Alberto Maggi è riconosciuto come una delle voci più incisive e spiazzanti della Chiesa contemporanea. I suoi insegnamenti, preziosi e fuori dagli schemi, hanno conquistato decine di migliaia di lettori, credenti e non credenti. Padre Alberto si propone di trasmettere la straordinaria attualità del messaggio evangelico attraverso uno stile personale inconfondibile, caratterizzato da grande chiarezza. Egli invita a riscoprire la semplicità, il pragmatismo e la coraggiosa schiettezza delle parole di Gesù, con l’obiettivo di realizzare un ideale umano, prima ancora che cristiano, di comunione e unità, superando le dinamiche di potere, divisione ed esclusione che a volte hanno caratterizzato il linguaggio della Chiesa. Per Maggi, il Vangelo di Luca, in particolare, è indubbiamente l’evangelista che più di tutti gli altri tratta il tema della pace e della misericordia divina. Per comprendere appieno la sua esegesi, è fondamentale inserire il Vangelo nel contesto culturale del tempo, evitando interpretazioni che non rispecchino le intenzioni dell'evangelista.
Il Vangelo di Luca 10,25-37: Il Dottore della Legge e il Buon Samaritano
Il Vangelo di Luca presenta un brano che è esclusivo di questo evangelista e che offre una delle più profonde riflessioni di Gesù sulla vita eterna e sul prossimo. Il testo narra:
In quel tempo, un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». Gesù riprese: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

L'Interpretazione di Alberto Maggi: La Vita Eterna e la Fede Autentica
La domanda iniziale del dottore della Legge, «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?», è centrale nella riflessione di Alberto Maggi. Gesù, nelle sue risposte, parla solo di vita, omettendo la parola "eterna", invitando i suoi interlocutori a riflettere sulla loro vita presente, sulla sua vitalità, piuttosto che preoccuparsi unicamente di quella futura. Nei Vangeli, si usano due termini importanti per indicare la vita: bios e zoe. Il bios è la vita biologica, con un inizio, una crescita, un massimo sviluppo e un inevitabile declino. La zoe, invece, è la vera vita, quella definitiva, che deve nutrire per crescere, a differenza del bios che va alimentato con il cibo.
La Vita Eterna: Qualità del Presente
Per Gesù, la vita eterna non è una condizione che si riceve come premio dopo la morte per essersi comportati bene, ma una qualità di vita a disposizione di coloro che collaborano con Lui alla trasformazione di questo mondo, attuando il progetto del Padre sull'umanità: la realizzazione del Regno. Gesù si esprime al presente, dicendo: «Chi crede ha la vita eterna» (Gv 3,36) e «Se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte» (Gv 8,51). Chi vive come Lui, operando sempre il bene, non farà l'esperienza del morire nel senso di un annientamento. Gesù non è venuto ad alterare il ciclo normale della vita eliminando la morte biologica, ma a dare a questa un nuovo significato. Il Figlio di Dio comunica la vita divina indistruttibile che egli stesso possiede. Il credente in Gesù non subirà alcun giudizio, ma è già nella pienezza di vita: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14).
Gesù afferma: «Io sono la risurrezione e la vita», «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Con Gesù, la risurrezione non è relegata in un lontano e ipotetico futuro, poiché Lui è la vita presente. La risurrezione non sarà, ma è, non domani ma ora, perché è legata alla persona stessa di Gesù e al dono dello Spirito. L’ultimo giorno, quello della risurrezione, è pertanto già arrivato. «Chiunque vive e crede in me non morirà mai» (Gv 11,26). Questa dichiarazione non si riferisce certamente alla vita biologica (*bios*), che ha un inizio e una fine, ma a quella interiore spirituale (*zoe*), che inizia ma non ha mai termine. A quanti gli danno adesione, Gesù comunica il suo stesso Spirito, la sua stessa vita, che, essendo divina, non è minacciata dalla morte.
Morte come Nuova Dimensione
Per indicare questa nuova realtà della vita eterna, sperimentata non più come eventualità futura ma come possibilità concreta nell'esistenza quotidiana, e della morte non come una fine ma come un nuovo inizio, gli Evangelisti hanno adoperato immagini prese del ciclo vitale della natura, quali il dormire, il seminare, lo splendere. Queste situazioni non indicano una fine, ma un nuovo inizio, non una distruzione ma una rinascita. Il morire non è il limite invalicabile della vita, ma è raggiungere il traguardo che apre a nuove, successive e ineffabili dimensioni dell'esistenza. Come il dormire consente all'individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggior energia la sua vita, così la morte è una pausa nella quale si riposa dalle fatiche per poi risvegliarsi con nuovo e aumentato vigore. È il morire che consente di vivere. La morte non uccide la vita, ma le permette di manifestarsi nel suo massimo grado, liberando tutte le energie non più rinchiuse nei limiti biologici e spaziali dell'esistenza terrena.
V.L. #13 - IL NUOVO TESTAMENTO. Fonti documentali ed archeologiche
Attraverso l'immagine del chicco di grano che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta la forza vitale che l'uomo contiene, tutte quelle potenzialità che nel breve arco della sua esistenza terrena non ha potuto manifestare. Con la morte, tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate, concorrendo alla definitiva crescita della persona. La morte non distrugge l'uomo, ma è un’esplosione di fecondità che lo proietta nella sua esistenza definitiva, nella sua reale e piena identità, verso la conoscenza di un «nuovo nome che nessuno conosce, se non colui che lo riceve» (Ap 2,17). La vita racchiusa in lui si manifesterà in una forma nuova, incomparabile con la precedente: «Ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli si sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è» (Gv 3,2). Con la morte, l'uomo si trova di fronte la pienezza sfolgorante della luce di Dio. Questa luce non assorbe l'uomo, ma è l'uomo che, nella misura in cui la accoglie, dilata il suo essere in un crescendo senza fine.
Coloro che si risveglieranno alla vita eterna, come si legge nel libro del profeta Daniele, «risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre». Chi nella vita, attraverso il bene fatto, sarà diventato luce, si sentirà irresistibilmente attratto dalla luminosità della luce divina, vi si immergerà, ma non si trasformerà in luce, perché sarà la luce che lo trasformerà, dilatando il suo essere e spingendolo verso dimensioni infinite. La trasfigurazione di Gesù sarà la stessa che si compirà in quanti gli daranno adesione. I vangeli assicurano che con la morte, Dio non toglie le persone da questa vita, ma le accoglie nella sua, ed esse entrano in una nuova definitiva dimensione della propria esistenza.
La "Morte Seconda": Il Rischio di un Fallimento Esistenziale
Quando la vita spirituale (*zoe*) non è in sintonia con l’ideale di Gesù, c’è il rischio di una "morte seconda", la fine definitiva e totale che spegne ogni speranza di futura continuazione. Questa è la sorte di «i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, gli immorali, gli stregoni, gli idolatri e tutti i menzogneri» (Ap 21,8). Nell'uomo che orienta la propria vita al bene degli altri inizia un processo di trasformazione che fa sì che la vita meramente fisica (*bios*), destinata al disfacimento, confluisca e si trasformi in vita spirituale (*zoe*), esistenza divina destinata a durare per sempre. Le scelte positive compiute nell'arco della sua esperienza sviluppano nell’individuo tutte le sue capacità d'amore e realizzano in lui il disegno di Dio, dandogli la sua struttura definitiva, cioè eterna. Solo con la morte, infatti, si diventa quel che si è veramente. Con il bios l'uomo è solo un essere vivente, mentre la zoe permette che sia un individuo vitale.
La prima morte, quella biologica, è inevitabilmente destinata a tutti. Tuttavia, c’è il rischio che, quando sopraggiunge la morte fisica, non trovi alcuna presenza di zoe. Le scelte negative, infatti, rovinano e possono distruggere l'immagine che l'uomo era chiamato a realizzare. In tal caso, la morte trova una persona svuotata di energie vitali, rendendo impossibile l'esistenza oltre la morte, perché l'uomo, per sua natura, non è né mortale né immortale, ma è creato con la possibilità di dirigersi nei due sensi. La seconda morte è pertanto la constatazione del fallimento della propria vita, della mancata risposta agli stimoli vitali in tutta l'esistenza. L’individuo si è preoccupato solo di nutrire se stesso, senza minimamente pensare ad alimentare le altre vite. Queste sono persone viventi ma non vitali, che vivono ma non vivificano. Per loro, la morte può essere la fine di tutto: «Via lontano da me maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25, 41-43).
Il monito del Nuovo Testamento è drammatico: ci può essere il rischio che la morte biologica coincida con la fine definitiva dell'individuo. Tuttavia, nessuno può sapere o ipotizzare che qualcuno sia incorso in questo totale annientamento. Anzi, in Matteo 18,14 si legge: «È volontà del Padre vostro che è nei cieli che neanche uno di questi piccoli si perda». Dio fa di tutto per far accogliere a ogni uomo e donna la sua proposta di pienezza di vita: «Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per essere misericordioso verso tutti» (Rm 11,32). Nel Nuovo Testamento, il concetto di giustizia di Dio è espresso dal termine dikaiosyne, che traduce l’ebraico chesed (misericordia). La giustizia di Dio è, pertanto, intesa come attuazione delle promesse e quindi aiuto e salvezza costante. Questa giustizia-fedeltà si rivela pienamente in Gesù, nel quale Dio offre all’uomo la sua giustizia, ossia la salvezza: «Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge dei Profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti, non c'è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù» (Rm 3,21-24).
Dio e l'Uomo Nuovo: Una Presenza Interiore
In questa lettura dell’aldilà, l’idea di un Paradiso o di un Inferno come luoghi in cui risiedano le anime viene superata. Sorgono quindi delle domande: dove si trova Dio e dove si trovano gli uomini nuovi? Dio non sta in cielo. Attraverso il Figlio, il Padre si rende accessibile, e vedere Dio non è un'esperienza riservata a individui straordinari, ma la normale esperienza di chiunque abbia accolto Gesù e il suo messaggio, come assicura il Signore proclamando nelle Beatitudini: «Beati i puri di cuore perché questi vedranno Dio» (Mt 5,8). Questa limpidezza dell'uomo nasce nella sua coscienza, identificata nel cuore nella cultura ebraica, sede del pensiero e della volontà. È frutto della sua adesione alla beatitudine della povertà, che fa sì che, su quanti scelgono liberamente di condividere generosamente quel che sono e quel che hanno con chi non è e non ha, Dio si manifesti pienamente. La trasparenza di condotta nei confronti degli uomini permette di percepire la presenza del «Dio con noi», il Dio che si è fatto uomo.
Come la visione di Dio viene estesa a tutti i credenti non come premio riservato in un lontano futuro ma come costante esperienza quotidiana, il vedere secondo la fede rende consapevoli che i defunti sono presenti e, anche se l'uomo non li vede, sa che da essi è visto. Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, sono solo degli invisibili. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Con Gesù, non si va nella Casa del Padre, perché il credente è la Casa del Padre. Con la morte, l’uomo non va in cielo, perché il Cielo è nell’uomo. Il messaggio dei Vangeli è che, attraverso la morte, la persona continua la sua esistenza in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione di sé verso la piena realizzazione. L’immensità di Dio si manifesterà, nella molteplicità degli individui, attraverso forme nuove e inedite di amore, misericordia, perdono. Ogni vita, trasformata e arricchita, con la morte entra nella pienezza della condizione divina.
Il Prossimo e la Compassione: Un Ribaltamento di Prospettiva
La domanda del dottore della Legge «E chi è il mio prossimo?» rivela il suo intento di giustificarsi. Al tempo di Gesù, esisteva un ampio dibattito tra le scuole rabbiniche di Rabbi Shammai (più rigorosa) e Rabbi Hillel (più indulgente) sul concetto di "prossimo". Per Hillel, includeva anche lo straniero residente in Israele, mentre per Shammai solo l'appartenente al proprio clan o tribù. Gesù, con la parabola del Samaritano, ribalta completamente questa prospettiva.
La Parabola del Samaritano: Una Lezione sul "Chi È"
L'uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico si trovò in una zona pericolosa, con un grande dislivello altimetrico, che lo rendeva vulnerabile ai briganti. Rimasto «mezzo morto», non aveva alcuna speranza se non l'aiuto provvidenziale. Gesù presenta un sacerdote e un levita, entrambi scendevano dalla città sacerdotale di Gerico, dopo aver esercitato il loro ministero liturgico nel tempio di Gerusalemme. Erano, quindi, in uno stato di purezza rituale. La legge nel libro del Levitico e dei Numeri proibiva loro di entrare in contatto con un morto o un ferito, per non diventare impuri. Di fronte al dilemma - osservare la legge divina o soccorrere la persona - entrambi passarono oltre, privilegiando il dovere religioso su quello umano. Non erano persone crudeli o insensibili, ma piuttosto "persone religiose", per le quali i doveri verso Dio venivano prima di quelli verso gli uomini.

Invece, un Samaritano, considerato il «nemico più tremendo», la persona più disprezzata agli occhi di un ebreo, «passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione». «Avere compassione» è un verbo riservato soltanto a Dio, che significa comunicare vita a chi non ce l'ha. Così, per Gesù, questo Samaritano - un eretico, un meticcio, un peccatore, una persona impura - si comporta come Dio. Il Samaritano si avvicina, cura l'uomo malcapitato e lo porta in una locanda, prendendosi cura di lui e assicurando la sua guarigione. Gesù, ponendo al dottore della Legge la domanda «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?», ribalta la sua domanda originale, spostando il focus dal "chi è il mio prossimo" al "chi si fa prossimo". La risposta, «Chi ha avuto compassione di lui», sebbene facilissima, era inaccettabile per la mentalità del dottore della Legge, che si aspettava un "chi" definito dalla sua fede. Gesù conclude: «Va’ e anche tu fa’ così».
La Critica all'Individualismo e alla "Religione delle Regole"
La parabola ha una risonanza che dura da duemila anni: la storia di vite umane aggredite e lasciate ai bordi della strada, «mezze morte o mezze vive, dipende dallo sguardo». Questi "corpi umani imploranti" sono scomodi, «l’errore di programmazione, la nota stonata», che ci costringono a trovare scusanti per proseguire. Il sacerdote e il levita «passano oltre» non per crudeltà, ma probabilmente per "pretesti religiosi" legati al culto. La loro scelta di non fermarsi rivela una "qualità della vita" decisa qui, nell'accettare di "perdere tempo" per l'altro. La vita diventa eterna se si accetta di arrivare in ritardo, di infrangere le regole, di lasciarsi ferire dalla vita. Questa pagina non è un attacco alle norme religiose in sé, ma una «critica feroce a tutte quelle vite che non accettano intrusioni». È una critica profonda all’individualismo, all’atteggiamento che permette di «passare oltre al male del mondo perché non abbiamo colpa».
Il Samaritano è diventato "buono" perché si è fermato, lasciando che il dolore gli stringesse il cuore e accettando di farsi scompigliare i piani. La buona notizia del Vangelo arriva a tutte le persone che hanno dovuto cambiare i tempi del loro viaggio, i colori del loro sogno, il senso della loro vita, perché sono state fermate da una malattia, da una delusione cocente, da un tradimento improvviso. Non è la determinazione a rendere infinita la vita, ma il rischio di tramutare la propria esperienza in un "fallimento" per l'incapacità di chiamarsi fuori dal dolore. Il senso profondo non è nell’andare, ma nel fermarsi, nel lasciarsi fermare dal dolore del fratello. Il vero viaggiatore non è ossessionato dalla meta, ma dagli incontri; il senso del viaggio è in ogni istante vissuto con sguardo profondo.
Il Pericolo del Nemico Interiore: Le Illusioni Nazionalistiche e Religiose
Un tema ricorrente nella riflessione di Alberto Maggi, che si lega intrinsecamente alla lezione del Samaritano, è la critica alle istituzioni religiose che, in nome della legge o della tradizione, trascurano la compassione e la vera giustizia. Il Vangelo di Luca, al capitolo 21, versetto 6, presenta Gesù che annuncia la distruzione del tempio di Gerusalemme: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». Questa previsione, anziché allarmare, eccitava gli ascoltatori, radicati nella convinzione che Israele fosse un popolo privilegiato da Dio, protetto da ogni pericolo.
Questa credenza risaliva a sette secoli prima, quando l'angelo del Signore colpì l'accampamento degli Assiri che assediavano Gerusalemme (2 Re 19,35). Tale avvenimento straordinario consolidò la convinzione che Gerusalemme non sarebbe mai stata conquistata e che Dio stesso sarebbe intervenuto in sua difesa. Questa ideologia, però, portava a un delirio megalomane, immaginando un Israele dominatore sulle altre nazioni, succube di ricchezze e potere, e pronto a sterminare chi non avesse servito (Is 60-61). Altri profeti, come Amos e lo stesso Isaia (quello "vero"), avevano invano annunciato che la benedizione del Signore si estendeva a tutti i popoli, nemici compresi (Is 19,25; Am 9,7), e che Dio sta sempre con chi è oppresso e mai con chi opprime. Tuttavia, questi messaggi "duri e controcorrente" venivano rifiutati.

Gesù, venuto a inaugurare il regno di Dio, prende nettamente le distanze da queste attese nazionaliste. Le sue non sono parole minacciose di un castigo divino, ma una lucida previsione di ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma che il popolo, accecato dall’ideologia religiosa e politica, non riusciva a vedere. La fine di Gerusalemme si dovrà proprio agli «zelanti custodi della tradizione, dell’ortodossia, della Legge», pronti a uccidere per difendere la loro verità e a distruggere gli avversari. Essi, pur credendo di essere minacciati dai pagani, erano in realtà il pericolo mortale per il loro stesso popolo, a causa delle lotte intestine, della bramosia di dominio e del fanatismo religioso. La responsabilità della rovina d’Israele è da ricercare nell’avidità e nell’ingordigia delle autorità religiose, che rifiutarono l’uomo che portava la pace (Gesù) e scelsero l’assassino (Barabba), perpetuando la tragica litania di un'istituzione che da sempre uccide i profeti. Volevano difendere a tutti i costi il loro potere, ma non si rendevano conto che la loro «casa stava per esservi lasciata deserta» (Lc 13,34).
Questa miscela micidiale di fanatismo religioso e nazionalismo esasperato, culminata nell'azione degli Zeloti (fautori della guerra santa), fu la causa della catastrofe di Gerusalemme. Temevano i pagani, ma erano loro stessi il pericolo mortale per Israele. La lezione che emerge è chiara: la vera fede e la vita eterna non si trovano nell'adesione cieca a regole o in un nazionalismo religioso esclusivo, ma nella capacità di vedere l'altro, di avere compassione e di agire con misericordia, anche a costo di "infrangere" le convenzioni religiose.