze cristiane, carismatiche, movimenti mariani, apparizioni, gruppi di preghiera, l’unico modo che abbiamo di capire se sono davvero dalla parte di Dio è accorgerci se queste esperienze, nel vivere la preghiera, i segni, e tutto ciò che li caratterizza, alla fine non si pongono al di fuori della Chiesa stessa, mettendosi contro Cristo stesso. I veri santi possono anche criticare la Chiesa, ma non ne conosco nessuno che si sia messo fuori di essa, o peggio ancora che dica “sono io la vera Chiesa”.

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