Il Vangelo di Luca, capitolo 21, presenta un discorso profetico di Gesù, noto come il discorso escatologico, che precede la narrazione della sua passione. Questo brano è particolarmente significativo poiché si colloca alla fine dell'anno liturgico, invitandoci a riflettere sul senso della vita e sulla fine dei tempi. Gesù pronuncia queste parole nel tempio di Gerusalemme, pochi giorni prima del suo arresto, in un contesto di ammirazione per la grandezza del Tempio e di attesa di eventi futuri.
Luca scrive questo testo per rincuorare la comunità cristiana post-pasquale degli anni '60/'70 d.C., che stava vivendo situazioni spaventose: dalla guerra romano-giudaica che portò alla distruzione del Tempio, alle persecuzioni della comunità palestinese e alla fuga delle comunità cristiane. Il suo scopo è ricordare che Gesù aveva previsto tutte queste cose e aveva suggerito comportamenti da tenere in tali frangenti, sottolineando che molte tribolazioni descritte non sono una premessa diretta alla Parusia, ma situazioni normali nella storia della Chiesa, come guerre, persecuzioni, incomprensioni e odio verso i cristiani.
L'Offerta della Vedova Povera (Lc 21, 1-4)
Il capitolo si apre con una scena toccante nel Tempio di Gerusalemme, dove Gesù, alzati gli occhi, osserva i ricchi che gettano le loro offerte nel tesoro. Successivamente, vede anche una vedova povera che vi getta due monetine, e dice: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
Gesù ritorna nel Tempio, dopo averlo purificato dai vari commerci che lo avevano trasformato in un covo di ladri. Qui scopre che, tra i pellegrini che frequentano il Tempio per depositare le loro offerte, i ricchi danno “parte del loro superfluo”. Le loro offerte non sono considerate vere elemosine, poiché queste provengono da ciò che uno possiede realmente, non da ciò che è in eccesso e che non comporta alcun sacrificio. Questo tipo di elemosina era, dunque, più un segno di ostentazione che di carità, appropriandosi di una gloria umana non meritata, in contrasto con l'insegnamento di Gesù sull'elemosina discreta.
Eppure, tra quella gente, apparve una “vedova povera”, non per chiedere l’elemosina, ma per gettare nel tesoro due monetine, che erano tutto quello che aveva per vivere. Sebbene il tesoro del Tempio si arricchisse di più con le somme importanti dei ricchi, le due monetine della vedova sembravano insignificanti. Tuttavia, la sua elemosina fu gradita, poiché "se c’è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede" (2 Cor 8, 12).
San Josemaría meditò questa scena, notando come brillava lo sguardo di Gesù per la vedova che lasciava la sua piccola elemosina, sottolineando che il merito non sta nel poco o nel molto, ma nella volontà con cui si dona. Con questo gesto, la vedova si è fatta ricca agli occhi di Dio, avendo “gettato più di tutti”, un atto che richiama l'esempio di Gesù stesso, che “da ricco che era, si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

La Profezia della Distruzione del Tempio e di Gerusalemme (Lc 21, 5-7)
Le parole di ammirazione di alcune persone nel tempio di Gerusalemme, riguardo alla bellezza delle pietre e degli ex-voto che lo adornavano, diventano per Gesù l'occasione per iniziare un discorso rivolto a tutto il popolo. Le sue parole sono in netto contrasto con queste lodi, poiché predice la distruzione del Tempio, uno dei simboli più forti della presenza di Dio per gli Ebrei. Con l'espressione "verranno giorni", Gesù accentua il carattere profetico della sua parola. Più che lo splendore dei marmi, Dio desidera lo splendore della vita di un popolo e abita in mezzo a una comunità, non solo in un luogo fisico.
Gesù, mentre insegna nel tempio, demolisce l'ammirazione per le "belle pietre e doni votivi" prevedendone la catastrofe che avverrà qualche decennio più tardi, nel 70 d.C., con l'assedio e la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani. Questa predizione ha una risonanza profonda per gli uditori, abituati a considerare la città un luogo di difesa sicuro in caso di assedio, un simbolo della promessa divina.
Il Significato di Gerusalemme e del Tempio
Per comprendere la portata di queste parole, è essenziale capire cosa significassero Gerusalemme e il suo Tempio per gli Ebrei del tempo. Gerusalemme non era solo la capitale del Regno con un valore sociale o politico, ma aveva un profondo valore simbolico: rappresentava la terra promessa, e il Tempio la benedizione di Dio. La storia del popolo ebraico è intessuta con questa promessa, sin dalla chiamata di Abramo e la successiva formazione delle dodici tribù d'Israele.
Dopo secoli di peripezie, schiavitù in Egitto e la liberazione per mano di Mosè, la promessa di Dio sembra avverarsi con Davide e la conquista di Gerusalemme, seguita dalla costruzione del Tempio da parte di Salomone. Questo sigillava il culto e l'appartenenza a Dio. Tuttavia, la storia è stata segnata anche da distruzioni: prima gli Assiri e i Babilonesi che deportarono il popolo e distrussero il Tempio nel 587 a.C., poi la ricostruzione, e infine la dominazione romana al tempo di Gesù. Nonostante i Romani non deportassero come i Babilonesi, lasciando il Tempio in piedi, è proprio Gesù che profetizza la sua definitiva distruzione. Infatti, come accaduto nel 70 d.C., Roma mise a ferro e fuoco Gerusalemme, e del Tempio oggi rimane solo il Muro del Pianto.

Avvertimenti contro Falsi Profeti e Calamità (Lc 21, 8-11)
Con molta curiosità, quelli che stavano attorno a Cristo chiedevano il tempo e il segno della «grande desolazione». La prima risposta di Gesù non soddisfa la ricerca di segni e la voglia di calcolare i tempi, ma esorta i cristiani a non lasciarsi ingannare e a non avere paura. «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”» (Lc 21,8). Gesù smaschera questi individui, chiamandoli seduttori, e avverte di non seguire chi manca di umiltà ed è accecato dall'orgoglio.
Luca, scrivendo, aveva in mente i falsi profeti che sorgevano nelle comunità cristiane del suo tempo, annunciando un'imminente Parusia. Egli pensa anche alla guerra giudaica e ai disordini che la accompagnarono, o più in generale alle insurrezioni dell'epoca. Queste calamità, sebbene significative nel piano di Dio, non sono i segni diretti della fine del mondo. La profezia di Gesù non è sulla fine dei tempi, ma su quanto accadrà a Gerusalemme, con l'emergere di falsi profeti e guerre.
Segni dei Tempi e Non la Fine Imminente
Oltre alle guerre, ci saranno fenomeni naturali distruttivi: terremoti, carestie e pestilenze. Questi sono presentati come immagini apocalittiche, segni premonitori, ma piuttosto vaghi. Luca generalizza la guerra e amplia la descrizione di sconvolgimenti non ancora accaduti, distinguendoli dalle guerre che erano appena avvenute o contemporanee all'epoca della sua scrittura. Tuttavia, l'uomo che ha investito tutto nel mondo presente vedrà con terrore il crollo dei suoi beni e delle sue attese.
La Persecuzione come Occasione di Testimonianza (Lc 21, 12-19)
Gesù avverte i suoi discepoli: «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza». Queste parole, pur essendo dure, rivelano una profonda verità. Ogni persona porta avanti le proprie battaglie a livello personale, familiare o comunitario; non c'è cristiano che non affronti problemi in questa vita. Vivere secondo il Vangelo spesso rende la vita impossibile di fronte alle logiche del mondo.
Eppure, da una simile constatazione, Gesù trae un insegnamento immenso: «Questo vi darà occasione di render testimonianza». Le prove non servono solo a essere vinte o superate, ma soprattutto a saper dare testimonianza. Non tutto ciò a cui la vita ci sottopone può essere risolto; un cristiano non si riconosce dalla capacità di risolvere sempre i suoi problemi, o di guarire da ogni malattia, o di mettere a tacere le malelingue. Un cristiano si riconosce piuttosto da come sa trasformare una situazione difficile della vita in un'occasione di testimonianza.
La Forza della Testimonianza e la Promessa Divina
La forza per questa testimonianza deriva dalla viva memoria che possono togliergli tutto, ma non ciò che conta, perché solo Dio può togliere ciò che ha valore eterno. «Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Lc 21,18-19). Questo vangelo sancisce un doppio principio: primo, qualunque cosa accada, siamo nelle mani di Dio; secondo, finché è nelle nostre possibilità, dobbiamo lottare, mettere tutto noi stessi e non mollare. La dignità di un vero combattente non si vede dalle sue vittorie, ma da come sa perdere. Il Vangelo non promette che non perderemo mai, ma ci chiede di lottare fino alla fine. Solo chi ha un'autentica vita spirituale riesce a trasformare in forza il fermento di queste parole.
365 milioni di Cristiani perseguitati nel mondo - XXI Secolo 18/03/2024
Persecuzione come Mezzo di Diffusione della Parola
Luca, dalle descrizioni apocalittiche, torna alla storia della Chiesa, annunciando un periodo di persecuzione sia da parte dei Giudei che dell'autorità pagana. Egli ha in mente le persecuzioni narrate negli Atti degli Apostoli, vedendo la persecuzione come parte integrante della sequela di Cristo e come un mezzo per la diffusione della Parola (At 11,19). I discepoli sono invitati a ricordarsi della promessa di aiuto di Gesù nel momento in cui compariranno davanti ai tribunali. Luca anticipa come Pietro, Paolo e Stefano, durante le loro persecuzioni, avranno parole piene di Spirito a cui nulla potrà resistere.
Il Significato della Perseveranza
L'esortazione finale di Gesù è anche una promessa: la vita eterna viene data a colui che persevera. Questa esortazione può essere applicata alla vita cristiana in generale. Luca considera l'esistenza quotidiana del credente, ponendosi nella prospettiva della morte individuale e focalizzando l'attenzione sulla costanza nelle tribolazioni che caratterizzano la vita quotidiana del cristiano e che precedono la fine. Anche i Giudei, che si gloriavano del tempio di Gerusalemme come segno della presenza di Dio, furono privati di questo segno materiale e costretti a cercare altrove la vicinanza con Dio, imparando così il valore della perseveranza spirituale.
La Caduta di Gerusalemme e i Tempi dei Pagani (Lc 21, 20-24)
Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti».
Queste istruzioni specifiche per la fuga mostrano la gravità degli eventi imminenti. La fine di Gerusalemme è vista come l'inizio del tempo dei pagani. L'invito al Regno, rifiutato dagli ebrei, passa ora a tutti i popoli del mondo. Il rifiuto dei Giudei, anziché bloccare la salvezza, la allarga ai pagani, come narrato negli Atti degli Apostoli (At 13,46).
Segni Cosmici e la Venuta del Figlio dell'Uomo (Lc 21, 25-28)
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria».
L'Interpretazione Simbolica dei Segni Cosmici
I versetti 25-28 non sono descrizioni di cataclismi cosmici letterali, ma modi di dire immaginosi, iperbolici e irreali a cui gli autori della Bibbia hanno fatto ricorso per annunciare le grandi novità di salvezza e liberazione portate dal Messia. Prendere alla lettera questi annunci significa fraintendere e stravolgere il loro significato. Ad esempio, san Pietro presenta la Pentecoste come il giorno in cui si avverano le parole del profeta Gioele ("Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato" At 2,19-21), ma in quel giorno non si vide nulla di simile fisicamente. Ci furono, invece, grandi avvenimenti, conversioni e rivolgimenti nelle menti e nelle coscienze. Questi modi di dire, dunque, annunciano un grande evento nella storia della salvezza, non una rivoluzione nel mondo fisico.
Le potenze dei cieli che saranno sconvolte sono le potenze del nemico, che Gesù vide cadere dal cielo come folgore durante la predicazione dei discepoli (Lc 10,18-19). Se l'uomo ha investito tutto nel mondo presente, vede con terrore il crollo di tutti i suoi beni e di tutte le sue attese.
La Natura Misericordiosa del Giudizio
Il Figlio dell'uomo che viene è il Signore che ci ha amato e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20) e che ci ha amato quando eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6ss). Il suo giudizio sarà il perdono ai crocifissori (cfr Lc 23,34) e l'offerta del paradiso al malfattore (cfr Lc 23,43). Il nostro giudice è colui che ha detto di amare i nemici, di non giudicare, di non condannare, di perdonare sempre. È misericordioso come il Padre suo (cfr Lc 6,27-38).
La Liberazione Imminente e la Speranza Cristiana
Gesù termina il Vangelo con parole di speranza: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». La morte non ha mai l'ultima parola; la vita vince. Quando Cristo venne a distruggere i Giudei, venne a redimere i cristiani perseguitati da loro, portando riposo alle chiese. Quando verrà a giudicare il mondo, riscatterà tutti i suoi dai loro problemi. I giudizi divini sui Giudei servono da esempio per mostrarci che i peccati non rimarranno impuniti e che le minacce del Signore contro i peccatori impenitenti si realizzeranno, così come la sua parola è vera e la sua ira grande su Gerusalemme. Questa distruzione si rivela come un rifacimento della giustizia e una trasformazione della storia umana, un ottimismo che è speranza cristiana che il meglio finisce sempre per accadere e l'avvenire è migliore di qualunque passato.

L'Esortazione alla Vigilanza e alla Preghiera (Lc 21, 29-38)
Cristo esorta i suoi discepoli a osservare i segni dei tempi per poterli valutare. Sebbene annunci la prossima rovina della nazione ebraica, precisa che la stirpe di Abramo non sarà sradicata, ma sopravvivrà come nazione e sarà ritrovata come profetizzato, quando il Figlio dell'uomo sarà rivelato.
Le raccomandazioni ai discepoli sono di non farsi ingannare dalle false informazioni, di non terrorizzarsi e di perseverare fino alla fine. Gesù li mette in guardia dall'essere sicuri e sensuali: «Fate attenzione a voi stessi, affinché non siate sopraffatti dalle tentazioni e non siate traditi dalla vostra stessa corruzione». Il pericolo è che il giorno della morte e del giudizio arrivi quando non siamo preparati. Molti, infatti, abitano sulla terra e pensano solo alle cose terrene, senza rapporti con il cielo, e per loro sarà terrore e distruzione.
Il nostro obiettivo deve essere quello di essere trovati degni di sfuggire a queste calamità, in modo che i giudizi di Dio non ci trovino impreparati. Coloro che non hanno mai cercato Cristo, sono invitati ad andare a lui; coloro che non si sono mai umiliati per i loro peccati, a iniziare ora; e coloro che hanno già iniziato, a proseguire e mantenersi umili. Gesù conclude: «Vegliate dunque e pregate sempre». Vegliare significa vegliare contro il peccato, vegliare in ogni dovere e sfruttare ogni occasione per fare del bene. Coloro che vivono una vita di preghiera in questo mondo saranno considerati degni di vivere una vita di lode nell'altro.
Il Valore del Presente e la Speranza Attiva
Chi legge il Vangelo comprende che, prima della fine futura, ciò che conta è il presente. Ci sono giorni, come nei primi tempi cristiani e come oggi di fronte a sconvolgimenti naturali o tragedie umane, in cui si percepisce la fine del mondo come imminente. Poi si intuisce che l'attesa può essere lunga. Il Vangelo raccomanda vigilanza e fermezza. Perseverare e custodire sono espressioni dell'amore; così come l'attenzione premurosa e l'attesa fiduciosa. Nel briciolo di un attimo, il presente offre la possibilità di salvare l'anima e il nostro rapporto vitale con Dio.
Vegliare non significa rinunciare al riposo legittimo, ma abbandonare la pericolosa abitudine di rattristarsi quando le cose non procedono come immaginato. Pregare significa cercare - e trovare - quella misteriosa forza indispensabile per imparare a «comparire davanti al Figlio dell’uomo» (21,36), non solo nel giorno della sua venuta, ma già ora, nel mistero della sua umile presenza in mezzo a noi.
Vigilanza Interiore e Affidamento alla Provvidenza
Ciò che appesantisce la nostra vita non è solo l’accumularsi di contraddizioni e difficoltà, ma anche la tendenza a concedere troppo spazio a desideri sbagliati e smodati, che ci impediscono di progredire nella fedeltà al Vangelo. Spesso consumiamo energie rincorrendo progetti che non appagano, sprechiamo tempo coltivando illusioni e ci affanniamo cercando di controllare ogni cosa, anziché attendere di scoprire il mistero d’amore che si nasconde nella vita. Troppo presenti all'istante, troppo sensibili alla tirannia del nostro mondo emotivo, ci dimentichiamo che il piccolo dramma della nostra esistenza va affrontato anche in funzione di ciò che la storia e la provvidenza di Dio stanno preparando per noi e per tutti.
Il discorso escatologico di Gesù, in cui si preannuncia uno sconvolgimento e una dissoluzione dell’equilibrio esistente, può essere visto come una descrizione di quel periodo storico che include la voce profetica di Geremia nel VI secolo a.C., chiamato a ricostruire la speranza di un popolo segnato da angoscia e paura a causa del dominio babilonese e delle sue drammatiche conseguenze. Questo dimostra che il male del mondo non produce la fine del mondo, ma l'ottimismo cristiano è la speranza che il meglio finisca sempre per accadere e che l'avvenire sia migliore di qualunque passato.