Commento al Vangelo della Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario

Introduzione al Vangelo di Marco (Mc 6,1-6)

L'odierna pagina evangelica presenta Gesù che ritorna a Nazaret e di sabato si mette a insegnare nella sinagoga. Da quando si era allontanato per predicare nei villaggi vicini, non aveva più rimesso piede nella sua patria. Il ritorno di Gesù nella sua terra, accompagnato dai suoi discepoli, è un evento atteso e la sua fama di maestro sapiente e potente guaritore dilagava ormai per la Galilea e oltre. Tuttavia, ciò che poteva profilarsi come un successo, si tramutò in un clamoroso rifiuto, al punto che Gesù, come annota l'evangelista Marco, «non poté compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 6,5).

Gesù insegna nella sinagoga di Nazaret

La Figura e la Missione del Profeta

La Vera Essenza della Profezia

La nozione corrente di profeta spesso si limita alla capacità di prevedere il futuro. Invece, è importantissimo sottolineare che, sebbene questo sia uno dei suoi tratti distintivi, non è il principale e nemmeno costituisce l'essenza della sua missione. Storicamente, a causa dell'infedeltà della classe sacerdotale giudaica, «si è resa necessaria l'irruzione, nella società israelita, di quei colossi di spiritualità denominati profeti - provenienti, in maggioranza, dall'elemento secolare della nazione - per sanare religiosamente Israele» (GARCÍA CORDERO, OP, Maximiliano. Libros proféticos. Madrid: BAC, 1961, v.III, p.4).

È quanto vediamo nella prima lettura (Ez 2, 2-5) di questa domenica: Dio invia Ezechiele come profeta per mettere sull'avviso quegli uomini testardi e di cuore indurito che hanno deviato dalla retta via: «Figlio dell'uomo, Io ti mando ai figli d'Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di Me. […] Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito.» Ossia, Israele si era ribellata contro Dio, e invece del castigo, per misericordia, a questo popolo è stato inviato un portavoce che trasmette la volontà divina, ammonendo contro le deviazioni commesse e chiamando alla penitenza.

La Missione Profetica del Battezzato

La dottrina cattolica insegna che con il Battesimo tutti partecipiamo «del sacerdozio di Cristo, della sua missione profetica e regale». Così, come battezzati, siamo profeti davanti alla società, poiché dobbiamo, con l'esempio di vita, testimoniare la vera Fede, indicando il cammino per la salvezza eterna e, se necessario, ammonendo contro gli errori. Tuttavia, molte volte, a causa delle nostre miserie, non siamo docili alla voce della coscienza - che opera dentro di noi come un profeta a ricordarci il dovere - e creiamo sofismi per soffocarla. Allo stesso modo, può succedere che ci irritiamo con chi nei nostri riguardi esercita il ruolo profetico e ci lancia giustamente invettive.

Il "Teotropismo" e la Ricerca di Dio

L'uomo, illuso, cerca la felicità nei sentieri dell'egoismo, ritenendo di poter essere tanto più felice quanto più pensa a sé. Creandoci, Dio aveva come finalità la nostra partecipazione alla sua felicità eterna. Per questo, non ci abbandona in nessun istante, veglia sempre su ognuno come se fosse suo figlio unico. Così, creati per un'eternità beata, abbiamo impressa nella nostra anima la legge naturale - che ci ordina di fare il bene ed evitare il male - e stiamo ricercando costantemente Dio, come le piante che, per l'eliotropismo, cercano sempre la luce del Sole. Per aiutarci in questo «teotropismo», Dio, attraverso una persona o qualche circostanza, ci stimola a cercarLo con più zelo e amore.

Schema della legge naturale e della ricerca di Dio

Gesù a Nazaret: Lo Stupore e lo Scandalo dell'Incarnazione

Il Ritorno nella Patria

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli Lo seguirono. A Nazareth, il Signore Gesù è vissuto per circa trent'anni, dal ritorno dall'Egitto, dopo la morte di Erode (cfr. Mt 2, 15.23), fino all'inizio della sua vita pubblica con il Battesimo nel Giordano (cfr. Mt 3, 13-17). Ad un certo punto, Egli scomparve e a Nazareth arrivavano soltanto gli echi dei suoi grandiosi miracoli. La Galilea era certamente in subbuglio per le ripercussioni relative ai fatti di Gesù, come la resurrezione della figlia di Giàiro e la guarigione dell'emorroissa, realizzate poco prima come racconta San Marco (cfr. Mc 5, 22-42), e tante altre azioni straordinarie. In queste circostanze, Gesù arriva nella sua terra.

L'Insegnamento e la Reazione dei Compaesani

Giunto il sabato, Si mise a insegnare nella sinagoga. San Luca aggiunge importanti particolari relativi a questo episodio: Gesù ha aperto il libro del profeta Isaia dove è scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4, 18). Subito dopo, ha affermato: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). La prima reazione è stata di stupore generale, talmente ricche, dense e originali devono essere state le parole proferite dal Salvatore.

Molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove Gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che Gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?» Ed era per loro motivo di scandalo. Questa accoglienza negativa da parte della gente del suo paese è l'occasione scelta dall'evangelista Marco per riportare la celebre dichiarazione di Gesù: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4).

Lo scandalo dell'Incarnazione. No a un Dio senza Cristo

Il Pregiudizio e la Mediocrità

I compaesani di Gesù fanno un confronto tra la sua umile origine e le sue capacità attuali: è un falegname, non ha fatto studi, eppure predica meglio degli scribi e opera miracoli. Invece di aprirsi alla realtà, si scandalizzano. Secondo gli abitanti di Nazaret, Dio è troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! Questo è lo scandalo dell'incarnazione: l'evento sconcertante di un Dio fatto carne, che pensa con mente d'uomo, lavora e agisce con mani d'uomo, ama con cuore d'uomo, un Dio che fatica, mangia e dorme come uno di noi.

Il disprezzo è la conseguenza necessaria della mancanza d'amore e dell'invidia. San Basilio lancia invettive contro questo difetto dell'anima: «L'invidia è un genere di odio, il più feroce, perché i benefattori pacificano coloro che per un'altra causa sono nemici nostri, ma il bene che si fa all'invidioso lo irrita di più; e quanto più egli riceve, più si indigna, si intristisce e si esaspera» (SAN BASILIO MAGNO. De envidia). Senza dubbio, nell'assemblea si trovavano vari suoi familiari. Magari essi stessi si paragonavano a Gesù, immaginando di essere a Lui equivalenti data la consanguineità. Constatando, però, la loro evidente inferiorità, nasceva l'invidia e il desiderio di distruggere il bene visto nell'altro, ritenendo che questi facesse loro ombra.

Questa cecità spirituale è frutto della mediocrità. Il mediocre non riconosce mai i valori che non lo riguardano; egli è arciegoista. E ogni egoista è mediocre, perché sono difetti reciproci e inseparabili. La mediocrità porta la persona a non voler prestare attenzione a niente che gli possa esser superiore e subito cercare di denigrare. Per questo, con l'intento di umiliarLo, i nazareni chiamano Gesù «il falegname». Il limite che separa il Cielo dall'inferno è tracciato da una parola: stupore. Come si unisce a Dio colui che ama un bene superiore più che se stesso, così chi ama se stesso sopra tutte le cose e più di Dio, si lega al demonio.

"Un Profeta Non È Disprezzato Se Non Nella Sua Patria"

L'Impossibilità di Compiere Prodigi

L'evangelista si mostra molto attento nel precisare che Gesù non Si rifiutava di fare miracoli, ma che «non poteva», ossia, non c'erano le condizioni per farli. Egli, la cui semplice ombra o manto tante volte avevano guarito, a Nazareth non ha operato nessun miracolo o ne ha fatti pochi, come riferisce San Matteo (cfr. Mt 13,58). La gente di Nazaret, stupita, oscilla da un pregiudizio all'altro, tra varie interpretazioni, passando dalla sorpresa allo scandalo, alla gelosia, fino al rifiuto di quel concittadino che appare troppo divino (sapienza, prodigi...), ma al tempo stesso troppo umano (falegname, uno come loro, di famiglia ben conosciuta...).

Perché? Perché si realizzi un miracolo sono richieste due condizioni: in primo luogo la fede dei beneficiari e, in secondo, l'intercessione di colui per mezzo del quale Dio eserciterà il suo potere. Se Egli avesse realizzato un miracolo grandioso, molto probabilmente, i nazareni si sarebbero ribellati e con ciò avrebbero aggravato il loro peccato, offendendo ancor più il Padre. Pertanto, una manifestazione del potere di Gesù avrebbe potuto condannarli irremissibilmente.

Si coglie qui un importante insegnamento per il nostro apostolato: dobbiamo fare il possibile affinché gli altri non pecchino e con ciò non offendano il Padre, poiché, prima di tutto, è la gloria di Dio il nostro obiettivo. Alla fine Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6), ma ciò non lo scoraggia: Gesù continua la sua missione andando altrove, sempre predicando e operando il bene.

Illustrazione della fede come condizione per i miracoli

La Fede e la Missione Profetica Oggi

L'Esempio di San Paolo: La Forza nella Debolezza

San Paolo è un modello di profeta, scelto dal Signore per una missione di primo annuncio del Vangelo ai pagani. Una missione che egli ha realizzato con determinazione, generosità e ampiezza di orizzonti geografici e culturali, in mezzo a prove di ogni genere. È stata una missione coraggiosa, vissuta al tempo stesso nell'umiltà e nella debolezza, con una «spina nella carne» (2 Cor 12,7). Ha pregato insistentemente per esserne liberato, ma alla fine ha compreso che la grazia del Signore era in lui (cfr. 2 Cor 12,8-9). E ancor più, Paolo scopre che la missione è più forte e più vera quando si realizza nella debolezza: negli oltraggi, difficoltà, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo (cfr. 2 Cor 12,10). Perché in tal modo appare chiaramente che vocazione e missione sono opera di Dio e non invenzioni umane.

Accogliere la Novità e le Sorprese di Dio

Le tre letture di questa domenica invitano a riflettere sulla vocazione e la missione del profeta, cioè degli uomini e delle donne che ci parlano in nome di Dio. Esse ci interrogano: perché il cuore umano spesso si chiude a Dio, non ascolta la Sua Parola, non vive secondo il Vangelo? Se non saremo diligenti nel combattere la tendenza all'egoismo e alla mediocrità, avremo difficoltà ad ammettere e ammirare i valori altrui. Per questo, dobbiamo esercitarci nella virtù del distacco da noi stessi. Il miglior mezzo consiste nel riconoscere sempre i punti nei quali il prossimo è superiore a noi, desiderando di ammirarlo e stimolarlo. Lo stupore deve essere per noi un'abitudine permanente.

Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale adesione alla persona di Gesù e al suo Vangelo. Quando facciamo prevalere la comodità dell'abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Senza apertura alla novità e soprattutto alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un'abitudine, un'abitudine sociale. Lo stupore è proprio quando succede l'incontro con Dio: «Ho incontrato il Signore».

Dio non si conforma ai pregiudizi. Dobbiamo sforzarci di aprire il cuore e la mente, per accogliere la realtà divina che ci viene incontro. Si tratta di avere fede: la mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio. È più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio «dagli effetti speciali», che fa solo cose eccezionali e dà sempre grandi emozioni. Invece, Dio si è incarnato: Dio è umile, Dio è tenero, Dio è nascosto, si fa vicino a noi abitando la normalità della nostra vita quotidiana. E allora, succede a noi come ai compaesani di Gesù, rischiamo che, quando passa, non lo riconosciamo.

La Preghiera e il Perdono

Tornando a quella bella frase di Sant'Agostino: «Ho paura di Dio, del Signore, quando passa. Ma, Agostino, perché hai paura? Ho paura di non riconoscerlo. Ho paura del Signore quando passa. Timeo Dominum transeuntem». Chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, di sciogliere la durezza dei cuori e la ristrettezza delle menti, perché siamo aperti alla sua grazia, alla sua verità e alla sua missione di bontà e misericordia, che è indirizzata a tutti, senza alcuna esclusione.

Da queste verità deriva un'importante conseguenza: il perdono, frutto della carità. Nel caso uno ci faccia un'offesa, deve subito sbocciare dal fondo del nostro cuore un perdono moltiplicato dal perdono. Questo è uno dei modi più sapienti di praticare l'amore a Dio in relazione al nostro prossimo: volendo che questo si elevi sempre più nella virtù e tributando il nostro stupore e la nostra lode alle sue qualità.

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