Alle ore 9.00 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Predicatore della Casa Pontificia, Em.mo Card. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la prima Predica di Avvento sul tema: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12).
Introduzione: La Caducità della Vita nell'Anno della Pandemia
Oggi è l’umanità intera che sperimenta questo senso di caducità della vita a causa della pandemia. “Il Signore - ha scritto san Gregorio Magno - a volte ci istruisce con le parole, a volte invece con i fatti”. Nell’anno segnato dal grande e terribile “fatto” del coronavirus, ci sforziamo di raccogliere l’insegnamento che da esso ognuno di noi può trarre per la propria vita personale e spirituale.
Sono riflessioni che possiamo fare tra noi credenti, ma sulle quali sarebbe forse controproducente insistere troppo presso la gente, per non accrescere le difficoltà che la fede incontra a causa del prolungarsi della pandemia. Le verità eterne sulle quali vogliamo riflettere sono: primo, che siamo tutti mortali e “non abbiamo quaggiù dimora stabile”; secondo, che la vita del credente non finisce con la morte perché ci attende la vita eterna; terzo, che non siamo soli sulla piccola barca del nostro pianeta, perché il “Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
Il "Memento Mori": Una Prospettiva Sapienziale sulla Morte
“Memento mori!”: ricordati che morirai. I monaci Trappisti l’hanno scelto come motto del loro Ordine e lo scrivono nei luoghi di passaggio del monastero. Della morte si può parlare in due modi diversi: o in chiave kerigmatica o in chiave sapienziale. Il primo modo consiste nel proclamare che Cristo ha vinto la morte; che essa non è più un muro contro cui tutto si infrange, ma un ponte verso la vita eterna. Il modo sapienziale o esistenziale consiste invece nel riflettere sulla realtà della morte così come essa si presenta all’esperienza umana, allo scopo di trarre da essa lezioni per vivere bene. È la prospettiva in cui ci collochiamo in questa meditazione.
Quest’ultimo è il modo in cui si parla della morte nell’Antico Testamento e in particolare nei libri sapienziali: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” chiede a Dio il salmista (Sal 90, 12). Tale modo di guardare alla morte non termina con l’Antico Testamento, ma continua anche nel Vangelo di Cristo. Ricordiamo il suo ammonimento: “Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13).
Ricordiamo anche la conclusione della parabola del ricco che progettava di costruire granai più grandi per il suo raccolto: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Lc 12,20), e ancora il suo detto: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua vita?” La tradizione della Chiesa ha fatto proprio questo insegnamento. I Padri del deserto coltivavano il pensiero della morte, fino a farne una pratica costante e a tenerlo vivo con tutti i mezzi. Uno di essi, che lavorava a filare la lana, aveva preso l’abitudine di lasciar cadere ogni tanto il fuso per terra e “di mettere la morte davanti ai suoi occhi prima di sollevarlo di nuovo”.
“La mattina - esorta l’Imitazione di Cristo - fa conto di non arrivare alla sera. Scesa la sera non osare di riprometterti la mattina” (I, 23). Sant’Alfonso Maria de Liguori ha scritto un trattato intitolato Apparecchio alla morte che è stato per secoli un classico della spiritualità cattolica. Molti santi, dal XVI secolo in poi, sono rappresentati in meditazione davanti a un teschio.

La Morte nel Pensiero Moderno
Tale modo sapienziale di parlare della morte si riscontra in tutte le culture, non solo nella Bibbia e nel cristianesimo. Esso è presente, secolarizzato, anche nel pensiero moderno. Il primo è Jean-Paul Sartre. Egli ha rovesciato il rapporto classico tra essenza ed esistenza, affermando che l’esistenza viene prima ed è più importante dell’essenza. Tradotto in termini semplici, questo vuol dire che non esiste un ordine e una scala di valori oggettivi e anteriori a tutto - Dio, il bene, i valori, la legge naturale - alla quale l’uomo deve conformarsi, ma che tutto deve partire dalla propria individuale esistenza e dalla propria libertà. Ogni persona deve inventare e realizzare il suo destino come il fiume, avanzando, si scava da solo il proprio letto. La vita è un progetto che non è scritto da nessuna parte, ma si decide con le proprie libere scelte.
Questo modo di concepire l’esistenza ignora completamente il dato della morte ed è confutato perciò dalla realtà stessa dell’esistenza che si vuole affermare. Che cosa può progettare l’uomo, se non sa neppure, né dipende da lui, se domani sarà ancora in vita? Più credibile, su questo punto, è il pensiero di un altro filosofo, Martin Heidegger, che pure parte da premesse analoghe e si muove nello stesso alveo dell’esistenzialismo. Definendo l’uomo “un-essere-per-la-morte”, egli fa della morte non un incidente che pone fine alla vita, ma la sostanza stessa della vita, ciò di cui essa è fatta. Vivere è morire. L’uomo non può vivere senza bruciare e accorciare la vita.
Ogni minuto che passa è sottratto alla vita e consegnato alla morte, come, percorrendo in auto una strada, vediamo case ed alberi scomparire velocemente dietro di noi. Vivere per la morte significa che la morte non è solo la fine, ma anche il fine della vita. Qual è allora - si domanda il filosofo - quel “nucleo solido, certo e invalicabile”, al quale la coscienza richiama l’uomo e sul quale deve fondarsi la sua esistenza, se vuole essere “autentica”? Risposta: il suo nulla! Tutte le possibilità umane sono, in realtà, delle impossibilità. Ogni tentativo di progettarsi e di elevarsi è un salto che parte dal nulla e finisce nel nulla. Non resta che rassegnarsi, fare - come si dice - di necessità virtù e amare anzi il proprio destino. Quando nasce un uomo - scriveva - si fanno tante ipotesi: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse no… Ma di nessuno si dice: forse morirà o forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita. Quando sappiamo che uno è malato di idropisia diciamo: “Poveretto, deve morire; è condannato, non c’è rimedio”. Ma non dovremmo dire lo stesso di uno che nasce? “Poveretto, deve morire, non c’è rimedio, è condannato!”. Che differenza fa se in un tempo un po’ più lungo, o un po’ più breve?
A Scuola da "Sorella Morte": Vivere Bene e Evangelizzare
Sull’onda dell’avanzare della tecnologia e delle conquiste della scienza, noi rischiavamo di essere come quell’uomo della parabola che dice a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!” (Lc 12, 19). La presente calamità è venuta a ricordarci quanto poco dipende dall’uomo “progettare” e decidere il proprio futuro, fuori della fede.
La considerazione sapienziale della morte conserva, dopo Cristo, la stessa funzione che ha la legge dopo la venuta della grazia. Anch’essa serve a custodire l’amore e la grazia. La legge - è scritto - è stata data per i peccatori (cf. 1 Tm 1, 9) e noi siamo ancora peccatori, cioè soggetti alla seduzione del mondo e delle cose visibili, tentati sempre di “conformarci a questo mondo” (cf. Rom 12, 2). Non c’è punto migliore in cui collocarsi per vedere il mondo, se stessi e tutti gli avvenimenti, nella loro verità che quello della morte. Il mondo appare spesso un groviglio inestricabile di ingiustizie e disordine. Tutto sembra avvenire a caso e non esserci alcuna coerenza o alcun disegno. Una specie di dipinto senza forma, in cui tutti gli elementi e i colori sembrano posti a caso, come in certe pitture moderne. Spesso si vede l’iniquità trionfare e l’innocenza punita.
C’è un punto da cui osservare questo immenso quadro e decifrarne il significato. È la “fine”, cioè la morte, a cui segue immediatamente il giudizio di Dio (cf. Eb 9, 27). Visto da qui, tutto assume il suo giusto valore. La morte è la fine di tutte le differenze e le ingiustizie che esistono tra gli uomini. La morte, diceva il nostro attore comico Totò, è una “livella”, azzera tutti i privilegi. Quante guerre, quante crudeltà in meno si commetterebbero sulla terra se i violenti e gli oppressori dei popoli pensassero che anche loro presto dovranno morire!
Guardare la vita dal punto di osservazione della morte, dà un aiuto straordinario a vivere bene. Sei angustiato da problemi e difficoltà? Pòrtati avanti, còllocati al punto giusto: guarda queste cose dal letto di morte. Come vorresti allora avere agito? Quale importanza daresti a queste cose? Hai un contrasto con qualcuno? Guarda la cosa dal letto di morte. Cosa vorresti aver fatto allora: aver vinto, o esserti umiliato? Il pensiero della morte ci impedisce di attaccarci alle cose, di fissare quaggiù la dimora del cuore, dimenticando che “non abbiamo quaggiù dimora stabile” (Eb 13, 14). L’uomo, dice un salmo, “quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria” (Sal 49, 18). Nell’antichità, si usava seppellire i re con i loro gioielli. Questo incoraggiava, naturalmente, la pratica di violare le tombe per asportarne i tesori. Sono state ritrovate tombe del genere, in cui, per tenere lontani i profanatori, veniva posta sopra il sarcofago una scritta: “Qui ci sono solo io”. Come era vera quella scritta, anche se la tomba nascondeva, di fatto, gioielli!
La Morte come Pedagoga e Strumento di Evangelizzazione
“Vegliate!” Sorella morte è davvero una buona sorella maggiore e una buona pedagoga. Ci insegna tante cose, se soltanto la sappiamo ascoltare con docilità. La Chiesa non ha paura di mandarci a scuola da lei. Nella liturgia del mercoledì delle ceneri, c’è una antifona dai toni forti, che suona ancora più forte nel testo originale latino. Dice: “Emendiamo in meglio ciò che abbiamo commesso di male per ignoranza. Non avvenga che raggiunti improvvisamente dall’ora della morte, cerchiamo uno spazio per fare penitenza e non lo troviamo più”. Un giorno, un’ora sola, una buona confessione: come ci apparirebbero diverse queste cose in quel momento!
Ho in mente un altro ambito in cui abbiamo urgente bisogno di sorella morte per maestra, oltre il campo ascetico: l’evangelizzazione. Il pensiero della morte è quasi l’unica arma che ci è rimasta per scuotere dal torpore una società opulenta, a cui è successo quello che successe al popolo eletto liberato dall’Egitto: “Ha mangiato e si è saziato… e ha respinto il Dio che lo aveva fatto” (Dt 32, 15).
In un momento delicato della storia del popolo eletto, Dio disse al profeta Isaia: “Grida!”. Il profeta rispose: “Che dovrò gridare?” e Dio: Che “ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fieno del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce, quando il soffio del Signore spira su di essi” (Is 40, 6-7). Credo che Dio dà oggi questo stesso ordine ai suoi profeti e lo fa perché ama i suoi figli e non vuole che “come pecore siano avviati agli inferi e che sia loro pastore la morte”.
L’interrogativo circa il senso della vita e della morte svolse un compito notevole nella prima evangelizzazione dell’Europa e non è escluso che possa svolgerne uno analogo nello sforzo attuale per una sua ri-evangelizzazione. Se c’è una cosa infatti che non è cambiata in nulla da allora ad oggi è proprio questa: che gli uomini devono morire. Il Venerabile Beda narra come il cristianesimo fece il suo ingresso nell’Inghilterra del nord, vincendo le resistenze del paganesimo. Il re convocò la grande assemblea del suo regno per decidere la questione se fare entrare o meno i missionari cristiani. C’erano pareri contrastanti, quando si alzò uno dei dignitari e fece, in sostanza, questo discorso: “La vita dell’uomo sulla terra, o re, si può descrivere così. Immagina che sia inverno. Tu siedi a cena con i tuoi duchi e i tuoi aiutanti. Al centro della stanza arde un fuoco che riscalda l’ambiente, mentre fuori infuria la bufera invernale con pioggia e neve. Un passerotto giunge d’improvviso al tuo palazzo; entra da un’apertura e velocissimo esce dalla parte opposta. Finché è dentro, è al riparo dal freddo dell’inverno, ma dopo un attimo eccolo ripiombare nel buio da cui è venuto e sparire dalla vista. Così è la nostra vita! Ignoriamo che cosa la precede e che cosa seguirà… Se questa nuova dottrina è in grado di dirci qualcosa di più certo su di essa, credo che dobbiamo ascoltarla.”
Fu l’interrogativo posto dalla morte che aprì la strada al Vangelo, come una breccia sempre aperta nel cuore dell’uomo. In questo modo non ripristiniamo la paura della morte. Gesú, dice la Lettera agli Ebrei, è venuto a “liberare quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr 2, 15). È venuto a liberarci dalla paura della morte, non ad accrescerla. Bisogna però avere conosciuto questa paura per esserne liberati. La morte eterna! “Morte seconda”, la chiama l’Apocalisse (Ap 20, 6). Essa è l’unica che merita davvero il nome di morte, perché non è un passaggio, una Pasqua, ma un terribile capolinea. È per salvare gli uomini da questa sciagura che dobbiamo tornare a predicare ai cristiani sulla morte. Nessuno più di Francesco d’Assisi ha conosciuto il volto nuovo, pasquale, della morte cristiana. La sua morte fu davvero un passaggio pasquale, un “transitus”, come viene celebrato nella liturgia francescana. Guai a quelli che morranno nei peccati mortali! “Il pungiglione della morte è il peccato”, dice l’Apostolo (1 Cor 15, 56). Ciò che dà alla morte il suo più temibile potere di angosciare l’uomo credente e di fargli paura è il peccato. Se uno vive in peccato mortale, per lui la morte ha ancora il pungiglione e il veleno, come prima di Cristo. Ferisce, uccide e manda alla Geenna. Non temete - direbbe Gesù - la morte che uccide il corpo e dopo non può fare più nulla. Temete quella morte che, dopo avere ucciso il corpo, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12, 4-5).
La Vigilanza Avvento: La Vita come Sogno e l'Urgenza del Risveglio
Inizia un nuovo anno liturgico. L’anno liturgico è il ciclo di tempo nel quale la Chiesa ripercorre tutto il mistero di Cristo, dalla sua nascita al suo ritorno alla fine dei tempi. Il Vangelo che leggeremo, in questo secondo anno del ciclo liturgico triennale, è quello di Marco. Secondo una tradizione, che trova numerose conferme negli scritti del Nuovo Testamento, Marco fu discepolo e “interprete” di Pietro, di cui mise per iscritto i ricordi e la predicazione. Il suo racconto si basa dunque su un testimone oculare di eccezionale importanza. Scrisse quasi certamente a Roma, dove Pietro fu attivo negli ultimi anni della sua vita. Il suo Vangelo fu il primo in ordine di tempo ad essere scritto, il primo libro di “catechismo” dei cristiani!
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Vigilate, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà: se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati.” Questo modo di parlare di Gesù sottintende una visione ben precisa del mondo. La possiamo riassumere così: il tempo presente è come una lunga notte; la vita che vi conduciamo somiglia a un sonno; l’attività frenetica che in essa svolgiamo è, in realtà, un sognare.
Da sempre e in tutte le culture si è soliti associare l’idea del sonno a quella della morte (è comune parlare del “sonno della morte”); ma nella Bibbia essa è associata ancora più spesso a quella della vita. È la vita che è un sogno; la morte sarà piuttosto un risveglio, e, per molti, un brusco risveglio. Uno scrittore spagnolo del Seicento, Calderon de la Barca, ha scritto un famoso dramma intitolato appunto “La vita è un sogno” (Vida es sueño). Del sogno, la nostra vita riflette alcune caratteristiche ben precise. La prima è la brevità. Il sogno avviene fuori del tempo. Fateci caso. Nel sogno le cose non durano come nella realtà. Situazioni che richiederebbero giorni e settimane, nel sogno avvengono in pochi minuti. A volte si fanno sogni il cui contenuto occuperebbe, nella realtà, giornate intere; vi destate, guardate l’orologio e scoprite che vi siete appisolati appena per una decina di minuti.
Un’altra caratteristica è la irrealtà o vanità. Uno può sognare di essere a un banchetto e di mangiare e bere a sazietà; si sveglia e si ritrova con tutta la sua fame. Ecco che un povero, una notte, sogna di essere diventato ricco. Esulta nel sonno, si pavoneggia, disprezza perfino il proprio padre, facendo finta di non riconoscerlo. Ma si sveglia e si ritrova povero come era prima. Così avviene anche quando si esce dal sonno di questa vita. Uno è stato quaggiù ricco sfondato, ma ecco che muore e si viene a trovare esattamente nella posizione di quel povero che si sveglia dopo aver sognato di essere ricco. Cosa gli resta di tutte le sue ricchezze, se non le ha usate bene? Un pugno di mosche. C’è però una caratteristica del sogno che non si applica alla vita ed è l’assenza di responsabilità. Tu puoi aver ucciso o rubato nel sogno; ti svegli, non resta traccia di colpa; la tua fedina penale non è macchiata, non devi pagare alcuna pena. Non così nella vita, lo sappiamo bene. Quello che uno fa nella vita, lascia traccia, e quale traccia!

L'Abitudine come "Sonnifero" Spirituale
Sul piano fisico ci sono delle sostanze che “inducono” e conciliano il sonno; si chiamano i sonniferi e sono ben noti a una generazione, come la nostra, malata di insonnia. Anche sul piano morale, esiste un terribile sonnifero. Si chiama l’abitudine. Non parlo, naturalmente, delle buone abitudini che sono piuttosto virtù, ma delle abitudini cattive, o del fare le cose per abitudine, meccanicamente, senza alcuna convinzione e partecipazione interiore. È stato detto che l’abitudine è come un vampiro. Il vampiro - almeno stando a quello che si crede - si attacca alle persone che dormono e, mentre succhia loro il sangue, contemporaneamente inietta in esse un liquido soporifero che fa sperimentare ancora più dolce il dormire, sicché il malcapitato sprofonda sempre più nel sonno e il vampiro può succhiare sangue finché vuole. In certo senso, l’abitudine è peggiore del vampiro. Questo infatti non può addormentare la preda, ma si attacca a chi già dorme; quella, invece, prima addormenta le persone e poi succhia loro sangue, cioè energie, slancio, volontà, iniettando, anch’essa, una specie di liquore soporifero che fa trovare il sonno sempre più dolce.
L’unica salvezza, quando questo “vampiro” ti si è attaccato addosso, è che qualcosa venga improvvisamente a destarti e scuoterti dal sonno. Questo è quello che si prefigge di fare con noi la parola di Dio con quei gridi di risveglio che ci fa ascoltare così spesso durante l’Avvento: “Vigilate!” “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno!” (Romani 13, 11).
Il Contenuto della Vigilanza
Ma che significa, in questo caso, vegliare? Essere attenti significa essere “tesi”, o protesi, verso qualcosa. Noi dobbiamo essere come persone che prendono la mira, che fissano un bersaglio, una meta. Avete mai visto un cacciatore nel momento di prendere la mira? Quale attenzione, quale concentrazione! Ecco, così dovremmo essere noi. Non per abbattere un povero uccello, ma per non fallire il bersaglio di tutta la vita, che è l’eternità. Noi siamo infatti destinati all’eternità.
Quanto allo stare pronti, Gesù lo spiega con l’immagine del portiere, o del maggiordomo di casa, pronto per aprire al padrone appena torna: “È come uno che è partito per un lungo viaggio e ha ordinato al portiere di vigilare”. La preghiera poi è il contenuto principale della vigilanza. Tra il chiasso delle voci che ci assalgono da tutte le parti e ci distraggono, vigilare significa, in certi momenti, imporre silenzio a tutto e a tutti, spegnere ogni “audio”, per mettersi alla presenza di Dio, ritrovare se stessi e riflettere sulla propria vita. Pregare è stare sulla soglia, da dove si può gettare uno sguardo sull’altro mondo, il mondo di Dio. La vigilanza prende valore dal motivo per cui si veglia. Veglia anche il donnaiolo, diceva sant’Agostino, e veglia il ladro, ma non è certo buono il loro vegliare. Vegliano coloro che passano la notte in discoteca, ma spesso per stordirsi e non pensare.
Non serve consolarsi dicendo che nessuno sa quando sarà la fine del mondo. C’è una venuta, un ritorno di Cristo, che ha luogo nella vita di ogni persona, al momento della sua morte. Il mondo passa, finisce, per me, nel momento in cui io passo dal mondo e finisco di vivere. Più “fine del mondo” di così! Ci sono tante fini del mondo quante sono le persone umane che lasciano questo mondo. Perché la liturgia ci accoglie con una parola così austera sulla soglia del nuovo anno? Dio forse ci minaccia, non ci vuole bene? No, è per amore, perché ha paura di perderci. La cosa peggiore che si può fare, davanti a un pericolo che incombe, è quello di chiudere gli occhi e non guardare. La notte che affondò il Titanic, ho letto che avvenne una cosa del genere. C’erano stati dei messaggi via radio, da parte di altre navi, che segnalavano un iceberg sulla rotta. Ma sul transatlantico era in atto una festa danzante; non si volle turbare i passeggeri. Così non si prese nessun provvedimento, rimandando ogni decisione al mattino dopo. Intanto nave e iceberg stavano marciando a grande velocità l’una verso l’altro, finché ci fu un tremendo urto nella notte e iniziò il grande naufragio. “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli!”

L'Eucaristia come Preparazione e Offerta della Vita
Istituendo l’Eucaristia, Gesù anticipò la propria morte. Noi possiamo fare lo stesso. Anzi Gesù ha inventato questo mezzo per farci partecipi della sua morte, per unirci a sé. Partecipare all’Eucaristia è il modo più vero, più giusto e più efficace di “apparecchiarci” alla morte. In essa celebriamo anche la nostra morte e la offriamo, giorno per giorno, al Padre. Nell’Eucaristia noi possiamo far salire al Padre il nostro “amen, sì”, a ciò che ci aspetta, al genere di morte che egli vorrà permettere per noi.
Siamo nati, è vero, per poter morire; la morte non è solo la fine ma anche il fine della vita. Questo, però, lungi dall’apparire una condanna, come diceva il filosofo ricordato sopra, appare invece un privilegio. “Cristo - dice san Gregorio di Nissa - è nato per poter morire”, cioè per poter dare la vita in riscatto per tutti. Anche noi abbiamo ricevuto in dono la vita per avere qualcosa di unico, di prezioso, di degno di Dio, da potere, a nostra volta, offrire a lui in dono e in sacrificio. Quale uso più bello si può pensare della vita, che farne dono, per amore, al Creatore.