Con la festa del Battesimo del Signore, celebrata domenica scorsa, siamo entrati nel tempo liturgico chiamato «ordinario». In questa seconda domenica, il Vangelo ci presenta la scena dell'incontro tra Gesù e Giovanni Battista, presso il fiume Giordano. La liturgia ritorna al «tempo ordinario», cioè il tempo in cui siamo chiamati a fare esperienza della presenza del Signore nella nostra vita di tutti i giorni e a calare la sua Parola nel nostro agire quotidiano.
La Profezia del Servo di Yahweh (Isaia 49,3.5-6)
La parola di Dio di questa seconda domenica del Tempo Ordinario mette al centro della nostra riflessione il tema del sacrificio e della donazione. Il Signore si rivolge a Isaia (Prima Lettura) che, rivolgendosi al popolo di Israele, fa parlare il cosiddetto "Servo di Yahve". Questo servo è destinato a diventare apportatore di salvezza non solo al popolo eletto, Israele, ma a tutte le nazioni della terra. Il Signore, infatti, dice: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria».
Il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele - poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza - ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Questa espressione, "è troppo poco che tu sia mio servo", è particolarmente incisiva. La prima lettura ci rivela che siamo avvolti da un mistero di piccolezza: un servo, nella sua umiltà, salva il suo popolo. Dio si fida di noi con un coraggio e un amore che non avremmo mai immaginato. Ce lo dice esplicitamente: «Mio servo tu sei. A te manifesterò la mia gloria». In queste poche parole è racchiusa una chiamata sublime, imprevista e immeritata proposta a tutti noi.

La Risposta del Salmista (Salmo 39)
Il Salmo responsoriale risuona come un eco di questa chiamata divina e della risposta umana: «Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà». Il salmista esprime una speranza profonda e una devozione sincera: "Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio."
E prosegue, indicando una nuova forma di culto, più interiore e personale: "Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo». «Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai."
Giovanni il Battista: Il Testimone dell'Agnello di Dio (Giovanni 1,29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Questa frase è potentissima e rappresenta il cuore della testimonianza di Giovanni il Battista. Il Vangelo di oggi ci presenta Giovanni non tanto come il battezzatore, ma come il testimone per eccellenza, venuto a rivelarci la presenza di Gesù.
Giovanni ha un grande dono: quello di riconoscere la presenza del Signore e di annunciarla. La sua figura si staglia come un dito puntato verso l'essenziale. Non trattiene nulla per sé, non cerca discepoli per sé, non costruisce un proprio seguito. Il Battista non può trattenere l’impellente desiderio di rendere testimonianza a Gesù e dichiara: «Io ho visto e ho testimoniato» (v. 34).
Giovanni, pur non conoscendolo in modo tradizionale - «Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele» - lo riconosce in un modo più profondo. La sua testimonianza è per tutti e non dipende da teorie o informazioni previe, bensì sull’esperienza personale. La seconda domenica del Tempo Ordinario ci propone proprio questa testimonianza del Battista, che nella prospettiva dell'evangelista Giovanni, riconosce e indica Gesù con l'imperativo "Ecco!", che in greco significa "guarda, vedi!".
La testimonianza di Giovanni Battista è affidabile, è rivelazione - Con il pastore: Cataldo Petrone
Il Dono dello Spirito Santo
Il riconoscimento di Gesù da parte di Giovanni è intimamente legato all'esperienza dello Spirito Santo. Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”.» Gesù è colui che battezza nello Spirito Santo. Il battesimo di Giovanni era per la conversione, preparatorio, ma non era per la nascita a vita nuova. Lo Spirito Santo fa ragionare in un’altra maniera, in forza dell’amore, immergendo completamente chi lo riceve.
Questa discesa dello Spirito è un'investitura messianica. In Gesù, lo Spirito di Dio scende, come nelle origini, quando “aleggiava come una colomba sulle acque”, per dare armonia al caos della prima creazione. Gesù è la creazione finalmente compiuta, l’uomo pienamente realizzato. La missione di Gesù, a differenza del battesimo di purificazione di Giovanni, è quella di trasmettere a tutta l’umanità lo Spirito di cui è portatore.

Il Profondo Significato dell'Agnello
L'espressione «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» ci riporta alle profonde radici bibliche. L’agnello è l’animale che gli israeliti sacrificavano per ricordare la Pasqua, la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Era anche pratica del tempo, così come ancora in uso in alcune religioni, liberarsi dal male trasferendolo in un animale per poi sacrificarlo a Dio.
Giovanni ha visto qualcosa di sconvolgente: il Figlio amato di Dio solidale con i peccatori. Lo Spirito Santo gli ha fatto comprendere la novità inaudita, un vero ribaltamento. Mentre in tutte le religioni è l’uomo che offre e sacrifica qualcosa a Dio, nell’evento Gesù è Dio che offre il proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. L’agnello pasquale aveva salvato con il suo sangue i primogeniti di Israele; nella dichiarazione di Giovanni, Gesù sarà il vero agnello, che, con il suo sangue versato sulla croce, offrendo la sua vita per la vita di tutti, realizzerà il nuovo esodo, la nostra redenzione.
Gesù è l'Agnello immolato sulla croce per la nostra redenzione. Egli toglie non solo i peccati, quelli piccoli o grandi che possiamo commettere, ma "il peccato" inteso come quella distanza radicale che ci allontana inesorabilmente da Dio. Con Gesù, nulla ci può più separare da Dio. Peccare significa sbagliare il bersaglio; Cristo, come Agnello senza difetti e senza macchia, è la Purezza, la Semplicità, la Bontà, la Mansuetudine, l’Innocenza. Come san Pietro dirà: «Foste liberati (...) con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18-19).

Giovanni, il Precursore Umile
Giovanni rinnova la sua precedente confessione: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Gesù è quell’ “uomo” che “precede” Giovanni Battista, perché ha diritto alla sposa, nella nuova alleanza, mentre Giovanni sarà solo “l’amico dello sposo”. Egli appare dopo di lui, ma è esistito “prima”, fin dall’inizio: «In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio».
Giovanni è presentato dall'evangelista come il testimone di Gesù, la luce del mondo (cfr il prologo di Gv 1,6-8). Fin dall'inizio del suo Vangelo, Giovanni ci ha presentato il Battista come colui che venne per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Il Battista, fedele al suo ruolo di precursore, ha distolto dalla sua persona gli uomini inviati da Gerusalemme a indagare se lui fosse il Messia. A coloro che lo interrogano, egli dice di essere la "voce" della "Parola" e di essere lì per preparare la via al "Verbo". Noi cerchiamo colui che ci cerca, e perciò necessitiamo di battisti che ce lo indichino; la voce, ora, è a servizio della Parola.
Anche se tra Giovanni e Gesù vi era un legame familiare - le loro madri, Elisabetta e Maria, si erano incontrate quando entrambe erano incinte, e Giovanni stesso esultò nel grembo materno riconoscendo il bambino - la sua testimonianza di Gesù non si basa su questa conoscenza pregressa, ma su un'illuminazione spirituale: «Io non lo conoscevo», ribadisce.
Un Cammino di Fede e Riconoscimento
Questa domenica le Letture sono una vera "coccola" per la nostra anima, perché parlano della scelta che Dio fa nei nostri confronti. Siamo talmente importanti per Lui che ci dona Suo Figlio e ci chiede di essere luce per coloro che non Lo conoscono. Gesù viene verso di noi; non siamo noi ad andare verso di Lui, perché Dio viene sempre incontro a ciascuno di noi.
La testimonianza di Giovanni Battista ci invita a ripartire sempre di nuovo nel nostro cammino di fede: ripartire da Gesù Cristo, Agnello pieno di misericordia che il Padre ha dato per noi. Dobbiamo lasciarci nuovamente sorprendere dalla scelta di Dio di stare dalla nostra parte, di farsi solidale con noi peccatori, e di salvare il mondo dal male facendosene carico totalmente.
Impariamo da Giovanni Battista a non presumere di conoscere già Gesù, di sapere già tutto di Lui (cfr v. 31). Non è così. Fermiamoci sul Vangelo, magari anche contemplando un’icona di Cristo, un “Volto santo”. Contempliamo con gli occhi e più ancora col cuore; e lasciamoci istruire dallo Spirito Santo, che dentro ci dice: È Lui! La conoscenza di Dio nasce sempre da un’esperienza; il vedere non è solo un distratto guardare estetico, curioso, superficiale. Abbiamo visto un Dio che diventa bambino, che ribalta le nostre prospettive, che colma le nostre "stalle", che si rivolge agli sconfitti della storia.
Possiamo testimoniare solo se sperimentiamo, non per sentito dire. Possiamo testimoniare solo se ammettiamo di non conoscere e ci poniamo all’ascolto, se ammettiamo di non conoscere a sufficienza. La vita di Giovanni, l'ultimo e più grande dei profeti, si era consumata nell'attesa e nella preparazione dell'incontro con il Messia. Eppure, anche lui fu spiazzato, ammettendo di non sapere. Solo i grandi uomini accettano di farsi mettere in discussione anche quando credono di sapere. Così è la nostra vita di ricerca: senza sapere, anche se già sappiamo. Non cerchiamo un Messia vendicatore, non un grande uomo, non un profeta o un guru, ma il Figlio di Dio.
Lottiamo per vivere sempre in grazia, lottiamo contro il peccato, aborriamolo. La bellezza dell’anima in grazia è così grande che nessun tesoro si può paragonare a quella, rendendoci gradevoli a Dio e degni di essere amati. San Giovanni Paolo II ci sollecitava a vivere in grazia, ricordando che Gesù è nato a Betlemme precisamente per questo. Cristo è l’agnello che toglie il peccato del mondo: lottiamo per vivere sempre nella grazia, lottiamo contro il peccato.
