La riflessione sulla morte, da sempre parte integrante dell'esperienza umana, assume una profondità particolare nella prospettiva della fede cristiana, come testimoniato dall'esperienza e dagli insegnamenti di Papa Emerito Benedetto XVI. La sua vita, interamente dedicata a Dio e alla Chiesa, ha offerto un esempio significativo di come affrontare l'ignoto della fine terrena con una radicata fiducia.
La Fede come Risposta all'Ignoto: La Testimonianza di Benedetto XVI
Di fronte alla morte, la risposta del credente è radicata nella sua fede in Gesù Cristo: Signore, maestro, fratello e amico. Benedetto XVI spiega questa certezza con chiarezza in una delle pagine più profondamente umane e struggenti del suo ultimo tratto di vita.
Il “Giudice Finale” e il “Paraclito”
Nel testo, datato 8 febbraio 2022, il Papa emerito usa la sua stessa esistenza, ormai giunta alla tappa conclusiva, come garanzia di quanto scrive. «Molto presto - scrive Benedetto XVI - mi ritroverò davanti al giudice finale della mia vita. Anche se, guardando indietro alla mia lunga vita, posso avere grandi motivi di paura e di tremore, sono comunque di animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma anche l'amico e il fratello che lui stesso ha già sofferto per le mie mancanze, ed è quindi anche il mio avvocato, il mio “paraclito”.»
Questa non è la riflessione colta del teologo, ma la “confessione” profondamente umana della creatura che non in sé stesso confida, bensì in Colui che ha voluto guidasse giorno dopo giorno il suo cammino. Si muore “soli” sì, ma non “da soli”. Accanto, davanti, o forse abbracciandoci, ci sarà un avvocato, un difensore, soccorritore e consolatore. L'unica presenza per cui vale la pena usare il “per sempre”, con la certezza che non ci abbandonerà mai. Lo ricordava lo stesso Ratzinger nella sua ultima udienza generale da Pontefice, il 27 febbraio 2013: «Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi - pregava e augurava -, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore.»

Il Timore Umano e la Confidenza nella Fede
Ciò non toglie che un po’ di umanissima paura possa toccare anche chi ha dedicato tutta la sua vita a Dio e alla Chiesa. Nel libro “Ultime conversazioni”, il Papa emerito dialogando con Peter Seewald ammette che «per certi versi, sì» l’attesa dell’ultimo giorno non è indolore.
Paura dell'Invalidità e Peso della Colpa
«In primo luogo - spiega - c’è il timore di essere di peso agli altri a causa di una lunga invalidità. Lo troverei molto triste. Anche mio padre l’ha sempre temuto, ma a lui è stato risparmiato. Poi, pur con tutta la fiducia che ho nel fatto che il buon Dio non può abbandonarmi, più si avvicina il momento di vedere il suo volto, tanto più forte è la percezione di quante cose sbagliate si sono compiute. Perciò uno si sente oppresso dal peso della colpa, sebbene naturalmente la fiducia di fondo non venga mai meno.»
Questa umilissima ammissione di fragilità e timore, da parte di uno dei più acuti teologi della storia recente, è sinonimo di sapienza e fede cristallina. Alla luce del Vangelo, non è grande chi sale in alto ma chi accetta di svuotarsi del proprio io per farsi abitare dall’infinito presente di Dio.
L'Arte di Morire: La Preparazione Personale
Mons. Georg Gänswein, suo segretario particolare, ha affermato che il Papa Emerito «si prepara a morire da numerosi anni». Ma come si traduce questa preparazione nella pratica?
Una Preparazione Interiore, non Teatrale
Interrogato da Peter Seewald, Benedetto XVI rispose: «Anzi, bisogna prepararcisi, penso. Non nel senso che uno adesso si metta a compiere certi precisi atti, ma che internamente, mentre vive, tiene presente di dover sostenere un ultimo esame davanti a Dio. Di star per uscire da questo mondo e di doversi trovare davanti a Lui e di fronte ai santi, e di fronte agli amici e a quanti amici non sono. Diciamo che si accoglie e si accetta la finitudine di questa vita e che internamente ci si dispone a giungere davanti al volto di Dio.»
A domanda del giornalista su come lo facesse, Benedetto rispose: «Semplicemente nella mia meditazione: torno sempre a pensarci, al fatto che si va verso la fine. Cerco sempre di predisporci e, soprattutto, di restare presente. La cosa importante comunque non è che io mi immagini tutto questo, ma che viva nella coscienza che tutta la vita si raccoglie verso un incontro.»
Questa visione si distingue dagli "apparecchi alla morte" della letteratura ascetica, come quello di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, che usano descrizioni più grafiche della caducità del corpo. Mentre la "teatralità" di gusto napoletano di Sant'Alfonso mirava a tenere desta la coscienza, l'approccio di Benedetto XVI appare più incentrato su un dialogo interiore e una fiducia profonda.

La Speranza nell'Eternità e il Significato della Morte
La morte, per il credente, non è la fine di tutto ma il pieno realizzarsi di un incontro preparato sin dal primo respiro. Il Signore, spiegò Benedetto XVI all’Angelus del 2 novembre 2008, «ci dice: “Sono risorto e ora sono sempre con te e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte”.»
Perché Proviamo Timore Davanti alla Morte?
La morte è un tema spesso proibito nella nostra società, eppure riguarda ciascuno di noi. Di fronte a questo mistero, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che inviti a sperare, un segnale che dia consolazione. Proviamo timore perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che ci è ignoto. Un senso di rifiuto emerge perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande sia stato realizzato venga improvvisamente cancellato. Soprattutto, sentiamo che l’amore chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.
Il timore sorge anche dalla percezione di un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita. La cura dei defunti in ogni cultura è un modo per proteggerli nella convinzione che i gesti di affetto non rimangano senza effetto sul giudizio.
La Fede come Fondamento della Speranza
La solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti ci dicono che solo chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se si riduce l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, la vita stessa perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità e ogni altra speranza per lui è troppo breve, troppo limitata. L’uomo è spiegabile solo se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo trova il suo senso più profondo solo se c’è Dio.
Pensiamo alle parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”» (Gv 14,1-2). Dio ha amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Nell'atto supremo d'amore della Croce, Gesù ha vinto la morte, è risorto e ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte, Egli è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza paura.
La fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente la terra e di lavorare per costruirle un futuro con una vera e sicura speranza.
Vita eterna, morte, resurrezione: le verità ultime della fede cattolica
La Vita Quotidiana di un Papa Emerito: Un Esempio di Preparazione
La preparazione alla morte di Benedetto XVI è stata un processo graduale, vissuto nella discrezione della sua vita monastica post-dimissioni.
Routine e Degrado Fisico
Secondo il racconto di Monsignor Georg Gänswein, le giornate del Papa Emerito nel Monastero Mater Ecclesiae erano scandite dalla preghiera, dallo studio e da momenti di riposo. Le sue giornate iniziavano alle 7.45 con la messa nella cappella. Dopo il breviario e la colazione, si dedicava alla corrispondenza privata e allo studio. Dopo il pranzo delle 13.30, faceva alcuni giri a piedi sul piccolo terrazzo del Monastero, seguito da riposo. Nel pomeriggio, quando il tempo lo permetteva, faceva una passeggiata pregando il rosario nei giardini. Nonostante le difficoltà a camminare, preferiva il deambulatore al bastone per maggiore sicurezza.
Con il passare degli anni, l'età e il peggioramento della salute hanno pesato sempre più. Dal deambulatore è passato a muoversi solo in carrozzella, e la sua giornata è stata sempre più incentrata sulla preghiera, con meno spostamenti. Anche se affetto da infezioni al viso che lo debilitavano, il Papa emerito soffriva in silenzio, dimostrando di non temere l’incontro con Dio e di essere pronto ad accoglierlo con serenità.
La Lettera di Cordoglio come Specchio della Sua Fede
Un mese prima della commemorazione annuale di tutti i fedeli defunti, Benedetto XVI spedì alla comunità cistercense di Wilhering (in Austria) la propria lettera di cordoglio per la morte del suo caro amico, padre Gerhard Bernhard Winkler. Rivolgendosi al padre Abate, scriveva: «Caro padre Abate, la notizia della morte di padre Gerhard Winkler, che lei mi ha trasmesso, mi ha profondamente toccato. Tra tutti i colleghi e gli amici egli era il più vicino al mio cuore. La sua gioia e la sua fede profonda mi hanno sempre attratto. Adesso egli ha raggiunto l’aldilà, dove sono sicuro che numerosi amici già lo attendono. Spero di poterli raggiungere presto anche io.»
Questa lettera, letta superficialmente, potrebbe sembrare esprimere una "volontà di morte", ma, come spiegato da Mons. Gänswein, rifletteva piuttosto una gioia incrollabile e una fiducia nella vita eterna. Il "cor-doglio" - dolore del cuore per una separazione - non significava che la persona amata fosse precipitata nel nulla, ma che si trovava nell'aldilà, in attesa di un ricongiungimento.

Timore e attesa, preoccupazione e speranza, curiosità e gioia. Soprattutto fede, quella costruita sull’amore di Chi ha promesso di esserci accanto sempre, anche nell’ultima ora. Questo è il groviglio di sentimenti che ha accompagnato Benedetto XVI di fronte all’incognita della morte, nella certezza di sentire quella voce ferma e dolcissima che come nel libro dell’Apocalisse rassicurerà: «Non temere!»
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